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Indice dei canti
Un'anima scheletrica, con gli occhi incavati e la pelle tesa sulle ossa, tende la mano verso Dante, Virgilio e Stazio; dietro di lei una fila di figure emaciate guarda in alto. In fondo l'albero.
Forese Donati, irriconoscibile per la magrezza, riconosce l'amico Dante
Purgatorio · VI cornice

Purgatorio, Canto XXIII

«Mentre che li occhi per la fronda verde…»

La schiera delle anime dei golosi procede nel sesto girone cantando un versetto del Salmo L, "Labia mea, Domine".

Luogo
VI cornice
Anime e colpe
Golosi
Versi
133 · 44 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXIII

Parafrasi
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1

Mentre che li occhi per la fronda verdeAficcava io sì come far suoleBchi dietro a li uccellin sua vita perde,A

4

lo più che padre mi dicea: «Figliuole,Bvienne oramai, ché 'l tempo che n'è impostoCpiù utilmente compartir si vuole».B

Mentre io ficcavo gli occhi tra le fronde verdi dell'albero (per scoprire donde provenisse la voce: cfr. canto XXII. 140 sgg.), come suole fare il cacciatore che perde tutto il suo tempo dietro gli uccelletti, Virgilio, premuroso più che un padre, mi diceva: «Figliolo, ora vieni, perché bisogna distribuire in modo più utile il tempo che ci è assegnato (per visitare il monte)».
Mentre io fissavo gli occhi tra le fronde verdi (dell'albero), così come fa di solito chi perde la sua vita dietro agli uccellini, colui che era per me più che un padre mi diceva: «Figliolo, vieni ormai, perché il tempo che ci è concesso va distribuito in modo più utile».
7

Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,Cappresso i savi, che parlavan sìe,Dche l'andar mi facean di nullo costo.C

Io volsi gli occhi, e non meno in fretta il passo, verso i due poeti, i quali tenevano discorsi così interessanti, che camminare con loro non mi costava alcuna fatica.
Io voltai il viso, e il passo non meno in fretta, dietro ai saggi (Virgilio e Stazio), che parlavano in modo tale da rendermi il cammino senza fatica.
10

Ed ecco piangere e cantar s'udìeD'Labia mea, Domine' per modoEtal, che diletto e doglia parturìe.D

Ed ecco si udì piangere e cantare «Signore, (aprirai) le mie labbra» in modo tale, che suscitò diletto per il canto e dolore per il pianto.
Ed ecco che si udì piangere e cantare «Labia mea, Domine» in modo tale da suscitare insieme piacere e dolore.
13

«O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,Ecomincia' io; ed elli: «Ombre che vannoFforse di lor dover solvendo il nodo».E

Io allora cominciai a dire: «Dolce padre, che significa questo canto che io odo?» Ed egli mi rispose: «Forse sono anime che vanno sciogliendo il vincolo del loro debito con Dio».
«O dolce padre, che cos'è quello che sento?», cominciai io; e lui: «Sono ombre che forse vanno sciogliendo il nodo del loro debito (verso Dio)».
16

Sì come i peregrin pensosi fanno,Fgiugnendo per cammin gente non nota,Gche si volgono ad essa e non restanno,F

19

così di retro a noi, più tosto mota,Gvenendo e trapassando ci ammiravaHd'anime turba tacita e devota.G

Così come fanno i pellegrini assorti nei loro pensieri, quando per via raggiungono persone sconosciute, e le guardano senza fermarsi, alla stessa maniera ci osservava con stupore una turba silenziosa e devota di anime che veniva dietro di noi, ma con passo più spedito, e ci oltrepassava.
Come fanno i pellegrini assorti nei loro pensieri, che raggiungendo lungo la strada gente sconosciuta si voltano verso di essa ma non si fermano, così dietro di noi, muovendosi più velocemente, venendo e sorpassandoci, ci guardava con stupore una folla di anime silenziosa e devota.
22

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,Hpalida ne la faccia, e tanto scema,Iche da l'ossa la pelle s'informava.H

Ogni anima aveva gli occhi spenti e incavati, la faccia pallida, e la persona tanto magra, che la pelle prendeva la forma delle ossa.
Ciascuna aveva gli occhi scuri e infossati, era pallida in faccia e così smagrita che la pelle prendeva la forma delle ossa.
25

Non credo che così a buccia stremaIErisittone fosse fatto secco,Jper digiunar, quando più n'ebbe tema.I

Non ritengo che Eresitone per il digiuno fosse così ridotto alla sola pelle, quando temette maggiormente di dover restare digiuno (e giunse ad addentare le proprie carni).
Non credo che Erisittone fosse così rinsecchito fino all'ultima pelle per il digiuno, quando ne ebbe più paura.
28

Io dicea fra me stesso pensando: 'EccoJla gente che perdé Ierusalemme,Kquando Maria nel figlio diè di becco!'J

31

Parean l'occhiaie anella sanza gemme:Kchi nel viso de li uomini legge 'omo'Lben avria quivi conosciuta l'emme.K

Pensavo e dicevo tra me stesso: «Così dovettero ridursi gli Ebrei (la gente) che perdettero Gerusalemme, quando (durante l'assedio dell'imperatore Tito) Maria di Eleazaro divorò (dié di becco) il proprio figlioletto!» Le occhiaie parevano castoni di anelli senza gemme: chi nel volto umano afferma potersi leggere la parola "orno", su quei volti avrebbe distinto molto bene la emme.
Io dicevo tra me pensando: «Ecco la gente che perse Gerusalemme, quando Maria azzannò il proprio figlio!». Le orbite degli occhi sembravano anelli senza gemme: chi nel volto degli uomini legge «omo» avrebbe lì riconosciuto bene la M.
34

Chi crederebbe che l'odor d'un pomoLsì governasse, generando brama,Me quel d'un'acqua, non sappiendo como?L

Chi, ignorando (non sappiendo) in che modo ciò avvenga (como: dal latino quomodo), potrebbe credere che il profumo di un frutto e quello di un'acqua, generando brama (di mangiare e di bere), potessero ridurre in tale stato (sì governasse) quelle anime?
Chi crederebbe, senza sapere come avviene, che il profumo di un frutto e quello di un'acqua potessero ridurle così, generando desiderio?
37

Già era in ammirar che sì li affama,Mper la cagione ancor non manifestaNdi lor magrezza e di lor trista squama,M

40

ed ecco del profondo de la testaNvolse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;Opoi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».N

Ero tutto intento a considerare che cosa le rendesse tanto affamate, non essendomi ancora nota la causa della loro consunzione, e della loro pelle disseccata e squamosa, quand'ecco un'ombra dal fondo delle occhiaie incavate nella testa rivolse a me gli occhi e mi guardò fissamente; poi gridò ad alta voce:
Stavo già chiedendomi con stupore che cosa le affamasse tanto, perché la causa della loro magrezza e della loro misera pelle squamata non era ancora chiara, ed ecco che un'ombra volse verso di me gli occhi dal fondo della testa e mi guardò fisso; poi gridò forte: «Che grazia è questa per me?».
43

Mai non l'avrei riconosciuto al viso;Oma ne la voce sua mi fu palesePciò che l'aspetto in sé avea conquiso.O

«Che grazia singolare è mai questa per me?» Io non l'avrei mai riconosciuto solo guardandolo; ma nella sua voce mi si rivelò la persona che l'aspetto esteriore aveva distrutto.
Non l'avrei mai riconosciuto dal viso; ma nella sua voce mi fu chiaro ciò che l'aspetto aveva distrutto in sé.
46

Questa favilla tutta mi raccesePmia conoscenza a la cangiata labbia,Qe ravvisai la faccia di Forese.P

La voce fu la scintilla che ravvivò in me la piena conoscenza di quella fisionomia mutata, e così potei riconoscere la faccia di Forese Donati. Pregandomi mi diceva:
Questa scintilla riaccese in me tutto il ricordo di quel volto cambiato, e riconobbi la faccia di Forese.
49

«Deh, non contendere a l'asciutta scabbiaQche mi scolora», pregava, «la pelle,Rné a difetto di carne ch'io abbia;Q

52

ma dimmi il ver di te, di' chi son quelleRdue anime che là ti fanno scorta;Snon rimaner che tu non mi favelle!».R

«Deh, non badare all'arida scabbia che mi scolora la pelle, né alla mancanza di carne che denoto, ma dimmi la verità riguardo a te (che mi sembri ancor vivo), e dimmi chi sono quelle due anime là che ti guidano: non ti astenere dal parlarmi!» Gli risposi:
«Deh, non badare alla scabbia secca che mi scolora la pelle», mi pregava, «né alla mancanza di carne che io abbia; ma dimmi la verità su di te, dimmi chi sono quelle due anime che là ti fanno da scorta; non restare senza parlarmi!».
55

«La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,Smi dà di pianger mo non minor doglia»,Trispuos'io lui, «veggendola sì torta.S

«Il tuo viso, che io già piansi quando moristi, mi causa ora un dolore non meno intenso (di quello di allora), tale da farmi piangere, vedendolo così deformato.
«Il tuo volto, che io già piansi da morto, mi dà adesso un dolore non minore, tanto da farmi piangere», gli risposi io, «vedendolo così sfigurato.
58

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;Tnon mi far dir mentr'io mi maraviglio,Uché mal può dir chi è pien d'altra voglia».T

Perciò (però) dimmi, per amore di Dio, che cosa vi consuma in tal modo: non farmi parlare finché sono in preda allo stupore perché chi è dominato da un altro desiderio con difficoltà può parlare». Ed egli a me:
Perciò, per Dio, dimmi che cosa vi sfoglia così; non farmi parlare mentre sono stupito, perché parla male chi è pieno di un altro desiderio».
61

Ed elli a me: «De l'etterno consiglioUcade vertù ne l'acqua e ne la piantaVrimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.U

«Per disposizione divina scende nell'acqua e nella pianta rimasta dietro di noi un potere per cui io dimagrisco in questo modo.
E lui a me: «Dalla volontà eterna (di Dio) scende una virtù nell'acqua e nella pianta rimasta dietro di voi, per cui io dimagrisco così.
64

Tutta esta gente che piangendo cantaVper seguitar la gola oltra misura,Win fame e 'n sete qui si rifà santa.V

Tutta questa gente che canta e piange per aver assecondato la gola oltre misura, qui soffrendo la fame e la sete ritorna pura.
Tutta questa gente che canta piangendo per aver seguito la gola oltre misura, qui si rifà santa con la fame e con la sete.
67

Di bere e di mangiar n'accende curaWl'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzoXche si distende su per sua verdura.W

A noi accende il desiderio di bere e di mangiare il profumo che emana dal frutto di quell'albero e dallo spruzzo d'acqua che si irradia sopra le sue foglie verdi.
Il desiderio di bere e di mangiare ce lo accende il profumo che esce dal frutto e dallo spruzzo d'acqua che si diffonde sulle sue foglie.
70

E non pur una volta, questo spazzoXgirando, si rinfresca nostra pena:Yio dico pena, e dovrìa dir sollazzo,X

73

ché quella voglia a li alberi ci menaYche menò Cristo lieto a dire 'Elì',Zquando ne liberò con la sua vena».Y

E non una sola volta si rinnova la nostra pena, mentre giriamo il ripiano di questa cornice: ho detto pena, e dovrei dire gioia, perché ci conduce agli alberi (il primo all'ingresso del girone, canto XXII, 131 sgg., l'altro all'uscita, canto XXIV, 103 sgg.) quella stessa volontà che condusse Cristo lieto sulla croce a dire "Dio mio", quando ci redense col suo sangue». E io gli dissi:
E non una volta sola, girando questo ripiano, si rinnova la nostra pena: io dico pena, e dovrei dire gioia, perché ci conduce agli alberi quella stessa volontà che condusse Cristo, lieto, a dire «Elì», quando ci liberò con il suo sangue».
76

E io a lui: «Forese, da quel dìZnel qual mutasti mondo a miglior vita,AAcinq'anni non son vòlti infino a qui.Z

«Forese, dal giorno in cui passasti dalla vita terrena a un'esistenza migliore fino ad oggi non sono ancora trascorsi cinque anni.
E io a lui: «Forese, dal giorno in cui cambiasti mondo passando a una vita migliore, non sono trascorsi fino a ora cinque anni.
79

Se prima fu la possa in te finitaAAdi peccar più, che sovvenisse l'oraABdel buon dolor ch'a Dio ne rimarita,AA

82

come se' tu qua sù venuto ancora?ABIo ti credea trovar là giù di sottoACdove tempo per tempo si ristora».AB

Se in te venne meno la possibilità di peccare ulteriormente prima che sopraggiungesse l'ora del sincero pentimento che ci riconcilia con Dio (cioè: se ti pentisti solo nel momento estremo della vita, allorché non è più possibile peccare), come sei di già venuto quassù? Io pensavo di trovarti laggiù nell'antipurgatorio, dove il tempo perduto (senza pentirsi) si compensa con altrettanto tempo di attesa (prima dell'espiazione)». Perciò mi rispose:
Se in te venne meno la possibilità di peccare ancora prima che giungesse l'ora del buon pentimento che ci riunisce a Dio, come sei già arrivato quassù? Io pensavo di trovarti laggiù in basso, dove il tempo (perduto) si ripaga con altrettanto tempo».
85

Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condottoACa ber lo dolce assenzo d'i martìriADla Nella mia con suo pianger dirotto.AC

«Mi ha condotto così presto quassù a bere il dolce assenzio delle pene la mia Nella con le sue calde lagrime. Di Nella o Giovanna Donati sappiamo soltanto quello che qui ne dice Forese.
Allora lui a me: «Mi ha condotto così presto a bere il dolce assenzio dei tormenti la mia Nella con il suo pianto dirotto.
88

Con suoi prieghi devoti e con sospiriADtratto m'ha de la costa ove s'aspetta,AEe liberato m'ha de li altri giri.AD

Dante, nel primo sonetto della citata Tenzone, la rappresenta crucciata contro il marito, perché da questo trascurata: qui fa ammenda di quella sua prima malevola presentazione. Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha tratto dall'antipurgatorio, e mi ha liberato dai gironi precedenti.
Con le sue preghiere devote e con i sospiri mi ha tratto dalla costa dove si aspetta, e mi ha liberato dalle altre cornici.
91

Tanto è a Dio più cara e più dilettaAEla vedovella mia, che molto amai,AFquanto in bene operare è più soletta;AE

94

ché la Barbagia di Sardigna assaiAFne le femmine sue più è pudicaAGche la Barbagia dov'io la lasciai.AF

La mia vedovella, che io ho intensamente amato, è tanto più cara e diletta a Dio, quanto più è sola nel fare il bene, perché la Barbagia di Sardegna nel costume delle sue donne è assai più pudica di Firenze, la Barbagia dove io la lasciai morendo.
La mia vedovella, che amai molto, è tanto più cara e gradita a Dio quanto più è sola nel comportarsi bene; perché la Barbagia di Sardegna è molto più pudica nelle sue donne della Barbagia dove io la lasciai (Firenze).
97

O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?AGTempo futuro m'è già nel cospetto,AHcui non sarà quest'ora molto antica,AG

100

nel qual sarà in pergamo interdettoAHa le sfacciate donne fiorentineAIl'andar mostrando con le poppe il petto.AH

O dolce fratello, che altro vuoi ti dica di peggio? Mi è già davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale quest'ora presente non è molto lontana, in cui dal pulpito sarà solennemente proibito alle sfacciate donne di Firenze di andare in giro mostrando il petto con le mammelle scoperte.
O dolce fratello, che vuoi che ti dica? Ho già davanti agli occhi un tempo futuro, rispetto al quale quest'ora non sarà molto lontana, in cui dal pulpito sarà proibito alle sfacciate donne fiorentine di andare in giro mostrando il petto con le mammelle.
103

Quai barbare fuor mai, quai saracine,AIcui bisognasse, per farle ir coperte,AJo spiritali o altre discipline?AI

Quali donne barbare ci furono mai, quali donne saracene, cui fossero necessarie sanzioni religiose o civili per farle andare coperte?
Quali donne barbare, quali saracene ci furono mai che avessero bisogno, per farle andare coperte, di punizioni spirituali o di altro genere?
106

Ma se le svergognate fosser certeAJdi quel che 'l ciel veloce loro ammanna,AKgià per urlare avrian le bocche aperte;AJ

109

ché se l'antiveder qui non m'inganna,AKprima fien triste che le guance impeliALcolui che mo si consola con nanna.AK

Ma se quelle svergognate venissero a sapere quello che il cielo a breve scadenza prepara per loro, avrebbero già la bocca aperta per urlare di spavento, perché, se qui non m'inganna la mia preveggenza, esse saranno dolenti prima che il bambino il quale ora si acquieta col canto della ninna nanna, diventi adulto.
Ma se le svergognate sapessero con certezza ciò che il cielo veloce prepara per loro, avrebbero già la bocca aperta per urlare; perché, se la previsione qui non m'inganna, saranno nel dolore prima che metta la barba sulle guance chi adesso si fa consolare con la ninna nanna.
112

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!ALvedi che non pur io, ma questa genteAMtutta rimira là dove 'l sol veli».AL

Deh, fratello, cerca ora di non celarmi oltre ciò che ti ho chiesto! vedi come non solo io, ma tutta questa gente guarda con stupore il luogo dove con la tua ombra veli il sole».
Deh, fratello, ora non nasconderti più a me! Vedi che non solo io, ma tutta questa gente guarda il punto dove tu fai ombra al sole».
115

Per ch'io a lui: «Se tu riduci a menteAMqual fosti meco, e qual io teco fui,ANancor fia grave il memorar presente.AM

Perciò io mi rivolsi a lui dicendo: «Se richiami alla memoria la vita che conducesti con me, ed io con te, il ricordarla ora (il memorar presente) sarà ancora spiacevole.
Perciò io a lui: «Se ti riporti alla mente come fosti tu con me e come io fui con te, il ricordo sarà ancora doloroso.
118

Di quella vita mi volse costuiANche mi va innanzi, l'altr'ier, quando tondaAOvi si mostrò la suora di colui»,AN

Mi distolse da quella vita viziosa solo pochi giorni fa costui che mi guida, quando si mostrava a voi piena la luna, la sorella di quello»: e gl'indicai il sole.
Da quella vita mi ha distolto costui che mi cammina davanti, l'altro ieri, quando vi si mostrò rotonda la sorella di colui»,
121

e 'l sol mostrai; «costui per la profondaAOnotte menato m'ha d'i veri mortiAPcon questa vera carne che 'l seconda.AO

«Costui m'ha condotto attraverso la notte profonda dei veri morti (perché dannati) dell'inferno, mentre io portavo con me questo mio corpo reale che lo segue.
e indicai il sole; «costui mi ha condotto attraverso la profonda notte dei veri morti con questa vera carne che lo segue.
124

Indi m'han tratto sù li suoi conforti,APsalendo e rigirando la montagnaAQche drizza voi che 'l mondo fece torti.AP

Di li i suoi incoraggiamenti mi hanno aiutato a salire e a girare ripetutamente i balzi di questo monte, il quale raddrizza voi che il mondo aveva storpiato.
Da lì mi hanno tratto su i suoi aiuti, salendo e girando intorno alla montagna che raddrizza voi che il mondo ha reso storti.
127

Tanto dice di farmi sua compagna,AQche io sarò là dove fia Beatrice;ARquivi convien che sanza lui rimagna.AQ

Ed egli promette che mi accompagnerà, finché non sarò giunto là dove sarà Beatrice: colà è necessario che io resti privo di lui.
Dice che mi farà compagnia finché io non sarò là dove sarà Beatrice; lì bisogna che io rimanga senza di lui.
130

Virgilio è questi che così mi dice»,ARe addita'lo; «e quest'altro è quell'ombraASper cui scosse dianzi ogne pendiceAR

133

lo vostro regno, che da sé lo sgombra».AS

Questi, che mi fa tali promesse, è Virgilio» e glielo additai; «e quest'altro è Stazio, quell'anima per la quale poco fa scosse tutte le sue pendici il monte del purgatorio, che lo allontana da sé».
Questi che mi dice così è Virgilio», e lo indicai; «e quest'altro è quell'ombra per la quale poco fa ha scosso ogni pendio il vostro regno, che la libera da sé».

Riassunto del canto XXIII

La schiera delle anime dei golosi procede nel sesto girone cantando un versetto del Salmo L, "Labia mea, Domine". L'aspetto di questi penitenti è tale da suscitare in Dante la più profonda compassione: nel volto pallidissimo spiccano, profondamente incavate, le orbite degli occhi, il corpo appare di una magrezza spaventosa, tanto che la pelle, disseccata e squamosa, modella il loro scheletro. Mentre il Poeta sta cercando di individuare la causa di tanta magrezza, un'anima lo riconosce e lo interroga: è Forese Donati, l'amico più caro durante il periodo della vita dissoluta di Dante. Dalla sua voce il pellegrino viene a sapere la causa del dimagrimento delle anime dei golosi. Il Poeta tuttavia si stupisce di trovare l'amico, morto da appena cinque anni, già nel purgatorio vero e proprio, senza alcuna lunga sosta nell'antipurgatorio fra le anime che si pentirono solo alla fine della vita. Ad accelerare la sua ascesa sul monte della penitenza furono le preghiere di Nella, la sua dolce sposa, che Forese ora ricorda con amore, contrapponendone la virtù alla corruzione delle sfacciate donne fiorentine,- per le quali aggiunge lo spirito penitente - il cielo già prepara durissime punizioni. Dante, per soddisfare un'affettuosa preghiera dell'amico, rivela che solo da pochi giorni egli ha lasciato la vita viziosa alla quale si era abbandonato anni prima con lui: la sua guida verso il bene è ora Virgilio, in attesa della futura venuta di Beatrice.

In breve

Dove e chi
  1. VI cornice: Golosi. Magrissimi, davanti ad alberi carichi di frutti.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

L'incontro di Dante con Forese Donati, il compagno di dissipazioni giovanili, musicalmente si inserisce - dopo i due canti dedicati alla celebrazione della poesia (nel caso particolare non soltanto simboleggiata, ma presente in carne ed ossa davanti ai nostri occhi nel personaggio di Virgilio) - nel tessuto nostalgico ma, al tempo stesso, non scevro di asprezze, duramente penitenziali, che caratterizza l'atmosfera delle cornici del sacro monte, dopo i tempi più miti e trepidamente sospesi dell'antipurgatorio. L'episodio di Forese non può, infatti, essere isolato, e quasi reciso dal clima morale del girone dei golosi che ne determina i toni e gli esiti, né d'altro lato possiamo tener conto del solo aspetto più domestico ed autobiografico in cui esso trova la propria radice, senza por mente alle cadenze, non più calde di intimo e sofferto ripensamento, ma incitanti quasi all'odio ed alla vendetta, in cui questa pagina si risolve e che, nella sua seconda parte - quella volta all'antiveder, alla percezione angosciata ed esaltante di un tempo buio ai mortali - accostano singolarmente il dire di quest'anima penitente a quello infuocato e svolto per araldiche metafore del capostipite della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia nel canto XX. L'episodio di Forese risulta tuttavia assai più complesso di quello che ha per suo protagonista Ugo Capeto, per il coesistere e l'armonico fondersi in esso di tonalità varie e più intensamente sentite (ove l'elemento autobiografico, riscattato da ogni angustia municipalistica, da ogni gravame del contingente, splende come puro canto), laddove la grandezza del ricordare prima, del profetare poi, dell'angustiato figliuol... d'un beccaio di Parigi appare rivestita di tragica dignità nella unicità di un dolore selvaggio, nell'isolamento della sua figura in virtù del suo stesso monocorde sentire, tutto teso a cogliere, in vicende che sono di dominio pubblico, la traccia del germe malefico da lui medesimo immesso nel mondo, l'attivo diffondersi di un male inspiegabile altrimenti che in termini di destino, di peccato ereditato e trasmesso. L'episodio autobiografico che ha il suo centro nel mutuo ridar vita al passato ad opera dei due amici-nemici di un tempo, é collocato sullo sfondo della descrizione riguardante la condizione delle anime dei golosi. Essa si esprime - rispetto alle descrizioni svolte nelle cornici precedenti - in una scansione più vibrante, più dibattuta e sofferta, scansione che trova il suo apice nel contrasto tra l'enunciazione dell'aspetto fisico dei golosi - culminante nelle metafore delle anella sanza gemme e della emme che spicca sul loro volto (versi 31-33), priva delle due o che su quello dei viventi le appaiono afancate - ed il sentimento che anima questi spiriti nell'atto in cui liberamente soggiacciono alla punizione che li restituirà alla patria celeste. Scrive in proposito il Sapegno: "La descrizione... dello squallido aspetto dei golosi, pur nella precisione che sembra distaccata e crudele dei particolari, resta tutta soffusa di [un] senso di trepido stupore; e sottolineando, nella deformità delle fattezze, l'estraneità e la totale irriconoscibilità delle ombre, dà rilievo per contrasto alla tenerezza dolente dell'inatteso riconoscimento; con un effetto in parte simile a quello che il Poeta otteneva nell'Inferno, facendo scoprire da Dante la cara immagine di Brunetto nel volte irreparabilmente devastato dalle fiamme di un violento contro natura (ma la situazione, che là era drammatica, qui si risolve in toni di alta religiosa elegia)". Questa limpida osservazione del Sapegno puntualizza - nel quadro di un riferimento divenuto consueto all'episodio del XV dell'Inferno - i fattori che rendono diversa, pur nell'unicità del motivo ispiratore (il riandare col pensiero ad un passato, che mai più potrà proporsi sereno, nel tempo che incalza e - agli occhi del senza casa, senza più patria, che lo riconosca per figlio - sospinge il mondo, di sventura in sventura, verso un'apocalittica palingenesi). Nell'episodio la resa artistica, la tonalità specifica dei due incontri, di Forese, infatti, trova espressione ed armonico compimento una complessità di voci a volte acerbamente divergenti, la quale mancava nella definizione della figura (come pacificata e resa tollerante - entro l'ambito di una rassegnata saggezza - del male che la divora) di ser Brunetto. La voce di Forese, invece, é di quelle che, di fronte ad un chiuso, gelosamente custodito passato, proiettano un futuro senza pietà, riassunto, con tragica evidenza, nel grido di orrore delle sfacciate donne fiorentine, di cui al verso 108, nello stile delle profezie bibliche. L'episodio che ha per suo protagonista Forese Donati risulta pertanto più variato, più arduo da ridurre ad un denominatore comune nel campo delle definizioni critiche, più difficile da interpretare nella sua sfumata singolarità. Il punto in cui esso si differenzia nettamente da quello del XV dell'Inferno va individuato tuttavia non nella rievocazione del tempo che non potrà più riproporsi attuale, quanto nello svolgimento del motivo dell'antiveder. In consonanza infatti con la spiritualità sollecita degli umani destini, caratterizzante gli stati d'animo ansiosamente orientati al futuro di color che son contenti nel foco, la figura di Forese appare rivestita di uno splendore profetico assai più luminoso e permeato della presenza. del divino che non quello - più limitato e terrestre, esprimentesi per sentenze e volto a tracciare le linee di una sorte singola - il quale aureola e ferma sul piedestallo della gloria la cara e buona imagine paterna dell'autore del Tesoro.

Personaggi del canto XXIII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Guida

Stazio

Purgatorio, dalla V cornice

Poeta latino che ha finito la sua espiazione; accompagna Dante e Virgilio fino al Paradiso terrestre.

Penitente

Forese Donati

Purgatorio · VI cornice, golosi

Amico di Dante, irriconoscibile per la magrezza; ricorda con affetto la moglie Nella.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Purgatorio · Canto XXIII Liceo

Forese Donati e la tenzone

vv. 115-117Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mentequal fosti meco, e qual io teco fui,ancor fia grave il memorar presente.Leggi nel testo

Tra i golosi, magrissimi e affamati, Dante riconosce a stento un amico di gioventù, Forese Donati, fratello di Corso e di Piccarda. Forese è morto da poco, nel 1296, e si trova già così in alto grazie alle preghiere della moglie Nella, che lui ricorda con grande tenerezza.

Tra i due amici c'era stata, anni prima, una tenzone: uno scambio di sei sonetti pieni di insulti scherzosi, in cui Dante accusava Forese di trascurare la moglie e Forese rispondeva accusando Dante di povertà e di altre colpe di famiglia. Era un genere comico molto diffuso in Toscana, simile alle sfide dei poeti burleschi.

Lo studioso Enrico Malato ha osservato che non bisogna prendere quegli insulti alla lettera: il tono amichevole dell'incontro nel Purgatorio lo dimostra. Ma Dante allude a quel passato: «Se tu riduci a mente / qual fosti meco, e qual io teco fui». Il ricordo della giovinezza leggera diventa ora occasione di pentimento comune.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Forese, fratello di Piccarda

Ne parla la scheda «Piccarda: «E 'n la sua volontade è nostra pace»» (Par. III).

Forese Donati

Compare anche in un altro canto.