Dante e la politica
Due guide per l'umanità, l'imperatore e il papa, ciascuna con il suo compito. Come Dante spiega il disordine del suo tempo e da chi si aspetta il rimedio, nei canti politici e nella Monarchia.
Il problema: perché il mondo va male
Quasi a metà del poema, in Purgatorio XVI, Dante chiede a Marco Lombardo se la colpa della corruzione del mondo sia degli astri o degli uomini. La risposta ha due parti. Primo: gli uomini sono liberi, quindi responsabili. Secondo: la natura umana non è guasta; è mancata la guida. La causa è «la mala condotta», il cattivo governo (Purgatorio XVI, 103-105). Per Dante la politica è dunque una questione morale: senza chi fa rispettare le leggi, gli uomini corrono dietro ai beni che hanno davanti, come bambini.
Due poteri in crisi
Dietro questa diagnosi c'è la storia che Dante ha sotto gli occhi. I due poteri che il Medioevo considerava universali, l'Impero e il Papato, sono entrambi in difficoltà. Dopo la morte di Federico II di Svevia, nel 1250, per più di sessant'anni nessun imperatore viene a farsi incoronare a Roma: nel «Convivio» Federico è detto «ultimo imperadore de li Romani». Rodolfo d'Asburgo, che avrebbe potuto «sanar le piaghe c'hanno Italia morta», e suo figlio Alberto d'Asburgo restano in Germania (Purgatorio VII, 91-96, Purgatorio VI, 97-105). Nel vuoto crescono i Comuni, le signorie e le loro guerre.
Il Papato sembra il vincitore, e con Bonifacio VIII rivendica nella bolla «Unam Sanctam» (1302) la superiorità su ogni re. Ma la vittoria dura poco: nel 1303 gli uomini del re di Francia oltraggiano il papa ad Anagni, e dal 1309 la curia risiede ad Avignone, sotto l'influenza francese. Dante ha conosciuto di persona la politica di Bonifacio: da priore e da consigliere si è opposto alle sue pretese sulla Toscana, e alla sua curia attribuisce la propria cacciata (Paradiso XVII, 49-51). I fatti sono raccontati nella pagina «Il tempo di Dante»; qui interessa la teoria che Dante ne ricava.
I due soli
Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,due soli aver, che l'una e l'altra stradafacean vedere, e del mondo e di Deo.L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spadacol pasturale, e l'un con l'altro insiemeper viva forza mal convien che vada;Purgatorio XVI, 106-111
I due soli sono l'imperatore e il papa. Il primo indica la strada «del mondo», cioè la felicità possibile in questa vita, fatta di pace e giustizia; il secondo la strada «di Deo», la salvezza eterna. L'immagine è polemica. I sostenitori del papa paragonavano il pontefice al sole e l'imperatore alla luna, che brilla di luce riflessa: Dante mette due soli, pari e indipendenti. Il male nasce quando uno spegne l'altro: la spada (il potere civile) unita al pastorale (il bastone del vescovo) nelle stesse mani significa che nessuno dei due poteri controlla più l'altro.
La Monarchia
Il trattato latino espone la stessa idea con ragionamenti da filosofo. L'uomo ha due fini, la felicità terrena e quella eterna, e per raggiungerli ha bisogno di due guide distinte. Serve un imperatore unico perché solo chi possiede già tutto non desidera altro e può giudicare senza interesse le liti fra re e città. La sua autorità viene direttamente da Dio; al papa deve rispetto, come un figlio al padre, ma non obbedienza politica. Non è una posizione ghibellina in senso stretto: Giustiniano condanna tanto i guelfi, che all'aquila imperiale oppongono i gigli di Francia, quanto i ghibellini, che ne fanno un'insegna di partito (Paradiso VI, 100-105).
Roma, l'aquila e l'Italia senza guida
L'Impero di cui parla Dante è quello romano, che egli considera voluto da Dio per dare al mondo la pace in cui nacque Cristo. In Paradiso VI Giustiniano racconta la storia di Roma come il volo dell'aquila, da Enea a Cesare, ad Augusto, a Carlo Magno. Nel presente, però, il trono è di fatto vuoto: gli imperatori tedeschi non scendono più in Italia. Il sesto canto di ogni cantica è politico, e quello del «Purgatorio» contiene l'invettiva più famosa:
Ahi serva Italia, di dolore ostello,nave sanza nocchiere in gran tempesta,non donna di province, ma bordello!Purgatorio VI, 76-78
«Serva» perché in balìa di tiranni e fazioni, non perché occupata da stranieri: l'idea di uno Stato italiano è estranea a Dante. Le leggi esistono, quelle raccolte da Giustiniano, ma manca chi le applichi: la sella è vuota. La colpa è di Alberto d'Asburgo, che trascura l'Italia (Purgatorio VI, 97-99), e della gente di Chiesa, che non lascia «seder Cesare in la sella» (Purgatorio VI, 91-93).
La Chiesa ricca: Costantino e i papi simoniaci
All'origine del guasto Dante pone la donazione di Costantino: l'imperatore, trasferendosi a Oriente, avrebbe ceduto al papa Roma e l'Occidente. Il documento è un falso medievale, come si dimostrò nel Quattrocento; Dante lo crede autentico, ma lo giudica un errore, perché l'imperatore non poteva alienare l'Impero né la Chiesa possedere. Costantino è comunque salvo, perché agì con buona intenzione (Paradiso XX, 55-60).
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,non la tua conversion, ma quella doteche da te prese il primo ricco patre!».Inferno XIX, 115-117
Il grido chiude il discorso di Dante a Niccolò III, papa simoniaco, cioè colpevole di aver venduto cose sacre. Niccolò, piantato a testa in giù, aspetta nella stessa buca Bonifacio VIII e poi Clemente V (Inferno XIX, 52-57, Inferno XIX, 79-87). In Paradiso è San Pietro a dichiarare che il suo posto in terra è usurpato e che i pastori sono diventati lupi (Paradiso XXVII, 22-27, Paradiso XXVII, 55-57). Dante attacca i papi, non il papato: per le «somme chiavi» conserva rispetto (Inferno XIX, 100-102).
La cupidigia e l'attesa di un riformatore
La radice comune è la cupidigia, il desiderio insaziabile di possedere. Nel primo canto ha la forma di una lupa magra e sempre affamata (Inferno I, 49-51), maledetta di nuovo nella cornice degli avari (Purgatorio XX, 10-12). Contro di lei Virgilio annuncia un «veltro», un cane da caccia che non cercherà terre né denaro e la ricaccerà all'Inferno (Inferno I, 101-111). Chi sia non è detto: si è pensato a un imperatore, a Cangrande della Scala, a un papa santo, a Cristo giudice. Probabilmente la profezia è oscura di proposito.
Lo stesso vale per il «cinquecento diece e cinque, messo di Dio» annunciato da Beatrice (Purgatorio XXXIII, 43-45), che ucciderà la prostituta e il gigante, cioè la curia corrotta e il re di Francia che la domina. In numeri romani 515 si scrive DXV; cambiando l'ordine delle lettere si ottiene DVX, «condottiero». Molti vi leggono un imperatore, ma è un'interpretazione.
Arrigo VII: la teoria alla prova
L'unico nome sicuro è quello di Arrigo VII di Lussemburgo. Eletto re di Germania nel 1308, scende in Italia nell'autunno del 1310 con l'approvazione di papa Clemente V: per un momento i due soli sembrano d'accordo, e Dante lo saluta in una lettera come un nuovo Mosè. Arrigo vuole essere arbitro sopra le parti e fa rientrare gli esuli nelle città, ma si trova contro i Comuni guelfi guidati da Firenze e il re di Napoli Roberto d'Angiò. Clemente, premuto dal re di Francia, gli toglie l'appoggio: è l'inganno del «Guasco» ricordato da Cacciaguida (Paradiso XVII, 82). Incoronato a Roma il 29 giugno 1312, in Laterano perché San Pietro è in mano agli avversari, Arrigo assedia Firenze senza prenderla e muore a Buonconvento il 24 agosto 1313.
Molti studiosi collocano in questi anni la «Monarchia». Nel poema la sconfitta non cambia il giudizio: il seggio di Arrigo è già pronto nell'Empireo, l'Italia che lo respinse è paragonata al bambino che muore di fame e scaccia la balia, e a Clemente è annunciata la buca dei simoniaci (Paradiso XXX, 133-148).
| Tema | Dove | Chi parla |
|---|---|---|
| Firenze divisa | Inferno VI | Ciacco |
| L'Italia senza imperatore | Purgatorio VI | Dante, in prima persona |
| I due soli | Purgatorio XVI | Marco Lombardo |
| La storia dell'aquila | Paradiso VI | Giustiniano |
| I papi simoniaci | Inferno XIX | Niccolò III e Dante |
| La Chiesa usurpata | Paradiso XXVII | San Pietro |
| Gli imperatori assenti | Purgatorio VII, 91-96 | Sordello |
| Arrigo VII e Clemente V | Paradiso XXX, 133-148 | Beatrice |
- Due poteri autonomi, entrambi voluti da Dio: l'imperatore per la felicità terrena, il papa per quella eterna («due soli», Purgatorio XVI, 106-108).
- Il disordine nasce dalla confusione dei due poteri e dall'assenza dell'imperatore (Purgatorio VI): dopo Federico II (morto nel 1250) nessuno scende in Italia fino ad Arrigo VII.
- Arrigo VII (1310-1313) è per Dante l'imperatore atteso; fallisce per l'opposizione di Firenze, di Roberto d'Angiò e di Clemente V (Paradiso XVII, 82, Paradiso XXX, 133-148).
- La donazione di Costantino, creduta vera, è per Dante l'inizio della ricchezza e della corruzione della Chiesa (Inferno XIX, 115-117).
- La cupidigia è il vizio che rovina la convivenza: la lupa di Inferno I.
- Veltro e «cinquecento diece e cinque» sono profezie volutamente oscure; l'identificazione resta discussa.
- Canti sesti: Firenze (Inferno VI), Italia (Purgatorio VI), Impero (Paradiso VI).