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Indice dei canti
Anime legate mani e piedi giacciono bocconi sulla roccia, una con la corona in capo; Dante e Virgilio si fermano mentre massi franano dalla parete e nel cielo un cerchio di figure luminose.
Il monte trema e risuona il «Gloria» mentre i poeti passano tra gli avari stesi a terra
Purgatorio · V cornice

Purgatorio, Canto XX

«Contra miglior voler voler mal pugna…»

Poiché l'anima di Adriano V lo ha esortato a proseguire il cammino, Dante procede accanto alla sua guida, badando a non calpestare le anime degli avari e dei prodighi distese bocconi a terra.

Luogo
V cornice
Anime e colpe
Avari e prodighi
Personaggi
Virgilio, Ugo Capeto
Versi
151 · 50 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XX

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Contra miglior voler voler mal pugna;Aonde contra 'l piacer mio, per piacerli,Btrassi de l'acqua non sazia la spugna.A

Contro una volontà più alta la mia volontà poteva ben poco: perciò, per compiacere quello spirito e a malincuore, posi fine al colloquio, ritraendo dall'acqua la spugna del mio desiderio prima che se ne fosse imbevuta.
Una volontà combatte male contro una volontà migliore; per cui, contro il mio desiderio, per fargli piacere, tirai fuori dall'acqua la spugna non ancora piena (smisi di fare domande).
4

Mossimi; e 'l duca mio si mosse per liBluoghi spediti pur lungo la roccia,Ccome si va per muro stretto a' merli;B

7

ché la gente che fonde a goccia a gocciaCper li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,Dda l'altra parte in fuor troppo s'approccia.C

Mi rimisi in cammino, e la mia guida con me, scegliendo i tratti lasciati liberi lungo la parete, come chi avanza sugli spalti di una fortezza tenendosi stretto ai merli: dall'altra parte, infatti, troppo vicino all'orlo, giacevano le anime che stillano goccia a goccia dagli occhi il male che invade il mondo intero, l'avarizia.
Mi mossi; e la mia guida si mosse per i luoghi liberi, sempre lungo la roccia, come si cammina su un muro stretto vicino ai merli; perché la gente che versa goccia a goccia dagli occhi il male che occupa tutto il mondo (l'avarizia), dall'altra parte, verso l'esterno, si avvicina troppo (al bordo).
10

Maladetta sie tu, antica lupa,Dche più che tutte l'altre bestie hai predaEper la tua fame sanza fine cupa!D

13

O ciel, nel cui girar par che si credaEle condizion di qua giù trasmutarsi,Fquando verrà per cui questa disceda?E

Sii maledetta, antica lupa, che più di ogni altra bestia fai preda di anime con la tua fame senza fondo! O cielo, dal cui moto si crede che dipendano le sorti di quaggiù, quando verrà colui che la scaccerà?
Maledetta sia tu, antica lupa, che fai più prede di tutte le altre bestie per la tua fame profonda e senza fine! O cielo, nel cui girare sembra che si creda che le condizioni di quaggiù cambino, quando verrà colui per cui questa (la lupa) se ne andrà?
16

Noi andavam con passi lenti e scarsi,Fe io attento a l'ombre, ch'i' sentiaGpietosamente piangere e lagnarsi;F

19

e per ventura udi' «Dolce Maria!»Gdinanzi a noi chiamar così nel piantoHcome fa donna che in parturir sia;G

22

e seguitar: «Povera fosti tanto,Hquanto veder si può per quello ospizioIdove sponesti il tuo portato santo».H

Procedevamo a passi lenti e misurati, ed io ero tutto intento alle ombre, che sentivo piangere e lamentarsi in modo da muovere a pietà; e d'un tratto udii davanti a noi una voce invocare piangendo «Dolce Maria!», come grida una donna nelle doglie del parto, e continuare: «Quanto fosti povera, lo dice quell'umile stalla in cui deponesti il tuo santo bambino».
Noi camminavamo con passi lenti e brevi, e io ero attento alle ombre, che sentivo piangere e lamentarsi in modo pietoso; e per caso udii davanti a noi invocare «Dolce Maria!» nel pianto, così come fa una donna che sta partorendo; e continuare: «Fosti tanto povera quanto si può vedere da quella stalla dove deponesti il tuo santo figlio».
25

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,Icon povertà volesti anzi virtuteJche gran ricchezza posseder con vizio».I

28

Queste parole m'eran sì piaciute,Jch'io mi trassi oltre per aver contezzaKdi quello spirto onde parean venute.J

31

Esso parlava ancor de la larghezzaKche fece Niccolò a le pulcelle,Lper condurre ad onor lor giovinezza.K

Subito dopo sentii: «O buon Fabrizio, tu volesti la virtù nella povertà piuttosto che grandi ricchezze accompagnate dal vizio». Quelle parole mi erano tanto piaciute che mi feci avanti per conoscere lo spirito da cui venivano; ed esso parlava ancora della generosità di san Nicola verso le fanciulle povere, per condurre onestamente la loro giovinezza alle nozze.
Subito dopo udii: «O buon Fabrizio, preferisti possedere la virtù con la povertà piuttosto che una grande ricchezza con il vizio». Queste parole mi erano piaciute tanto che mi spinsi avanti per conoscere quello spirito da cui sembravano venute. Esso parlava ancora della generosità che san Nicola mostrò verso le fanciulle, per condurre all'onore la loro giovinezza.
34

«O anima che tanto ben favelle,Ldimmi chi fosti», dissi, «e perché solaMtu queste degne lode rinovelle.L

37

Non fia sanza mercé la tua parola,Ms'io ritorno a compiér lo cammin cortoNdi quella vita ch'al termine vola».M

«O anima che parli di così nobili esempi», dissi, «dimmi chi fosti, e perché tu sola rinnovi queste lodi meritate. Le tue parole non resteranno senza ricompensa, se tornerò a compiere il breve cammino di quella vita che vola verso la fine».
«O anima che parli così bene, dimmi chi fosti», dissi, «e perché soltanto tu ripeti queste degne lodi. Le tue parole non saranno senza ricompensa, se io ritorno a compiere il breve cammino di quella vita che vola verso la fine».
40

Ed elli: «Io ti dirò, non per confortoNch'io attenda di là, ma perché tantaOgrazia in te luce prima che sie morto.N

43

Io fui radice de la mala piantaOche la terra cristiana tutta aduggia,Psì che buon frutto rado se ne schianta.O

E lo spirito: «Te lo dirò, non perché mi aspetti conforto dal mondo dei vivi, ma perché tanta grazia risplende in te prima ancora della morte. Io fui la radice di quella pianta malvagia che getta la sua ombra su tutta la cristianità, tanto che raramente se ne raccoglie un frutto buono.
Ed egli: «Te lo dirò, non per un aiuto che io mi aspetti di là, ma perché in te risplende una grazia così grande prima che tu sia morto. Io fui la radice della cattiva pianta (i Capetingi) che getta ombra su tutta la terra cristiana, così che raramente se ne coglie un frutto buono.
46

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e BruggiaPpotesser, tosto ne saria vendetta;Qe io la cheggio a lui che tutto giuggia.P

49

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;Qdi me son nati i Filippi e i LuigiRper cui novellamente è Francia retta.Q

Ma se Douai, Lille, Gand e Bruges ne avessero la forza, presto ne farebbero vendetta: e io la invoco da Colui che tutto giudica. Sulla terra fui chiamato Ugo Capeto; da me sono discesi i Filippi e i Luigi che da poco tempo governano la Francia.
Ma se Douai, Lilla, Gand e Bruges potessero, presto ci sarebbe vendetta; e io la chiedo a colui che giudica tutto. Di là fui chiamato Ugo Capeto; da me sono nati i Filippi e i Luigi da cui la Francia è governata in tempi recenti.
52

Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:Rquando li regi antichi venner menoStutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,R

55

trova'mi stretto ne le mani il frenoSdel governo del regno, e tanta possaTdi nuovo acquisto, e sì d'amici pieno,S

58

ch'a la corona vedova promossaTla testa di mio figlio fu, dal qualeUcominciar di costor le sacrate ossa.T

Fui figlio di un macellaio di Parigi. Quando la stirpe degli antichi re si spense, tranne uno che si era fatto monaco, mi ritrovai ben salde in mano le redini del regno, con tanta potenza appena acquistata e tanti amici, che la corona rimasta senza re fu posta sul capo di mio figlio: da lui ebbe inizio la serie dei re consacrati.
Io fui figlio di un macellaio di Parigi: quando i re antichi si estinsero tutti, tranne uno che si era fatto monaco vestito di grigio, mi trovai stretto nelle mani il freno del governo del regno, e tanta potenza di nuove conquiste, e così ricco di amici, che alla corona vedova fu elevata la testa di mio figlio, dal quale cominciarono le ossa consacrate di costoro (i re di Francia).
61

Mentre che la gran dota provenzaleUal sangue mio non tolse la vergogna,Vpoco valea, ma pur non facea male.U

64

Lì cominciò con forza e con menzognaVla sua rapina; e poscia, per ammenda,WPontì e Normandia prese e Guascogna.V

67

Carlo venne in Italia e, per ammenda,Wvittima fé di Curradino; e poiXripinse al ciel Tommaso, per ammenda.W

Finché la ricca dote della Provenza non tolse alla mia stirpe ogni ritegno, essa contava poco, ma almeno non faceva del male. Da allora cominciò a rapinare con la forza e con l'inganno, e poi, per riparare, si prese il Ponthieu, la Normandia e la Guascogna. Carlo d'Angiò scese in Italia e, per riparare, fece di Corradino una vittima; e poi, sempre per riparare, rimandò in cielo Tommaso d'Aquino.
Finché la grande dote della Provenza non tolse alla mia stirpe la vergogna (delle umili origini), valeva poco, ma almeno non faceva del male. Lì cominciò, con la violenza e con l'inganno, la sua rapina; e poi, per riparare, prese il Ponthieu, la Normandia e la Guascogna. Carlo (d'Angiò) venne in Italia e, per riparare, fece di Corradino una vittima; e poi rimandò in cielo Tommaso (d'Aquino), per riparare.
70

Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,Xche tragge un altro Carlo fuor di Francia,Yper far conoscer meglio e sé e ' suoi.X

73

Sanz'arme n'esce e solo con la lanciaYcon la qual giostrò Giuda, e quella pontaZsì ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.Y

76

Quindi non terra, ma peccato e ontaZguadagnerà, per sé tanto più grave,AAquanto più lieve simil danno conta.Z

Vedo venire un tempo, non lontano da oggi, che porterà fuori di Francia un altro Carlo, perché si conoscano meglio lui e i suoi. Ne esce senza esercito, armato soltanto della lancia del tradimento con cui combatté Giuda, e la vibra così forte da squarciare il ventre di Firenze. Ne ricaverà non terre, ma peccato e vergogna, tanto più gravi per lui quanto meno conto egli fa di simili colpe.
Io vedo un tempo, non molto lontano da oggi, che porta fuori dalla Francia un altro Carlo (di Valois), per far conoscere meglio sé stesso e i suoi. Ne esce senza armi e soltanto con la lancia con cui combatté Giuda (il tradimento), e la punta in modo tale da far scoppiare la pancia a Firenze. Da ciò guadagnerà non terre, ma peccato e vergogna, tanto più gravi per lui quanto più considera leggero un simile danno.
79

L'altro, che già uscì preso di nave,AAveggio vender sua figlia e patteggiarneABcome fanno i corsar de l'altre schiave.AA

82

O avarizia, che puoi tu più farne,ABposcia c'ha' il mio sangue a te sì tratto,ACche non si cura de la propria carne?AB

L'altro Carlo, che un tempo fu catturato sulla sua nave, lo vedo vendere la propria figlia e mercanteggiarne il prezzo, come fanno i pirati con le schiave. O avarizia, che cosa puoi farci di peggio, dopo aver tanto asservito il mio sangue che non ha più cura neppure dei propri figli?
L'altro (Carlo II d'Angiò), che già uscì prigioniero da una nave, lo vedo vendere sua figlia e mercanteggiare su di lei come fanno i pirati con le altre schiave. O avarizia, che cosa puoi farci di più, dopo che hai attirato a te la mia stirpe a tal punto che non si cura della propria carne?
85

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,ACveggio in Alagna intrar lo fiordaliso,ADe nel vicario suo Cristo esser catto.AC

88

Veggiolo un'altra volta esser deriso;ADveggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,AEe tra vivi ladroni esser anciso.AD

91

Veggio il novo Pilato sì crudele,AEche ciò nol sazia, ma sanza decretoAFportar nel Tempio le cupide vele.AE

E perché il male futuro e quello passato sembrino minori, vedo il giglio di Francia entrare in Anagni e Cristo fatto prigioniero nella persona del suo vicario. Lo vedo schernito un'altra volta, vedo rinnovarsi l'aceto e il fiele, e lo vedo ucciso tra ladroni che restano vivi. Vedo il nuovo Pilato così crudele che neppure questo gli basta, e senza alcuna sentenza spinge le vele della sua avidità contro il Tempio.
Perché il male futuro e quello passato sembrino minori, vedo il giglio (di Francia) entrare ad Anagni, e Cristo essere catturato nel suo vicario. Lo vedo un'altra volta essere deriso; vedo rinnovarsi l'aceto e il fiele, ed essere ucciso tra ladroni vivi. Vedo il nuovo Pilato (Filippo il Bello) così crudele che questo non lo sazia, ma senza un decreto porta nel Tempio le sue vele avide.
94

O Segnor mio, quando sarò io lietoAFa veder la vendetta che, nascosa,AGfa dolce l'ira tua nel tuo secreto?AF

O mio Signore, quando avrò la gioia di vedere la vendetta che, nascosta nel tuo segreto, rende dolce la tua ira?
O mio Signore, quando sarò felice di vedere la vendetta che, nascosta, rende dolce la tua ira nel tuo segreto?
97

Ciò ch'io dicea di quell'unica sposaAGde lo Spirito Santo e che ti feceAHverso me volger per alcuna chiosa,AG

100

tanto è risposto a tutte nostre preceAHquanto 'l dì dura; ma com'el s'annotta,AIcontrario suon prendemo in quella vece.AH

Ciò che dicevo della sposa unica dello Spirito Santo, e che ti ha spinto a rivolgerti a me per avere qualche spiegazione, è il ritornello di tutte le nostre preghiere finché dura il giorno; ma quando scende la notte, al suo posto gridiamo gli esempi contrari.
Ciò che dicevo di quell'unica sposa dello Spirito Santo (Maria), e che ti fece rivolgere verso di me per avere qualche spiegazione, è la risposta a tutte le nostre preghiere finché dura il giorno; ma quando si fa notte, al suo posto riprendiamo esempi di senso contrario.
103

Noi repetiam Pigmalion allotta,AIcui traditore e ladro e paricidaAJfece la voglia sua de l'oro ghiotta;AI

106

e la miseria de l'avaro Mida,AJche seguì a la sua dimanda gorda,AKper la qual sempre convien che si rida.AJ

109

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,AKcome furò le spoglie, sì che l'iraALdi Iosuè qui par ch'ancor lo morda.AK

112

Indi accusiam col marito Saffira;ALlodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;AMe in infamia tutto 'l monte giraAL

115

Polinestòr ch'ancise Polidoro;AMultimamente ci si grida: "Crasso,ANdilci, che 'l sai: di che sapore è l'oro?".AM

Allora ricordiamo Pigmalione, che la brama d'oro rese traditore, ladro e parricida; e la miseria dell'avaro Mida, seguita alla sua avida richiesta, che fa sempre ridere; poi ciascuno ricorda il folle Acàn, che rubò il bottino, così che l'ira di Giosuè sembra colpirlo ancora qui. Accusiamo Saffira insieme al marito, lodiamo i calci che ricevette Eliodoro, e per tutto il monte risuona con infamia il nome di Polinestore, che uccise Polidoro; infine gridiamo: "Crasso, dicci tu che lo sai: che sapore ha l'oro?".
Allora noi ricordiamo Pigmalione, che la sua avidità d'oro rese traditore, ladro e parricida; e la miseria dell'avaro Mida, che seguì alla sua richiesta ingorda, per la quale è giusto che si rida sempre. Ciascuno poi si ricorda del folle Acan, di come rubò il bottino, così che sembra che l'ira di Giosuè lo morda ancora qui. Poi accusiamo Saffira insieme al marito; lodiamo i calci che ricevette Eliodoro; e per tutto il monte gira coperto d'infamia Polinestore, che uccise Polidoro; infine qui si grida: “Crasso, dicci, tu che lo sai: che sapore ha l'oro?”.
118

Talor parla l'uno alto e l'altro basso,ANsecondo l'affezion ch'ad ir ci spronaAOora a maggiore e ora a minor passo:AN

121

però al ben che 'l dì ci si ragiona,AOdianzi non era io sol; ma qui da pressoAPnon alzava la voce altra persona».AO

A volte uno parla a voce alta e un altro a voce bassa, secondo l'ardore che ci spinge ora più, ora meno; perciò, negli esempi di virtù che qui si ripetono di giorno, poco fa non ero io il solo: ma qui vicino nessun'altra anima alzava la voce».
A volte uno parla a voce alta e l'altro a voce bassa, secondo l'intensità del sentimento che ci sprona a parlare ora con passo più forte ora con passo più debole: perciò, nel ricordare il bene di cui qui si parla di giorno, poco fa non ero solo; ma qui vicino nessun'altra persona alzava la voce».
124

Noi eravam partiti già da esso,APe brigavam di soverchiar la stradaAQtanto quanto al poder n'era permesso,AP

127

quand'io senti', come cosa che cada,AQtremar lo monte; onde mi prese un geloARqual prender suol colui ch'a morte vada.AQ

130

Certo non si scoteo sì forte Delo,ARpria che Latona in lei facesse 'l nidoASa parturir li due occhi del cielo.AR

Ci eravamo già allontanati da lui e ci sforzavamo di avanzare quanto ci era consentito, quando sentii il monte tremare come qualcosa che crolli: e mi prese un gelo simile a quello che coglie chi va incontro alla morte. Certo non tremò così forte l'isola di Delo prima che Latona vi facesse il nido per partorire i due occhi del cielo, il sole e la luna.
Noi ci eravamo già allontanati da lui, e ci sforzavamo di percorrere la strada tanto quanto ci era permesso dalle nostre forze, quando io sentii il monte tremare, come una cosa che crolla; per cui mi prese un gelo come suole prendere chi va a morire. Certo Delo non si scosse così forte, prima che Latona vi facesse il nido per partorire i due occhi del cielo (Apollo e Diana, il sole e la luna).
133

Poi cominciò da tutte parti un gridoAStal, che 'l maestro inverso me si feo,ATdicendo: «Non dubbiar, mentr'io ti guido».AS

136

'Gloria in excelsis' tutti 'Deo'ATdicean, per quel ch'io da' vicin compresi,AUonde intender lo grido si poteo.AT

139

No' istavamo immobili e sospesiAUcome i pastor che prima udir quel canto,AVfin che 'l tremar cessò ed el compiési.AU

Poi da ogni parte si levò un grido così forte che il maestro si fece vicino a me dicendo: «Non temere, finché ti guido io». «Gloria a Dio nell'alto dei cieli», dicevano tutti, per quanto capii dalle anime vicine, di cui si potevano distinguere le parole. Rimanemmo immobili e sospesi, come i pastori che per primi udirono quel canto, finché il tremore cessò e il canto ebbe fine.
Poi da ogni parte cominciò un grido tale che il maestro si avvicinò a me, dicendo: «Non temere, finché ti guido io». Tutti dicevano 'Gloria a Dio nell'alto dei cieli', per quanto compresi da quelli vicini, da cui si poteva capire il grido. Noi stavamo immobili e incerti come i pastori che per primi udirono quel canto, finché il tremare cessò ed esso (il canto) finì.
142

Poi ripigliammo nostro cammin santo,AVguardando l'ombre che giacean per terra,AWtornate già in su l'usato pianto.AV

Poi riprendemmo il nostro santo cammino, guardando le ombre distese a terra, già tornate al pianto consueto.
Poi riprendemmo il nostro santo cammino, guardando le ombre che giacevano a terra, già tornate al pianto consueto.
145

Nulla ignoranza mai con tanta guerraAWmi fé desideroso di sapere,AXse la memoria mia in ciò non erra,AW

148

quanta pareami allor, pensando, avere;AXné per la fretta dimandare er'oso,AYné per me lì potea cosa vedere:AX

151

così m'andava timido e pensoso.AY

Se la memoria non mi inganna, mai l'ignoranza mi diede un desiderio di sapere così tormentoso come quello che mi sembrava di provare allora, riflettendo; per la fretta non osavo chiedere, e da solo non riuscivo a vedere nulla: così procedevo timido e pensoso.
Nessuna ignoranza mi rese mai desideroso di sapere con un tormento così grande, se la mia memoria in questo non sbaglia, quanto mi sembrava allora di averne, pensando; e per la fretta non osavo domandare, né da solo potevo capire nulla lì: così me ne andavo timido e pensieroso.

Riassunto del canto XX

Poiché l'anima di Adriano V lo ha esortato a proseguire il cammino, Dante procede accanto alla sua guida, badando a non calpestare le anime degli avari e dei prodighi distese bocconi a terra. Dopo aver apostrofato duramente il peccato di avarizia, fonte di tanto male, il Poeta ode una voce che ricorda piangendo tre esempi, due di povertà e uno di liberalità: quello della Vergine, quello del console romano Fabrizio, quello del vescovo di Bari, San Nicola. L'anima che ha parlato è quella di Ugo Capeto, iniziatore della dinastia francese dei re capetingi, il quale apre una durissima requisitoria contro i suoi discendenti colpevoli della corruzione dilagante nel mondo: Carlo I d'Angiò, che provocò la morte di Corradino di Svevia e di San Tommaso d'Aquino, Carlo di Valois, che concorse ad aumentare la lotta e i disordini interni di Firenze, Carlo II d'Angiò, che diede in sposa la giovanissima figlia Beatrice ad Azzo VIII d'Este in cambio di una somma di denaro, Filippo il Bello, che f u responsabile del triste episodio dì Anagni ai danni di Bonifacio VIII, oltre che della persecuzione contro l'ordine cavalleresco dei Templari, sono gli esempi più famosi, e più vicini nel tempo, della politica francese guidata solo dalla violenza e dalla cupidigia. Infine Ugo Capeto rivela che i penitenti del quinto girone durante il giorno recitano esempi di povertà e di liberalità, mentre durante la notte rievocano esempi di avarizia punita. Allorché Dante e Virgilio si sono allontanati da Ugo Capeto, un terremoto scuote all'improvviso il monte del purgatorio, mentre tutte le anime intonano il canto del « Gloria in excelsis Deo».

In breve

Dove e chi
  1. V cornice: Avari e prodighi. Distesi a terra con la faccia in giù.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

In virtù di quali caratteri l'oratoria di Ugo Capeto, una delle più acri e roventi pagine polemiche della Commedia, diventa poesia ed entro quali limiti questa conversione dell'immediatezza passionale e politica in decantazione estetica ha luogo? Ugo Capeto ha un timbro di voce monocorde, modulato su di un'unica nota l'astio cupo, l'ira, il desiderio di veder scendere la vendetta di Dio sull'umanità sviata, sulla propria stirpe che questa corruzione del genere umano ha in gran parte determinato. All'ombra cupa di questo Capetingio riesce piuttosto indifferente il lato teologico del problema (il terribile «perché» del tralignamento della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia), indagato non nelle sue componenti più riposte e profonde, (le componenti etico-metafisiche), ma ricondotto ad una interpretazione generica, moraleggiante, risolta entro la zona suggestiva di un simbolo (ricorre qui, come altrove nel poema, l'immagine dell'antica lupa, che solo le qualità spirituali di un Veltro - questi non ciberà terra né peltro - potranno ricacciare nella sua tana infernale), nonché ad una più circoscritta serie di motivazioni di ordine storico (mentre che la gran dota provenzale... e poscia, per ammenda, Ponti e Normandia prese e Guascogna). Manca in lui qualsiasi complessità, che denoti la presenza nel suo animo di un ansioso interrogare circa la colpa - il tema del peccato originale - e il nesso indissolubile che, attraverso il sacrificio del Cristo, unisce colpa e redenzione. Nessuna tonalità evangelica, nessuna eco dello spirito di carità predicato dal Figlio di Dio, vibra nelle parole aspre - intrise in ogni loro sillaba, in ogni più riposta fibra del loro ambito significante, di odio e rancore, proiettanti sulla famiglia (la « sua » famiglia) che fa ombra (aduggia) sulla famiglia cristiana, l'ombra di un inesorabile, prossimo giudizio divino (o Segnor mio, quando sarò io lieto...) - di questo re « cristianissimo » e progenitore di una stirpe che avrebbe dovuto proporsi come, esempio, in virtù della sacra unzione di Reims (cominciar di costor le sacrate ossa), all'umanità intera. È stato osservato che, dato il tono monocorde del suo profetizzare, del suo delineare una biografia e una genealogia proiettate, da un passato di mediocrità (figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi... poco valea, ma pur non facea male) e di arbitri ancora contenuti nei limiti dell'umano, in un futuro straripante di sciagure (tempo vegg'io...), Ugo Capeto non sarebbe un vero e proprio personaggio, non vivrebbe di una vita autonoma sul piano poetico, non si staglierebbe con una individualità decisa sulla massa corale ed anonima dei suoi compagni di espiazione. Questo fatto tuttavia non intacca minimamente il problema dell'autenticità o meno del suo dire, della validità poetica della sua fosca oratoria. Questa si risolve in poesia per diversi motivi 1) È presente, nell'episodio di Ugo Capeto, il senso di una tragedia di proporzioni bibliche o eschilee, per cui le colpe dei padri si ripercuotono, mostruosamente ingigantite, sui figli e sulla serie intera delle generazioni che da essi discendono. Un critico (il Bonora) é giunto a sostenere la tesi secondo cui nel profetare di Ugo Capeto mancherebbe il senso del tragico proprio in virtù del fatto che i protagonisti del suo tenebroso racconto agiscono quasi come automi, le loro azioni non essendo determinate da una scelta drammatica, operatasi nel chiuso delle loro coscienze, in presenza degli imperativi della legge morale. Questo critico ha ragione nel sottolineare come nelle parole di Ugo Capeto nessun accenno possa farci inferire la presenza di una libertà di scelta nell'uomo e come la storia della sua progenitura si identifichi nella storia di esseri che compiono il male, votandosi in tal modo al male eterno, senza che in questo ruinare verso delitti sempre più gravi appaia un barlume di partecipazione cosciente agli atti da loro stessi compiuti. Ma proprio qui é la tragedia della stirpe capetingia, così come emerge dalle parole del suo capostipite: egli ha dato vita ad una progenie che ormai più nulla ha di umano, ma che, al contrario, la sfrenatezza degli appetiti, la brutalità della loro messa in opera rende in nulla dissimile dalle bestie. 2) Un ritmo ossessivo, martellante, implacabile traduce in poesia questa successione - quasi crescita vegetale (la famiglia é uguagliata ad una pianta, con evidente richiamo al racconto biblico del peccato d'origine) - di atti delittuosi. La musica di queste terzine é al tempo stesso monotona e travolgente, imprimendosi in essa la forza di quel fato che Ugo Capeto depreca, celebra, esalta, nella giusta punizione che ne costituirà il termine e quasi il glorioso fastigio. 3) Ugo Capeto non perde mai, nel suo eloquio, la sacra dignità di un profeta; questo re bastardo é qui, nel luogo dell'espiazione, un privilegiato, un eletto: vede nello sguardo divino, penetra nel buio del futuro. Di qui il tessuto lessicale - estremamente discordante, se considerato nelle singole componenti, ma accordato in maestosa sinfonia se veduto negli effetti di insieme, nel contrappunto della sua implacata tematica - del suo dire. Accanto al particolare realistico e brutale si colloca, senza alcuno spazio intermesso, il termine aulico, nobilitante, il riferimento alla sacralità dei Vangeli. L'accostamento di termini astratti, indicanti la sacra dignità di una funzione (ad esempio il fiordaliso), a termini di un'estrema concretezza (figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi... ponta... fa scoppiar la pancia...) entro una trama sintattica rigorosamente scandita nel succedersi delle terzine, concorre a fare di questa pagina della Commedia uno degli esempi più indicativi dell'animus con cui Dante considerò - nel quadro sconvolgente di una visione che invoca sangue e grida vendetta sulle ingiustizie umane - gli eventi della storia a lui contemporanea.

Personaggi del canto XX

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Penitente

Ugo Capeto

Purgatorio · V cornice, avari

Capostipite dei re di Francia: denuncia l'avidità della sua dinastia.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Storia
Purgatorio · Canto XX Liceo

Ugo Capeto e la «mala pianta»

vv. 43-48Io fui radice de la mala piantache la terra cristiana tutta aduggia,sì che buon frutto rado se ne schianta.Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggiapotesser, tosto ne saria vendetta;e io la cheggio a lui che tutto giuggia.Leggi nel testo

Tra gli avari, distesi a terra con la faccia rivolta al suolo, Dante incontra Ugo Capeto, il capostipite della dinastia che regnava in Francia. Ugo si presenta come «radice de la mala pianta», cioè della pianta cattiva che getta la sua ombra su tutta la cristianità.

Il suo racconto è una lunga accusa contro i suoi discendenti, spinti dall'avidità. Elenca le loro conquiste e i loro crimini, sempre con l'ironica formula «per ammenda»: fecero uccidere Corradino di Svevia, presero la Provenza, il Ponthieu, la Normandia. Poi profetizza le azioni di Carlo di Valois a Firenze e soprattutto l'oltraggio di Anagni, quando gli uomini di Filippo il Bello umiliarono papa Bonifacio VIII.

Dante odiava Bonifacio, eppure considera quell'oltraggio un sacrilegio: offendere il papa significa offendere Cristo. Il canto si chiude con un terremoto e un canto di gloria: un'anima ha finito la sua purificazione.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Maledetta sie tu, antica lupa

Ne parla la scheda «Da dove vengono le tre fiere» (Inf. I).

Ugo Capeto e Filippo il Bello

Ne parla la scheda «Le trasformazioni del carro» (Purg. XXXII).