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Indice dei canti
Dante, chino sull'orlo di una riva fiorita, accosta il viso a un fiume di luce dorata; angeli dalle ali rosse entrano ed escono dalla corrente, volti affiorano dai fiori. Beatrice è in piedi.
Nell'Empireo Dante si china sul fiume di luce: le faville sono angeli, i fiori sono i beati.
Paradiso · Empireo

Paradiso, Canto XXX

«Forse semilia miglia di lontano…»

Scomparsi alla vista dei due pellegrini celesti il punto luminoso e i nove cerchi angelici ruotanti intorno ad esso, il Poeta si volge di nuovo a guardare Beatrice: la bellezza della sua donna è tale che egli si sente incapace di descriverla.

Luogo
Empireo
Anime
La rosa dei beati
Personaggi
Beatrice
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXX

Parafrasi
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1

Forse semilia miglia di lontanoAci ferve l'ora sesta, e questo mondoBchina già l'ombra quasi al letto piano,A

4

quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,Bcomincia a farsi tal, ch'alcuna stellaCperde il parere infino a questo fondo;B

Il mezzogiorno (l’ora sesta) arde lontano dal punto dove siamo forse a distanza di seimila miglia, e la terra (questo mondo) inclina già il suo cono d’ombra fino quasi a portarlo sul piano dell’orizzonte, quando lo spazio celeste, per noi più lontano, incomincia a rischiararsi, tanto che alcune stelle non sono più visibili fin quaggiù sulla terra;
Forse a seimila miglia da noi arde l'ora sesta (il mezzogiorno), e questo mondo inclina già la sua ombra quasi in posizione orizzontale, quando il centro del cielo, alto sopra di noi, comincia a diventare tale che qualche stella non si vede più fino a questa profondità (la terra);
7

e come vien la chiarissima ancellaCdel sol più oltre, così 'l ciel si chiudeDdi vista in vista infino a la più bella.C

e non appena avanza l’aurora, la luminosa ancella del sole, ecco che il cielo (rischiarandosi) spegne tutte le sue luci, una stella dopo l’ altra, finché scompare anche la più fulgente.
e man mano che avanza la luminosissima ancella del sole (l'aurora), così il cielo si chiude di stella in stella fino alla più bella.
10

Non altrimenti il triunfo che ludeDsempre dintorno al punto che mi vinse,Eparendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,D

13

a poco a poco al mio veder si stinse:Eper che tornar con li occhi a BeatriceFnulla vedere e amor mi costrinse.E

Allo stesso modo il coro trionfale dei nove cerchi angelici il quale tripudia sempre intorno al punto centrale che mi aveva abbagliato, e che sembrava contenuto dai cerchi angelici mentre in realtà li contiene nella sua onnipotenza divina, a poco a poco impallidì scomparendo alla mia vista; per cui il non veder più nulla e l’amore per Beatrice m’indussero a volgere gli occhi verso di lei.
Non diversamente il trionfo (degli angeli) che danza sempre intorno al punto che mi aveva abbagliato, sembrando racchiuso da ciò che invece racchiude, a poco a poco si spense alla mia vista: per cui il non vedere nulla e l'amore mi spinsero a tornare con gli occhi a Beatrice.
16

Se quanto infino a qui di lei si diceFfosse conchiuso tutto in una loda,Gpoca sarebbe a fornir questa vice.F

Se tutto quanto è stato detto finora da me della bellezza di Beatrice, potesse venire racchiuso tutto in una sola lode, questa sarebbe sempre inadeguata ad assolvere tale compito (quello, cioè, di parlar degnamente di lei).
Se tutto quello che finora si è detto di lei fosse racchiuso in una sola lode, sarebbe poco per adempiere questo compito.
19

La bellezza ch'io vidi si trasmodaGnon pur di là da noi, ma certo io credoHche solo il suo fattor tutta la goda.G

La bellezza che io vidi (in Beatrice) non solo va al di là delle nostre capacità umane, ma sono certo che soltanto Dio, il suo creatore, possa goderla appieno.
La bellezza che io vidi va oltre misura non solo al di là di noi, ma certo io credo che solo il suo creatore la goda tutta.
22

Da questo passo vinto mi concedoHpiù che già mai da punto di suo temaIsoprato fosse comico o tragedo:H

25

ché, come sole in viso che più trema,Icosì lo rimembrar del dolce risoJla mente mia da me medesmo scema.I

Da questo punto mi dichiaro vinto più di quanto non sia mai stato sopraffatto da un punto qualsiasi del suo tema uno scrittore di stile comico o di stile tragico, perché, come fa la luce del sole riflessa in un occhio debole (il quale resta abbagliato), così il solo ricordo del dolce sorriso di Beatrice mi priva di tutte le facoltà della mia mente (abbagliata da tanto splendore).
Da questo passo mi dichiaro vinto più di quanto mai un poeta comico o tragico sia stato superato da un punto del suo tema: perché, come il sole fa nell'occhio più debole, così il ricordo del dolce sorriso priva la mia mente di se stessa.
28

Dal primo giorno ch'i' vidi il suo visoJin questa vita, infino a questa vista,Knon m'è il seguire al mio cantar preciso;J

Dal primo giorno che vidi i suoi occhi sulla terra, fino a questa visione, non mi è mai stato impedito di proseguire il mio canto;
Dal primo giorno in cui vidi il suo volto in questa vita fino a questa visione, il seguirla con il mio canto non mi è stato interrotto;
31

ma or convien che mio seguir desistaKpiù dietro a sua bellezza, poetando,Lcome a l'ultimo suo ciascuno artista.K

ma ora devo rinunciare a seguire, con la mia poesia, l’immagine della sua bellezza, come deve desistere ogni artista giunto al limite estremo delle sue capacità espressive.
ma ora bisogna che io smetta di seguire ancora, poetando, la sua bellezza, come ogni artista quando è giunto al suo limite.
34

Cotal qual io lascio a maggior bandoLche quel de la mia tuba, che deduceMl'ardua sua matera terminando,L

37

con atto e voce di spedito duceMricominciò: «Noi siamo usciti foreNdel maggior corpo al ciel ch'è pura luce:M

Cosi risplendente di sovrumana bellezza quale io la lascio da celebrare ad una voce poetica più potente della mia, la quale svolge verso il suo termine il difficile argomento, Beatrice con atteggiamento e voce di guida che ormai ha finito il suo compito ricominciò: "Noi siamo usciti fuori dal Primo Mobile, il più grande dei corpi celesti per entrare nell’Empireo, il cielo che è pura luce;
Tale quale io la lascio a un annuncio più grande di quello della mia tromba, che sta portando a termine la sua ardua materia, con il gesto e la voce di una guida sollecita ricominciò: «Noi siamo usciti dal corpo più grande (il Primo Mobile) al cielo che è pura luce (l'Empireo):
40

luce intellettual, piena d'amore;Namor di vero ben, pien di letizia;Oletizia che trascende ogne dolzore.N

luce della mente divina, traboccante d’amore; amore del vero bene, pieno di beatitudine; beatitudine che supera ogni altro godimento.
luce intellettuale, piena d'amore; amore del vero bene, pieno di gioia; gioia che supera ogni dolcezza.
43

Qui vederai l'una e l'altra miliziaOdi paradiso, e l'una in quelli aspettiPche tu vedrai a l'ultima giustizia».O

Qui vedrai la schiera degli angeli e la schiera dei santi del paradiso, e vedrai quella dei beati con le stesse sembianze che essi avranno il giorno del giudizio finale (all’ ultima giustizia, quando ogni anima riprenderà il suo corpo)".
Qui vedrai l'una e l'altra milizia del paradiso (angeli e beati), e l'una (i beati) con quell'aspetto che vedrai al giudizio universale».
46

Come sùbito lampo che discettiPli spiriti visivi, sì che privaQda l'atto l'occhio di più forti obietti,P

49

così mi circunfulse luce viva,Qe lasciommi fasciato di tal veloRdel suo fulgor, che nulla m'appariva.Q

Come un lampo improvviso che disperda le facoltà visive, così che l’occhio non può più distinguere oggetti diventati troppo luminosi, così tutt’intorno mi rifulse la viva luce (dell’ Empireo); e mi lasciò avvolto dal velo così intenso del suo fulgore, che non vedevo più nulla.
Come un lampo improvviso che disperde gli spiriti visivi, così da privare l'occhio della capacità di vedere anche gli oggetti più forti, così mi avvolse una luce viva, e mi lasciò fasciato da un tale velo del suo splendore che non vedevo nulla.
52

«Sempre l'amor che queta questo cieloRaccoglie in sé con sì fatta salute,Sper far disposto a sua fiamma il candelo».R

"L’amore divino che rende immobile questo cielo, accoglie sempre con questo saluto chi vi entra, per preparare la candela a ricevere la sua fiamma".
«Sempre l'amore che rende quieto questo cielo accoglie in sé con un simile saluto, per rendere la candela pronta alla sua fiamma».
55

Non fur più tosto dentro a me venuteSqueste parole brievi, ch'io compresiTme sormontar di sopr'a mia virtute;S

Non erano ancora penetrate nella mia mente queste poche parole, che io m’accorsi di essermi elevato al di sopra della mia normale facoltà visiva;
Non appena queste brevi parole furono entrate in me, mi accorsi di salire al di sopra delle mie capacità;
58

e di novella vista mi raccesiTtale, che nulla luce è tanto mera,Uche li occhi miei non si fosser difesi;T

e mi illuminai di nuova potenza visiva, tale che non esiste luce tanto viva, che gli occhi miei non sarebbero stati in grado di sopportare.
e mi riaccesi di una nuova vista, tale che non c'è luce così pura che i miei occhi non avrebbero sostenuto;
61

e vidi lume in forma di riveraUfulvido di fulgore, intra due riveVdipinte di mirabil primavera.U

E vidi una luce in forma di fiume fluente di fulgore, tra due sponde coperte di meravigliosi fiori, come a primavera.
e vidi una luce in forma di fiume, splendente di fulgore, tra due rive dipinte di una meravigliosa primavera.
64

Di tal fiumana uscian faville vive,Ve d'ogne parte si mettìen ne' fiori,Wquasi rubin che oro circunscrive;V

Da questo fiume uscivano faville splendenti e andavano a posarsi sui fiori dell’una e dell’altra riva, simili a rubini incastonati in oro.
Da quel fiume uscivano faville vive, e da ogni parte si posavano sui fiori, come rubini incastonati nell'oro;
67

poi, come inebriate da li odori,Wriprofondavan sé nel miro gurge;Xe s'una intrava, un'altra n'uscia fori.W

Poi, come inebriate dal profumo dei fiori, le faville tornavano a inabissarsi nel mirabile gorgo di luce; e mentre una entrava, un’altra ne usciva.
poi, come inebriate dai profumi, si rituffavano nel meraviglioso gorgo; e se una entrava, un'altra ne usciva.
70

«L'alto disio che mo t'infiamma e urge,Xd'aver notizia di ciò che tu vei,Ytanto mi piace più quanto più turge;X

"L’intenso desiderio che ora ti accende e ti stimola ad aver cognizione chiara di quello che tu vedi, piace tanto di più quanto più si accresce;
«L'alto desiderio che ora ti infiamma e ti spinge ad avere conoscenza di ciò che vedi, mi piace tanto più quanto più è grande;
73

ma di quest'acqua convien che tu beiYprima che tanta sete in te si sazi»:Zcosì mi disse il sol de li occhi miei.Y

ma bisogna che tu beva dell’acqua di questo fiume prima che in te sia placata una sete di sapere tanto grande": così mi disse Beatrice, il sole dei miei occhi. Soggiunse ancora.
ma bisogna che tu beva di quest'acqua prima che una sete così grande si sazi in te»: così mi disse il sole dei miei occhi.
76

Anche soggiunse: «Il fiume e li topaziZch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbeAAson di lor vero umbriferi prefazi.Z

"Il fiume di luce e le faville simili a topazi che vi s’immergono e ne escono e il risplendere dei fiori sono anticipazioni velate della verità in essi racchiusa.
Aggiunse anche: «Il fiume e i topazi che entrano ed escono e il sorriso delle erbe sono anticipazioni velate della loro realtà.
79

Non che da sé sian queste cose acerbe;AAma è difetto da la parte tua,ABche non hai viste ancor tanto superbe».AA

Non già che essi siano per loro natura difettosi; ma l’insufficienza è in te che non hai ancora occhi tanto potenti da vederli quali sono".
Non che queste cose siano imperfette in sé; ma il difetto è da parte tua, che non hai ancora una vista così elevata».
82

Non è fantin che sì sùbito ruaABcol volto verso il latte, se si svegliACmolto tardato da l'usanza sua,AB

85

come fec'io, per far migliori spegliACancor de li occhi, chinandomi a l'ondaADche si deriva perché vi s'immegli;AC

88

e sì come di lei bevve la grondaADde le palpebre mie, così mi parveAEdi sua lunghezza divenuta tonda.AD

Non vi è bambino che cosi precipitosamente si volga col viso per prendere il latte, se si sveglia molto più tardi dell’ora consueta, come io mi volsi al fiume, affinché i miei occhi diventassero migliori specchi (di quelle realtà), piegandomi verso l’acqua che scorre fra le due rive perché, guardando in essa, si possa diventare perfetti; e non appena i miei occhi cominciarono a dissetarsi in quell’onda, essa mi apparve trasformata in un cerchio mentre prima si estendeva in lunghezza.
Non c'è bambino che si getti così in fretta con il viso verso il latte, se si sveglia molto più tardi del solito, come feci io, per rendere i miei occhi specchi ancora migliori, chinandomi verso l'onda che scorre perché vi si diventi migliori; e appena l'orlo delle mie palpebre ne ebbe bevuto, così mi sembrò che da lunga fosse diventata rotonda.
91

Poi, come gente stata sotto larve,AEche pare altro che prima, se si svesteAFla sembianza non sua in che disparve,AE

94

così mi si cambiaro in maggior festeAFli fiori e le faville, sì ch'io vidiAGambo le corti del ciel manifeste.AF

Poi come persone che celate sotto maschere, allorché si tolgono il falso aspetto sotto cui si nascondono, appaiono diverse da prima, allo stesso modo i fiori e le faville (cambiando aspetto) si tramutarono davanti a me in una visione più festosa, così che io potei vedere chiaramente ambedue le corti celesti (quella degli angeli e quella dei beati).
Poi, come gente che è stata sotto le maschere, che sembra diversa da prima se si spoglia dell'aspetto non suo in cui era scomparsa, così i fiori e le faville si trasformarono per me in feste più grandi, così che vidi chiaramente entrambe le corti del cielo.
97

O isplendor di Dio, per cu' io vidiAGl'alto triunfo del regno verace,AHdammi virtù a dir com'io il vidi!AG

O splendore di Dio, per grazia del quale vidi l’eccelso trionfo del regno celeste, dammi la capacità di descriverlo come lo vidi!
O splendore di Dio, grazie al quale vidi l'alto trionfo del regno vero, dammi la forza di dire come lo vidi!
100

Lume è là sù che visibile faceAHlo creatore a quella creaturaAIche solo in lui vedere ha la sua pace.AH

Nell’Empireo vi è il lume di gloria che rende visibile il Creatore alla creatura che trova la sua pace solo nella visione di Lui.
Lassù c'è una luce che rende visibile il creatore a quella creatura che trova la sua pace solo nel vedere lui.
103

E' si distende in circular figura,AIin tanto che la sua circunferenzaAJsarebbe al sol troppo larga cintura.AI

106

Fassi di raggio tutta sua parvenzaAJreflesso al sommo del mobile primo,AKche prende quindi vivere e potenza.AJ

Questo lume si allarga in forma circolare, tanto che la sua circonferenza sarebbe una cintura troppo ampia anche per il sole. Tutta la sua figura visibile è formata da un raggio (emanante dalla luce divina) riflesso dalla superficie convessa del Primo Mobile, il quale da questo raggio riceve la forza vitale che trasmette agli altri cieli.
Essa si estende in forma di cerchio, tanto che la sua circonferenza sarebbe una cintura troppo larga per il sole. Tutto il suo aspetto è fatto di un raggio riflesso sulla sommità del Primo Mobile, che da esso prende vita e potenza.
109

E come clivo in acqua di suo imoAKsi specchia, quasi per vedersi addorno,ALquando è nel verde e ne' fioretti opimo,AK

112

sì, soprastando al lume intorno intorno,ALvidi specchiarsi in più di mille soglieAMquanto di noi là sù fatto ha ritorno.AL

E come un colle si specchia nell’acqua di un lago che è ai suoi piedi, quasi per contemplare la sua bellezza, quando è ricco di verde e di fiori, allo stesso modo, stando sopra al lago di luce, disposte tutt’intorno ad esso, su più di mille gradini vidi specchiarsi tutte le anime beate che dal nostro mondo sono tornate all’empireo.
E come un colle si specchia nell'acqua ai suoi piedi, quasi per vedersi adorno, quando è ricco di verde e di fiori, così, stando sopra la luce tutto intorno, vidi specchiarsi in più di mille gradini tutti quelli di noi che sono tornati lassù.
115

E se l'infimo grado in sé raccoglieAMsì grande lume, quanta è la larghezzaANdi questa rosa ne l'estreme foglie!AM

E se il gradino più basso può contenere in se un lago di luce così ampio, (si immagini) quanto sia estesa la circonferenza dei petali estremi di questa rosa!
E se il gradino più basso raccoglie in sé una luce così grande, quanto è grande l'ampiezza di questa rosa nei petali più esterni!
118

La vista mia ne l'ampio e ne l'altezzaANnon si smarriva, ma tutto prendevaAOil quanto e 'l quale di quella allegrezza.AN

La mia vista non si smarriva nell’immensità e nella profondità di questo spettacolo, ma percepiva quella beatitudine in tutta la sua estensione e intensità.
La mia vista non si smarriva nell'ampiezza e nell'altezza, ma coglieva tutta la quantità e la qualità di quella gioia.
121

Presso e lontano, lì, né pon né leva:AOché dove Dio sanza mezzo governa,APla legge natural nulla rileva.AO

Nell’Empireo, né la vicinanza aggiunge, né la lontananza toglie qualcosa alla possibilità di vedere, perché dove Dio governa direttamente, le leggi della natura non hanno alcun valore.
Lì vicino e lontano non aggiungono né tolgono nulla: perché dove Dio governa direttamente, la legge naturale non ha alcun valore.
124

Nel giallo de la rosa sempiterna,APche si digrada e dilata e redoleAQodor di lode al sol che sempre verna,AP

127

qual è colui che tace e dicer vole,AQmi trasse Beatrice, e disse: «MiraARquanto è 'l convento de le bianche stole!AQ

Nel centro luminoso della rosa eterna, che si allarga e si estende per successivi gradini ed emana profumo di lode a Dio, il sole che crea perenne primavera, Beatrice guidò me, che ero nello stesso stato d’animo di colui che tace per lo stupore ma vorrebbe parlare, e mi disse: "Guarda quanto è grande la comunità dei beati vestiti di bianco (delle bianche stole; I’immagine delle bianche stole deriva dall’Apocalisse VII, 9; cfr. Paradiso XXV, 95)!
Nel giallo della rosa eterna, che si allarga a gradini e si dilata ed emana profumo di lode al sole che vi fa sempre primavera, come colui che tace e vuole parlare, mi trasse Beatrice, e disse: «Guarda quanto è grande l'assemblea delle bianche vesti!
130

Vedi nostra città quant'ella gira;ARvedi li nostri scanni sì ripieni,ASche poca gente più ci si disira.AR

Vedi quanto è ampia la nostra Gerusalemme celeste: vedi come i nostri seggi hanno già tanti posti occupati che ormai qui ci attende solo poca gente.
Vedi quanto è ampio il giro della nostra città; vedi i nostri seggi così pieni che ormai si attendono qui poche persone.
133

E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieniASper la corona che già v'è sù posta,ATprima che tu a queste nozze ceni,AS

136

sederà l'alma, che fia giù agosta,ATde l'alto Arrigo, ch'a drizzare ItaliaAUverrà in prima ch'ella sia disposta.AT

E su quel grande seggio, a cui tieni fissi gli occhi a causa della corona imperiale che già vi è sopra, prima che tu salga a questo banchetto nuziale (cioè: prima della tua morte), verrà a sedersi l’anima, che sulla terra sarà) augusta, del grande Arrigo, che scenderà a ristabilire l’ordine in Italia prima che essa sia preparata a ciò.
E su quel grande seggio a cui tieni gli occhi, per la corona che vi è già posta sopra, prima che tu ceni a queste nozze, siederà l'anima, che laggiù sarà imperatore, dell'alto Arrigo (Enrico VII), che verrà a raddrizzare l'Italia prima che essa sia pronta.
139

La cieca cupidigia che v'ammaliaAUsimili fatti v'ha al fantolinoAVche muor per fame e caccia via la balia.AU

La cieca cupidigia dei beni mondani che vi toglie ogni retto discernimento, vi ha resi simili al bambino che muore di fame eppure respinge la balia.
La cieca cupidigia che vi stordisce vi ha resi simili al bambino che muore di fame e scaccia la balia.
142

E fia prefetto nel foro divinoAVallora tal, che palese e covertoAWnon anderà con lui per un cammino.AV

Allora sarà a capo della Chiesa un pontefice che riguardo ad Arrigo agirà pubblicamente e segretamente, in modo diverso.
E allora sarà capo del foro divino (papa) uno (Clemente V) tale che, apertamente e di nascosto, non andrà con lui per la stessa strada.
145

Ma poco poi sarà da Dio soffertoAWnel santo officio; ch'el sarà detrusoAXlà dove Simon mago è per suo merto,AW

148

e farà quel d'Alagna intrar più giuso».AX

Ma sarà tollerato da Dio nel santo ufficio per poco tempo ancora dopo la morte di Arrigo, perché sarà sprofondato nell’inferno, nella bolgia dove Simon Mago riceve il meritato castigo, e farà scendere più in basso (nella sua buca) Bonifacio VIII, il papa di Anagni".
Ma poi sarà sopportato da Dio per poco tempo nel santo ufficio; perché sarà cacciato giù là dove si trova Simon mago per sua colpa, e farà scendere più in basso quello di Anagni (Bonifacio VIII)».

Riassunto del canto XXX

Scomparsi alla vista dei due pellegrini celesti il punto luminoso e i nove cerchi angelici ruotanti intorno ad esso, il Poeta si volge di nuovo a guardare Beatrice: la bellezza della sua donna è tale che egli si sente incapace di descriverla. Riprendendo a parlare, Beatrice rivela al discepolo che essi non si trovano più nel Primo Mobile, l’ultimo dei cieli fisici, ma sono ascesi all’Empireo. Nella decima sfera ha la sua sede Dio e godono l’eterna beatitudine le due "milizie" del cielo, quella degli angeli e quella dei beati, questi ultimi con lo stesso aspetto che avranno nel giorno del Giudizio Universale, allorché ciascuno riprenderà il proprio corpo. Dopo essere rimasto abbagliato dallo splendore dell’Empireo, il Poeta, riacquistando la vista, si accorge che i suoli occhi sono diventati capaci di sopportare anche la luce più fulgida. Dapprima Dante osserva un fiume di luce che scorre tra due rive fiorite. Dal fiume escono innumerevoli faville che, dopo essersi posate sui fiori, ritornano nel miro gurge dal quale erano uscite. Questa visione - spiega Beatrice - è solo un "umbrifero prefazio" di ciò che è realmente e che Dante, per le sue deboli capacità umane, non può ancora cogliere nella sua integrità. Allorché il suo sguardo ha preso nuovo vigore, il Poeta vede che quel fiume di luce ha assunto una forma circolare e che i fiori non erano altro che i locati e le faville gli angeli. La visione diventa sempre più chiara: l’Empireo ha la forma di un grande anfiteatro, i cui seggi sono occupati dai santi. Su un seggio vuoto Dante scorge una corona: quello - commenta Beatrice - è il posto riservato ad Arrigo VII, l’imperatore che tenterà, inutilmente, di porre termine alle lotte politiche che tormentano l’Italia, e che troverà nel pontefice Clemente V il suo più fiero avversario.

In breve

Dove e chi
  1. Empireo: La rosa dei beati. Il fiume di luce e la visione di Dio.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

La mistica rosa dell’Empireo è il punto di chiusura e di trasfigurazione delle componenti strutturali che hanno fatto nerbo, di canto in canto, attraverso tutto il Paradiso. Se la Sacra Scrittura ha offerto al Poeta lo spunto per l’immagine iniziale del fiume di luce, ben presto al ricordo biblico si sovrappone la consapevolezza e la sapienza dell’artista, che ricorre ad una serie ininterrotta di immagini (due rive dipinte di mirabil primavera... d’ogni parte si mettìen ne’ fan; quasi rubin che oro circumscrive... miro gurge... li topazii... ‘l rider dell’erbe... come clivo in acqua di suo imo si specchia... nel verde e ne’ fioretti opimo... rosa sempiterna, che si dilata ed ingrada e redole), legate a una ben precisa tradizione di stile - quella del dolce stil novo - e a quel senso del prezioso, del raffinato e dell’elegante che Dante ha tante volte mostrato nella Vita Nova e nella stessa Commedia, in particolare nella terza cantica. Tuttavia non è possibile - senza falsarne il significato - astrarre, isolandola, questa raffinatezza di linguaggio e di immagini, perché essa è un elemento della complessa poesia del canto XXX; ma quest’ultima non si esaurisce qui, come non si esaurisce neppure in motivi puramente mistici. Il Varese scrive con molta efficacia: "La visione dell’Empireo e la gioia che l’accompagna, non è, a propriamente parlare, gioia mistica, ma intellettiva, conoscitiva: la gioia, lo slancio e la commozione sentimentale, il movimento, il trepidare dell’arbore, viene forse dopo, non prima. Di questo sentire sono prova la struttura, la composizione artistica e l’ispirazione dei canti trentesimo e trentunesimo. Si direbbe che lo spirito francescano e mistico abbia alimentato momenti e motivi particolari nell’ispirazione dantesca, abbia soprattutto mosso il calore e la libertà di questa ispirazione, ma non regga l’ordine e la composizione, né in senso strutturale, né in senso estetico. La poesia di questo canto gioca sulla continua presenza e consapevolezza dell’autore ch’è insieme personaggio: la visione si accompagna sempre con la storia e con la coscienza dei modi di essa, con la collaborazione attiva e continua dello scrittore. Qui tuttavia lo stesso tramutarsi di visione in visione, questo passaggio dalla fiumana alla rosa, è sentito nella precisione e nella netta intensità, nella fermezza dell’ordine e dell’intelligenza, che gusta la bellezza quasi come un aspetto, un limpido manifestarsi in se stessa. La stessa poesia didascalica si raccoglie e si riflette nel vigore, ma insieme nella chiarezza dell’espressione. Le immagini non hanno un valore episodico o antologico, ma sono un chiarimento, sono diretta espressione di ciò che il Poeta ha visto e vuol farci vedere; sono, in questo senso, il paradiso stesso". Se nel canto XXXIII il motivo dominante sarà quello di una grandezza eccedente le umane capacità, nei tre canti che lo precedono, e in modo particolare nel XXX, il motivo dominante è da cercarsi in un sentimento di ebbrezza sempre temperato da un controllato atteggiamento ragionativo, il quale non pretende di definire, attraverso una serie di immagini, il mondo dell’Empireo, bensì di suggerirne la vastità infinita e la ricchezza incommensurabile. È sufficiente, a questo proposito, prendere in esame l’ultima parte del canto. Dopo il turbine d’ebbrezza che troviamo nella terzina 97 (o isplendor di Dio...), ecco un’immagine classicamente precisa e concreta (e’ si distende in circular figura...), e, dopo il felicissimo ritorno alla visione del verde e dei fioretti nel delicato quadro dei beati colti in un moto di candido autocompiacimento, il Poeta misura lo spazio che lo circonda (la vista mia nell’ampio e nell’altezza non si smarriva), annotando, con precisa attenzione, che le leggi della natura perdono ogni validità dove Dio è presente direttamente. Pervaso ormai dalla presenza del divino, lo spirito dantesco non dimentica, al tempo stesso, l’attualità spaziale e temporale. Vibrante, ma sempre dominato da una insuperabile padronanza tecnica, appare l’entusiasmo del Poeta nella terzina seguente (nel giallo della rosa sempiterna...), dove la dilatazione coloristica ed estensiva è tale da superare tutte le amplificazioni precedenti, ed è concentrata tutta nel secondo verso, in virtù di un’abile struttura sintattica e metrica: in tre verbi sono sintetizzate tre immagini piene e scandite (si dilata... ingrada... redole) Poi l’entusiasmo sembra travolgere il Poeta (mira quanto è ‘I convento delle bianche stole! Vedi nostra città quant’ella gira: vedi li nostri scanni sì ripieni), finché l’imperiosa necessità di sostare, di evitare ogni possibile degenerazione emotiva e stilistica, non verrà bruscamente ad interromperlo. Si avrà allora, in un certo senso, un completo capovolgimento di prospettiva: da una contemplazione, per così dire, quantitativa, dell’Empireo, si passa a quella condensata in un solo punto, il gran seggio preparato per l’alto Arrigo. Anche ora, quando sarebbe facile per Dante abbandonarsi a una facile polemica politica, la sua poesia resta controllatissima; la sublimazione della figura dell’imperatore tedesco potrebbe essere definita l’"idealizzato archiviamento" (Guidobaldi) del proprio sogno politico: eppure non c’è nulla che riveli il suo interno tormento, nulla che parli di odio o di personale vendetta. Anche nei confronti del papa ingannatore il Poeta lascia l’ultima parola a Dio, che deciderà secondo la sua giustizia. Una potente e continua intelligenza ha qui distribuito gli elementi e i motivi della rappresentazione, ha trovato un chiaro rapporto tra il cielo che si esprime nelle immagini e nelle forme della terra, e la terra, le cose e gli interessi della terra che prendono posto e dimensione in cielo, tra quello che Dante oggettivamente vuol farci sentire nella visione del paradiso e lo sguardo con il quale egli segue e descrive la tensione e il procedere di questa visione.

Personaggi del canto XXX

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Struttura
Paradiso · Canto XXX Liceo

Il fiume di luce

vv. 61-66e vidi lume in forma di riverafulvido di fulgore, intra due rivedipinte di mirabil primavera.Di tal fiumana uscian faville vive,e d'ogne parte si mettìen ne' fiori,quasi rubin che oro circunscrive;Leggi nel testo

Entrato nell'Empireo, Dante vede una luce in forma di fiume, che scorre tra due rive dipinte di fiori primaverili. Dal fiume escono scintille vive, che si posano sui fiori e poi tornano a tuffarsi nella corrente, come rubini incastonati nell'oro. Beatrice gli dice di bere con gli occhi quell'acqua.

Appena Dante si china a bere, il fiume cambia forma e diventa rotondo: si trasforma nella grande rosa dei beati, e le scintille si rivelano angeli, i fiori anime. Le immagini precedenti erano solo «ombriferi prefazi», anticipazioni velate della verità.

Maria Soresina ha notato quanto questa scena ricordi il Paradiso terrestre: anche lì c'erano un fiume, prati fioriti, e Matelda che camminava cogliendo fiori. Il giardino dell'Eden prepara la visione dell'Empireo. E il fiume di luce, che nella realtà non può esistere, diventa un cerchio, simbolo dell'eternità.

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