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Livello
Indice dei canti
Primo piano della testa di un'aquila fatta di luci rosse: una stella brilla nella pupilla e una fila di altre luci segue l'arco del sopracciglio; in basso Dante e Beatrice osservano.
L'aquila indica gli spiriti del suo occhio: Davide nella pupilla, poi Traiano, Costantino, Rifeo.
Paradiso · Cielo di Giove

Paradiso, Canto XX

«Quando colui che tutto 'l mondo alluma…»

Dopo che l’aquila ha concluso il suo discorso sulla predestinazione, le anime dei giusti riprendono i loro canti finché dal collo dell’uccel di Dio sale un mormorio che diventa ben presto voce.

Luogo
Cielo di Giove
Anime
Spiriti giusti
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XX

Parafrasi
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1

Quando colui che tutto 'l mondo allumaAde l'emisperio nostro sì discende,Bche 'l giorno d'ogne parte si consuma,A

4

lo ciel, che sol di lui prima s'accende,Bsubitamente si rifà parventeCper molte luci, in che una risplende;B

Quando il sole che illumina tutto il mondo tramonta dal nostro emisfero tanto, che il giorno da ogni parte viene meno, il cielo, che prima era illuminato soltanto dalla sua luce, ridiventa improvvisamente visibile grazie ai molti astri, nei quali si riflette l’unica luce del sole:
Quando colui che illumina tutto il mondo (il sole) scende sotto il nostro emisfero, così che la luce del giorno svanisce da ogni parte, il cielo, che prima è illuminato solo da lui, all'improvviso torna a mostrarsi con molte luci, nelle quali risplende quell'unica luce;
7

e questo atto del ciel mi venne a mente,Ccome 'l segno del mondo e de' suoi duciDnel benedetto rostro fu tacente;C

10

però che tutte quelle vive luci,Dvie più lucendo, cominciaron cantiEda mia memoria labili e caduci.D

e questo fenomeno celeste mi venne in mente, non appena l’aquila, l’insegna dell’impero romano che unificò il mondo, e dei suoi imperatori, tacque col suo becco, poiché tutti quegli spiriti luminosi, risplendendo sempre di più, intonarono canti, caduti e dileguati dalla mia memoria.
e questo fenomeno del cielo mi venne in mente quando il simbolo del mondo e dei suoi capi (l'aquila) tacque nel suo becco benedetto; perché tutte quelle luci vive, risplendendo molto di più, cominciarono canti che sono sfuggiti e caduti dalla mia memoria.
13

O dolce amor che di riso t'ammanti,Equanto parevi ardente in que' flailli,Fch'avieno spirto sol di pensier santi!E

O dolce carità che ti avvolgi nel manto luminoso del tuo sorriso, quanto ti mostravi ardente in quegli spiriti che come flauti spiravano i loro canti mossi solo da santi pensieri!
O dolce amore che ti avvolgi di un sorriso, quanto apparivi ardente in quei flauti (le anime), che erano ispirati solo da pensieri santi!
16

Poscia che i cari e lucidi lapilliFond'io vidi ingemmato il sesto lumeGpuoser silenzio a li angelici squilli,F

19

udir mi parve un mormorar di fiumeGche scende chiaro giù di pietra in pietra,Hmostrando l'ubertà del suo cacume.G

22

E come suono al collo de la cetraHprende sua forma, e sì com'al pertugioIde la sampogna vento che penètra,H

25

così, rimosso d'aspettare indugio,Iquel mormorar de l'aguglia salissiJsu per lo collo, come fosse bugio.I

Dopo che le anime simili a lucenti gemme preziose, di cui avevo visto adornato Giove, il sesto pianeta, interruppero gli angelici canti, mi parve di udire il mormorio di un torrente che scende limpido giù di sasso in sasso, mostrando la ricchezza d’acqua della sua sorgente sulla vetta, E come il suono si modula nella parte più alta della cetra (dove il suonatore fa scorrere le dita), e come il fiato che penetra nella zampogna acquista forma di suono ai fori di essa, Così, rimosso ogni indugio, il mormorio dell’aquila salì su per il collo come se questo fosse vuoto.
Dopo che le preziose e lucenti gemme di cui vidi adorna la sesta luce (Giove) imposero il silenzio ai loro canti angelici, mi sembrò di udire il mormorio di un fiume che scende limpido giù di pietra in pietra, mostrando l'abbondanza della sua sorgente. E come il suono prende la sua forma al manico della cetra, e come prende forma il fiato che penetra nel foro della zampogna, così, senza far aspettare, quel mormorio dell'aquila salì su per il collo, come se fosse vuoto.
28

Fecesi voce quivi, e quindi uscissiJper lo suo becco in forma di parole,Kquali aspettava il core ov'io le scrissi.J

Nel collo il mormorio divenne voce, e di qui attraverso il becco uscì in forma di parole, proprio come le desiderava il mio cuore, dentro il quale le impressi.
Lì divenne voce, e poi uscì dal suo becco in forma di parole, come le aspettava il mio cuore, dove le scrissi.
31

«La parte in me che vede e pate il soleKne l'aguglie mortali», incominciommi,L«or fisamente riguardar si vole,K

34

perché d'i fuochi ond'io figura fommi,Lquelli onde l'occhio in testa mi scintilla,Me' di tutti lor gradi son li sommi.L

L’aquila cominciò: “ Ora devi guardare attentamente il mio occhio, la parte: che nelle aquile terrene vede e sopporta la luce del sole, perché fra gli spiriti coi quali formo la mia figura, quelli onde l’occhio risplende nella mia testa, hanno il più alto grado di beatitudine fra tutti quelli del sesto cielo.
«La parte di me che nelle aquile mortali vede e sopporta il sole (l'occhio)», cominciò a dirmi, «ora deve essere guardata attentamente, perché, tra i fuochi con cui io formo la mia figura, quelli con cui l'occhio mi scintilla nella testa sono i più alti di tutti i loro gradi.
37

Colui che luce in mezzo per pupilla,Mfu il cantor de lo Spirito Santo,Nche l'arca traslatò di villa in villa:M

Colui che risplende nel mezzo dell’occhio come pupilla, fu Davide, il cantore ispirato dallo Spirito Santo, che trasportò l’arca santa di luogo in luogo (fino a Gerusalemme);
Colui che risplende in mezzo come pupilla fu il cantore dello Spirito Santo (Davide), che trasportò l'arca di città in città:
40

ora conosce il merto del suo canto,Nin quanto effetto fu del suo consiglio,Oper lo remunerar ch'è altrettanto.N

ora conosce quale fu il merito acquistato con i suoi Salmi, in quanto (I’accettazione dell’ispirazione divina) fu frutto della sua libera volontà, per il premio avuto che corrisponde al merito.
ora conosce il merito del suo canto, in quanto fu frutto della sua libera volontà, grazie alla ricompensa che gli è proporzionata.
43

Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,Ocolui che più al becco mi s'accosta,Pla vedovella consolò del figlio:O

Dei cinque spiriti che mi formano l’arco del ciglio, quello che è più vicino al mio becco, fu Traiano, colui che consolò la vedovella dell’uccisione del figlio:
Dei cinque che mi formano il cerchio del ciglio, quello che è più vicino al becco (Traiano) consolò la povera vedova per il figlio:
46

ora conosce quanto caro costaPnon seguir Cristo, per l'esperienzaQdi questa dolce vita e de l'opposta.P

ora conosce quanto costi caro non aver la fede in Cristo, per l’esperienza che fa di questa vita beata e per quella fatta dell’ opposta vita nell’inferno.
ora sa quanto costa caro non seguire Cristo, per l'esperienza di questa dolce vita e di quella opposta (l'inferno).
49

E quel che segue in la circunferenzaQdi che ragiono, per l'arco superno,Rmorte indugiò per vera penitenza:Q

E lo spirito che viene dopo Traiano nel cerchio di cui sto parlando, nella parte superiore del mio arco ciliare, è Ezechia, colui che con la vera penitenza ritardò la morte:
E quello che segue nella circonferenza di cui parlo, nella parte alta dell'arco (Ezechia), rimandò la morte con una sincera penitenza:
52

ora conosce che 'l giudicio etternoRnon si trasmuta, quando degno precoSfa crastino là giù de l'odierno.R

ora conosce che il giudizio eterno di Dio non cambia, anche se una preghiera meritoria ottiene di rimandare a domani ciò che sulla terra dovrebbe accadere oggi.
ora sa che il giudizio eterno non cambia, quando una preghiera meritevole rimanda quaggiù a domani ciò che doveva avvenire oggi.
55

L'altro che segue, con le leggi e meco,Ssotto buona intenzion che fé mal frutto,Tper cedere al pastor si fece greco:S

L’altro spirito che segue è Costantino. colui che, con buona intenzione che diede (però) cattivi risultati, per cedere Roma al papa, fece greco se stesso (trasferendo la capitale a Bisanzio) con le leggi dell’Impero e con la sua insegna:
L'altro che segue (Costantino), con le leggi e con me (l'aquila), con una buona intenzione che produsse un cattivo frutto, si fece greco per lasciare il posto al pastore (il papa):
58

ora conosce come il mal deduttoTdal suo bene operar non li è nocivo,Uavvegna che sia 'l mondo indi distrutto.T

ora conosce che il male causato dall’opera da lui compiuta con retta intenzione non gli è imputato a colpa, sebbene da ciò sia derivata la rovina del mondo.
ora sa che il male derivato dalla sua buona azione non gli è dannoso, anche se il mondo ne è stato rovinato.
61

E quel che vedi ne l'arco declivo,UGuiglielmo fu, cui quella terra ploraVche piagne Carlo e Federigo vivo:U

64

ora conosce come s'innamoraVlo ciel del giusto rege, e al sembianteWdel suo fulgore il fa vedere ancora.V

E lo spirito che vedi nella curva discendente dell’arco ciliare, fu Guglielmo, che è rimpianto dalla terra (di Puglia e di Sicilia) la quale ora soffre per il malgoverno di Carlo II e Federico II, suoi attuali sovrani: ora conosce come Dio ami i re giusti, e dimostra anche con il fulgore del suo aspetto questa sua consapevolezza.
E quello che vedi nella parte discendente dell'arco fu Guglielmo, che è rimpianto da quella terra che piange perché sono vivi Carlo e Federico: ora sa come il cielo si innamora del re giusto, e lo mostra ancora con l'aspetto del suo splendore.
67

Chi crederebbe giù nel mondo errante,Wche Rifeo Troiano in questo tondoXfosse la quinta de le luci sante?W

Chi potrebbe credere laggiù in terra fra gli uomini soggetti ad errore, che il troiano Rifeo fosse il quinto spirito beato nell’arco del mio ciglio?
Chi crederebbe, giù nel mondo che sbaglia, che il troiano Rifeo fosse in questo cerchio la quinta delle luci sante?
70

Ora conosce assai di quel che 'l mondoXveder non può de la divina grazia,Yben che sua vista non discerna il fondo».X

Ora, anche se il suo sguardo non ne può distinguere il fondo, conosce abbastanza di quel mistero della grazia divina che il mondo non può conoscere ”.
Ora conosce molto di quello che il mondo non può vedere della grazia divina, anche se la sua vista non ne scorge il fondo».
73

Quale allodetta che 'n aere si spaziaYprima cantando, e poi tace contentaZde l'ultima dolcezza che la sazia,Y

76

tal mi sembiò l'imago de la 'mprentaZde l'etterno piacere, al cui disioAAciascuna cosa qual ell'è diventa.Z

Come un’allodola che prima spazia nell’aria cantando, e poi tace sopraffatta dalla dolcezza finale del suo canto che la rende contenta, cosi la figura dell’aquila mi sembrò tacere soddisfatta del piacere (provato parlando), il quale è un’impronta del piacere divino, secondo la cui volontà ogni cosa diventa quella che è.
Come l'allodola che si libra nell'aria prima cantando, e poi tace, appagata dall'ultima dolcezza del canto che la sazia, così mi sembrò l'immagine (l'aquila), impronta dell'eterno piacere (Dio), per il cui volere ogni cosa diventa ciò che è.
79

E avvegna ch'io fossi al dubbiar mioAAlì quasi vetro a lo color ch'el veste,ABtempo aspettar tacendo non patio,AA

82

ma de la bocca, «Che cose son queste?»,ABmi pinse con la forza del suo peso:ACper ch'io di coruscar vidi gran feste.AB

E sebbene io davanti all’aquila fossi trasparente rispetto al dubbio che mi agitava come il vetro rispetto al colore che esso ricopre, il mio dubbio non tollerò di attendere in silenzio, ma dalla bocca mi spinse fuori con tutta la forza del suo peso la domanda: “ Che cosa sono queste cose (cioè: come può un pagano salvarsi)?”; per cui (pronunciate quelle parole) vidi un grande sfavillio di luci (da parte delle anime).
E anche se lì io fossi, per il mio dubbio, come il vetro per il colore che lo riveste, il dubbio non sopportò di aspettare tacendo, ma con la forza del suo peso mi spinse fuori dalla bocca: «Che cosa sono queste?»; per cui vidi grandi feste di luci scintillanti.
85

Poi appresso, con l'occhio più acceso,AClo benedetto segno mi rispuoseADper non tenermi in ammirar sospeso:AC

88

«Io veggio che tu credi queste coseADperch'io le dico, ma non vedi come;AEsì che, se son credute, sono ascose.AD

Immediatamente dopo, per non tenermi sospeso nello stupore, con l’occhio ancor più splendente, il benedetto segno dell’aquila mi rispose: “ Io vedo che tu credi a queste cose perché te le ho dette io, ma non comprendi come (i due pagani siano salvi), cosicché, anche se tu le credi, queste cose restano oscure (al tuo intelletto).
Subito dopo, con l'occhio più acceso, il benedetto simbolo mi rispose, per non tenermi sospeso nello stupore: «Io vedo che tu credi queste cose perché le dico io, ma non vedi come sono possibili; così che, anche se sono credute, restano nascoste.
91

Fai come quei che la cosa per nomeAEapprende ben, ma la sua quiditateAFveder non può se altri non la prome.AE

Fai come colui che impara sì il nome di una cosa, ma non può conoscerne l’essenza se altri non gliela manifesta.
Fai come colui che conosce bene una cosa per nome, ma non può vederne l'essenza se un altro non gliela spiega.
94

Regnum celorum violenza pateAFda caldo amore e da viva speranza,AGche vince la divina volontate:AF

Il regno dei cieli sopporta violenza solo da parte dell’amore ardente e della speranza da esso vivificata, che vincono la divina volontà;
Il regno dei cieli subisce violenza dall'ardente amore e dalla viva speranza, che vince la volontà divina:
97

non a guisa che l'omo a l'om sobranza,AGma vince lei perché vuole esser vinta,AHe, vinta, vince con sua beninanza.AG

non la vincono con la violenza come un uomo che sopraffà un altro, ma perché essa vuole essere vinta, e, nel momento stesso in cui è vinta, vince con la sua bontà.
non nel modo in cui un uomo sopraffà un altro uomo, ma la vince perché essa vuole essere vinta, e, vinta, vince con la sua bontà.
100

La prima vita del ciglio e la quintaAHti fa maravigliar, perché ne vediAIla region de li angeli dipinta.AH

La prima anima fra quelle che formano il mio ciglio e la quinta ti fanno stupire, perché vedi il paradiso, la regione degli angeli, adorno della loro presenza.
La prima anima del ciglio e la quinta ti fanno meravigliare, perché vedi la regione degli angeli adornata da loro.
103

D'i corpi suoi non uscir, come credi,AIGentili, ma Cristiani, in ferma fedeAJquel d'i passuri e quel d'i passi piedi.AI

Questi due spiriti non uscirono pagani dai loro corpi, come ritieni, ma cristiani, credendo fermamente Rifeo nella futura redenzione e Traiano nella redenzione già operata da Cristo crocifisso.
Non uscirono dai loro corpi pagani, come credi, ma cristiani, con ferma fede, uno nei piedi che dovevano soffrire (Cristo venturo, Rifeo), l'altro nei piedi che avevano già sofferto (Traiano).
106

Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riedeAJgià mai a buon voler, tornò a l'ossa;AKe ciò di viva spene fu mercede:AJ

Perché l’anima di Traiano dall’inferno, da dove non si può ritornare mai alla volontà di operare il bene, tornò a riprendere il corpo; e ciò fu premio dell’ardente speranza (di San Gregorio Magno);
Perché l'una (l'anima di Traiano) tornò alle ossa dall'inferno, dove non si ritorna mai alla buona volontà; e questo fu premio di una viva speranza:
109

di viva spene, che mise la possaAKne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,ALsì che potesse sua voglia esser mossa.AK

di quell’ardente speranza, che nelle preghiere fatte a Dio per risuscitare l’anima di Traiano infuse una forza tale che la volontà del risorto potesse essere mossa (alla fede e al pentimento).
della viva speranza (di papa Gregorio) che diede forza alle preghiere fatte a Dio per risuscitarla, così che la sua volontà potesse essere mossa.
112

L'anima gloriosa onde si parla,ALtornata ne la carne, in che fu poco,AMcredette in lui che potea aiutarla;AL

L’anima gloriosa di Traiano di cui si sta parlando, tornata nel corpo, nel quale restò poco tempo, credette in Cristo che poteva salvarla:
L'anima gloriosa di cui si parla, tornata nella carne, in cui rimase poco tempo, credette in colui che poteva aiutarla;
115

e credendo s'accese in tanto focoAMdi vero amor, ch'a la morte secondaANfu degna di venire a questo gioco.AM

e credendo si accese di tale fuoco di amore di Dio, che, giunta alla morte per la seconda volta, fu degna di salire alla gioia del paradiso.
e credendo si accese di un fuoco così grande di vero amore che, alla sua seconda morte, fu degna di venire a questa gioia.
118

L'altra, per grazia che da sì profondaANfontana stilla, che mai creaturaAOnon pinse l'occhio infino a la prima onda,AN

121

tutto suo amor là giù pose a drittura:AOper che, di grazia in grazia, Dio li aperseAPl'occhio a la nostra redenzion futura;AO

L’anima di Rifeo, in virtù della grazia divina che deriva da una sorgente cosi profonda, che mai nessuna creatura poté spingere l’ occhio fino al punto da cui sgorgano le sue acque, vivendo sulla terra indirizzò tutto il suo amore alla giustizia; per questo Dio, aggiungendo grazia a grazia, gli rivelò la nostra futura redenzione:
L'altra (Rifeo), per una grazia che sgorga da una fonte così profonda che nessuna creatura ha mai spinto lo sguardo fino alla prima onda, in terra rivolse tutto il suo amore alla giustizia: per cui, di grazia in grazia, Dio gli aprì gli occhi sulla nostra futura redenzione;
124

ond'ei credette in quella, e non sofferseAPda indi il puzzo più del paganesmo;AQe riprendiene le genti perverse.AP

per cui egli credette in essa, e da allora in poi non tollerò più il nauseante paganesimo: e ne rimproverava le genti sviate in quell’errore.
per cui egli credette in essa, e da allora non sopportò più il puzzo del paganesimo; e ne rimproverava le genti traviate.
127

Quelle tre donne li fur per battesmoAQche tu vedesti da la destra rota,ARdinanzi al battezzar più d'un millesmo.AQ

Più di mille anni prima dell’istituzione del battesimo a lui valsero come battesimo quelle tre donne (Fede, Speranza e Carità) che tu vedesti (nel paradiso terrestre) alla destra del carro della Chiesa (cfr. Purgatorio XXIX, 121-129).
Gli fecero da battesimo, più di mille anni prima del battesimo, quelle tre donne che tu vedesti presso la ruota destra (del carro).
130

O predestinazion, quanto remotaARè la radice tua da quelli aspettiASche la prima cagion non veggion tota!AR

O predestinazione, quanto è distante la tua profonda ragione dagli intelletti umani che non possono vede intera l’essenza divina, causa prima di tutte le cose!
O predestinazione, quanto è lontana la tua radice dagli sguardi che non vedono interamente la causa prima (Dio)!
133

E voi, mortali, tenetevi strettiASa giudicar; ché noi, che Dio vedemo,ATnon conosciamo ancor tutti li eletti;AS

E voi, mortali, siate cauti nel giudicare, perché nemmeno noi, che pure vediamo Dio direttamente, conosciamo ancora tutti gli eletti futuri;
E voi, mortali, siate cauti nel giudicare; perché noi, che vediamo Dio, non conosciamo ancora tutti gli eletti;
136

ed ènne dolce così fatto scemo,ATperché il ben nostro in questo ben s'affina,AUche quel che vole Iddio, e noi volemo».AT

e ci è dolce tale limite imposto alla nostra conoscenza, perché la nostra felicità si perfeziona appunto in questo piacere, per cui tutto quello che Dio vuole, anche noi vogliamo ”.
e una tale mancanza ci è dolce, perché il nostro bene si perfeziona in questo bene, che ciò che vuole Dio, lo vogliamo anche noi».
139

Così da quella imagine divina,AUper farmi chiara la mia corta vista,AVdata mi fu soave medicina.AU

In questo modo da quella divina figura dell’aquila, per rischiarare la mia limitata intelligenza, mi fu data questa spiegazione, fonte di dolcezza.
Così da quell'immagine divina, per rendere chiara la mia vista limitata, mi fu data una dolce medicina.
142

E come a buon cantor buon citaristaAVfa seguitar lo guizzo de la corda,AWin che più di piacer lo canto acquista,AV

145

sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricordaAWch'io vidi le due luci benedette,AXpur come batter d'occhi si concorda,AW

148

con le parole mover le fiammette.AX

E come labile suonatore di cetra accorda il suono delle vibranti corde alla voce del buon cantore, per cui il canto diventa più piacevole, così, durante il discorso dell’aquila, ricordo che vidi le due anime luminose (di Traiano e di Rifeo), proprio con la stessa simultaneità con la quale battono le palpebre degli occhi, muovere le loro fiammelle in accordo con le parole dell’aquila.
E come un buon suonatore di cetra accompagna un buon cantore con il vibrare della corda, per cui il canto acquista più piacevolezza, così, mentre l'aquila parlava, mi ricordo che vidi le due luci benedette (Traiano e Rifeo), proprio come si accordano i battiti degli occhi, muovere le loro fiammelle in accordo con le parole.

Riassunto del canto XX

Dopo che l’aquila ha concluso il suo discorso sulla predestinazione, le anime dei giusti riprendono i loro canti finché dal collo dell’uccel di Dio sale un mormorio che diventa ben presto voce. L’aquila indica a Dante gli spiriti che formano il suo occhio e che godono il più alto grado di beatitudine nel cielo di Giove. Il primo è Davide, l’autore dei Salmi; il secondo è Traiano, che conobbe, come sarà spiegato più avanti, anche il mondo della dannazione eterna; terzo appare il re ebraico Ezechia che, giunto in punto di morte, ottenne da Dio di poter vivere per altri quindici anni; il quarto spirito indicato è Costantino, che trasferì la capitale dell’impero romano da Roma a Bisanzio; nella parte bassa dell’arco sopracciliare dell’aquila si trova Guglielmo II, re di Sicilia e di Puglia; l’ultimo è il guerriero troiano Rifeo. A Dante, che ha manifestato il suo profondo stupore nel vedere due pagani, come Traiano e Rifeo, partecipi della beatitudine celeste, l’aquila spiega che il primo fu salvato per le preghiere di San Gregorio Magno e il secondo perché, amantissimo della giustizia, ricevette da Dio il dono di conoscere la futura redenzione. Occorre dunque che gli uomini siano cauti nel giudicare quelli che sono dannati e quelli che sono salvi, perché neppure i locati conoscono ancora tutti gli eletti.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo di Giove: Spiriti giusti. Lettere luminose e un'aquila.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Nella lettura del canto XX si è tentati di isolare le pause lirico-descrittive dell’esordio e delle similitudini (singolarmente numerose), dissociandole dalla trama teologica del canto: se il Poeta si è concesso una pausa, analizziamo, dunque, questi momenti senza preoccupazioni di struttura e di dottrina. Il risultato potrebbe essere interessante al fine di meglio determinare certi aspetti della poesia intima, raccolta, musicale del Paradiso, poesia che ha sua base l’esperienza psicologica e stilistica del periodo dolcestilnovistico, ma impedirebbe di identificare gli specifici attributi poetici, la particolare verità, i caratteristici toni del canto XX. In esso ogni punta polemica si dissolve (anche il rimprovero rivolto agli incauti, che come donna Berta e ser Martino pretendono di conoscere il destino ultraterreno del loro prossimo, ha un tono fraterno), poiché la giustizia che ora il Poeta contempla non è più quella terrena, che i sovrani d’Europa sono incapaci di realizzare, ma quella divina che apre le porte del cielo anche ai pagani. Si conclude, nel canto XX, la ricerca, lungamente perseguita da Dante (si vedano le belle pagine ad essa dedicate da J. Batard nella sua opera Dante, Minerale et Apollon, pubblicata a Parigi nel 1952), di un accordo fra la libera volontà umana e la Grazia che preordina alla salvezza, fra le virtù naturali e le virtù sovrannaturali, cioè fra il mondo classico, che conobbe solo le prime, e il mondo cristiano che a queste conferì una vita trascendente unendole alla fede, alla speranza,alla carità La presenza di Traiano e di Rifeo nella rassegna degli spiriti giusti garantisce che la giustizia divina, avvolta nel mistero di una sapienza trascendente (secondo l’affermazione del canto XIX), opera con una misericordia che, per vie inaccessibili, modera ed equilibra il suo stesso rigore. Quel dramma che sconvolgeva la storia dell’umanità, opponendo un abisso incolmabile fra l’uomo rigenerato dal sangue di Cristo e l’uomo ingannato dagli dei falsi e bugiardi, si compone nella certezza di un amore, che ristabilisce l’ordine nel mondo. Nel canto XIX, con l’accettazione del mistero, l’ansia religiosa di Dante si era placata, ma quella serena disposizione interiore trova ora - di fronte alla misericordiosa giustizia di Dio, che viene incontro ad ogni umana speranza - le cadenze di un inno, che emergono nel trionfale preludio, nella mobile festosità delle luci, nell’osannare dei canti, nella ricchezza contemplativa delle similitudini, proprio in quegli elementi, cioè, che si vorrebbero isolare dal contesto del canto e che invece ne lievitano la calda e perorante intonazione. In questo canto, dunque, più ancora che nei due precedenti, Dante "dà rilievo all’esigenza duplice dell’anima medievale, la ricerca della giustizia da un lato e l’affidarsi alla fede dall’altro. Questa duplicità dello spirito dantesco è attratta in un’orbita superiore; non ha più il senso drammatico che ha il dissidio tra verità e fede nel canto di Ulisse, e in cospetto del divino si compone in scoperto equilibrio " (Malagoli). La stessa tecnica retorica applicata alla presentazione dei sei spiriti giusti - per ognuno due terzine e ogni blocco ternario perfettamente bilanciato rispetto agli altri, tanto puntuale nei dettagli e nella costruzione paratattica quanto variato nella presentazione biografico-spirituale risponde a questo fervido slancio unitaria, il quale spiega anche la scelta delle figure storiche chiamate a simboleggiare la sintesi fra giustizia umana e giustizia divina. Vogliamo qui ricordare il capitolo che il Renaudet, nel suo ponderoso studio sulle componenti dell’umanesimo dantesco, ha dedicato ai criteri di tale scelta, come esempio di certe esagerazioni alle quali può giungere una ricerca critica fondata unicamente sull’assunto simbolico. Premesso che l’aquila è l’emblema del " diritto eterno, fondato in Dio, servito e realizzato dai giusti" e che tale diritto "nasce dalla legge divina che subordina il governo degli uomini al rispetto di un principio rivelato", il Renaudet osserva che il posto d’onore nell’occhio dell’aquila è occupato da un rappresentante del mondo ebraico perché "al solo Israele fu rivelata fin dalle origini la legge di Dio". Traiano, che rappresenta "la saggezza della Roma imperiale... saggezza rischiarata dalla sola ragione e capace delle virtù umane", concede giustizia:alla vedovella "non per carità, virtù che ancora Roma disprezza, ma per il sentimento romano del dovere e secondo la regola della moderazione e della giustizia definita razionalmente nelle scuole filosofiche"; solo la Rivelazione aggiungerà a questo diritto la legge dell’amore. Con Ezechia compare il terzo elemento che- entra nella composizione del diritto eterno, "la coscienza della debolezza di ogni opera umana, l’umiltà che occorre alla giustizia degli uomini per esortarla a non ritenere infallibili i suoi decreti": perché la decisione ultima spetta solo a Dio. La storia dell’umanità raggiunge il suo momento centrale, la sua data fatidica, con Costantino, I’imperatore che con l’editto di Milano "ha fondato un accordo nuovo fra l’Impero e il Cristianesimo il diritto razionale di Roma e la rivelazione giudeo-cristiana, l’autorità romana e la carità ". Tale accordo è stato perfezionato nel Medioevo dal diritto feudale: nel suo rappresentante, Guglielmo II - simbolo di quel mondo aristocratico e conservatore al quale Dante è restato fedele (cfr. la trilogia di Cacciaguida) - "la nobiltà umana... era quella del sovrano, cosciente dei suoi doveri verso i vassalli". L’ultima anima della rassegna, Rifeo, rappresenta l’umanità eroica cantata da Omero e da Virgilio, la quale gettò le basi del diritto, prima ancora dei progressi del mondo greco e della fondazione di quello romano, con l’acquisizione Dei più importanti principi etici e con la percezione di alcune fondamentali verità religiose.

Personaggi del canto XX

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

David

Paradiso · cielo di Giove

Re d'Israele e autore dei Salmi: è la pupilla dell'occhio dell'aquila.

Beato

Traiano

Paradiso · cielo di Giove

Imperatore pagano salvato, secondo la leggenda, dalle preghiere di papa Gregorio Magno.

Beato

Ezechia

Paradiso · cielo di Giove

Re di Giuda che ottenne da Dio altri quindici anni di vita: luce dell'occhio dell'aquila.

Beato

Costantino

Paradiso · cielo di Giove

L'imperatore che portò la capitale a Bisanzio: salvo per la buona intenzione della Donazione.

Beato

Guglielmo II d'Altavilla

Paradiso · cielo di Giove

Re normanno di Sicilia detto il Buono, rimpianto dai sudditi: luce dell'occhio dell'aquila.

Beato

Rifeo

Paradiso · cielo di Giove

Guerriero troiano dell'Eneide, «il più giusto» dei suoi: un pagano tra i beati.

Approfondimenti

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Teologia
Paradiso · Canto XX Approfondito

Rifeo e Traiano, due pagani salvati

vv. 67-69Chi crederebbe giù nel mondo errante,che Rifeo Troiano in questo tondofosse la quinta de le luci sante?Leggi nel testo

L'aquila presenta le anime che formano il suo occhio. Sono sei re giusti, tra cui due sorprendenti: l'imperatore romano Traiano e Rifeo, un guerriero troiano citato appena da Virgilio nell'Eneide come il più giusto dei troiani. «Chi crederebbe giù nel mondo errante» che Rifeo fosse lì?

Dante è sbalordito: come possono due pagani essere in Paradiso? L'aquila spiega. Traiano, secondo una leggenda medievale, tornò in vita per le preghiere di papa Gregorio Magno, giusto il tempo di convertirsi. Rifeo, invece, ricevette per grazia una rivelazione di Cristo mille anni prima della sua venuta, e credette in lui.

La spiegazione mostra il limite della teologia di Dante: la salvezza passa sempre per la fede in Cristo. Ma rivela anche un'apertura sorprendente: la grazia di Dio può raggiungere chiunque, in modi che gli uomini non possono prevedere. Per questo, conclude l'aquila, bisogna essere cauti nel giudicare chi sarà salvato.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Rifeo e Traiano

Ne parla la scheda «Il Limbo: un nobile castello per i grandi pagani» (Inf. IV).

Traiano in Paradiso

Ne parla la scheda «Il «visibile parlare»» (Purg. X).

Rifeo

Ne parla la scheda ««Per te poeta fui, per te cristiano»» (Purg. XXII).

Rifeo e Traiano

Ne parla la scheda «Il grande libro di Dio» (Par. XIX).

L'allodola

Ne parla la scheda «Gli uccelli del Paradiso» (Par. XXIII).