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Dante

Dante e Firenze

La città in cui Dante è nato e da cui è stato cacciato: le mura, il Battistero, il Comune, guelfi e ghibellini, bianchi e neri. E i canti in cui Firenze è amata, rimpianta e accusata.

La città

Alla fine del Duecento Firenze è una delle città più grandi e ricche d'Europa: vive di lana, di commercio e di banca. La popolazione cresce in fretta per l'arrivo di gente dal contado, tanto che nel 1284 si comincia a costruire una nuova cerchia di mura, molto più ampia della precedente. Negli anni in cui Dante fa politica si aprono i grandi cantieri: Santa Croce (1294 circa), la nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore (1296), il Palazzo dei Priori (1299). Dante non approva questa crescita: ne accusa «la gente nuova e i sùbiti guadagni» (Inferno XVI, 73-75).

La casa degli Alighieri era nel sestiere di Porta San Piero, vicino alla Badia, la chiesa le cui campane scandivano le ore della città vecchia. Il luogo a cui Dante è più legato è il Battistero, dove tutti i fiorentini venivano battezzati: lo chiama «il mio bel San Giovanni» (Inferno XIX, 17) e chiama Firenze «l'ovil di San Giovanni» (Paradiso XVI, 25). Altri luoghi reali entrano nel poema: il Ponte Vecchio con il frammento di statua creduta di Marte (Paradiso XVI, 145-147), il fiume Arno, la chiesa di San Miniato con le sue scalinate (Purgatorio XII, 100-105).

Il fiorino e il primato di Firenze

Dal 1252 Firenze conia il fiorino d'oro: circa tre grammi e mezzo di oro a ventiquattro carati, con il giglio su una faccia e san Giovanni Battista sull'altra. La moneta ha un peso e una purezza costanti, perciò è accettata dappertutto e diventa il mezzo di pagamento del grande commercio europeo. Le compagnie fiorentine, come quelle dei Bardi e dei Peruzzi, aprono filiali da Napoli alle Fiandre, riscuotono le decime per il papa e prestano denaro ai re.

Su questa ricchezza si fonda anche un primato culturale: nella Firenze di quegli anni lavorano Brunetto Latini, Guido Cavalcanti, Giotto, i cronisti Dino Compagni e Giovanni Villani, e il volgare fiorentino comincia a imporsi sugli altri. Dante però guarda al fiorino con ostilità. Per Folco di Marsiglia è «il maladetto fiore» che ha trasformato i pastori della Chiesa in lupi (Paradiso IX, 127-132); Maestro Adamo, che lo falsificò per i conti di Romena mettendovi «tre carati di mondiglia», è tra i falsari (Inferno XXX, 73-74, Inferno XXX, 88-90); e Cacciaguida disprezza il fiorentino nuovo che «cambia e merca» (Paradiso XVI, 61).

Il Comune

Firenze è un Comune, cioè una città che si governa da sola. Dal 1282 il governo è nelle mani dei priori, rappresentanti delle Arti (le corporazioni di mercanti e artigiani), che restano in carica solo due mesi. Nel gennaio 1293 gli Ordinamenti di giustizia, voluti da Giano della Bella, escludono dalle cariche i «magnati», le grandi famiglie nobili accusate di violenze. Nel luglio 1295 la norma viene attenuata: basta essere iscritti a un'Arte, anche senza esercitare il mestiere. È la porta da cui entra in politica Dante.

Guelfi e ghibellini

I due nomi vengono dalla Germania: i guelfi dai Welfen, duchi di Baviera, i ghibellini dal castello di Waiblingen, degli Svevi. In Italia indicano chi si appoggia al papa e chi all'imperatore, ma dentro le città coprono soprattutto rivalità tra famiglie. A Firenze la tradizione fa cominciare la divisione nel 1216, quando Buondelmonte dei Buondelmonti, che aveva rotto una promessa di matrimonio, fu ucciso dai parenti della sposa rifiutata. A consigliare il delitto fu Mosca dei Lamberti (Inferno XXVIII, 106-108); Cacciaguida ne parla come della fine della pace cittadina (Paradiso XVI, 136-147).

Il 4 settembre 1260 i ghibellini fiorentini, esuli, vincono a Montaperti insieme ai senesi e alle truppe di re Manfredi, e rientrano in città: è lo «strazio» che fece «l'Arbia colorata in rosso» (Inferno X, 85-86). Nel 1266 Manfredi muore a Benevento, sconfitto da Carlo d'Angiò; l'anno dopo i guelfi tornano a Firenze e i ghibellini ne escono per sempre. Dante nasce quindi in una città ormai guelfa, come la maggior parte dei Comuni italiani di fine secolo.

Bianchi e neri

Verso la fine del secolo i guelfi si dividono a loro volta. I nomi arrivano da Pistoia, dove si erano scontrati due rami della famiglia Cancellieri. A Firenze i bianchi seguono i Cerchi, mercanti ricchissimi ma venuti da poco dal contado («sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone», dice Cacciaguida, Paradiso XVI, 65); i neri seguono i Donati, di nobiltà antica e meno ricchi, e sono sostenuti da papa Bonifacio VIII, che mira a controllare la Toscana. La sera del 1° maggio 1300, festa di Calendimaggio, in piazza Santa Trinita una rissa tra giovani delle due parti apre gli scontri: a Ricoverino dei Cerchi viene tagliato il naso. In giugno i priori, tra cui Dante, mandano al confino i capi di entrambe le fazioni: tra i bianchi c'è il suo amico Guido Cavalcanti, che a Sarzana si ammala e muore in agosto, appena rientrato.

Il 1° novembre 1301 entra in città Carlo di Valois, fratello del re di Francia, mandato dal papa come paciere. In realtà lascia rientrare Corso Donati e i neri, che per alcuni giorni saccheggiano e incendiano le case degli avversari e nei mesi seguenti li condannano. Ugo Capeto dice che Carlo venne armato solo della «lancia / con la qual giostrò Giuda», cioè del tradimento (Purgatorio XX, 70-75). Dante, vicino ai bianchi, è tra i colpiti. Corso non godrà a lungo della vittoria: accusato di volersi fare signore, è ucciso mentre fugge il 6 ottobre 1308 (Purgatorio XXIV, 82-87).

ParteChi sonoCapiChe cosa voglionoNel poema
GhibelliniFamiglie di antica nobiltà legate all'ImperoFarinata degli UbertiUna città sotto l'autorità dell'imperatoreInferno X, Paradiso VI, 100-105
GuelfiNobili e mercanti vicini al papa e agli AngiòLe grandi famiglie tornate nel 1267L'autonomia del Comune, con l'appoggio della ChiesaInferno X, 46-51, Inferno XXXII, 79-81
Guelfi bianchiLa parte dei Cerchi, con molti mercanti e popolaniVieri dei CerchiTenere Firenze indipendente dal papaInferno VI, 64-66 («la parte selvaggia»)
Guelfi neriLa parte dei Donati, con i magnati e i banchieri del papaCorso DonatiGovernare con il sostegno di Bonifacio VIIIInferno VI, 67-72, Purgatorio XXIV, 82-87

Firenze nel poema

Di Firenze si parla in tutte e tre le cantiche, quasi sempre per bocca di fiorentini. Ciacco spiega la «città partita» con tre vizi: «superbia, invidia e avarizia» (Inferno VI, 74-75). Farinata degli Uberti è l'avversario politico che però, da solo, ha salvato la città dalla distruzione (Inferno X, 91-93). Brunetto Latini chiama i fiorentini «ingrato popolo maligno» (Inferno XV, 61). Dopo aver trovato cinque concittadini tra i ladri, Dante apre Inferno XXVI con un'invettiva sarcastica: «Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande» (Inferno XXVI, 1-3). Lo stesso sarcasmo chiude Purgatorio VI, dove Firenze è una malata che cambia leggi di continuo (Purgatorio VI, 127-151). Forese Donati denuncia i costumi delle fiorentine e annuncia la morte del fratello Corso (Purgatorio XXIII, Purgatorio XXIV).

Il termine di confronto è la Firenze del trisavolo Cacciaguida, piccola e sobria (Paradiso XV, Paradiso XVI):

Fiorenza dentro da la cerchia antica,ond'ella toglie ancora e terza e nona,si stava in pace, sobria e pudica.Paradiso XV, 97-99

Fino all'ultimo Dante spera di rientrare grazie al poema e di ricevere la corona di poeta nel suo Battistero: Firenze resta «il bello ovile ov'io dormi' agnello» (Paradiso XXV, 1-9).

La Toscana di Dante

Per l'interrogazione
  • Guelfi e ghibellini: papa contro imperatore sulla carta, famiglie contro famiglie nei fatti. Date: 1216, 1260 (Montaperti), 1266 (Benevento).
  • Il fiorino d'oro, coniato dal 1252, è il segno della potenza economica di Firenze; per Dante è «il maladetto fiore» (Paradiso IX, 130).
  • Bianchi (Cerchi) e neri (Donati) sono due fazioni guelfe; Dante è vicino ai bianchi, ma da priore manda al confino i capi di entrambe.
  • I neri vincono nel novembre 1301 grazie a Carlo di Valois, inviato da Bonifacio VIII (Purgatorio XX, 70-75).
  • Le cause delle discordie secondo Dante: superbia, invidia, avarizia (Inferno VI) e l'arricchimento rapido (Inferno XVI).
  • La Firenze ideale è quella antica di Cacciaguida (Paradiso XV); quella presente è oggetto di invettive (Inferno XXVI, Purgatorio VI).