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Testo e parafrasi del canto VII
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Poscia che l'accoglienze oneste e lieteAfuro iterate tre e quattro volte,BSordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».A
4
«Anzi che a questo monte fosser volteBl'anime degne di salire a Dio,Cfur l'ossa mie per Ottavian sepolte.B
Dopo che le accoglienze cortesi e gioiose furono ripetute più volte, Sordello si tirò indietro, e chiese: «Ma voi, chi siete?» «Prima che le anime degne della salvezza (di salire a Dio: in quanto riscattate dalla morte di Cristo) fossero avviate a questo monte, io morii e fui sepolto per ordine di Ottaviano. Sono Virgilio;
Dopo che le accoglienze dignitose e liete furono ripetute tre e quattro volte, Sordello si tirò indietro e disse: «Voi, chi siete?». «Prima che le anime degne di salire a Dio fossero rivolte a questo monte, le mie ossa furono sepolte per ordine di Ottaviano.
7
Io son Virgilio; e per null'altro rioClo ciel perdei che per non aver fé».DCosì rispuose allora il duca mio.C
e per nessun'altra colpa fui escluso dal cielo che per non aver avuto la fede in Cristo.» In questo modo rispose allora la mia guida.
Io sono Virgilio; e persi il cielo non per altra colpa che per non aver avuto la fede». Così rispose allora la mia guida.
10
Qual è colui che cosa innanzi séDsùbita vede ond'e' si maraviglia,Eche crede e non, dicendo «Ella è... non è...»,D
Come colui che vede improvvisamente dinanzi a sé una cosa che desta in lui stupore, e non sa se credervi o no e dice: «E'... non è...», così parve Sordello;
Come colui che vede improvvisamente davanti a sé una cosa di cui si meraviglia, e crede e non crede, dicendo «È... non è...»,
13
tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,Ee umilmente ritornò ver' lui,Fe abbracciòl là 've 'l minor s'appiglia.E
quindi abbassò gli occhi, e tornò in atteggiamento umile verso Virgilio, e l'abbracciò là dove l'inferiore abbraccia chi gli è superiore ("dal petto in giù", secondo l'Anonimo Fiorentino). Disse:
tale sembrò quello; e poi abbassò lo sguardo, e umilmente tornò verso di lui, e lo abbracciò là dove si abbraccia chi è inferiore (alle ginocchia).
16
«O gloria di Latin», disse, «per cuiFmostrò ciò che potea la lingua nostra,Go pregio etterno del loco ond'io fui,F
19
qual merito o qual grazia mi ti mostra?GS'io son d'udir le tue parole degno,Hdimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra».G
«O gloria di tutti gli Italiani per mezzo del quale la nostra lingua (nostra perché ancora usata come strumento culturale) mostrò tutta la sua potenza espressiva, o pregio eterno della regione mantovana dov'io nacqui, quale merito mio o quale grazia divina permette che io ti possa vedere? Se io sono degno di udire le tùe parole, dimmi se vieni dall'inferno, e da quale cerchio» Virgilio gli rispose:
«O gloria dei Latini», disse, «per mezzo del quale la nostra lingua mostrò ciò che poteva, o vanto eterno della terra da cui io provengo, quale merito o quale grazia ti mostra a me? Se sono degno di ascoltare le tue parole, dimmi se vieni dall'inferno, e da quale recinto».
22
«Per tutt'i cerchi del dolente regno»,Hrispuose lui, «son io di qua venuto;Ivirtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.H
«Passando attraverso tutti i cerchi del mondo della dannazione sono giunto in purgatorio: una forza celeste mi ha mosso, e vengo assistito da questa.
«Attraverso tutti i cerchi del regno del dolore», rispose lui, «sono venuto fin qui; una forza del cielo mi ha mosso, e con essa vengo.
25
Non per far, ma per non fare ho perdutoIa veder l'alto Sol che tu disiriJe che fu tardi per me conosciuto.I
Non per aver commesso qualche colpa, ma per non aver avuto la vera fede ho perduto la possibilità di vedere Dio che tu desideri contemplare e che da me fu conosciuto troppo tardi (dopo la morte).
Non per ciò che ho fatto, ma per ciò che non ho fatto ho perduto la possibilità di vedere l'alto Sole (Dio) che tu desideri e che fu conosciuto da me troppo tardi.
28
Luogo è là giù non tristo di martìri,Jma di tenebre solo, ove i lamentiKnon suonan come guai, ma son sospiri.J
Nell'inferno vi è un luogo non rattristato da tormenti veri e propri, ma solo dalle tenebre, dove i lamenti delle anime non risuonano con acute grida, ma solo con sospiri.
Laggiù c'è un luogo non reso triste da tormenti, ma solo dalle tenebre, dove i lamenti non risuonano come grida, ma sono sospiri.
31
Quivi sto io coi pargoli innocentiKdai denti morsi de la morte avanteLche fosser da l'umana colpa essenti;K
Là io sono confinato insieme ai bambini innocenti sorpresi dalla morte prima d'essere lavati (che fosser... essenti: con il battesimo) dalla macchia del peccato originale (dall'umana colpa);
Lì sto io con i bambini innocenti, morsi dai denti della morte prima di essere liberati dalla colpa umana (il peccato originale);
34
quivi sto io con quei che le tre santeLvirtù non si vestiro, e sanza vizioMconobber l'altre e seguir tutte quante.L
là mi trovo con coloro che non si rivestirono delle tre sante virtù (quelle teologali), ma conobbero e praticarono tutte le altre (le virtù cardinali), senza commettere alcuna colpa vera e propria.
lì sto io con quelli che non si rivestirono delle tre sante virtù (teologali), e senza peccato conobbero le altre e le seguirono tutte quante.
37
Ma se tu sai e puoi, alcuno indizioMdà noi per che venir possiam più tostoNlà dove purgatorio ha dritto inizio».M
Ma se tu conosci il cammino e ti è permesso indicarlo, donaci qualche spiegazione per cui possiamo più celermente giungere là dove ha veramente inizio il purgatorio». Rispose:
Ma, se sai e puoi, dacci qualche indicazione perché possiamo arrivare più presto là dove il purgatorio ha il suo vero inizio».
40
Rispuose: «Loco certo non c'è posto;Nlicito m'è andar suso e intorno;Oper quanto ir posso, a guida mi t'accosto.N
«Non ci è imposto di stare in un luogo fisso; mi è permesso salire e girare intorno al monte; finché potrò salire, ti accompagnerò per farti da guida.
Rispose: «Non ci è assegnato un luogo fisso; mi è permesso andare su e intorno; per quanto posso andare, mi affianco a te come guida.
43
Ma vedi già come dichina il giorno,Oe andar sù di notte non si puote;Pperò è buon pensar di bel soggiorno.O
Però vedi come già il giorno declina, e non è possibile salire di notte; perciò è opportuno pensare a trovare un luogo piacevole (bel soggiorno, dove trascorrere il tempo notturno).
Ma vedi già come il giorno declina, e di notte non si può salire; perciò è bene pensare a un luogo piacevole dove sostare.
46
Anime sono a destra qua remote:Pse mi consenti, io ti merrò ad esse,Qe non sanza diletto ti fier note».P
Da questa parte a destra vi sono delle anime appartate: se non ti dispiace, io ti condurrò presso di esse, e con gioia le conoscerai».
Qui a destra ci sono delle anime in disparte: se me lo consenti, ti condurrò da loro, e non senza piacere le conoscerai».
49
«Com'è ciò?», fu risposto. «Chi volesseQsalir di notte, fora elli impeditoRd'altrui, o non sarria ché non potesse?».Q
52
E 'l buon Sordello in terra fregò 'l dito,Rdicendo: «Vedi? sola questa rigaSnon varcheresti dopo 'l sol partito:R
Virgilio rispose chiedendo: «Com'è questa legge? Colui che volesse salire di notte, sarebbe impedito da qualche forza esterna, oppure non salirebbe per il fatto di non aver in sé la forza necessaria?» E il nobile Sordello tracciò col dito una linea in terra, dicendo: «Vedi? neppure questa linea varcheresti dopo il tramonto del sole;
«Come mai?», gli fu risposto. «Chi volesse salire di notte, sarebbe impedito da qualcun altro, o non salirebbe perché non ne è capace?». E il buon Sordello strisciò il dito per terra, dicendo: «Vedi? Non oltrepasseresti neppure questa riga dopo il tramonto del sole:
55
non però ch'altra cosa desse briga,Sche la notturna tenebra, ad ir suso;Tquella col nonpoder la voglia intriga.S
non perché al salire sia d'impedimento nessun'altra cosa se non la tenebra notturna: questa togliendo la possibilità impaccia la volontà.
non perché altro ostacoli la salita se non le tenebre della notte; sono esse che con l'impotenza paralizzano la volontà.
58
Ben si poria con lei tornare in giusoTe passeggiar la costa intorno errando,Umentre che l'orizzonte il dì tien chiuso».T
Certamente durante la notte, finché l'orizzonte chiude sotto di sé la luce del giorno, si potrebbe scendere in basso e vagare camminando intorno alla costa del monte».
Con essa si potrebbe certo tornare in giù e passeggiare girando intorno al pendio, finché l'orizzonte tiene chiuso il giorno».
61
Allora il mio segnor, quasi ammirando,U«Menane», disse, «dunque là 've diciVch'aver si può diletto dimorando».U
A questo punto la mia guida, con l'aspetto di uno che si meraviglia, disse: «Guidaci dunque al luogo ove affermi che possiamo trovare una dimora piacevole».
Allora il mio signore, quasi meravigliato, disse: «Conducici dunque là dove dici che si può avere piacere a sostare».
64
Poco allungati c'eravam di lici,Vquand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,Wa guisa che i vallon li sceman quici.V
Ci eravamo di poco allontanati di lì, quand'io mi accorsi che il monte era incavato, allo stesso modo che i valloni incavano i fianchi dei monti sulla terra. Sordello disse:
Ci eravamo allontanati di poco da lì, quando mi accorsi che il monte era incavato, come le valli incavano i monti qui da noi.
67
«Colà», disse quell'ombra, «n'anderemoWdove la costa face di sé grembo;Xe là il novo giorno attenderemo».W
«Andremo là dove la costa si avvalla; ed ivi attenderemo l'alba del nuovo giorno».
«Là», disse quell'ombra, «andremo, dove il pendio forma un grembo; e là attenderemo il nuovo giorno».
70
Tra erto e piano era un sentiero schembo,Xche ne condusse in fianco de la lacca,Ylà dove più ch'a mezzo muore il lembo.X
C'era un sentiero obliquo né ripido né piano, che ci condusse alla parete laterale dell'avvallamento, in un punto dove il suo orlo si abbassa di più della metà (dell'altezza che esso ha nella parte superiore).
Tra ripido e piano c'era un sentiero obliquo, che ci condusse sul fianco della conca, là dove l'orlo si abbassa a meno della metà.
73
Oro e argento fine, cocco e biacca,Yindaco, legno lucido e sereno,Zfresco smeraldo in l'ora che si fiacca,Y
76
da l'erba e da li fior, dentr'a quel senoZposti, ciascun saria di color vinto,AAcome dal suo maggiore è vinto il meno.Z
Il colore dell'oro e dell'argento puro, il rosso della porpora e il bianco della biacca, il turchino dell'indaco, il riflesso del legno levigato e terso, e il verde vivo dello smeraldo nel momento in cui si spezza, collocati in quella valletta sarebbero stati vinti nella purezza del colore da quell'erba e da quei fiori, come il meno è vinto dal più.
Oro e argento puro, scarlatto e biacca, indaco, legno lucido e chiaro, smeraldo fresco nel momento in cui si spezza, posti dentro quella valletta, sarebbero ciascuno vinti nel colore dall'erba e dai fiori, come il minore è vinto dal maggiore.
79
Non avea pur natura ivi dipinto,AAma di soavità di mille odoriABvi facea uno incognito e indistinto.AA
La natura colà non solo aveva sparso i suoi colori, ma vi diffondeva un profumo sconosciuto e ineffabile composto di mille soavi odori.
Lì la natura non aveva soltanto dipinto, ma con la soavità di mille profumi ne creava uno solo, sconosciuto e indistinto.
82
'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fioriABquindi seder cantando anime vidi,ACche per la valle non parean di fuori.AB
Sul verde e sui fiori da lì vidi anime che sedevano cantando «Salve, Regina», le quali a causa dell'avvallamento non apparivano dal di fuori.
Lì vidi anime sedute sul verde e sui fiori che cantavano «Salve, Regina», e che da fuori non si vedevano a causa della valle.
85
«Prima che 'l poco sole omai s'annidi»,ACcominciò 'l Mantoan che ci avea vòlti,AD«tra color non vogliate ch'io vi guidi.AC
«Prima che tramonti ormai il poco sole rimasto, non vogliate che io vi porti in mezzo a costoro» cominciò il mantovano Sordello che ci aveva condotti fin là.
«Prima che il poco sole che resta ormai tramonti», cominciò il Mantovano (Sordello) che ci aveva condotti lì, «non chiedetemi di guidarvi tra loro.
88
Di questo balzo meglio li atti e ' voltiADconoscerete voi di tutti quanti,AEche ne la lama giù tra essi accolti.AD
«Da questo balzo voi potrete osservare l'atteggiamento e l'aspetto di tutti questi spiriti, meglio che giù nella valle mescolandovi a loro.
Da questo ripiano riconoscerete i gesti e i volti di tutti quanti meglio che se foste accolti tra loro giù nella valle.
91
Colui che più siede alto e fa sembiantiAEd'aver negletto ciò che far dovea,AFe che non move bocca a li altrui canti,AE
94
Rodolfo imperador fu, che poteaAFsanar le piaghe c'hanno Italia morta,AGsì che tardi per altri si ricrea.AF
Colui che siede sovrastando gli altri principi e mostra nel suo atteggiamento d'aver trascurato il proprio dovere (di scendere in Italia), e che non partecipa al canto come gli altri, fu l'imperatore Rodolfo, il quale poteva sanare le piaghe che hanno distrutto l'Italia, cosicché troppo tardi per opera di un altro si tenterà di farla risorgere.
Colui che siede più in alto e ha l'aria di aver trascurato ciò che doveva fare, e che non muove la bocca al canto degli altri, fu l'imperatore Rodolfo, che poteva guarire le piaghe che hanno ucciso l'Italia, così che tardi essa è risanata da altri.
97
L'altro che ne la vista lui conforta,AGresse la terra dove l'acqua nasceAHche Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:AG
Quell'altro, che nell'aspetto mostra di confortarlo, fu re nella terra (la Boemia) dove nascono le acque che la Moldava porta all'Elba, e l'Elba al mare:
L'altro che nell'aspetto sembra confortarlo, governò la terra (la Boemia) dove nasce l'acqua che la Moldava porta all'Elba, e l'Elba al mare:
100
Ottacchero ebbe nome, e ne le fasceAHfu meglio assai che Vincislao suo figlioAIbarbuto, cui lussuria e ozio pasce.AH
si chiamò Ottocaro, e fin da bambino superò di gran lunga suo figlio Venceslao che ora, nell'età virile, vive completamente immerso nella lussuria e nell'ozio.
si chiamò Ottocaro, e già in fasce fu molto migliore di suo figlio Venceslao da adulto, che si nutre di lussuria e di ozio.
103
E quel nasetto che stretto a consiglioAIpar con colui c'ha sì benigno aspetto,AJmorì fuggendo e disfiorando il giglio:AI
E quello dal piccolissimo naso, che sembra in segreto colloquio con quell'altro che ha un aspetto così mite, morì fuggendo e facendo sfiorire nel disonore il giglio (insegna della casa reale di Francia erano, infatti, tre gigli d'oro in campo azzurro).
E quello dal naso piccolo (Filippo III di Francia), che sembra stretto a colloquio con colui che ha un aspetto così benevolo (Enrico di Navarra), morì fuggendo e disonorando il giglio:
106
guardate là come si batte il petto!AJL'altro vedete c'ha fatto a la guanciaAKde la sua palma, sospirando, letto.AJ
osservate là come si batte il petto! Guardate invece l'altro che ha appoggiato la guancia sulla palma della mano, sospirando malinconicamente.
guardate là come si batte il petto! Vedete l'altro che, sospirando, ha fatto del palmo della mano un letto per la guancia.
109
Padre e suocero son del mal di Francia:AKsanno la vita sua viziata e lorda,ALe quindi viene il duol che sì li lancia.AK
Sono il padre e il suocero del disonore di Francia (Filippo il Bello): conoscono la sua vita piena di vizi e vergognosa, e da qui nasce il dolore che così profondamente li trafigge.
Sono padre e suocero del male della Francia (Filippo il Bello): conoscono la sua vita viziosa e sporca, e da qui viene il dolore che li trafigge così.
112
Quel che par sì membruto e che s'accorda,ALcantando, con colui dal maschio naso,AMd'ogne valor portò cinta la corda;AL
115
e se re dopo lui fosse rimasoAMlo giovanetto che retro a lui siede,ANben andava il valor di vaso in vaso,AM
Quello che appare così nerboruto e che canta in perfetto accordo con l'altro dal gran naso, fu rivestito e ornato da ogni virtù; e se gli fosse successo nel regno il giovinetto che qui siede dietro a lui, il retaggio della virtù si sarebbe egregiamente trasmesso di padre in figlio, mentre questo non si può affermare degli altri eredi:
Quello che sembra così robusto (Pietro III d'Aragona) e che canta in accordo con colui dal naso virile (Carlo d'Angiò) portò cinta la corda di ogni virtù; e se dopo di lui fosse rimasto re il giovinetto che siede dietro di lui, il valore sarebbe passato davvero da un vaso all'altro,
118
che non si puote dir de l'altre rede;ANIacomo e Federigo hanno i reami;AOdel retaggio miglior nessun possiede.AN
Giacomo e Federigo hanno ora i regni; ma nessuno dei due ha preso il meglio dell'eredità paterna (del retaggio miglior, cioè la virtù).
cosa che non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico possiedono i regni; ma nessuno possiede l'eredità migliore (la virtù).
121
Rade volte risurge per li ramiAOl'umana probitate; e questo voleAPquei che la dà, perché da lui si chiami.AO
Raramente la virtù dei padri ricompare nei figli; e questo è voluto da Dio che la dà, affinché la si riconosca derivata da Lui (da lui: e non ricevuta per eredità).
Raramente la virtù umana si ripresenta nei rami (nei discendenti); e così vuole colui che la dà, perché la si chieda a lui.
124
Anche al nasuto vanno mie paroleAPnon men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,AQonde Puglia e Proenza già si dole.AP
Anche a Carlo d'Angiò, il Nasuto, sono dirette le mie parole, non meno che all'altro che canta con lui, Pietro, per la quale degenerazione la Puglia e la Provenza già si dolgono.
Le mie parole si riferiscono anche a quello dal grosso naso (Carlo d'Angiò) non meno che all'altro, Pietro, che canta con lui, per cui la Puglia e la Provenza già soffrono.
127
Tant'è del seme suo minor la pianta,AQquanto più che Beatrice e Margherita,ARCostanza di marito ancor si vanta.AQ
La pianta (cioè il figlio Carlo II) è tanto inferiore al suo seme (cioè al padre Carlo I), quanto Costanza (vedova di Pietro III d'Aragona) ha motivo di vantarsi ancora di suo marito più di quanto abbiano motivo di vantarsi del loro Beatrice di Provenza e Margherita di Borgogna (prima e seconda moglie di Carlo I d'Angiò).
La pianta è tanto inferiore al suo seme (il figlio al padre) quanto Costanza si vanta del marito ancora più di Beatrice e Margherita.
130
Vedete il re de la semplice vitaARseder là solo, Arrigo d'Inghilterra:ASquesti ha ne' rami suoi migliore uscita.AR
Osservate invece là come siede appartato il re dalla vita semplice, Enrico d'Inghilterra: egli ha nei suoi discendenti un esito migliore.
Vedete il re dalla vita semplice, Enrico d'Inghilterra, seduto là da solo: questi ha avuto una discendenza migliore.
133
Quel che più basso tra costor s'atterra,ASguardando in suso, è Guiglielmo marchese,ATper cui e Alessandria e la sua guerraAS
136
fa pianger Monferrato e Canavese».AT
Quello fra loro che sta seduto più in basso, con lo sguardo rivolta verso il cielo, è il marchese Guglielmo, a causa del quale Alessandria e la sua guerra portano desolazione e pianto nel Monferrato e nel Canavese.»
Quello che tra costoro siede più in basso, a terra, guardando in su, è il marchese Guglielmo, per il quale Alessandria e la sua guerra fanno piangere il Monferrato e il Canavese».
Riassunto del canto VII
Sordello, dopo il primo momento di commozione nell'udire il nome della patria, vuole notizie precise sui due pellegrini. Virgilio risponde rivelando la propria identità al poeta mantovano, che si rivolge allora a lui chiamandolo «gloria di Latin».
Dopo aver spiegato che il loro viaggio è permesso da Dio e che egli proviene dal Limbo, Virgilio chiede la strada più breve per giungere al vero Purgatorio, ma Sordello ricorda che la legge del mondo della penitenza vieta di salire il monte durante la notte. Occorrerà cercare un luogo dove attendere l'alba.
I tre poeti si avviano verso la «valletta fiorita», dove si trovano i principi negligenti che, troppo presi dalle cure mondane, si pentirono solo in punto di morte.
Circondati da una natura splendente di fiori e di profumi, essi cantano l'inno «Salve, Regina», mentre Sordello, rimanendo sull'orlo della valle, indica ai due pellegrini i personaggi più noti: l'imperatore Rodolfo d'Asburgo, al quale Dante rivolge l'accusa di avere trascurato la situazione politica italiana, Ottocaro II di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d'Aragona con il figlio Alfonso, Carlo I d'Angiò, Arrigo III d'Inghilterra, Guglielmo VII di Monferrato.
Sottolinea infine la degenerazione dei loro discendenti, perché raramente la virtù si tramanda di padre in figlio, volendo Dio che tutti capiscano che essa non si riceve per eredità, ma proviene direttamente dal cielo.
In breve
Dove e chi
Valletta dei principi: Principi negligenti. Attendono nella valle fiorita.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Nell'invettiva all'Italia l'interna armonia delle venticinque terzine - che si frangono di continuo in immagini e in quadri che mutano rapidamente con una sottile gradazione di tempi e di tensione emotiva - è acquisita attraverso l'eliminazione di ogni sosta narrativa e di ogni tessuto ragionativo, mediante una sorta di impulso drammatico, che nasce non più da un attaccamento doloroso e polemico alle proprie vicende terrene, allontanate anzi nell'ansia di rinnovamento spirituale, ma dalla coscienza di una investitura conferita dalla fede e perciò di origine straordinaria. Ed è questo impulso drammatico, spogliato delle sue forme più agitate e dure, e venato di una profondissima malinconia, che sorregge nel canto settimo la rassegna dei principi. La domanda apparentemente blasfema dal Poeta rivolta a Dio (son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?) aveva denunciato, accanto all'indignazione, una stanchezza estrema di fronte al dilagare del male, un confidente abbandono non nelle risorse umane per una, sia pure lontana, rinascita, ma nella invocazione del soccorso divino, anch'esso però proiettato in un momento lontano nel tempo: o è preparazion... per alcun bene? Non la fede vacilla in lui, ma la speranza di vedere realizzato, di fronte alla violenza di quel male, il sogno di un'Italia giardin dello 'mperio, di una Roma non più vedova e sola, di una Firenze veramente ricca... con pace... con senno. L'inno liturgico del canto settimo, « Salve, Regina », invocante l'intervento divino per la debolezza umana, conclude questo momento di meditazione politica, perché l'animo, raggiunta una sfera tutta ideale e sicuro ormai nella presenza di un provvidenziale soccorso, si accinge a contemplare l'ordine in un mondo più vero e più alto, trovando, nel gruppo dei potenti della terra, non il motivo per una nuova, dura protesta dinanzi a ciò che l'intelletto umano non sopporta, perché lo ritiene assurdo, ma la disposizione ad una mitezza di giudizio di fronte a chi la giustizia divina ha già reso consapevole del male compiuto. L'animo del Poeta, che sembrava essersi allontanato non dallo slancio di purificazione e di ascesa che lo guida nella seconda cantica - e che gli ha dettato il movimento polemico e l'urgenza irrequieta dell'apostrofe - ma dalla intonazione elegiaca con la quale viene costruendo le caratteristiche del secondo regno, gravita di nuovo verso la preghiera. Recupera attraverso la pietà liturgica della « Salve, Regina », la coscienza di appartenere a quella società che aveva respinto da sé in un momento di ribellione, e, attraverso la malinconia della sera e il divieto di salire lungo il monte senza la luce, il senso della instabilità umana che colpisce Dante e le anime penitenti nella certezza di un esilio dalla vera patria. Il colloquio fra Virgilio e Sordello, la descrizione della "valletta", il momento liturgico, la rappresentazione dei principi non sono episodi distinti, capaci di spezzare l'unità del canto, anche se spesso l'indagine dei critici ha voluto farlo - rivelando come punto chiave ora l'esaltazione di Virgilio da parte del trovatore mantovano ora la continuazione del tema politico del canto precedente come vagheggiamento di un'ideale concordia fra i signori sotto la guida dell'imperatore (colui che più siede alto) - laddove i motivi si svolgono gli uni dagli altri con perfetta dipendenza. L'immagine di Sordello, esaurito il suo motivo poetico vitale - surse ver lui del loco ove pria stava sfuma nel contrappunto alla figura di Virgilio, la cui dolente rievocazione dello stato spirituale del limbo imposta un pacato discorrere che gradua il passaggio dallo stile dell'invettiva a quello della rassegna. Ed è ancora il poeta latino con le sue domande che porta Sordello, nello spiegare la legge del purgatorio intorno alla salita, a una vera e propria metafisica della luce e della tenebra, che si giustifica non solo come motivo didascalico, ma anche come anticipazione, nel crepuscolo della sera, del miracolo di luce e di colore della "valletta". Ma è soprattutto il tono della poesia virgiliana, il ricordo della commossa rassegna del canto sesto dell'Eneide che serve da mediazione tra l'invettiva e il catalogo dei principi esemplato sul Compianto di Sordello, ma privo della violenza di parole e di giudizio di quello. Infatti "in questa atmosfera, in questa luce, nel canto che invoca salvezza e dice speranza, anche il catalogo storico dei principi negligenti non può esser tracciato che con serenità, con pacatezza di giudizio: l'invettiva sarebbe fuor di luogo di fronte al canto della «Salve, Regina »; ed ecco la violenza, lo sdegno e l'ironia del planh di Sordello collocarsi, ambientarsi in un tono più piano" (Seroni). Tuttavia, se d'accordo col Vossler occorre rilevare la delicatezza di rappresentazione "nelle stanche posizioni; nei gesti dei principi, nell'ombra serale che s'avvicina, nei misteriosi bagliori e profumi dei fiori, nel pio canto corale di voci maschili, nei pensieri che riescono a commuovere i due pellegrini che guardano da lontano", questa presenza non deve disperdere in un'atmosfera vagamente romantica l'attenzione di chi legge, essendo chiaro il proposito del Poeta di costruire una storia per ritratti, "ch'è quasi una iconografia a tinte popolari, in cui le caratteristiche fisiche e i tratti morali tipici concordano a formar le immagini di una storia contemporanea, di una storia viva" (Seroni), anche se nella considerazione della degenerazione del potere temporale, della vicenda delle dinastie, del decadere, per li rami, delle virtù, nasce spontanea in Dante la riflessione intorno al « perché » di questi avvenimenti. Il Poeta, osserva il Seroni, risponde naturalmente alla luce della sua dottrina, e, pur restando il giudizio sulle colpe degli uomini, non può non intervenire una considerazione sistematica, dottrinaria: senza la volontà divina tanta degenerazione non è possibile. È una visione teologica della storia, dalla quale nasce appunto la pacata sicurezza del tono della rassegna dei principi.
vv. 73-81Oro e argento fine, cocco e biacca,indaco, legno lucido e sereno,fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,da l'erba e da li fior, dentr'a quel senoposti, ciascun saria di color vinto,come dal suo maggiore è vinto il meno.Non avea pur natura ivi dipinto,ma di soavità di mille odorivi facea uno incognito e indistinto.Leggi nel testo
Al tramonto Sordello conduce Dante e Virgilio in una piccola valle nascosta nel fianco del monte. Il prato è più colorato di qualunque materiale prezioso: oro e argento, cocciniglia e biacca, indaco, smeraldo appena spaccato. I fiori mandano un profumo mai sentito, fatto di mille odori. Qui siedono, cantando il Salve Regina, i principi negligenti.
Sono re e signori che, presi dagli affari del governo, hanno trascurato la salvezza dell'anima. Dante li presenta in coppie di ex nemici, ora riconciliati: Rodolfo d'Asburgo accanto a Ottocaro di Boemia, Carlo d'Angiò accanto a Pietro d'Aragona. Le guerre che hanno combattuto in vita qui non contano più.
La valletta è una specie di anticipo del Paradiso terrestre, con cui condivide il prato fiorito. Ma è anche uno spazio di pericolo: di notte vi entra un serpente, scacciato da due angeli. Il contrasto tra la bellezza del luogo e la fragilità delle anime prepara la scena liturgica del canto successivo.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La valletta dei principi
Ne parla la scheda ««Era già l'ora che volge il disio»» (Purg. VIII).