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Il poema

La lingua e lo stile

Perché Dante scrive in volgare, come funzionano la terzina e l'endecasillabo, che cosa vuol dire plurilinguismo: dalle parole basse di Malebolge ai neologismi del Paradiso.

La scelta del volgare

All'inizio del Trecento le opere di filosofia, di teologia e di scienza si scrivevano in latino; il volgare serviva soprattutto per la poesia d'amore e per i testi pratici. Dante affida invece alla lingua parlata un poema che tratta dell'intero universo. La scelta è preparata da due opere dell'esilio: il Convivio, in cui usa il volgare per la filosofia, e il De vulgari eloquentia, un trattato (in latino, perché rivolto ai dotti) che ne difende la dignità.

Non tutti approvarono. Intorno al 1319 il maestro bolognese Giovanni del Virgilio gli scrisse in versi latini invitandolo a comporre in latino, per un pubblico di letterati. Dante non cambiò strada: voleva essere letto anche da chi il latino non lo sapeva.

L'endecasillabo e la terzina

Il verso è l'endecasillabo, che ha l'ultimo accento sulla decima sillaba e di norma conta undici sillabe. Gli altri accenti possono spostarsi, e questo permette ritmi molto diversi, lenti o concitati. I versi sono raggruppati in terzine incatenate, dette anche terza rima, una forma che Dante ha inventato per questo poema: il primo verso rima con il terzo, mentre il secondo dà la rima alla terzina seguente. Lo schema è ABA BCB CDC e così via.

Nel mezzo del cammin di nostra vitami ritrovai per una selva oscuraché la diritta via era smarrita.Ahi quanto a dir qual era è cosa duraesta selva selvaggia e aspra e forteche nel pensier rinova la paura!Inferno I, 1-6

Qui «vita» rima con «smarrita» (A); «oscura», al centro della prima terzina, torna in «dura» e «paura» (B); «forte» prepara la rima della terzina successiva. Ogni strofa è agganciata a quella che segue, e il racconto procede senza interruzioni. Per chiudere la catena ogni canto termina con un verso isolato, che riprende la rima centrale dell'ultima terzina: per esempio Inferno I, 136.

Plurilinguismo: tutte le parole possibili

Il termine è del critico Gianfranco Contini e indica la varietà della lingua di Dante, opposta alla lingua selezionata e uniforme di Petrarca. La base è il fiorentino, ma nella Commedia entrano parole di ogni livello: termini quotidiani, plebei e osceni, forme già antiche per il suo tempo, voci di altri volgari italiani, francesismi e provenzalismi, latinismi, termini tecnici della filosofia e dell'astronomia. Alla varietà delle parole corrisponde quella degli stili (pluristilismo): il tono cambia secondo la materia.

  • Nel basso Inferno la lingua è volutamente aspra e «comica», cioè bassa. Fra i diavoli di Malebolge si arriva al verso «ed elli avea del cul fatto trombetta» (Inferno XXI, 139); per descrivere il fondo dell'abisso Dante dice che gli servirebbero «rime aspre e chiocce» (Inferno XXXII, 1).
  • Ci sono lingue straniere e lingue inventate: il grido incomprensibile di Pluto (Inferno VII, 1), e soprattutto gli otto versi in provenzale con cui risponde il trovatore Arnaut Daniel (Purgatorio XXVI, 140-147), omaggio al «miglior fabbro del parlar materno» (Purgatorio XXVI, 117).
  • Il latino compare nelle preghiere e nei salmi cantati dalle anime, come in Purgatorio II, 46, e si moltiplicano i latinismi man mano che l'argomento si fa teologico.
  • Ci sono francesismi, come «giuggia» per «giudica» (Purgatorio XX, 48); parlando con il miniatore Oderisi da Gubbio Dante ricorda che a Parigi la sua arte si chiama «alluminar» (Purgatorio XI, 81).
  • Non mancano le parole dei bambini: «mamma o babbo» (Inferno XXXII, 9), «il 'pappo' e 'l 'dindi'», cioè il pane e i soldi (Purgatorio XI, 105).

Per la stessa cosa Dante dispone spesso di più forme e sceglie secondo il tono, il ritmo o la rima: «speranza», «speme» (Inferno IV, 42) e «spene» (Purgatorio III, 66); «specchio» e «speglio» (Paradiso XV, 62); per «mangiare», il dotto «manduca» (Inferno XXXII, 127) e il popolare «manicar» (Inferno XXXIII, 60), a pochi versi di distanza nello stesso episodio.

Registro alto e registro realistico

La mescolanza non è casuale: lo stile segue il personaggio e la situazione, anche dentro la stessa cantica. Quando parla un grande, il registro sale. Farinata degli Uberti si rivolge a Dante con una frase solenne e cerimoniosa (Inferno X, 22-27); Ulisse tiene ai compagni un discorso da oratore (Inferno XXVI, 118-120); Cacciaguida saluta il discendente addirittura in latino (Paradiso XV, 28-30). Nelle scene degradate, come la zuffa dei diavoli o le malattie dei falsari, il lessico si fa concreto e popolare: fra i diavoli compare «arruncigliò», afferrò con l'uncino (Inferno XXII, 35).

In generale l'Inferno è la cantica dello stile «comico» nel senso medievale, cioè basso e vario; il Purgatorio ha un tono medio, più disteso; il Paradiso tende allo stile alto, che gli antichi chiamavano tragico. Ma sono tendenze, non regole: parole dure si trovano anche in cielo, dove Cacciaguida invita Dante a dire tutta la verità e a lasciare «grattar dov'è la rogna» (Paradiso XVII, 129).

La lingua del Paradiso

Nell'ultima cantica Dante deve raccontare un'esperienza che supera le capacità umane, e lo dichiara: «Trasumanar significar per verba / non si poria» (Paradiso I, 70-71), cioè l'andare oltre l'umano non si può esprimere a parole. «Trasumanar» è una parola che prima non esisteva. Quando il vocabolario non basta Dante ne crea di nuove, spesso verbi formati con il prefisso «in-» e un pronome o un avverbio: «s'inluia», penetra in lui (Paradiso IX, 73), «m'intuassi» e «t'inmii», se io entrassi in te come tu entri in me (Paradiso IX, 81), «s'insempra», dura per sempre (Paradiso X, 148). Sono neologismi che servono a dire l'unione delle anime con Dio e fra loro.

I neologismi non sono solo del Paradiso e non riguardano solo Dio. Il montanaro che entra per la prima volta in città «s'inurba» (Purgatorio XXVI, 69); la vita di Dante «s'infutura», si prolunga nel futuro, oltre la punizione dei suoi nemici (Paradiso XVII, 98); gli angeli sono così tanti che il loro numero «s'inmilla», si moltiplica per migliaia (Paradiso XXVIII, 93); un secolo che si ripeterà cinque volte «s'incinqua» (Paradiso IX, 40). Il procedimento è sempre lo stesso: da un nome, un numero o un pronome si ricava un verbo.

La similitudine

È lo strumento con cui Dante rende visibile ciò che nessun lettore ha mai visto. Il paragone parte quasi sempre da un'esperienza comune (il mare, gli animali, le stagioni, i mestieri) e ha una forma riconoscibile: «come... così». Nel primo canto lo scampato pericolo è reso con il naufrago che, raggiunta la riva, si volta a guardare l'acqua (Inferno I, 22-27). Le anime che si affollano sulla riva dell'Acheronte sono paragonate alle foglie che cadono in autunno (Inferno III, 112-117), i lussuriosi nella bufera agli storni in volo (Inferno V, 40-43). Quando incontri una similitudine chiediti sempre che cosa aggiunge: di solito indica uno stato d'animo o un movimento che la descrizione diretta non darebbe.

Padre della lingua italiana?

La formula è tradizionale e ha un fondamento, ma va intesa con misura. Dante non ha inventato l'italiano: scriveva nel fiorentino del suo tempo. Ha però dimostrato che quel volgare poteva dire qualunque cosa, e il successo immediato del poema lo ha fatto conoscere in tutta la penisola. Secondo gli studi del linguista Tullio De Mauro, gran parte delle parole fondamentali dell'italiano di oggi si trova già nella Commedia: per questo, con qualche nota, uno studente riesce ancora a leggerla.

La lingua letteraria comune fu fissata però nel Cinquecento, sulla base del fiorentino trecentesco, e Pietro Bembo indicò come modelli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa: la lingua di Dante gli pareva troppo varia e a tratti troppo bassa. Molte parole dantesche, in particolare i neologismi del Paradiso, non sono mai entrate nell'uso.

Per l'interrogazione
  • Dante sceglie il volgare per un argomento altissimo e per farsi leggere anche da chi non sa il latino; la scelta è difesa nel Convivio e nel De vulgari eloquentia.
  • Metro: endecasillabi in terzine incatenate (ABA BCB CDC...), con un verso isolato a chiudere ogni canto. La terzina è un'invenzione di Dante.
  • Plurilinguismo (Contini): parole basse, dialettali, latine, francesi, tecniche, infantili; più forme per la stessa parola («speranza», «speme», «spene»).
  • Lo stile cambia con la materia: alto con i grandi personaggi (Inferno X, 22-27), realistico nelle scene basse (Inferno XXI, 139); comico l'Inferno, medio il Purgatorio, alto il Paradiso.
  • Neologismi da citare: «trasumanar» (Paradiso I, 70), «s'inluia» (Paradiso IX, 73), «s'inurba» (Purgatorio XXVI, 69), «s'infutura» (Paradiso XVII, 98). Provenzale in Purgatorio XXVI, 140-147.
  • «Padre della lingua» perché ha dato prestigio e diffusione al fiorentino; ma la norma dell'italiano letterario nasce nel Cinquecento, con Bembo, su Petrarca e Boccaccio.