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Indice dei canti
Dante e Beatrice, in primo piano a sinistra, alzano lo sguardo verso un punto di luce intensissima circondato da numerosi cerchi concentrici di fuoco, nel cielo blu stellato.
Nel Primo Mobile appare il punto luminoso, Dio, attorno a cui ruotano i cerchi dei cori angelici.
Paradiso · Primo Mobile

Paradiso, Canto XXVIII

«Poscia che 'ncontro a la vita presente…»

Nel Primo Mobile appare a Dante un punto luminosissimo (Dio), intorno al quale si muovono nove cerchi concentrici (i cori angelici).

Luogo
Primo Mobile
Anime
Cori angelici
Personaggi
Beatrice
Versi
139 · 46 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXVIII

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Poscia che 'ncontro a la vita presenteAd'i miseri mortali aperse 'l veroBquella che 'mparadisa la mia mente,A

4

come in lo specchio fiamma di doppieroBvede colui che se n'alluma retro,Cprima che l'abbia in vista o in pensiero,B

7

e sé rivolge per veder se 'l vetroCli dice il vero, e vede ch'el s'accordaDcon esso come nota con suo metro;C

10

così la mia memoria si ricordaDch'io feci riguardando ne' belli occhiEonde a pigliarmi fece Amor la corda.D

Dopo che Beatrice, colei che innalza la mia anima alle gioie del paradiso, parlando contro la presente corruzione degli uomini mi ebbe rivelato la verità, come colui che scorge riflessa in uno specchio (che ha davanti), la fiamma di una torcia che lo illumina alle spalle, prima di averla vista (direttamente) o di avere pensato (che fosse lì), e si volge a guardare per vedere se lo specchio riflette un oggetto reale, e costata che l’immagine riflessa riproduce perfettamente quella vera allo stesso modo in cui il canto si accorda con la musica che l’accompagna, così mi ricordo di aver fatto io guardando nei begli occhi (di Beatrice) dei quali Amore si servì per legarmi a lei.
Dopo che colei che rende la mia mente simile a quella dei beati ebbe rivelato la verità contro la vita presente dei miseri mortali, come vede la fiamma di una doppia candela nello specchio colui che ne è illuminato da dietro, prima di averla vista o pensata, e si volta per vedere se il vetro gli dice il vero, e vede che esso concorda con l'immagine come la musica con le parole; così la mia memoria ricorda che feci io guardando nei begli occhi con cui Amore fece la corda per catturarmi.
13

E com'io mi rivolsi e furon tocchiEli miei da ciò che pare in quel volume,Fquandunque nel suo giro ben s'adocchi,E

16

un punto vidi che raggiava lumeFacuto sì, che 'l viso ch'elli affocaGchiuder conviensi per lo forte acume;F

E quando mi volsi a guardare e i miei occhi furono colpiti da ciò che appare in quel cielo (volume; cfr. canto XXIII, verso 112), ogni qualvolta si fissi bene lo sguardo nel suo giro, vidi un punto che irradiava una luce così potente, che l’occhio, che esso abbaglia deve chiudersi a causa della forte intensità di tale luce;
E appena mi voltai e i miei occhi furono colpiti da ciò che appare in quel cielo, ogni volta che lo si osserva bene nel suo giro, vidi un punto che irradiava una luce così intensa che l'occhio che esso infiamma deve chiudersi per la forte intensità;
19

e quale stella par quinci più poca,Gparrebbe luna, locata con essoHcome stella con stella si collòca.G

e anche la stella che dalla terra appare più piccola, sembrerebbe grande come la luna, se fosse posta accanto ad esso come (nel cielo) una stella è collocata accanto all’altra.
e la stella che da qui sembra più piccola sembrerebbe una luna, se posta accanto a esso come una stella si pone accanto a un'altra stella.
22

Forse cotanto quanto pare appressoHalo cigner la luce che 'l dipigneIquando 'l vapor che 'l porta più è spesso,H

25

distante intorno al punto un cerchio d'igneIsi girava sì ratto, ch'avria vintoJquel moto che più tosto il mondo cigne;I

Forse non più distante di quanto si vede l’alone circondare l’astro (luce: il sole o la luna) che lo produce o lo illumina, quando il vapore che forma tale alone è più denso, così un cerchio di fuoco girava intorno al punto luminoso tanto velocemente, che avrebbe superato anche il moto del cielo che più rapido si volge intorno alla terra.
Forse alla stessa distanza a cui sembra l'alone cingere la luce che lo colora, quando il vapore che lo forma è più denso, intorno al punto un cerchio di fuoco girava così rapido che avrebbe superato il moto che più velocemente cinge il mondo (il Primo Mobile);
28

e questo era d'un altro circumcinto,Je quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,Kdal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.J

E questo (cerchio) era circondato da un secondo, e questo da un terzo, e poi il terzo dal quarto, il quarto dal quinto, e poi il quinto dal sesto.
e questo era circondato da un altro, e quello dal terzo, e poi il terzo dal quarto, il quarto dal quinto, e poi il quinto dal sesto.
31

Sopra seguiva il settimo sì spartoKgià di larghezza, che 'l messo di IunoLintero a contenerlo sarebbe arto.K

Al di fuori del sesto seguiva il settimo così esteso ormai in larghezza, che l’arcobaleno sarebbe troppo stretto per poterlo contenere anche se costituisse (invece di un arco) un circolo intero.
Sopra seguiva il settimo, già così esteso in larghezza che la messaggera di Giunone (l'arcobaleno), intera, sarebbe troppo stretta per contenerlo.
34

Così l'ottavo e 'l nono; e chiaschedunoLpiù tardo si movea, secondo ch'eraMin numero distante più da l'uno;L

Concentrici come i precedenti e sempre più larghi seguivano l’ottavo e il nono; e ciascuno si muoveva con velocità decrescente, a seconda che il suo numero d’ordine fosse più o meno distante dall’ unìtà (cioè dal primo cerchio);
Così l'ottavo e il nono; e ciascuno si muoveva più lento quanto più era lontano, di numero, dal primo;
37

e quello avea la fiamma più sinceraMcui men distava la favilla pura,Ncredo, però che più di lei s'invera.M

ed aveva una fiamma più limpida il cerchio che era meno lontano dal punto luminoso, perché, credo, (essendo più vicino a Dio) tanto più riceve la sua verità.
e aveva la fiamma più limpida quello a cui era meno lontana la scintilla pura (il punto), credo perché partecipa di più della sua verità.
40

La donna mia, che mi vedea in curaNforte sospeso, disse: «Da quel puntoOdepende il cielo e tutta la natura.N

La mia donna, che mi vedeva assorto in un grave dubbio, disse: «Da quel punto dipendono il cielo e tutta la natura.
La mia donna, che mi vedeva fortemente preoccupato e incerto, disse: «Da quel punto dipendono il cielo e tutta la natura.
43

Mira quel cerchio che più li è congiunto;Oe sappi che 'l suo muovere è sì tostoPper l'affocato amore ond'elli è punto».O

Osserva quel cerchio che gli è più vicino; e sappi che il suo moto è così veloce per l’amore ardentissimo da cui è stimolato». Ed io:
Guarda quel cerchio che gli è più vicino; e sappi che il suo movimento è così veloce per l'amore ardente da cui è stimolato».
46

E io a lei: «Se 'l mondo fosse postoPcon l'ordine ch'io veggio in quelle rote,Qsazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;P

«Se le sfere della terra e dei cieli fossero disposte nell’ordine che io vedo in questi cerchi angelici, la spiegazione data mi avrebbe soddisfatto;
E io a lei: «Se il mondo fosse disposto con l'ordine che vedo in quelle ruote, mi avrebbe soddisfatto ciò che mi è stato proposto;
49

ma nel mondo sensibile si puoteQveder le volte tanto più divine,Rquant'elle son dal centro più remote.Q

ma nel mondo sensibile si possono vedere i cieli tanto più veloci e infiammati di amore divino, quanto più sono lontani dal loro centro (la terra).
ma nel mondo sensibile si possono vedere i cieli tanto più divini quanto più sono lontani dal centro.
52

Onde, se 'l mio disir dee aver fineRin questo miro e angelico temploSche solo amore e luce ha per confine,R

55

udir convienmi ancor come l'essemploSe l'essemplare non vanno d'un modo,Tché io per me indarno a ciò contemplo».S

Perciò, se il mio desiderio deve essere appagato in questo mirabile e angelico cielo che ha per confine solo l’ Empireo, cielo fatto di amore e di luce, Al di sopra del Primo Mobile non c'è più alcuna sfera materiale, ma solo l'Empireo, il cielo fatto di amore e di luce perché sede di Dio. è necessario che io sappia anche come mai il modello non corrisponda alla sua copia, perché inutilmente cerco di capirlo con le mie sole forze».
Perciò, se il mio desiderio deve trovare compimento in questo meraviglioso tempio angelico, che ha per confine solo amore e luce, devo ancora sentire perché la copia (l'universo) e il modello (i cerchi angelici) non vanno allo stesso modo, perché da solo ci rifletto invano».
58

«Se li tuoi diti non sono a tal nodoTsufficienti, non è maraviglia:Utanto, per non tentare, è fatto sodo!».T

61

Così la donna mia; poi disse: «PigliaUquel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;Ve intorno da esso t'assottiglia.U

«Se le tue dita non sono capaci di sciogliere un tale nodo, non c’è da meravigharsi; tanto esso è diventato rigido e resistente, poiché nessuno ha mai tentato di scioglierlo!» Così parlò la mia donna; poi disse: «Ascolta attentamente quello che ti dirò, se vuoi saziarti; ed esercita acutamente il tuo ingegno intorno alle mie parole.
«Se le tue dita non sono capaci di sciogliere un tale nodo, non c'è da meravigliarsi: tanto è diventato stretto, perché nessuno ha tentato!». Così disse la mia donna; poi disse: «Prendi quello che ti dirò, se vuoi saziarti; e assottiglia l'ingegno intorno a esso.
64

Li cerchi corporai sono ampi e artiVsecondo il più e 'l men de la virtuteWche si distende per tutte lor parti.V

I cerchi materiali (i cieli) sono più o meno ampi o stretti in proporzione della maggiore o minore virtù che si diffonde in tutte le loro parti.
I cieli materiali sono ampi o stretti secondo la maggiore o minore virtù che si diffonde per tutte le loro parti.
67

Maggior bontà vuol far maggior salute;Wmaggior salute maggior corpo cape,Xs'elli ha le parti igualmente compiute.W

Quanto più grande è la virtù, tanto più grande è il benefico influsso che essa vuole esercitare; quanto più grande è un corpo materiale, tanto più grande è il benefico influsso che può ricevere, purché sia perfetto in tutte le sue parti.
Una bontà maggiore vuole produrre una salvezza maggiore; un corpo maggiore contiene una salvezza maggiore, se ha le parti ugualmente perfette.
70

Dunque costui che tutto quanto rapeXl'altro universo seco, corrispondeYal cerchio che più ama e che più sape:X

Dunque questo cielo (il Primo Mobile) che trascina con il suo movimento tutto quanto il resto dell’universo, corrisponde al coro angelico (quello dei Serafini) che è più infiammato d’amore e illuminato di sapienza.
Dunque questo cielo (il Primo Mobile), che trascina con sé tutto il resto dell'universo, corrisponde al cerchio (angelico) che più ama e più sa:
73

per che, se tu a la virtù circondeYla tua misura, non a la parvenzaZde le sustanze che t'appaion tonde,Y

76

tu vederai mirabil consequenzaZdi maggio a più e di minore a meno,AAin ciascun cielo, a sua intelligenza».Z

Per tale motivo, se tu misuri la virtù, non l’apparente dimensione dei cori angelici, vedrai la mirabile corrispondenza di ciascun cielo a ciascuna intelligenza angelica, corrispondendo i cieli maggiori alle maggiori virtù angeliche e i cieli minori alle minori virtù».
perciò, se tu misuri la virtù, non l'apparenza delle sostanze (gli angeli) che ti appaiono in cerchio, vedrai una meravigliosa corrispondenza, di maggiore a più grande e di minore a più piccolo, tra ogni cielo e la sua intelligenza (angelica)».
79

Come rimane splendido e serenoAAl'emisperio de l'aere, quando soffiaABBorea da quella guancia ond'è più leno,AA

82

per che si purga e risolve la roffiaABche pria turbava, sì che 'l ciel ne rideACcon le bellezze d'ogne sua paroffia;AB

85

così fec'io, poi che mi provideACla donna mia del suo risponder chiaro,ADe come stella in cielo il ver si vide.AC

Come l’aria rimane luminosa e limpida, quando Borea (il vento di tramontana) soffia da quella parte da cui spira più temperato, per cui viene spazzata e dissolta la nebbia che prima offuscava il cielo, in modo che esso risplende con le sue bellezze in ogni parte (paroffia: letteralmente significa " parrocchia "), così avvenne in me, dopo che la mia donna mi ebbe offerto la sua chiara risposta, ed io vidi (si vide: fu vista; sottinteso: da me) la verità con la stessa chiarezza con cui si vede una stella brillare nel cielo.
Come resta splendente e sereno l'emisfero dell'aria, quando Borea soffia da quella guancia da cui è più mite, per cui si purifica e si scioglie la nebbia che prima lo offuscava, così che il cielo ne sorride con le bellezze di ogni sua parte; così feci io, dopo che la mia donna mi ebbe fornito la sua risposta chiara, e il vero si vide come una stella in cielo.
88

E poi che le parole sue restaro,ADnon altrimenti ferro disfavillaAEche bolle, come i cerchi sfavillaro.AD

E dopo che il suo discorso fu concluso, i cerchi angelici sprigionarono faville come fa il ferro incandescente.
E dopo che le sue parole si fermarono, non diversamente sfavilla il ferro che bolle, da come sfavillarono i cerchi.
91

L'incendio suo seguiva ogne scintilla;AEed eran tante, che 'l numero loroAFpiù che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.AE

Ogni scintilla (cioè: ogni angelo) continuava a girare con il suo cerchio infuocato; e il loro numero era così alto da inoltrarsi nelle migliaia più che la progressiva duplicazione degli scacchi.
Ogni scintilla seguiva il suo incendio; ed erano così tante che il loro numero si moltiplica per migliaia più del raddoppiare delle caselle degli scacchi.
94

Io sentiva osannar di coro in coroAFal punto fisso che li tiene a li ubi,AGe terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.AF

Udivo (gli angeli) cantare osanna rispondendosi da cerchio a cerchio, al punto fisso (Dio) che (appagando ogni loro desiderio) li mantiene, e li manterrà sempre, nelle sedi nelle quali sono sempre stati.
Io sentivo cantare osanna di coro in coro al punto fisso che li tiene, e li terrà sempre, nel luogo in cui sono sempre stati.
97

E quella che vedea i pensier dubiAGne la mia mente, disse: «I cerchi primiAHt'hanno mostrato Serafi e Cherubi.AG

E Beatrice, che vedeva i dubbi che si agitavano nella mia mente (a proposito della disposizione delle gerarchie angeliche), disse: «I primi due cerchi sono quelli dei Serafini e dei Cherubini.
E colei che vedeva i pensieri dubbiosi nella mia mente disse: «I primi cerchi ti hanno mostrato i Serafini e i Cherubini.
100

Così veloci seguono i suoi vimi,AHper somigliarsi al punto quanto ponno;AIe posson quanto a veder son soblimi.AH

Essi (girando) così veloci seguono il vincolo d’amore che li lega a Dio (i suoi vimi: questo termine deriva dal latino vímen, " legame "), per essere simili a Dio quanto più possono;
Seguono così velocemente i loro legami (d'amore) per somigliare al punto quanto possono; e possono tanto quanto sono elevati nel vedere.
103

Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,AIsi chiaman Troni del divino aspetto,AJper che 'l primo ternaro terminonno;AI

e tanto più possono (assomigliarGli) quanto più si elevano nella contemplazione (rispetto a tutte le altre creature), Le altre sostanze angeliche che girano intorno alle prime due, sono chiamate Troni di Dio, per la qual cosa furono destinati a chiudere la prima terna.
Quegli altri amori che vanno intorno a loro si chiamano Troni dell'aspetto divino, perché conclusero la prima triade;
106

e dei saper che tutti hanno dilettoAJquanto la sua veduta si profondaAKnel vero in che si queta ogne intelletto.AJ

E devi sapere che questi tre ordini godono di una beatitudine proporzionata alla profondità della loro visione di Dio, visione nella quale ogni intelletto trova pace.
e devi sapere che tutti provano gioia nella misura in cui il loro sguardo penetra nel vero in cui si acquieta ogni intelletto.
109

Quinci si può veder come si fondaAKl'essere beato ne l'atto che vede,ALnon in quel ch'ama, che poscia seconda;AK

112

e del vedere è misura mercede,ALche grazia partorisce e buona voglia:AMcosì di grado in grado si procede.AL

Da quanto ho detto si può capire come la beatitudine si fonda sulla vista (di Dio), non sull’amore, che è una conseguenza (di tale visione); e la visione è in proporzione del merito, il quale nasce dalla grazia divina e dalla buona volontà (con cui essa è accolta): così si procede di gradino in gradino (dalla grazia alla volontà, dalla volontà al merito, dal merito alla visione, dalla visione all’amore).
Da qui si può vedere come la beatitudine si fondi sull'atto del vedere, non su quello dell'amare, che viene dopo; e misura del vedere è il merito, che è prodotto dalla grazia e dalla buona volontà: così si procede di grado in grado.
115

L'altro ternaro, che così germogliaAMin questa primavera sempiternaANche notturno Ariete non dispoglia,AM

118

perpetualemente 'Osanna' sbernaANcon tre melode, che suonano in treeAOordini di letizia onde s'interna.AN

La seconda terna (o gerarchia), che così fiorisce in questa eterna primavera celeste che l’autunno non priva di foglie, canta (sberna: era il verbo usato per indicare il canto degli uccelli alla fine dell’inverno) il suo eterno " Osanna " con tre melodie che risuonano nei tre ordini angelici da cui (questa terna) è formata.
L'altra triade, che germoglia così in questa primavera eterna che l'Ariete notturno non spoglia, canta perpetuamente «Osanna» con tre melodie, che risuonano nei tre ordini di gioia di cui essa è formata.
121

In essa gerarcia son l'altre dee:AOprima Dominazioni, e poi Virtudi;APl'ordine terzo di Podestadi èe.AO

In questa gerarchia si trovano le altre intelligenze angeliche: prima le Dominazioni, e poi le Virtù; il terzo ordine è quello delle Potestà.
In questa gerarchia ci sono gli altri esseri divini: prima le Dominazioni, poi le Virtù; il terzo ordine è delle Potestà.
124

Poscia ne' due penultimi tripudiAPPrincipati e Arcangeli si girano;AQl'ultimo è tutto d'Angelici ludi.AP

Poi nei due penultimi cori tripudianti si volgono i Principati e gli Arcangeli; l’ultimo è tutto costituito dagli Angeli festanti.
Poi nelle due penultime schiere festose girano i Principati e gli Arcangeli; l'ultima è tutta di Angeli festanti.
127

Questi ordini di sù tutti s'ammirano,AQe di giù vincon sì, che verso DioARtutti tirati sono e tutti tirano.AQ

Questi ordini in alto contemplano tutti Dio, e in basso esercitano il loro influsso (sui cieli sottostanti), in modo che ciascun coro è attratto verso Dio, e attrae a sé (le cose sottostanti).
Questi ordini guardano tutti in alto, e verso il basso esercitano tanto il loro influsso che tutti sono attratti verso Dio e tutti attraggono.
130

E Dionisio con tanto disioARa contemplar questi ordini si mise,ASche li nomò e distinse com'io.AR

Dionigi l’Areopagita si dedicò alla contemplazione di questi ordini con tanto desiderio (di pervenire alla verità), che li chiamò e li distinse come ho fatto io ora (che ne ho conoscenza diretta).
E Dionigi (l'Areopagita) si mise con tanto desiderio a contemplare questi ordini che li nominò e li distinse come me.
133

Ma Gregorio da lui poi si divise;ASonde, sì tosto come li occhi aperseATin questo ciel, di sé medesmo rise.AS

Ma San Gregorio Magno espresse poi una diversa opinione; per la qual cosa sorrise di se stesso non appena conobbe la verità arrivando in questo cielo.
Ma Gregorio (Magno) poi si allontanò da lui; per cui, appena aprì gli occhi in questo cielo, rise di se stesso.
136

E se tanto secreto ver proferseATmortale in terra, non voglio ch'ammiri;AUché chi 'l vide qua sù gliel discoperseAT

139

con altro assai del ver di questi giri».AU

E non voglio che tu ti stupisca se un mortale ha potuto rivelare in terra una verità così misteriosa, perché gli fu rivelata da colui (San Paolo) che la poté contemplare quassù insieme con molte altre verità riguardanti questi cieli».
E se un mortale rivelò in terra una verità così segreta, non voglio che te ne meravigli; perché gliela rivelò chi la vide quassù (san Paolo) insieme a molte altre verità di questi cieli».

Riassunto del canto XXVIII

Nel Primo Mobile appare a Dante un punto luminosissimo (Dio), intorno al quale si muovono nove cerchi concentrici (i cori angelici). Il Poeta osserva che questi cerchi, dal primo al nono, aumentano in grandezza e diminuiscono in splendore. Tale fatto suscita in lui un grave dubbio: nell’ordine cosmico i cieli, quanto più si allontanano dalla terra (centro dell’universo), tanto più appaiono vasti, mentre, nei cerchi angelici, quello più vicino a Dio è il più piccolo. Poiché dalle intelligenze angeliche dipende e viene regolato il moto dei cieli, come può essere spiegata questa contraddizione? Nelle sfere fisiche - chiarisce Beatrice - la grandezza è in proporzione della potenza o "virtù" che viene infusa in esse dalle intelligenze angeliche, per essere poi trasmessa al mondo sottostante perciò il cielo più grande è quello più dotato di virtù e, quindi, più potenzíalmente capace di influssi salutari. Occorrerà, dunque, che i cieli più vasti siano governati dalle intelligenze angeliche più dotate di virtute. Per questo al cielo più grande, il Primo Mobile, corrisponderà il cerchio angelico più vicino a Dio: quello dei Serafini, il più piccolo di tutti. Poi Beatrice enumera a Dante tutti i nove cori angelici, raccogliendoli in tre gerarchie, ciascuna delle quali costituita da tre cori: Serafini - Cherubini’ - Troni, Dominazioni - Virtù - Potestà, Principati - Arcangeli - Angeli.

Negli ultimi versi del canto Dante dichiara di accogliere, riguardo alle intelligenze celesti, la disposizione fissata da Dionigi l’Areopagita, respingendo quella di Gregorio Magno.

In breve

Dove e chi
  1. Primo Mobile: Cori angelici. Nove cerchi di fuoco attorno a un punto.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

La posizione critica del De Sanctis di fronte alla terza cantica può essere cosi riassunta: tema del Paradiso è il divino, il puro spirito, qualcosa che è al di la dell’immaginazione della poesia e dell’uomo; Dante, per rappresentarlo, ricorre ad una forma " musicale ", ad una visione, cioè, che presenta fantasmi evanescenti anziché corpi distinti. Tuttavia questa forma, per quanto assottigliata, e ancora "soverchia", presenta un "troppo vivo colore per rispetto al puro divino"; può essere adatta per la rappresentazione delle anime beate, dove c’è ancora qualche traccia dell’umano, ma "falsificherebbe il divino la cui essenza è di non aver forma e di sottrarsi all’immaginazione". Perciò quando Dante si accosta al divino, deve attingerlo "non con la forma ma con la negazione della forma. Le estreme tenebre e l’estrema luce conseguono entrambe lo stesso effetto rubandoci la vista degli oggetti". Scopo del Poeta non è quello di offrirci la "visione" del paradiso, ma il "sentimento" di essa; tuttavia "questo sentimento celeste si rivela in alcuni pochi tratti, ed in modo troppo indeterminato", per cui solo l’intervento del terreno può conferirgli "maggior varietà e colore". Tuttavia il De Sanctis ha coperto troppo in fretta con la luce tutto il paradiso dantesco ("nel paradiso e il soverchio della luce, che toglie a Dante la visione") e non ha considerato il presupposto fondamentale della poetica della terza cantica: la caratteristica del sentimento religioso del Medioevo - di cui Dante offre una delle più alte testimonianze - consiste nella volontà, tenacemente, perseguita, di rappresentare il mondo sovrannaturale nel modo più concreto e dettagliato possibile. Nella spiritualità moderna non sì pensa a descrivere Dio, a precisare quanti sono gli angeli o in che posizione essi si trovano rispetto a Dio, ne si tenta di definire le parti in cui è diviso il paradiso e di distinguerne i differenti gradi di luce, di verità, di beatitudine. Anche per lo spirito cristiano piú profondo, oggi, Dio è nell’osservanza dell’insegnamento della Chiesa, nell’ansia e nel fervore dell’anima che si eleva verso di Lui, ma non è in nessuna figurazione concreta. Tuttavia questa diversa - ma non contrastante - posizione di fronte al sovrannaturale, non ci può impedire una lettura obiettiva del canto XXVIII, dove, per la prima volta, Dante tenta una rappresentazione diretta di Dio (un punto... che raggiava lume acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca chiuder conviensi per lo forte acume) e delle gerarchie angeliche.

Occorre, a nostro parere, insistere sul concetto di " rappresentazione ", sullo sforzo e la tesa volontà, da parte del Poeta, di tradurre visivamente il mondo dell’astrazione pura. Questo non significa un ritorno ai principii della critica romantica (ricerca - fine a se stessa - dell’immagine e del concreto), ma un modo di lettura più obiettivo, più vicino, cioè, agli intenti " rappresentativi " del Poeta. Poiché Dante non vuole soltanto rappresentare il suo sentimento del paradiso (la percezione della gloria del Creatore e delle sue creature in un’attonita luce d’eterno), ma vuole anche descrivere, nel canto XXVIII e nel XXXIII, Dio. Possiamo forse affermare che nel XXVIII non esiste poesia perché Dante si accosta a realtà - Dio e gli angeli - che, per loro natura, si sottraggono a qualsiasi concreto rilievo? Ma, di questo passo, anche le immaginifiche creazioni dell’Ariosto dovrebbero essere sottoposte alla censura della critica.

Il canto della cosmologia dantesca deve essere letto tenendo ben presenti l’inesausto descrivere del Poeta (ciò che egli cerca in ogni momento è la possibilità di trovare parole e immagini adeguate a ciò che ha visto e si e impresso nella sua mente), l’ardore religioso che anima e dirige questo sforzo, la sicurezza del dialogo teologico che sorregge entrambi.

All’inizio del canto, quando appare il punto luminoso, di Dio, e nella descrizione, fatta da Beatrice, dei cori angelici, ci troviamo di fronte a un’esperienza mistica, ma la posizione del Poeta "rimane quella di chi ritrae una realtà e una vicenda autonome" (Montano), non venendo mai meno "alla obiettività della sua rappresentazione e alla fermezza del suo distacco dalla materia trattata". Non c’e dunque "impassibilità", come vorrebbe il Vandelli (secondo il quale, di fronte alla mirabile teofania del canto XXVIII, non c’e, nel Poeta, "una sola parola che ci attesti o ci faccia intravedere la commozione del suo spirito"), né, tanto meno, un tono astratto e rigidamente ragionativo, bensì la capacita, che e quella dei grandi poeti, di rievocare un’esperienza personale e un’emozione profonda in termini di logica chiarezza e in esiti espressivi di pregnante significato.

A proposito della realizzazione formale della visione che ha per suo centro il moto vertiginoso degli angeli (nel quale si riflette tutta la dinamica dei cieli) e la sublime staticità dell’Ente supremo, è sufficiente un esempio molto significativo. Quando Dante presenta la seconda gerarchia angelica che gira intorno al punto luminoso (versi 115-117), ricorre ad un’immagine (l’altro ternaro, che così germoglia in questa primavera sempiterna che notturno Ariete non dispoglia) che e probabilmente imposta o condizionata da una suggestiva attrazione di rime. Infatti, dalla rima (rara e difficile) voglia del verso 113 scaturisce la comparazione del ternaro degli angeli con un albero che germoglia in mezzo ad un’eterna primavera. L’immagine, come osserva il Parodi, riesce alquanto inattesa, e non sgorga necessariamente dal contesto né illustra o continua il pensiero fondamentale, ma si svolge, per così dire, a fianco di esso, lumeggiando particolari ai quali l’attenzione non si sarebbe rivolta. Tuttavia "non è ridondante, poiché ad un tratto codesti particolari si confondono coll’insieme, facendo lampeggiare d’un riso primaverile tutta la scena; e il terzo verso che notturno Ariete non dispoglia, uno dei piú bei versi di Dante, compie in noi la visione, coll’evocazione magica della notte e il confronto della primavera terrena".

Personaggi del canto XXVIII

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Al livello Approfondito trovi un'altra scheda, con le fonti e il dibattito critico.

Teologia
Paradiso · Canto XXVIII Approfondito

Le gerarchie angeliche: Dante cambia idea

vv. 121-126In essa gerarcia son l'altre dee:prima Dominazioni, e poi Virtudi;l'ordine terzo di Podestadi èe.Poscia ne' due penultimi tripudiPrincipati e Arcangeli si girano;l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.Leggi nel testo

Nel Primo Mobile Dante vede Dio come un punto luminosissimo, circondato da nove cerchi di fuoco che girano tanto più velocemente quanto più sono vicini al centro. Sono i nove cori angelici. Beatrice li elenca: Serafini, Cherubini, Troni; Dominazioni, Virtù, Potestà; Principati, Arcangeli, Angeli. Ogni coro muove uno dei nove cieli.

Nel Convivio, anni prima, Dante aveva seguito un ordine diverso, quello di Gregorio Magno. Qui segue invece l'ordine di Dionigi l'Areopagita, convertito da san Paolo ad Atene. Secondo la tradizione Dionigi conosceva la gerarchia degli angeli perché Paolo, rapito al terzo cielo, l'aveva vista e gliel'aveva rivelata.

Beatrice aggiunge un tocco di ironia: quando Gregorio, salito in cielo, vide la vera disposizione degli angeli, «di se medesmo rise». Dante corregge così un proprio errore giovanile e lo fa con il sorriso, mostrando che anche i santi possono sbagliare nella teologia.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

L'ordine degli angeli

Ne parla la scheda «Carlo Martello e le amicizie musicali» (Par. VIII).

Gli angeli

Ne parla la scheda «Lucifero, l'angelo ribelle» (Par. XXIX).