Manfredi, «biondo e bello», mostra la piaga sul petto e si presenta a Dante
Purgatorio · Antipurgatorio · scomunicati
Purgatorio, Canto III
«Avvegna che la subitana fuga…»
Dopo il rimprovero di Catone, mentre Dante e Virgilio si avviano verso il monte, il poeta latino in una lunga esortazione invita gli uomini ad accettare il mistero di cui avvertono l'esistenza: i saggi antichi che vollero spiegarlo, scontano ora nel limbo il loro folle desiderio.
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Testo e parafrasi del canto III
Parafrasi
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1
Avvegna che la subitana fugaAdispergesse color per la campagna,Brivolti al monte ove ragion ne fruga,A
4
i' mi ristrinsi a la fida compagna:Be come sare' io sanza lui corso?Cchi m'avria tratto su per la montagna?B
Sebbene l'improvvisa fuga sparpagliasse quelle anime per la pianura, verso il monte dove la giustizia divina ci tormenta (per purificarci), io mi accostai alla fedele compagnia: e come avrei potuto allontanarmi senza di lui? chi mi avrebbe guidato su per il monte?
Benché la fuga improvvisa disperdesse quelle anime per la pianura, rivolte verso il monte dove la giustizia divina ci purifica, io mi strinsi al mio fedele compagno: e come avrei potuto correre senza di lui? Chi mi avrebbe condotto su per la montagna?
7
El mi parea da sé stesso rimorso:Co dignitosa coscienza e netta,Dcome t'è picciol fallo amaro morso!C
Egli mi sembrava tormentato dalla sua stessa coscienza: o spirito retto e puro, come un piccolo errore è per te causa di crudele dolore!
Egli mi sembrava pieno di rimorso verso sé stesso: o coscienza nobile e pura, come anche una piccola colpa è per te un morso amaro!
10
Quando li piedi suoi lasciar la fretta,Dche l'onestade ad ogn'atto dismaga,Ela mente mia, che prima era ristretta,D
13
lo 'ntento rallargò, sì come vaga,Ee diedi 'l viso mio incontr'al poggioFche 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.E
Quando i passi di Virgilio non procedettero più con la fretta. che toglie decoro ad ogni azione, la mia mente, che prima era raccolta (in un solo pensiero), allargò la sua attenzione, come desiderosa di altre cose, e alzai gli occhi in direzione del monte che più alto (di tutti gli altri) si erge dalle acque verso il cielo.
Quando i suoi piedi lasciarono la fretta, che toglie dignità a ogni gesto, la mia mente, che prima era tutta concentrata (sulle parole di Catone), allargò la sua attenzione, come desiderosa di sapere, e rivolsi lo sguardo verso il monte che si innalza verso il cielo più di ogni altro sopra le acque.
16
Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,Frotto m'era dinanzi a la figura,Gch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.F
Il sole, che rosso ardeva alle nostre spalle, era interrotto davanti al mio corpo, che faceva da impedimento ai suoi raggi.
Il sole, che fiammeggiava rosso alle mie spalle, era interrotto davanti a me dalla forma del mio corpo, che faceva ostacolo ai suoi raggi.
19
Io mi volsi dallato con pauraGd'essere abbandonato, quand'io vidiHsolo dinanzi a me la terra oscura;G
Mi girai di fianco temendo d'essere abbandonato, quando scorsi che la terra era scura solo davanti a me; e Virgilio:
Io mi voltai di fianco con la paura di essere stato abbandonato, quando vidi che solo davanti a me la terra era oscurata;
22
e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,Ha dir mi cominciò tutto rivolto;I«non credi tu me teco e ch'io ti guidi?H
«Perché dubiti ancora?» prese a dirmi volgendosi interamente verso di me: «non credi che io sia, con te e che ti guidi?
e il mio conforto (Virgilio), tutto rivolto verso di me, cominciò a dirmi: «Perché continui a diffidare? Non credi che io sia con te e ti guidi?
25
Vespero è già colà dov'è sepoltoIlo corpo dentro al quale io facea ombra:JNapoli l'ha, e da Brandizio è tolto.I
E' già l'ora del vespro là dove è sepolto il mio corpo col quale facevo ombra: si trova a Napoli, e fu trasportato da Brindisi.
È già sera là dove è sepolto il corpo dentro il quale io facevo ombra: lo ha Napoli, e fu tolto da Brindisi.
28
Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,Jnon ti maravigliar più che d'i cieliKche l'uno a l'altro raggio non ingombra.J
Adesso, se davanti a me non si forma alcuna ombra, ciò non deve stupirti più del fatto che i cieli non impediscono che i raggi passino dall'uno all'altro.
Ora, se davanti a me non si forma alcuna ombra, non meravigliarti più di quanto ti meravigli dei cieli, che non si ostacolano la luce l'un l'altro.
31
A sofferir tormenti, caldi e geliKsimili corpi la Virtù disponeLche, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.K
Per sopportare pene, caldo e freddo, Dio onnipotente crea tali corpi, ma come faccia ciò, non vuole che sia rivelato agli uomini.
La Potenza divina rende tali corpi (come il mio) capaci di soffrire tormenti, caldo e gelo, e non vuole che ci sia rivelato come lo faccia.
34
Matto è chi spera che nostra ragioneLpossa trascorrer la infinita viaMche tiene una sustanza in tre persone.L
Stolto è colui il quale spera che la ragione umana possa percorrere la via infinita che Dio, uno nella sostanza e trino nelle persone, segue.
È folle chi spera che la nostra ragione possa percorrere la via infinita che segue una sola sostanza in tre persone.
37
State contenti, umana gente, al quia;Mché se potuto aveste veder tutto,Nmestier non era parturir Maria;M
40
e disiar vedeste sanza fruttoNtai che sarebbe lor disio quetato,Och'etternalmente è dato lor per lutto:N
Limitatevi a considerare, o uomini, le cose come sono: giacché se aveste potuto capire tutte le cose, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse; e vedeste bramare invano uomini siffatti che (meglio di altri) avrebbero potuto soddisfare (se fosse stato possibile con la sola ragione umana) la loro ansia di conoscenza, mentre invece (tale desiderio) è motivo per loro di pena etema:
Accontentatevi, uomini, del “quia” (di sapere che le cose sono così); perché, se aveste potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria partorisse; e avete visto desiderare senza frutto persone tali che il loro desiderio sarebbe stato appagato, mentre invece è dato loro in eterno come pena:
43
io dico d'Aristotile e di PlatoOe di molt'altri»; e qui chinò la fronte,Pe più non disse, e rimase turbato.O
parlo di Aristotile e di Platone e di molti altri». E qui chinò il capo, e non aggiunse parola, e ristette turbato.
parlo di Aristotele e di Platone e di molti altri»; e qui chinò la fronte, e non disse altro, e rimase turbato.
46
Noi divenimmo intanto a piè del monte;Pquivi trovammo la roccia sì erta,Qche 'ndarno vi sarien le gambe pronte.P
Giungemmo frattanto alla base del monte: qui trovammo la roccia talmente ripida, che invano le gambe lì sarebbero volonterose di salire.
Intanto noi giungemmo ai piedi del monte; lì trovammo la roccia così ripida che le gambe, anche se agili, sarebbero state inutili.
49
Tra Lerice e Turbìa la più diserta,Qla più rotta ruina è una scala,Rverso di quella, agevole e aperta.Q
Tra Lerici (un castello sulla riviera ligure, alla foce del fiume Magra) e Turbia (un borgo nizzardo) la roccia più inaccessibile e impraticabile è, al confronto di quella, una scala comoda e ampia.
La frana più deserta e più scoscesa tra Lerici e Turbia, al confronto di quella, è una scala comoda e larga.
52
«Or chi sa da qual man la costa cala»,Rdisse 'l maestro mio fermando 'l passo,S«sì che possa salir chi va sanz'ala?».R
55
E mentre ch'e' tenendo 'l viso bassoSessaminava del cammin la mente,Te io mirava suso intorno al sasso,S
58
da man sinistra m'apparì una genteTd'anime, che movieno i piè ver' noi,Ue non pareva, sì venian lente.T
«Adesso chissà da quale parte la costa è meno ripida» disse, il mio maestro arrestandosi, «in modo da consentire la salita anche a chi non ha ali?» E mentre egli, con gli occhi rivolti a terra, rifletteva sul cammino da tenere, e io guardavo in alto tutt’intorno alla roccia, da sinistra vidi comparire una schiera di anime, che procedevano verso dì noi, e quasi non sembrava che ciò avvenisse, tanto lentamente si avvicinavano.
«Ora chi sa da quale parte il pendio scende meno ripido», disse il mio maestro fermando il passo, «così che possa salire chi va senza ali?». E mentre lui, tenendo il viso abbassato, interrogava la sua mente sul cammino, e io guardavo in alto intorno alla roccia, da sinistra mi apparve una schiera di anime, che muovevano i piedi verso di noi, e non sembrava, tanto venivano lente.
61
«Leva», diss'io, «maestro, li occhi tuoi:Uecco di qua chi ne darà consiglio,Vse tu da te medesmo aver nol puoi».U
64
Guardò allora, e con libero piglioVrispuose: «Andiamo in là, ch'ei vegnon piano;We tu ferma la spene, dolce figlio».V
«Alza, o maestro», dissi, «il tuo sguardo: ecco da questa parte chi ci darà consiglio, se tu non riesci a trovarlo in te stesso.» Allora guardò, e con viso rasserenato, rispose: «Avviciniamoci a loro, poiché essi avanzano lentamente; e tu, figlio caro, rafforza la tua speranza».
«Alza gli occhi, maestro», dissi io, «ecco qui chi ci darà consiglio, se tu non puoi averlo da te stesso». Allora guardò, e con aria sollevata rispose: «Andiamo da quella parte, perché loro vengono piano; e tu rafforza la speranza, dolce figlio».
67
Ancora era quel popol di lontano,Wi' dico dopo i nostri mille passi,Xquanto un buon gittator trarria con mano,W
70
quando si strinser tutti ai duri massiXde l'alta ripa, e stetter fermi e strettiYcom'a guardar, chi va dubbiando, stassi.X
73
«O ben finiti, o già spiriti eletti»,YVirgilio incominciò, «per quella paceZch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,Y
Quella schiera era ancora così lontana, dico dopo aver noi fatto un migliaio di passi, quanta può essere la distanza cui un buon lanciatore scaglierebbe una pietra, quando tutti si addossarono alle dure rocce dell'alta costa, e stettero fermi e raccolti come, chi va, si ferma a guardare quando è colto da un dubbio.
Quella schiera era ancora lontana, dico dopo che avevamo fatto mille passi, quanto un buon lanciatore tirerebbe un sasso con la mano, quando si strinsero tutti contro le dure rocce dell'alta parete, e restarono fermi e stretti, come si ferma a guardare chi cammina dubbioso. «O voi che siete morti bene, o spiriti già eletti», cominciò Virgilio, «per quella pace che credo sia attesa da tutti voi,
76
ditene dove la montagna giaceZsì che possibil sia l'andare in suso;AAché perder tempo a chi più sa più spiace».Z
79
Come le pecorelle escon del chiusoAAa una, a due, a tre, e l'altre stannoABtimidette atterrando l'occhio e 'l muso;AA
82
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,ABaddossandosi a lei, s'ella s'arresta,ACsemplici e quete, e lo 'mperché non sanno;AB
85
sì vid'io muovere a venir la testaACdi quella mandra fortunata allotta,ADpudica in faccia e ne l'andare onesta.AC
88
Come color dinanzi vider rottaADla luce in terra dal mio destro canto,AEsì che l'ombra era da me a la grotta,AD
91
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,AEe tutti li altri che venieno appresso,AFnon sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.AE
«O voi che siete morti in grazia di Dio, o spiriti già destinati alla salvezza eterna», prese a dire Virgilio, «in nome di quella pace che io credo sia attesa da voi tutti, diteci in qual punto la montagna è più agevole, sì da poterla salire, perché perder tempo dispiace a chi ne conosce il valore.» Come le pecore escono dal recinto da sole, o a gruppi di due e di tre, e le altre sostano timide abbassando il muso e lo sguardo, e quello che fa la prima, fanno anche le altre, raggruppandosi dietro a lei, se si ferma, obbedienti e mansuete, senza conoscerne il motivo, così io vidi allora avvicinarsi le prime anime di quella felice moltitudine, umile nei volti e dignitosa nel procedere, Non appena quelle anime videro in terra, alla mia destra, la luce interrotta, poiché la mia ombra stava fra me e la roccia, si arrestarono, e indietreggiarono un poco, e tutte le altre che venivano dietro, pur non conoscendone il motivo, fecero altrettanto.
diteci dove la montagna è meno ripida, così che sia possibile salire; perché perdere tempo dispiace di più a chi più sa». Come le pecorelle escono dal recinto una, due, tre alla volta, e le altre stanno timide abbassando a terra gli occhi e il muso; e ciò che fa la prima lo fanno anche le altre, accalcandosi addosso a lei se si ferma, semplici e quiete, senza sapere il perché; così vidi allora muoversi per venire verso di noi la testa di quel gregge fortunato, modesta nel volto e dignitosa nel camminare. Quando quelle davanti videro la luce interrotta a terra alla mia destra, così che l'ombra andava da me fino alla parete, si fermarono e si tirarono un po' indietro, e tutte le altre che venivano dietro, senza sapere il perché, fecero lo stesso.
94
«Sanza vostra domanda io vi confessoAFche questo è corpo uman che voi vedete;AGper che 'l lume del sole in terra è fesso.AF
«Senza attendere che voi me lo domandiate, vi dichiaro che questo che voi vedete è un corpo umano, per questo la luce del sole è, in terra, interrotta. Non stupitevi;
«Senza che me lo chiediate io vi dichiaro che questo che vedete è un corpo umano; perciò la luce del sole a terra è interrotta.
97
Non vi maravigliate, ma credeteAGche non sanza virtù che da ciel vegnaAHcerchi di soverchiar questa parete».AG
ma credete che non è senza l'aiuto del cielo che io cerco di superare questa roccia.» Così parlò Virgilio; e quegli spiriti eletti.
Non meravigliatevi, ma credete che egli non cerca di superare questa parete senza una forza che venga dal cielo».
100
Così 'l maestro; e quella gente degnaAH«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,AIcoi dossi de le man faccendo insegna.AH
«Tornate indietro e camminate dunque davanti a noi», dissero, facendoci segno col dorso delle mani.
Così il maestro; e quella gente degna disse: «Tornate indietro, e andate avanti a noi», facendo cenno col dorso delle mani.
103
E un di loro incominciò: «ChiunqueAItu se', così andando, volgi 'l viso:AJpon mente se di là mi vedesti unque».AI
E uno di loro prese a dire: «Chiunque tu sia, mentre cammini volgi gli occhi: cerca di ricordare se in terra tu mi abbia mai veduto».
E uno di loro cominciò: «Chiunque tu sia, mentre cammini così, volta il viso: pensa se mi hai mai visto nel mondo».
106
Io mi volsi ver lui e guardail fiso:AJbiondo era e bello e di gentile aspetto,AKma l'un de' cigli un colpo avea diviso.AJ
Io mi girai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma aveva un sopracciglio diviso in due da una ferita.
Io mi voltai verso di lui e lo guardai fisso: era biondo e bello e di aspetto nobile, ma un colpo gli aveva spaccato uno dei sopraccigli.
109
Quand'io mi fui umilmente disdettoAKd'averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;ALe mostrommi una piaga a sommo 'l petto.AK
Quand'ebbi con cortesia negato d'averlo mai conosciuto, egli dìsse: «Adesso guarda»; e mi mostrò una ferita vicino al cuore. Poi aggiunse sorridendo:
Quando io ebbi negato con umiltà di averlo mai visto, egli disse: «Ora guarda»; e mi mostrò una ferita in alto sul petto.
112
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,ALnepote di Costanza imperadrice;AMond'io ti priego che, quando tu riedi,AL
115
vadi a mia bella figlia, genitriceAMde l'onor di Cicilia e d'Aragona,ANe dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.AM
«Sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; perciò ti prego, quando ritornerai in terra, di andare dalla mia bella figlia, madre di coloro che sono i sovrani di Sicilia e d'Aragona, per dirle la verità su di me, se si raccontano altre cose.
Poi disse sorridendo: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza; per questo ti prego che, quando ritornerai, tu vada dalla mia bella figlia, madre dei re che sono l'onore di Sicilia e d'Aragona, e le dica la verità, se si dice altro.
118
Poscia ch'io ebbi rotta la personaANdi due punte mortali, io mi rendei,AOpiangendo, a quei che volontier perdona.AN
Quand'ebbi il corpo trafitto da due colpi mortali, io mi rivolsi, piangendo (per il pentimento dei peccati), a Colui che è sempre pronto a concedere il suo perdono.
Dopo che ebbi il corpo trafitto da due colpi mortali, io mi affidai piangendo a colui (Dio) che perdona volentieri.
121
Orribil furon li peccati miei;AOma la bontà infinita ha sì gran braccia,APche prende ciò che si rivolge a lei.AO
I miei peccati furono orribili; ma la infinita misericordia ha braccia tanto ampie da accogliere tutti coloro che a Lei si rivolgono.
I miei peccati furono orribili; ma la bontà infinita ha braccia così grandi che accoglie chiunque si rivolga a lei.
124
Se 'l pastor di Cosenza, che a la cacciaAPdi me fu messo per Clemente allora,AQavesse in Dio ben letta questa faccia,AP
127
l'ossa del corpo mio sarieno ancoraAQin co del ponte presso a Benevento,ARsotto la guardia de la grave mora.AQ
Se il vescovo di Cosenza, che da papa Clemente fu indotto allora a perseguitarmi, avesse potuto penetrare questo aspetto di Dio, le mie ossa sarebbero ancora in capo a un ponte vicìno a Benevento, custodite da un mucchio di pietre.
Se il vescovo di Cosenza, che fu mandato allora da papa Clemente a darmi la caccia, avesse letto bene in Dio questo aspetto (della sua misericordia), le ossa del mio corpo sarebbero ancora in capo al ponte vicino a Benevento, sotto la custodia del pesante mucchio di pietre.
130
Or le bagna la pioggia e move il ventoARdi fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,ASdov'e' le trasmutò a lume spento.AR
Adesso la pioggia le bagna e il vento le agita; fuori del regno (di Napoli e di Sicilia), quasi sul Garigliano, dove egli le trasportò a ceri spenti (come si usava per i cadaveri degli scomunicati e degli eretici).
Ora le bagna la pioggia e le muove il vento fuori dal regno, quasi lungo il fiume Verde, dove egli le trasportò a candele spente.
133
Per lor maladizion sì non si perde,ASche non possa tornar, l'etterno amore,ATmentre che la speranza ha fior del verde.AS
In seguito alle loro scomuniche (maladizion: la scomunica infatti non comporta di necessità la dannazione spirituale) la grazia di Dio non si perde a tal punto che non si possa recuperare, finché la speranza non è del tutto inaridita.
Per la loro scomunica non si perde l'amore eterno al punto che non possa tornare, finché la speranza ha ancora un po' di verde.
136
Vero è che quale in contumacia moreATdi Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,AUstar li convien da questa ripa in fore,AT
139
per ognun tempo ch'elli è stato, trenta,AUin sua presunzion, se tal decretoAVpiù corto per buon prieghi non diventa.AU
Tuttavia chi muore scomunicato, anche se si pente in punto di morte, deve restare fuori di questo monte, per un periodo di tempo trenta volte più lungo di quello che da vivo ha nella sua ostinazione orgogliosa, a meno che tale decreto non venga abbreviato dalle preghiere dei buoni.
È vero che chi muore scomunicato dalla Santa Chiesa, anche se alla fine si pente, deve restare fuori da questa parete trenta volte il tempo che è stato nella sua ostinazione, se tale decreto non diventa più breve grazie a buone preghiere.
142
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,AVrevelando a la mia buona CostanzaAWcome m'hai visto, e anco esto divieto;AV
145
ché qui per quei di là molto s'avanza».AW
Vedi dunque se puoi farmi contento, rivelando, ala mia buona Costanza dove e in che modo mi hai visto, e anche questo divieto, poiché noi molto progrediamo nella purificazione grazie, ai suffragi dei vivi».
Vedi ormai se puoi rendermi felice, rivelando alla mia buona Costanza come mi hai visto, e anche questo divieto (di entrare); perché qui, grazie alle preghiere di quelli che sono nel mondo, si avanza molto».
Riassunto del canto III
Dopo il rimprovero di Catone, mentre Dante e Virgilio si avviano verso il monte, il poeta latino in una lunga esortazione invita gli uomini ad accettare il mistero di cui avvertono l'esistenza: i saggi antichi che vollero spiegarlo, scontano ora nel limbo il loro folle desiderio. Mentre sostano ai piedi dell'erta. parete rocciosa, compare una schiera che avanza lentamente e verso la quale essi si dirigono, per chiedere informazioni. Sono le anime di coloro ché morirono nella scomunica della Chiesa, pentendosi solo in fine dì vita, e che devono restare fuori della porta del purgatorio, nella zona chiamata antipurgatorio, trenta volte il tempo durante il quale vissero scomunicati. Esse invitano i due pellegrini, a procedere davanti a loro, verso destra, mentre una si rivolge direttamente al Poeta: è lo spirito di Manfredi di Svevia, morto nella battaglia di Benevento nel 1266. Egli prega Dante di riferire alla figlia Costanza la vera storia della sua morte; ricevute le due ferite che ancora deturpano la sua figura, si affidò pentendosi, prima di morire, alla misericordia divina. Ebbe dapprima sepoltura sotto un cumulo di sassi, secondo l'uso guerriero, ma i suoi nemici guelfi; e in particolare il vescovo di Cosenza Bartolomeo Pignatelli, legato del papa Clemente IV, vollero disseppellire il suo corpo e lo abbandonarono fuori del territorio della Chiesa (dove gli scomunicati non potevano essere sepolti), lungo le rive Garigliano. Chiede infine che Costanza preghi per lui, perché le preghiere dei vivi aiutano ed abbreviano il tempo della purificazione.
In breve
Dove e chi
Antipurgatorio · scomunicati: Morti in contumacia della Chiesa. Attendono trenta volte il tempo della scomunica.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
La giustapposizione di un motivo di meditazione morale (il discorso di Virgilio) ad un episodio individuale (l'apparizione di Manfredi) nella tematica del canto III ferma l'attenzione su un problema nuovo, la cui soluzione é possibile solo se viene prospettata nell'ambito della poetica dantesca. Già Dante aveva avvisato all'inizio del Purgatorio che la sua poesia sarebbe profondamente mutata, ma solo una lettura critica superficiale può fermarsi a cercare tale mutamento nel paesaggio o nella diminuita carica di passioni dei vari personaggi o nel superamento di ogni urgenza polemica, cioè nella tonalità elegiaca della nuova creazione, perché é sulla diversa posizione del Poeta di fronte alla sua materia che deve essere condotta l'indagine più utile per non isolare in un giudizio negativo le parti specificatamente morali e dottrinali. Nel mondo dell'acquisita salvezza l'animo si rinfranca, accentuando la sua missione profetica: se Dante nell'Inferno ha fissato entro misure assai ridotte ogni excursus didascalico, perché non poteva, chi era ancora immerso nel peccato, costituirsi maestro di salvezza, preferendo affidare ogni forma di ammaestramento al volto orribile del peccato, ora ha, piena consapevolezza che, iniziando il momento più difficile dell'ascesa spirituale, é necessario un intervento diretto, e pressoché continuo, per spiegare, chiarire, esortare. Il binomio profeta-poeta, maestro-poeta, che risponde a uno schema mentale familiare al Medioevo, si dispiega in tutta la sua forza - e la sua unità - proprio a partire dal canto III, attraverso l'intensa esortazione di Virgilio. La critica giudica questo canto fondamentale per capire il tono che caratterizza la seconda cantica, attraverso "l'altezza degli ideali e l'umanità del sentire, e, tecnicamente, la sapiente tonalità di fondo e il tratto sicuro e dinamico della biografia poetica nell'insieme del quadro" (Caccia). Volendo più chiaramente determinare il motivo che trasfigura la storia di un periodo avventuroso e violento in lirica purissima, esso va trovato in quello della "vanità dell'odio", che, fungendo da preludio in questo canto, diventerà il Leitmotiv della sinfonia del quinto. Manfredi, che rievoca con precisione, ma con accoratezza la sua vicenda terrena, é una anima pacificata con Dio, e quindi anche con se stessa e con gli uomini: "siamo nel Purgatorio; e dunque potrebbe sembrare che questa pensosa serenità sia imposta solo dalla materia, dalla necessità logica di rappresentarci anime pentite. Ma c'è qualcosa che nessuna materia astratta avrebbe potuto imporre: la pietà dell'artista, il suo senso dell'inutilità degli odi umani, la persuasività totale della poesia che esprime l'una e l'altro" (Bosco). Quella pietà che reggerà il racconto di Jacopo, di Bonconte e di Pia, sorregge anche "la rievocazione delle povere ossa di Manfredi bagnate dalla pioggia e mosse dal vento; il considerare, che il Poeta fa, l'inutilità dello scempio: inutile l'accanimento, inutile il trafugamento a lumi spenti, come si conveniva a uno scomunicato, a un dannato; ed era invece salvo, destinato al paradiso" (Bosco). Ciò non significa che Dante, abbandonata la sua funzione di giudice, si disponga ad un esame acritico della storia (contrario del resto alla mentalità medievale, che nella storia vede possibilità amplissime di ammaestramento), negandosi ogni facoltà di condanna in nome di un sentimento di indulgenza, perché orribil furono i peccati di Manfredi e tanto grave la sua colpa di fronte alla Chiesa e alla società da ripercuotersi - attraverso la scomunica - anche nell'al di là, ma chiarisce in tutta la sua evidenza quanto già alcuni episodi dell'Inferno avevano mostrato: che in Dante sussistono "due volti, quello del giudice del male e quello dell'uomo tristemente consapevole di non esserne immune; del giudice al di sopra e contro la comune umanità e del partecipe di questa umanità; del severo e del pietoso; dell'uomo di parte che sa amare quanto odiare, e dell'uomo che scopre la vanità dell'odio" (Bosco). Due momenti che non si susseguono in ordine cronologico (come ad esempio affermano V. Rossi e, in misura minore, il Porena), legati a vicende storiche e biografiche del Poeta, ma che sono sempre coesistiti nel suo animo, dove però prevale il volto pietoso al di sopra di ogni mischia e di ogni discordia, quando nel Purgatorio lo spirito si apre al divino. È su questa meditazione dolorosa della storia che si innesta l'episodio di Manfredi, liberandosi fin dall'inizio di ogni spirito faziosamente politico, e presentandosi - per usare una terminologia critica moderna - come aperta proclamazione della libertà della poesia di fronte alla storia, allorché la poesia si dispone a studiare la vicenda umana non avulsa da ogni contatto con il sovrannaturale, ma nel suo rapporto con la realtà divina. Per questo della figura di Manfredi - che per l'eccezionalità della vita e degli eventi di cui fu protagonista, occupò a lungo l'interesse del suo tempo e di quello seguente - Dante coglie il momento più tragico e religioso insieme, quando la creatura umana prende coscienza della gravità dei suoi errori e invoca l'intervento divino. È una ricostruzione spirituale, che esige da parte del Poeta la capacità di scendere nel proprio personaggio, per riviverlo in tutta la sua dimensione interiore. Senza condividere la posizione della critica di ascendenza romantica, che analizza il personaggio di Manfredi fino ad identificarlo con il Poeta stesso, laddove la figura del re svevo ha una sua singolarità, che, nell'aristocratica bellezza, nella regale dignità, nel magnanimo coraggio ne ricollega l'immagine ad un mondo eroico e cavalleresco, é indubbio che Dante rivive in Manfredi la sua dolorosa vicenda personale nell'ambito della crisi politica provocata dall'intervento temporale della Chiesa, e soprattutto la sua personale esperienza di peccato e di redenzione.
vv. 118-123Poscia ch'io ebbi rotta la personadi due punte mortali, io mi rendei,piangendo, a quei che volontier perdona.Orribil furon li peccati miei;ma la bontà infinita ha sì gran braccia,che prende ciò che si rivolge a lei.Leggi nel testo
Tra gli scomunicati, che devono attendere ai piedi del monte trenta volte il tempo vissuto fuori dalla Chiesa, un'anima bionda e bella mostra a Dante una ferita sul petto. È Manfredi, figlio naturale dell'imperatore Federico II, re di Sicilia, morto nella battaglia di Benevento nel 1266 combattendo contro Carlo d'Angiò.
Manfredi era stato scomunicato e la sua fama era quella di un peccatore e di un nemico della Chiesa. Eppure è salvo: «Orribil furon li peccati miei; / ma la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei». In punto di morte si era rivolto a Dio piangendo, e questo è bastato.
Il messaggio è forte: il giudizio di Dio non coincide con quello degli uomini, neppure con quello della Chiesa. Il vescovo di Cosenza, per ordine del papa, aveva fatto disseppellire il suo corpo e lo aveva gettato fuori dal regno, lungo il fiume. Ma la scomunica non può togliere la salvezza a chi si pente davvero.