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Testo e parafrasi del canto IV
Parafrasi
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1
Ruppemi l'alto sonno ne la testaAun greve truono, sì ch'io mi riscossiBcome persona ch'è per forza desta;A
Un cupo tuono interruppe il profondo sonno nella mia testa, così ripresi coscienza come una persona che è destata violentemente;
Un forte tuono ruppe il sonno profondo nella mia testa, così che mi riscossi come una persona svegliata a forza;
4
e l'occhio riposato intorno mossi,Bdritto levato, e fiso riguardaiCper conoscer lo loco dov'io fossi.B
allora, levatomi in piedi, volsi intorno gli occhi riposati, e guardai attentamente per rendermi conto del luogo dove ero.
e mossi intorno l'occhio riposato, alzato in piedi, e guardai fisso per riconoscere il luogo in cui mi trovavo.
7
Vero è che 'n su la proda mi trovaiCde la valle d'abisso dolorosaDche 'ntrono accoglie d'infiniti guai.C
10
Oscura e profonda era e nebulosaDtanto che, per ficcar lo viso a fondo,Eio non vi discernea alcuna cosa.D
13
«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,Ecominciò il poeta tutto smorto.F«Io sarò primo, e tu sarai secondo».E
16
E io, che del color mi fui accorto,Fdissi: «Come verrò, se tu paventiGche suoli al mio dubbiare esser conforto?».F
Il fatto è che mi trovai sul margine della profonda voragine del dolore, che in sé contiene il fragore di innumerevoli lamenti,(La voragine) era buia e profonda e fumosa tanto che, per quanto tentassi di penetrarvi fino in fondo con lo sguardo, non riuscivo a distinguervi nulla."Ora scendiamo quaggiù nel mondo delle tenebre" cominciò a dirmi Virgilio, che era impallidito, "io andrò per primo, e tu mi seguirai. "Ed io, che avevo notato il suo pallore, dissi: "Con quale animo potrò seguirti, se tu, che sempre mi infondi coraggio allorché sono preso dal timore, hai paura? " Ed egli: "La tragica sorte dei dannati diffonde sul mio volto quel pallore che tu interpreti come un segno di paura.
È vero che mi trovai sull'orlo della valle dell'abisso doloroso, che raccoglie il tuono di infiniti lamenti. Era oscura, profonda e piena di nebbia, tanto che, pur spingendo lo sguardo fino in fondo, non vi distinguevo nulla. «Ora scendiamo quaggiù nel mondo cieco», cominciò il poeta tutto pallido. «Io sarò il primo, e tu sarai il secondo». E io, che mi ero accorto del suo colore, dissi: «Come potrò venire, se hai paura tu che di solito mi conforti nei miei dubbi?».
19
Ed elli a me: «L'angoscia de le gentiGche son qua giù, nel viso mi dipigneHquella pietà che tu per tema senti.G
22
Andiam, ché la via lunga ne sospigne».HCosì si mise e così mi fé intrareInel primo cerchio che l'abisso cigne.H
Muoviamoci, poiché il lungo cammino (che dobbiamo percorrere) ci costringe a non perdere tempo". Dicendo questo si avviò e mi fece entrare nel primo cerchio che chiude tutt’intorno il baratro. Qui, per quel che si poteva arguire dall’udito, non vi era altra manifestazione di dolore fuorché sospiri, che facevano fremere l’atmosfera infernale.
E lui a me: «L'angoscia delle genti che sono quaggiù mi dipinge sul viso quella pietà che tu scambi per paura. Andiamo, perché la via lunga ci spinge». Così entrò, e così mi fece entrare nel primo cerchio che circonda l'abisso.
25
Quivi, secondo che per ascoltare,Inon avea pianto mai che di sospiri,Jche l'aura etterna facevan tremare;I
Sospiri, che l'aura etterna facevan tremare: questi " sospiri " si contrappongono idealmente all'incomposto bestemmiare delle anime del canto precedente, e individuano una nuova tonalità:
Qui, per quanto si poteva capire ascoltando, non c'era pianto, ma solo sospiri, che facevano tremare l'aria eterna;
28
ciò avvenia di duol sanza martìriJch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,Kd'infanti e di femmine e di viri.J
31
Lo buon maestro a me: «Tu non dimandiKche spiriti son questi che tu vedi?LOr vo' che sappi, innanzi che più andi,K
elegiaca, non più tragica. Ciò avveniva a causa del dolore non provocato da tormenti corporali che colpiva schiere, numerose e folte, di bambini e di donne e di uomini. l buon maestro mi disse: "Non mi chiedi che sorta di anime sono queste che si offrono al tuo sguardo? Voglio dunque che tu sappia, prima di procedere oltre, che non hanno commesso peccato;
ciò nasceva dal dolore senza tormenti che avevano le folle, molte e grandi, di bambini, di donne e di uomini. Il buon maestro mi disse: «Non chiedi che spiriti sono questi che vedi? Ora voglio che tu sappia, prima di andare oltre,
34
ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,Lnon basta, perché non ebber battesmo,Mch'è porta de la fede che tu credi;L
e se hanno meriti, questi non bastano (a redimerli), perché furono privi del battesimo, che è la parte essenziale della fede in cui tu credi.
che essi non peccarono; e se hanno dei meriti, non basta, perché non ebbero il battesimo, che è la porta della fede in cui credi;
37
e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,Mnon adorar debitamente a Dio:Ne di questi cotai son io medesmo.M
E se vissero prima dell’avvento del Cristianesimo, non adorarono nel modo dovuto Dio (come invece avevano fatto i patriarchi dell’Antico Testamento):
e se vissero prima del cristianesimo, non adorarono Dio come si doveva: e di questi tali sono io stesso.
40
Per tai difetti, non per altro rio,Nsemo perduti, e sol di tanto offesi,Oche sanza speme vivemo in disio».N
43
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,Operò che gente di molto valorePconobbi che 'n quel limbo eran sospesi.O
e io stesso sono uno di loro. Per tale mancanza, non per altra colpa, siamo esclusi dalla beatitudine, e siamo tormentati in questo soltanto, che viviamo nel desiderio (di conseguire la visione beatifica di Dio) destinato a restare inappagato". Provai un grande dolore nell’udire queste parole, poiché seppi che alti ingegni (gente di molto valore) si trovavano in una condizione intermedia fra la disperazione dei dannati e la felicità dei beati in quell’orlo estremo (della voragine infernale).
Per queste mancanze, non per altre colpe, siamo perduti, e siamo puniti solo in questo: che senza speranza viviamo nel desiderio». Un gran dolore mi prese al cuore quando lo udii, perché conobbi persone di molto valore che erano sospese in quel limbo.
46
«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,Pcomincia' io per voler esser certoQdi quella fede che vince ogne errore:P
49
«uscicci mai alcuno, o per suo mertoQo per altrui, che poi fosse beato?».RE quei che 'ntese il mio parlar coverto,Q
Desiderando avere da lui la conferma (per volere esser certo) delle verità di quella fede che è al di sopra di qualsiasi dubbio, gli chiesi: "Dimmi, maestro, dimmi, signore, uscì mai di qui alcuno, o per merito proprio o per merito altrui, per assurgere poi alla beatitudine?" Ed egli, che comprese il significato nascosto delle mie parole, rispose:
«Dimmi, maestro mio, dimmi, signore», cominciai, per voler essere sicuro di quella fede che vince ogni errore: «è mai uscito qualcuno di qui, per merito suo o di altri, che poi sia stato beato?». E lui, che capì il mio parlare velato,
52
rispuose: «Io era nuovo in questo stato,Rquando ci vidi venire un possente,Scon segno di vittoria coronato.R
"Mi trovavo da poco in questa condizione, quando vidi scendere quaggiù un potente (Cristo), circonfuso dello splendore della sua divinità.
rispose: «Ero da poco in questa condizione quando vidi venire qui un potente, coronato con il segno della vittoria.
55
Trasseci l'ombra del primo parente,Sd'Abèl suo figlio e quella di Noè,Tdi Moisè legista e ubidente;S
Portò via di qui l’anima di Adamo, il capostipite del genere umano (primo parente: primo genitore), quelle del figlio di lui Abele e di Noè, quella del legislatore Mosè, sempre sottomesso ai voleri di Dio;
Trasse fuori di qui l'ombra del primo padre (Adamo), di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e obbediente;
58
Abraàm patriarca e Davìd re,TIsraèl con lo padre e co' suoi natiUe con Rachele, per cui tanto fé;T
e inoltre portò via il patriarca Abramo e il re Davide, Giacobbe (Israèl) col padre Isacco e i suoi dodici figli e la moglie Rachele, per ottenere la mano della quale tanto si adoperò;
il patriarca Abramo e il re Davide, Israele (Giacobbe) con il padre, con i suoi figli e con Rachele, per la quale tanto fece;
61
e altri molti, e feceli beati.UE vo' che sappi che, dinanzi ad essi,Vspiriti umani non eran salvati».U
64
Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,Vma passavam la selva tuttavia,Wla selva, dico, di spiriti spessi.V
e molti altri ancora, e li rese beati; e voglio che tu sappia che, prima di loro, nessun altro era salito in paradiso". Per il fatto che egli parlasse non interrompevamo il nostro procedere, continuando ad aprirci un varco nella selva, nella selva, intendo, costituita da un numero sterminato di anime vicinissime le une alle altre.
e molti altri, e li rese beati. E voglio che tu sappia che prima di loro nessuno spirito umano era salvato». Non smettevamo di camminare mentre lui parlava, ma attraversavamo intanto la selva, la selva, dico, di spiriti fitti.
67
Non era lunga ancor la nostra viaWdi qua dal sonno, quand'io vidi un focoXch'emisperio di tenebre vincia.W
Non avevamo ancora percorso molta strada dal margine più alto del cerchio, quando vidi una sorgente di luce che per mezzo cerchio intorno a sé dissipava le tenebre.
Non avevamo ancora fatto molta strada dal punto in cui mi ero addormentato, quando vidi un fuoco che vinceva un emisfero di tenebre.
70
Di lungi n'eravamo ancora un poco,Xma non sì ch'io non discernessi in parteYch'orrevol gente possedea quel loco.X
Ci trovavamo ancora un poco lontani da questa sorgente di luce, non tanto tuttavia, che io non potessi intuire che una schiera di anime degne di onore occupava quel posto.
Ne eravamo ancora un po' lontani, ma non tanto che io non distinguessi in parte che quel luogo era abitato da gente degna di onore.
73
«O tu ch'onori scienzia e arte,Yquesti chi son c'hanno cotanta onranza,Zche dal modo de li altri li diparte?».Y
"O tu che onori scienza e arte, chi sono costoro che hanno tanta dignità, che li distingue dalla condizione degli altri? " E Virgilio a me:
«O tu che onori la scienza e l'arte, chi sono questi che hanno tanto onore da essere separati dalla condizione degli altri?».
76
E quelli a me: «L'onrata nominanzaZche di lor suona sù ne la tua vita,AAgrazia acquista in ciel che sì li avanza».Z
79
Intanto voce fu per me udita:AA«Onorate l'altissimo poeta:ABl'ombra sua torna, ch'era dipartita».AA
"La fama onorevole di cui godono nel mondo dei vivi, ottiene (per essi) un particolare favore presso Dio che conferisce loro un tale privilegio. In quell’istante fu da me udita una voce: "Onorate il sublime poeta:
E lui a me: «La fama onorata che di loro risuona lassù, nella tua vita, ottiene in cielo una grazia che li distingue così». Intanto udii una voce: «Onorate l'altissimo poeta: la sua ombra, che si era allontanata, ritorna».
82
Poi che la voce fu restata e queta,ABvidi quattro grand'ombre a noi venire:ACsembianz'avevan né trista né lieta.AB
la sua anima, che si era allontanata, torna fra noi ", Dopo che la voce si arrestò e ci fu silenzio, vidi venire verso di noi quattro ombre maestose:
Dopo che la voce si fu fermata e taciuta, vidi venire verso di noi quattro grandi ombre: avevano un aspetto né triste né lieto.
85
Lo buon maestro cominciò a dire:AC«Mira colui con quella spada in mano,ADche vien dinanzi ai tre sì come sire:AC
il loro aspetto non era né triste né lieto. Virgilio prese a dire: " Guarda, quello che ha in mano la spada, e precede gli altri tre come un sovrano.
Il buon maestro cominciò a dire: «Guarda quello con la spada in mano, che viene davanti agli altri tre come un signore:
88
quelli è Omero poeta sovrano;ADl'altro è Orazio satiro che vene;AEOvidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.AD
È Omero, il sommo di tutti i poeti; dietro di lui viene Orazio, poeta satirico; Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano.
quello è Omero, poeta sovrano; l'altro che viene è Orazio, poeta satirico; Ovidio è il terzo, e l'ultimo Lucano.
91
Però che ciascun meco si conveneAEnel nome che sonò la voce sola,AFfannomi onore, e di ciò fanno bene».AE
Poiché ciascuno si accomuna a me nell’appellativo di poeta pronunciato poco fa da uno di loro (nel nome che sonò la voce sola), mi tributano onore, e fanno bene a tributarmelo (perché in me onorano la poesia)".
Poiché ciascuno di loro condivide con me il nome (di poeta) che la voce ha pronunciato, mi fanno onore, e in questo fanno bene».
94
Così vid'i' adunar la bella scolaAFdi quel segnor de l'altissimo cantoAGche sovra li altri com'aquila vola.AF
Vidi così adunarsi il bel gruppo guidato dal più eccelso dei poeti epici, la cui poesia si leva come aquila al di sopra di quella degli altri.
Così vidi riunirsi la bella scuola di quel signore del canto più alto, che vola sopra gli altri come un'aquila.
97
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,AGvolsersi a me con salutevol cenno,AHe 'l mio maestro sorrise di tanto;AG
Dopo aver parlato a lungo tra loro, si volsero a me con un cenno di saluto; e Virgilio sorrise per questo segno di onore:
Dopo che ebbero parlato un po' tra loro, si volsero verso di me con un cenno di saluto, e il mio maestro sorrise di questo;
100
e più d'onore ancora assai mi fenno,AHch'e' sì mi fecer de la loro schiera,AIsì ch'io fui sesto tra cotanto senno.AH
103
Così andammo infino a la lumera,AIparlando cose che 'l tacere è bello,AJsì com'era 'l parlar colà dov'era.AI
e mi onorarono ancora di più, poiché mi accolsero nel loro gruppo, in modo che diventai il sesto tra quei così grandi sapienti, Procedemmo insieme fino alla zona luminosa, trattando argomenti di cui (ora) è opportuno tacere, non meno di quanto fosse conveniente parlarne nel luogo ove allora mi trovavo.
e mi fecero ancora molto più onore, perché mi accolsero nella loro schiera, così che io fui il sesto fra tanta sapienza. Così andammo fino alla luce, parlando di cose che è bello tacere, così come era bello parlarne là dove ero.
106
Venimmo al piè d'un nobile castello,AJsette volte cerchiato d'alte mura,AKdifeso intorno d'un bel fiumicello.AJ
Giungemmo ai piedi di un maestoso castello, circondato da sette ordini di alte mura, protetto tutt’intorno da un leggiadro corso d’acqua.
Arrivammo ai piedi di un nobile castello, circondato sette volte da alte mura, difeso intorno da un bel ruscello.
109
Questo passammo come terra dura;AKper sette porte intrai con questi savi:ALgiugnemmo in prato di fresca verdura.AK
Lo attraversammo come se fosse stato di terra solida; penetrai con quei sapienti (nel castello) attraverso sette porte: arrivammo in un prato verde e fresco.
Lo passammo come se fosse terra asciutta; con questi saggi entrai per sette porte: arrivammo in un prato di fresca erba verde.
112
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,ALdi grande autorità ne' lor sembianti:AMparlavan rado, con voci soavi.AL
Ivi erano persone dagli sguardi pacati e dignitosi, di grande autorità nel loro aspetto: scambiavano fra loro poche parole, con persuasiva dolcezza.
Vi erano persone con occhi lenti e gravi, con grande autorità nel loro aspetto: parlavano poco, con voci dolci.
115
Traemmoci così da l'un de' canti,AMin loco aperto, luminoso e alto,ANsì che veder si potien tutti quanti.AM
Allora ci portammo in uno degli angoli, in una radura, luminosa e sovrastante il terreno circostante, in modo che (di qui) era possibile abbracciare con lo sguardo tutti gli spiriti (ivi raccolti).
Ci ritirammo così da una parte, in un luogo aperto, luminoso e alto, da cui si potevano vedere tutti.
118
Colà diritto, sovra 'l verde smalto,ANmi fuor mostrati li spiriti magni,AOche del vedere in me stesso m'essalto.AN
Là dirimpetto a me, sul verde compatto e brillante dell’erba mi vennero indicati i grandi spiriti, ripensando alla vista dei quali sento ancora il mio animo esultare.
Là di fronte, sopra il prato verde come smalto, mi furono mostrati gli spiriti magni, e di averli visti mi sento ancora esaltato.
121
I' vidi Eletra con molti compagni,AOtra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,APCesare armato con li occhi grifagni.AO
Vidi Elettra con molti dei suoi discendenti, fra i quali riconobbi Ettore ed Enea, Giulio Cesare in armi e con occhi sfavillanti come quelli di un uccello rapace.
Io vidi Elettra con molti compagni, tra i quali riconobbi Ettore ed Enea, e Cesare armato, con gli occhi da rapace.
124
Vidi Cammilla e la Pantasilea;APda l'altra parte, vidi 'l re LatinoAQche con Lavina sua figlia sedea.AP
Vidi Camilla e Pentesilea; dal lato opposto, vidi il re Latino che sedeva accanto a sua figlia Lavinia.
Vidi Camilla e Pentesilea; dall'altra parte vidi il re Latino, che sedeva con sua figlia Lavinia.
127
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,AQLucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;ARe solo, in parte, vidi 'l Saladino.AQ
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia: e isolato, in disparte, vidi il Saladino.
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia; e da solo, in disparte, vidi il Saladino.
130
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,ARvidi 'l maestro di color che sannoASseder tra filosofica famiglia.AR
Dopo aver sollevato un poco gli occhi (il gruppo dei filosofi e degli scienziati si trova più in alto di quello degli uomini d’azione), vidi Aristotile, il maestro dei sapienti, seduto in mezzo ad altri filosofi.
Dopo che alzai un poco di più lo sguardo, vidi il maestro di coloro che sanno (Aristotele) sedere tra la famiglia dei filosofi.
133
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:ASquivi vid'io Socrate e Platone,ATche 'nnanzi a li altri più presso li stanno;AS
Tutti hanno gli occhi fissi su di lui. tutti gli rendono onore: tra gli altri vidi Socrate e Platone, che, in posizione preminente rispetto agli altri, sono a lui più vicini;
Tutti lo guardano, tutti gli rendono onore: qui io vidi Socrate e Platone, che gli stanno più vicino degli altri;
136
Democrito, che 'l mondo a caso pone,ATDiogenés, Anassagora e Tale,AUEmpedoclès, Eraclito e Zenone;AT
Democrito, che attribuisce al caso la formazione del mondo, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone;
Democrito, che attribuisce il mondo al caso, Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone;
139
e vidi il buono accoglitor del quale,AUDiascoride dico; e vidi Orfeo,AVTulio e Lino e Seneca morale;AU
e vidi il sagace classificatore delle qualità (delle erbe), intendo dire Dioscoride; e vidi Orfeo, Tullio Cicerone e Lino e Seneca, autore di scritti di morale;
e vidi il buon raccoglitore delle qualità (delle erbe), cioè Dioscoride; e vidi Orfeo, Tullio (Cicerone), Lino e Seneca, il filosofo morale;
142
Euclide geomètra e Tolomeo,AVIpocràte, Avicenna e Galieno,AWAveroìs, che 'l gran comento feo.AV
Euclide geometra e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno, Averroè, autore del grande commento.
Euclide il geometra e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna e Galeno, Averroè, che fece il grande commento (ad Aristotele).
145
Io non posso ritrar di tutti a pieno,AWperò che sì mi caccia il lungo tema,AXche molte volte al fatto il dir vien meno.AW
Non posso riferire su tutti in modo esauriente, poiché la lunghezza dell’argomento (che devo trattare) mi sollecita a tal punto, che spesso il mio racconto è insufficiente rispetto al grande numero di eventi da narrare.
Io non posso descriverli tutti pienamente, perché il lungo argomento mi incalza tanto che molte volte le parole sono meno dei fatti.
148
La sesta compagnia in due si scema:AXper altra via mi mena il savio duca,AYfuor de la queta, ne l'aura che trema.AX
La schiera dei sei poeti diminuisce dividendosi in due gruppi: la mia saggia guida mi conduce per un cammino diverso, fuori dell’aria immobile (del castello), nell’aria tremante (per i sospiri delle anime);
La compagnia di sei si riduce a due: per un'altra via mi conduce la saggia guida, fuori dall'aria quieta, nell'aria che trema.
151
E vegno in parte ove non è che luca.AY
e giungo in un punto dove, non c’è traccia di luce.
E arrivo in un luogo dove non c'è nulla che splenda.
Riassunto del canto IV
Un tuono fragoroso risveglia Dante dal sonno in cui era caduto sulla riva dell’acheronte. Egli si guarda intorno e si accorge di trovarsi sull’orlo della voragine infernale, buia e profonda. E’ preso da timore nel vedere che Virgilio impallidisce, ma il maestro lo rassicura: il suo pallore non è dovuto a spavento, ma a pietà per la sorte dei dannati. Entrati nel primo cerchio infernale, che è costituito dal limbo, i due poeti odono i sospiri delle anime di coloro che vissero una vita virtuosa senza aver ricevuto il battesimo. Per non essere state cristiane, non possono ascendere al paradiso; d’altra parte, non avendo in sé altra macchia se non il peccato di Adamo, non sono sottoposte a tormenti: la loro pena è tutta spirituale: vivono nel desiderio, mai appagato, di vedere Dio. Quattro spiriti si fanno incontro ai poeti: sono le anime di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, venute a rendere onore a Virgilio. Esse salutano benevolmente Dante e l’accolgono nella loro schiera. I sei camminano insieme, discorrendo, e giungono in un luogo luminoso, ai piedi di un castello difeso da sette cerchi di muta e da un corso d’acqua, che essi attraversano come se fosse terraferma. Dopo aver varcato, passando per sette porte, il settemplice giro di mura, il gruppo dei sei poeti arriva in un prato verdissimo e fresco. Da un’altura Virgilio indica a Dante alcuni tra i più nobili spiriti dell’antichità e del Medioevo non cristiano. I due si separano quindi dai loro accompagnatori e, lasciato il limbo, giungono nuovamente in un luogo privo di luce.
In breve
Dove e chi
I cerchio · Limbo: Non battezzati e spiriti magni. Desiderio di Dio senza speranza.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Tra la squallida miseria degli ignavi e la bufera, che mai non resta, che travolge nel canto quinto i lussuriosi, il limbo inserisce una pausa di cogitabondo silenzio, di rassegnata mestizia. Il Tommaseo vedeva in esso qualcosa "della serena aura della seconda cantica". E infatti la spiritualità della pena che affligge le anime del limbo, la compostezza dignitosa o solenne dei loro modi, la manifestazione della loro malinconia, così discreta e lontana da ogni forma di drammatico rilievo, concorrono a fare del canto terzo un capitolo a sé nel discorso lirico e narrativo dell’Inferno. Una funzione analoga, di sereno intermezzo, aveva avuto, tra gli incubi dell’incontro con le tre fiere e l’ingresso nel regno dei morti, il "prologo in cielo il del canto secondo. Ma la raffigurazione del limbo è forse più interessante, perché qui Dante, scostandosi dall’opinione dei teologi, attribuisce una condizione di privilegio a coloro che in terra hanno vissuto rettamente al di fuori della fede, e una condizione di privilegio ancora più grande a coloro che hanno nobilitato l’umana natura per altezza d’ingegno e di opere. Il De Sanctis ha visto nel limbo dantesco, paradossalmente, un’espressione di fondamentale laicità: " Qui nel limbo la mancanza di fede è un semplice accessorio, e l’interesse è tutto nel valore intrinseco dell’uomo, come essere vivo, come forza. Dio ha lo stesso criterio poetico, e dà ad alcuni un luogo distinto, non per la loro maggiore bontà, ma per la fama che loro acquistò in terra la grandezza dell’ingegno e delle opere. Concetto poco ascetico e poco ortodosso; ma Dio si fa poeta con Dante, e gli fabbrica un eliso pagano, un Pantheon di uomini illustri". E certo è significativo che Dante, dopo aver collocato gli ignavi all’ingresso dell’inferno, formulando nei loro confronti un giudizio nuovo e personale rispetto alla dottrina teologica del suo tempo, celebri qui con tanto fervore gli "infedeli negativi" e li isoli, in un clima di sereno oltretomba virgiliano (ma, come ha notato un critico, la classicità dell’episodio rivive in forme ancora tipicamente medievali), sotto una cupola di luce, quasi a rendere tangibile, concreta, la luce intellettuale che intorno a sé, in vita, diffusero i grandi spiriti dell’antichità. Ma il pensiero di Dio informa di sé la sostanza del canto, qui non meno che altrove nell’Inferno. Sostenere che nel limbo la mancanza di fede sia un semplice accessorio, vuol dire precludersi la possibilità di cogliere la poesia del canto nei suoi motivi più profondi, nella sua tonalità più genuina. E’ vero che qui Dio non è visto, come in tutto il resto della prima cantica, in una forma di intervento attivo, come giustizia vindice, riparatrice dei torti. Ma, nei sospiri che fanno tremare l’aria, Egli è presente come un Bene irraggiungibile. Non diversamente, nella speculazione del maestro di color che sanno, Aristotile, il Motore Primo, immobile nella sua perfezione, aveva rappresentato, per gli esseri, la direzione costante del loro movimento. Il tono elegiaco di queste pagine ha qui la sua motivazione: in questa lontananza da Dio, non scelta, non voluta, ma subita come un destino, nella imperscrutabilità dei suoi disegni, nella rinuncia ad interrogarli. Le anime del limbo, di fronte al mistero, chinano la fronte, si raccolgono in un sommesso meditare. Sulle terzine iniziali in cui, per bocca del maestro, Dante manifesta la sua angoscia per la sorte dei dannati, grava ancora la cupa atmosfera del canto precedente, ma poi via via la sua parola si rasserena fino ad esaltarsi nella scena dell’incontro con i quattro massimi poeti dell’antichità e nella celebrazione della grandezza umana. Grandezza insufficiente, perché non illuminata dalla Grazia, grandezza nobilmente accorata per questa mancanza non sua, grandezza consapevole di aver operato rettamente nei limiti che le erano stati concessi. Si è parlato per Dante di "umanesimo cristiano", e certo in lui la fede non nega il sapere e l’azione, come nelle forme più radicali del pensiero dei mistici, ma anzi li integra e li consacra, conferendo loro una validità assoluta. Nel limbo, tuttavia, questo momento umanistico, che ricollega il Dante della Commedia al Dante del Convivio, assertore entusiasta della superiorità culturale dei Greci e dei Latini, ha una linea di sviluppo ancora prevalentemente decorativa. Il significato della grandezza degli antichi non è approfondito oltre la presentazione, tutt’altro che fredda, ma sommaria e tradizionalmente atteggiata, del tipo ideale del " saggio". L’angoscia delle genti, che fa impallidire Virgilio all’inizio del canto, rivela una più commossa aderenza della parola al tema trattato che non la filosofica famiglia o il nobile castello. In questa seconda parte del canto, dove una scenografia composita ed illustre rivive in particolari di fanciullesco candore (quasi ad alleviare, portandolo sul piano delle nobili favole, un motivo di perplessità e di smarrimento, un tema destinato ad essere affrontato con più maturo impegno in altri luoghi del poema), "ammirazione, riverenza, malinconia sono sentimenti accennati, ma non rappresentati " (Croce). Eppure, se teniamo conto che, come per la scena del traghetto delle anime nel canto precedente, anche qui il Poeta si è ispirato all’Eneide, l’episodio dell’incontro con i grandi dell’antichità e la descrizione del nobile castello ci consentono di rilevare alcune delle caratteristiche più avvincenti dell’arte di Dante: ad esempio, rispetto alla solennità sorvegliatissima del modello latino, un’adesione più diretta e cordiale ai dati della leggenda, una familiarità più dimessa e fiduciosa nella presentazione dei grandi nomi a lui cari, un entusiasmo per i valori della ragione che nessun dubbio ancora è riuscito ad incrinare.
vv. 106-111Venimmo al piè d'un nobile castello,sette volte cerchiato d'alte mura,difeso intorno d'un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura;per sette porte intrai con questi savi:giugnemmo in prato di fresca verdura.Leggi nel testo
Nel primo cerchio stanno le anime di chi non ha peccato ma non ha ricevuto il battesimo: i bambini morti piccoli e gli adulti vissuti prima di Cristo o lontano dalla fede. Non soffrono pene fisiche; la loro unica pena è desiderare Dio senza speranza di vederlo. Virgilio stesso è uno di loro.
La teologia del tempo parlava di un limbo per i bambini non battezzati. La grande novità di Dante è aver messo nello stesso luogo i saggi, i poeti e gli eroi dell'antichità, raccolti in un «nobile castello» circondato da sette mura e da un bel fiumicello, illuminato da una luce che vince le tenebre. Lì Dante incontra Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, e viene accolto come «sesto tra cotanto senno».
Tra gli «spiriti magni» ci sono filosofi e scienziati, tra cui l'arabo Averroè, «che 'l gran comento feo», cioè il grande commento ad Aristotele. Il castello mostra quanto Dante ammirasse la cultura antica: la ragione umana ha prodotto cose grandissime, ma da sola non basta per la salvezza.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Sesto tra cotanto senno
Ne parla la scheda ««Taccia Lucano»: la sfida ai classici» (Inf. XXV).