LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto XV
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Benigna volontade in che si liquaAsempre l'amor che drittamente spira,Bcome cupidità fa ne la iniqua,A
4
silenzio puose a quella dolce lira,Be fece quietar le sante cordeCche la destra del cielo allenta e tira.B
La volontà di fare il bene nella quale si risolve sempre l’amore che deriva direttamente da Dio, come la cupidigia si risolve nella volontà di fare il male, fece cessare quel dolce coro e fece fermare il moto dei beati, i quali sono come le corde di una lira che la mano di Dio allenta o tende.
La volontà benevola, in cui si manifesta sempre l'amore che ispira il bene, come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia, impose il silenzio a quella dolce lira, e fece fermare le sante corde che la mano di Dio allenta e tende.
7
Come saranno a' giusti preghi sordeCquelle sustanze che, per darmi vogliaDch'io le pregassi, a tacer fur concorde?C
Come potranno essere sorde alle preghiere dei giusti quelle anime beate che, per invogliarmi a interrogarle, furono concordi a cessare il loro canto?
Come potranno essere sorde alle giuste preghiere quelle anime che, per darmi il desiderio di pregarle, si accordarono nel tacere?
10
Bene è che sanza termine si dogliaDchi, per amor di cosa che non duri,Eetternalmente quello amor si spoglia.D
E’ giusto che soffra eternamente colui che, per amore delle cose terrene che sono caduche, si priva per sempre dell’amore di Dio.
È giusto che si dolga senza fine chi, per amore di cose che non durano, si priva per l'eternità di quell'amore.
13
Quale per li seren tranquilli e puriEdiscorre ad ora ad or sùbito foco,Fmovendo li occhi che stavan sicuri,E
16
e pare stella che tramuti loco,Fse non che da la parte ond'e' s'accendeGnulla sen perde, ed esso dura poco:F
19
tale dal corno che 'n destro si stendeGa piè di quella croce corse un astroHde la costellazion che lì resplende;G
Come attraverso gli spazi sereni del cielo tranquillo e limpido di tanto in tanto sfreccia improvvisa una stella cadente attirando lo sguardo di chi se ne stava ozioso, e sembra una stella che muti posto in cielo, se non che dalla parte dove si è accesa non scompare nessun astro, e quella presto si spegne, così dal braccio della croce che si protendeva verso destra fino ai piedi di essa corse una delle luci della costellazione (di spiriti) che risplende nell’interno della croce:
Come nel cielo sereno, tranquillo e limpido, scorre di tanto in tanto un fuoco improvviso, attirando gli occhi che prima erano fermi, e sembra una stella che cambi posto, se non fosse che dalla parte in cui si accende non manca nessuna stella, ed esso dura poco: così dal braccio che si stende a destra fino ai piedi di quella croce corse una stella della costellazione che lì risplende;
22
né si partì la gemma dal suo nastro,Hma per la lista radial trascorse,Iche parve foco dietro ad alabastro.H
né quella gemma si distaccò dal nastro luminoso (della croce), ma corse via lungo la lista formata dai due raggi, sì che sembrò una fiamma che risplende dietro ad un alabastro (trasparente):
e la gemma non uscì dal suo nastro, ma scorse lungo la striscia dei raggi, tanto che sembrò un fuoco dietro all'alabastro.
25
Sì pia l'ombra d'Anchise si porse,Ise fede merta nostra maggior musa,Jquando in Eliso del figlio s'accorse.I
28
«O sanguis meus, o superinfusaJgratia Dei, sicut tibi cuiKbis unquam celi ianua reclusa».J
Con la stessa manifestazione d’affetto corse incontro (ad Enea, per abbracciarlo) l’ombra di Anchise, quando nell’oltretomba riconobbe il figlio, se merita fede il racconto di Virgilio, il nostro maggior poeta. “ O sangue mio, o grazia di Dio (in te) infusa in maniera singolare, a chi mai fu dischiusa due volte la porta del cielo come a te? ”.
Con lo stesso affetto si fece incontro l'ombra di Anchise, se merita fede il nostro più grande poeta (Virgilio), quando nell'Eliso si accorse del figlio. «O sangue mio, o grazia di Dio infusa sovrabbondantemente, a chi mai, come a te, fu aperta due volte la porta del cielo?».
31
Così quel lume: ond'io m'attesi a lui;Kposcia rivolsi a la mia donna il viso,Le quinci e quindi stupefatto fui;K
34
ché dentro a li occhi suoi ardeva un risoLtal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondoMde la mia gloria e del mio paradiso.L
Cosi parlò quello spirito: perciò io mi rivolsi con attenzione verso di lui; poi guardai la mia donna, e restai stupito da una parte e dall’altra, perché nei suoi occhi risplendeva un un sorriso tale, che io credetti di toccare con i miei il limite estremo della grazia concessami da Dio e della mia beatitudine.
Così disse quella luce: per cui io rivolsi a lei l'attenzione; poi voltai il viso verso la mia donna, e da una parte e dall'altra rimasi stupefatto; perché dentro i suoi occhi ardeva un sorriso tale che io pensai di toccare con i miei il fondo della mia grazia e del mio paradiso.
37
Indi, a udire e a veder giocondo,Mgiunse lo spirto al suo principio cose,Nch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;M
Poi quello spirito, che ispirava gioia a udirlo e vederlo, aggiunse alle sue prime parole cose che io non compresi, tanto era profondo il loro significato;
Poi, piacevole da udire e da vedere, lo spirito aggiunse alle sue prime parole cose che io non capii, tanto parlò in modo profondo;
40
né per elezion mi si nascose,Nma per necessità, ché 'l suo concettoOal segno d'i mortal si soprapuose.N
né si sottrasse alla mia comprensione di proposito, ma per necessità, perché il suo pensiero andò oltre il limite a cui arriva l’intelligenza di un mortale.
né mi si nascose per sua scelta, ma per necessità, perché il suo pensiero andava oltre il limite dell'intelligenza dei mortali.
43
E quando l'arco de l'ardente affettoOfu sì sfogato, che 'l parlar discesePinver' lo segno del nostro intelletto,O
46
la prima cosa che per me s'intese,P«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,Qche nel mio seme se' tanto cortese!».P
49
E seguì: «Grato e lontano digiuno,Qtratto leggendo del magno volumeRdu' non si muta mai bianco né bruno,Q
52
solvuto hai, figlio, dentro a questo lumeRin ch'io ti parlo, mercè di coleiSch'a l'alto volo ti vestì le piume.R
E allorché la tensione dell’ardente carità fu sfogata, tanto che il suo linguaggio si rese comprensibile alla nostra mente, la prima cosa intesa da me fu: “ Sii benedetto, o Dio trino e uno, che sei tanto munifico verso la mia discendenza del mio seme)! ” E continuò: “ Un caro e antico desiderio, sorto in me dall’aver letto (la tua futura venuta) nel grande libro della mente di Dio dove non si aggiunge e non si toglie mai nulla a ciò che è scritto, hai saziato, o figlio, in me che ti parlo avvolto in questa luce, grazie a Beatrice, colei che ti diede le ali per il grande volo.
E quando l'arco del suo ardente affetto si fu così sfogato che le parole scesero verso il livello del nostro intelletto, la prima cosa che io capii fu: «Benedetto sia tu, Dio trino e uno, che sei così generoso con la mia discendenza!». E continuò: «Figlio, hai soddisfatto un desiderio gradito e lungo, nato dal leggere nel grande libro (la mente di Dio) in cui non cambia mai né il bianco né il nero, dentro questa luce in cui ti parlo, grazie a colei che ti diede le ali per l'alto volo.
55
Tu credi che a me tuo pensier meiSda quel ch'è primo, così come raiaTda l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;S
Tu sei convinto che il tuo pensiero discenda in me direttamente da Dio, che è l’Ente primo, così come dall’unità, quando è conosciuta, derivano il cinque e il sei (e gli altri numeri):
Tu credi che il tuo pensiero arrivi a me da colui che è il primo (Dio), così come dall'uno, se lo si conosce, derivano il cinque e il sei;
58
e però ch'io mi sia e perch'io paiaTpiù gaudioso a te, non mi domandi,Uche alcun altro in questa turba gaia.T
e perciò non mi domandi chi sono e perché mi mostro a te più festoso di qualunque altro spirito di questa moltitudine beata.
e perciò non mi domandi chi io sia e perché io ti sembri più gioioso di qualunque altro in questa schiera festosa.
61
Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandiUdi questa vita miran ne lo speglioVin che, prima che pensi, il pensier pandi;U
Quello che credi è vero, perché in questa vita tutti gli spiriti, siano essi dotati di un grado minore o maggiore di beatitudine, vedono in Dio come in uno specchio nel quale manifesti il tuo pensiero, prima ancora che tu lo abbia concepito:
Tu credi il vero; perché i minori e i grandi di questa vita guardano nello specchio (Dio) in cui, prima che tu pensi, il tuo pensiero si rivela;
64
ma perché 'l sacro amore in che io veglioVcon perpetua vista e che m'assetaWdi dolce disiar, s'adempia meglio,V
67
la voce tua sicura, balda e lietaWsuoni la volontà, suoni 'l disio,Xa che la mia risposta è già decreta!».W
70
Io mi volsi a Beatrice, e quella udioXpria ch'io parlassi, e arrisemi un cennoYche fece crescer l'ali al voler mio.X
ma affinché l’amore divino nella contemplazione del quale io veglio godendone perpetuamente la visione e che fa nascere in me la sete del dolce desiderio (di appagarti), s’adempia meglio, la tua voce esprima senza timore, franca e lieta la tua volontà, esprima il tuo desideri, per il quale è già pronta la mia risposta!” Io mi rivolsi a Beatrice, ed ella comprese prima che parlassi, e sorridendo mi fece un cenno che accrebbe il mio desiderio.
ma perché il sacro amore in cui io vivo vigile con visione perpetua, e che mi asseta di dolce desiderio, si compia meglio, la tua voce sicura, audace e lieta esprima la volontà, esprima il desiderio, a cui la mia risposta è già stabilita!». Io mi rivolsi a Beatrice, e lei mi udì prima che parlassi, e mi sorrise con un cenno che fece crescere le ali al mio desiderio.
73
Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno,Ycome la prima equalità v'apparse,Zd'un peso per ciascun di voi si fenno,Y
76
però che 'l sol che v'allumò e arse,Zcol caldo e con la luce è sì iguali,AAche tutte simiglianze sono scarse.Z
79
Ma voglia e argomento ne' mortali,AAper la cagion ch'a voi è manifesta,ABdiversamente son pennuti in ali;AA
Poi incominciai così: “ Non appena aveste la visione di Dio, che è perfetta uguaglianza (perché tutti i suoi infiniti attributi sono mente uguali e commisurati fra di loro), in ciascuno di voi sentimento e intelligenza si corrisposero perfettamente, poiché Dio, il sole che vi illumina con la luce (della sua sapienza) e vi infiamma con il fuoco (del suo amore), è così uguale (nei suoi attributi), che ogni somiglianza risulta inadeguata ad esprimerLo. Invece nei mortali la volontà e lo strumento per esprimerla adeguatamente, per il motivo che voi conoscete (la limitatezza e l’imperfezione umana), sono provveduti di ali di diversa potenza (cioè: la parola non sempre può realizzare ciò che la volontà desidera);
Poi cominciai così: «Il sentimento e l'intelligenza, appena vi apparve la prima uguaglianza (Dio), divennero di uguale peso in ciascuno di voi, perché il sole (Dio) che vi illuminò e vi riscaldò è così equilibrato nel calore e nella luce, che ogni paragone è insufficiente. Ma nei mortali la volontà e la capacità di esprimerla, per la ragione che a voi è chiara, hanno ali di piume diverse;
82
ond'io, che son mortal, mi sento in questaABdisagguaglianza, e però non ringrazioACse non col core a la paterna festa.AB
per cui io, che sono ancora mortale, sento di essere in questa disuguaglianza (tra volontà e parola), e perciò non ringrazio che col cuore per l’accoglienza festosa e paterna.
per cui io, che sono mortale, sento in me questa disuguaglianza, e perciò ringrazio solo con il cuore per l'accoglienza paterna.
85
Ben supplico io a te, vivo topazioACche questa gioia preziosa ingemmi,ADperché mi facci del tuo nome sazio».AC
Io ti supplico però, o spirito splendente come vivo topazio che adorni questo prezioso gioiello della croce, di appagare il mio desiderio di conoscere il tuo nome ”.
Ti supplico però, vivo topazio che adorni questo prezioso gioiello (la croce), di saziare il mio desiderio di conoscere il tuo nome».
88
«O fronda mia in che io compiacemmiADpur aspettando, io fui la tua radice»:AEcotal principio, rispondendo, femmi.AD
Allorché mi rispose, questo fu l’inizio del suo discorso: “ O figlio mio, nel quale mi compiacqui anche solo aspettandoti, io fui tuo capostipite”.
«O ramo mio, del quale mi compiacqui anche solo aspettandoti, io fui la tua radice»: così cominciò a rispondermi.
91
Poscia mi disse: «Quel da cui si diceAEtua cognazione e che cent'anni e piùeAFgirato ha 'l monte in la prima cornice,AE
94
mio figlio fu e tuo bisavol fue:AFben si convien che la lunga faticaAGtu li raccorci con l'opere tue.AF
Poi mi disse: “Alighiero, colui dal quale prende nome il tuo casato e che gira da più di cento anni nella prima cornice del monte del purgatorio, fu mio figlio e fu tuo bisavolo: è proprio opportuno che tu gli abbrevi la lunga pena con i tuoi suffragi.
Poi mi disse: «Colui da cui prende il nome la tua famiglia e che da cento anni e più gira intorno al monte (del purgatorio) nella prima cornice, fu mio figlio e fu tuo bisnonno: è giusto che tu gli abbrevi la lunga fatica con le tue opere (preghiere).
97
Fiorenza dentro da la cerchia antica,AGond'ella toglie ancora e terza e nona,AHsi stava in pace, sobria e pudica.AG
Firenze chiusa dentro la cerchia delle antiche mura, donde la città sente ancora il suono delle ore di terza e di nona, se ne stava in pace, sobria e onesta.
Firenze, dentro la cerchia antica di mura, da cui ancora sente suonare terza e nona, viveva in pace, sobria e onesta.
100
Non avea catenella, non corona,AHnon gonne contigiate, non cinturaAIche fosse a veder più che la persona.AH
Le donne non usavano braccialetti, nè corone preziose, né gonne ricamate, né cinture tanto ricche da essere più vistose della persona che le portava).
Non aveva collane, né diademi, né gonne ornate, né cinture che fossero più appariscenti della persona.
103
Non faceva, nascendo, ancor pauraAIla figlia al padre, che 'l tempo e la doteAJnon fuggien quinci e quindi la misura.AI
La figlia, nascendo, non faceva ancora paura al padre, perché l’età e la dote non uscivano da una parte e dall’ altra dalla giusta misura.
La figlia, nascendo, non faceva ancora paura al padre, perché l'età del matrimonio e la dote non superavano ancora la misura da una parte e dall'altra.
106
Non avea case di famiglia vòte;AJnon v'era giunto ancor SardanapaloAKa mostrar ciò che 'n camera si puote.AJ
Non vi erano case vuote di prole; non era ancora giunto Sardanapalo a insegnare quali vizi e lussi si possono avere nel segreto della camera.
Non aveva case vuote di famiglia; non vi era ancora arrivato Sardanapalo a mostrare ciò che si può fare in camera.
109
Non era vinto ancora MontemaloAKdal vostro Uccellatoio, che, com'è vintoALnel montar sù, così sarà nel calo.AK
Monte Mario non era ancora vinto dal vostro Uccellatoio, il quale Monte Mario, come fu superato in magnificenza, così sarà superato nella decadenza.
Montemario non era ancora superato dal vostro Uccellatoio (in magnificenza), che, come lo ha superato nell'ascesa, così lo supererà nella caduta.
112
Bellincion Berti vid'io andar cintoALdi cuoio e d'osso, e venir da lo specchioAMla donna sua sanza 'l viso dipinto;AL
lo vidi Bellincione Berti portare una cintura di cuoio con fibbie d’osso, e vidi sua moglie tornare dallo specchio senza il viso dipinto;
Io vidi Bellincione Berti andare in giro con una cintura di cuoio e osso, e sua moglie allontanarsi dallo specchio senza il viso truccato;
115
e vidi quel d'i Nerli e quel del VecchioAMesser contenti a la pelle scoperta,ANe le sue donne al fuso e al pennecchio.AM
e quelli della famiglia dei Vecchietti accontentarsi di indossare una semplice pelle non ricoperta di panno, e le loro donne intente agli umili lavori del fuso e della rocca. Oh donne fortunate!
e vidi quelli dei Nerli e quelli dei Vecchietti accontentarsi di vesti di pelle senza fodera, e le loro donne di stare al fuso e alla conocchia.
118
Oh fortunate! ciascuna era certaANde la sua sepultura, e ancor nullaAOera per Francia nel letto diserta.AN
ciascuna sapeva con certezza il luogo dove sarebbe stata sepolta, e ancora nessuna era lasciata sola nel letto nuziale dal marito andato in Francia (per mercanteggiare).
Oh fortunate! Ciascuna era sicura della sua sepoltura (in patria), e nessuna era ancora abbandonata nel letto per la Francia.
121
L'una vegghiava a studio de la culla,AOe, consolando, usava l'idiomaAPche prima i padri e le madri trastulla;AO
Una vegliava amorosamente il bimbo in culla e, per consolarlo (quando piangeva), si serviva di quel linguaggio infantile che per primi i genitori stessi si divertono ad usare;
Una vegliava occupandosi della culla, e, per consolare il bambino, usava quel linguaggio infantile che diverte prima i padri e le madri;
124
l'altra, traendo a la rocca la chioma,APfavoleggiava con la sua famigliaAQd'i Troiani, di Fiesole e di Roma.AP
un’altra, filando, raccontava, stando seduta in mezzo alla sua servitù, le antiche storie dei Troiani, di Fiesole e di Roma.
un'altra, tirando dalla conocchia la lana, raccontava alla sua famiglia le storie dei Troiani, di Fiesole e di Roma.
127
Saria tenuta allor tal maravigliaAQuna Cianghella, un Lapo Salterello,ARqual or saria Cincinnato e Corniglia.AQ
In quel tempo una donna dissoluta come Cianghella della Tosa, un barattiere come Lapo Saltarello sarebbero stati considerati una cosa straordinaria come, ora, un uomo probo come Cincinnato o una donna virtuosa come Cornelia.
Allora una Cianghella o un Lapo Salterello sarebbero stati considerati una meraviglia, come lo sarebbero oggi Cincinnato e Cornelia.
130
A così riposato, a così belloARviver di cittadini, a così fidaAScittadinanza, a così dolce ostello,AR
133
Maria mi diè, chiamata in alte grida;ASe ne l'antico vostro BatisteoATinsieme fui cristiano e Cacciaguida.AS
A una vita cittadina cosiì tranquilla e bella, tra una cittadinanza cosi affiatata, in una così dolce dimora, mi fece nascere la Vergine Maria, che era stata invocata con alte grida da mia madre durante il parto (cfr. Purgatorio XX, 19-21); e nel vostro antico Battistero divenni cristiano e insieme ricevetti il nome di Cacciaguida.
A una vita di cittadini così tranquilla, così bella, a una cittadinanza così leale, a una dimora così dolce, mi diede Maria, invocata con alte grida (da mia madre durante il parto); e nel vostro antico Battistero divenni insieme cristiano e Cacciaguida.
136
Moronto fu mio frate ed Eliseo;ATmia donna venne a me di val di Pado,AUe quindi il sopranome tuo si feo.AT
Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo: la mia sposa fu originaria della valle del Po; e da lei ebbe origine il tuo cognome. Poi seguii l’imperatore Corrado;
Moronto ed Eliseo furono miei fratelli; mia moglie venne a me dalla valle del Po, e da lei derivò il tuo cognome.
139
Poi seguitai lo 'mperador Currado;AUed el mi cinse de la sua milizia,AVtanto per bene ovrar li venni in grado.AU
142
Dietro li andai incontro a la nequiziaAVdi quella legge il cui popolo usurpa,AWper colpa d'i pastor, vostra giustizia.AV
ed egli mi fece suo cavaliere, tanto ero entrato nelle sue grazie per il mio valore. Lo seguii andando a combattere contro l’iniquità di quella religione il cui popolo, per colpa dei papi (che si disinteressano di questo problema), usurpa i diritti della cristianità (sulla Terrasanta).
Poi seguii l'imperatore Corrado; e lui mi fece cavaliere, tanto gli divenni gradito per le mie buone azioni. Al suo seguito andai a combattere contro la malvagità di quella religione (l'islam) il cui popolo, per colpa dei pastori (i papi), occupa ciò che vi spetta di diritto (la Terra Santa).
145
Quivi fu' io da quella gente turpaAWdisviluppato dal mondo fallace,AXlo cui amor molt'anime deturpa;AW
Qui ad opera di quella gente turpe fui sciolto dai legami del mondo fallace, l’amore del quale abbrutisce molte anime;
Lì fui liberato da quella gente malvagia dal mondo ingannevole, il cui amore corrompe molte anime;
148
e venni dal martiro a questa pace».AX
e dal martirio (della morte per la fede) venni alla pace del paradiso ”.
e venni dal martirio a questa pace».
Riassunto del canto XV
I beati del cielo di Marte interrompono il canto perché Dante possa indirizzare loro le sue domande. Intanto una delle luci che costellano la croce scende lungo il braccio destro e la parte mediana fino ai piedi di essa e si rivolge al Poeta con tono particolarmente affettuoso: è l’anima di Cacciaguida, trisavolo di Dante, il quale, tuttavia, non riesce ad afferrare il senso delle sue parole, essendo queste troppo al di sopra delle umane possibilità di comprensione. Solo in un secondo tempo il discorso di Cacciaguida si chiarisce alla mente del Poeta, il quale viene invitato ad esprimere i propri desideri. Poiché Dante gli ha chiesto di poter conoscere il suo nome, l’anima beata glielo rivela. Subito dopo Cacciaguida delinea l’aspetto dell’antica Firenze, allorché la città viveva in pace e nell’osservanza di tutte le leggi morali, contrapponendo a questa serena visione quella della Firenze attuale, dilaniata dalle lotte e corrosa dall’immoralità. Cacciaguida ricorda i retti costumi dei Fiorentini antichi, la loro serena vita familiare, il culto delle memorie del passato. Nella parte finale del canto Cacciaguida, dopo aver ricordato il nome dei suoi due fratelli, Moronto ed Eliseo, e quello della moglie, parla della propria vita. Entrò al servizio dell’imperatore Corrado 111, dal quale fu fatto cavaliere. Lo seguì nella seconda crociata per la riconquista della Terrasanta e morì combattendo contro i Saraceni.
In breve
Dove e chi
Cielo di Marte: Combattenti per la fede. Una croce luminosa.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Nell’interpretazione del canto XV, come di tutta la trilogia di Cacciaguida, si ripropone con un’evidenza particolarissima la rottura fra la fase romantica della critica dantesca e l’interpretazione moderna. La prima, nonostante le qualità di gusto e di penetrazione psicologica (basti pensare alle pagine che il Donadoni dedica al canto XV e allo studio del Momigliano, "La personalità di Dante e i canti di Cacciaguida", pubblicato nel 1927), non riesce a rendersi conto che anche la descrizione di Firenze chiusa nella cerchia antica non è uno sfogo autobiografico, ma una rappresentazione "figurale" (Auerbach) nella quale prende vita l’utopia politica di Dante. E’ su questa posizione, lumeggiata anche dal Montano, che si muovono le analisi di critici sicuri e attenti come il Binni e il Vallone. Dante respinge la rivoluzione economica e sociale maturata nel corso del secolo XIII, il crollo o la limitazione del feudalismo, il nuovo spirito mercantile, l’urbanesimo, i costumi di vita raffinati e spregiudicati che il Boccaccio alcuni anni dopo descriverà nel suo Decamerone. "Per la prima volta i grandi fattori metafisici del mondo politico erano sottoposti a una valutazione e a uno sfruttamento ormai soltanto politici... per la prima volta prevalse, in modo cosciente e coerente, fino nei più bassi strati del popolo, lo spirito che con freddo calcolo inserisce nel gioco delle forze ogni istituzione terrena, senza riguardo alla sua provenienza ultraterrena e all’autorità." (Auerbach) Nasceva una generazione di uomini freddi, preoccupati del successo e del proprio vantaggio, decisi a liberarsi di ogni legame con l’ordine tradizionale del mondo e a vedere nella cultura non una saggezza saldamente ancorata alla parola di Dio e capace di penetrare e nutrire ogni aspetto della vita terrena, ma un godimento dei sensi oltre che della mente, un ornamento della vita, senza alcuna forza praticamente impegnativa. Dante rifiuta tutto questo e con esso rifiuta anche ciò che di positivo presentava il nuovo spirito borghese. "Ma se si pensa - conclude l’Auerbach - con quali sacrifici fu pagato quel futuro, la civiltà moderna, come la scissione tra vita interiore e esteriore sia diventata sempre più opprimente, come l’unità di vita umana e europea andasse. perduta, come il frantumarsi e l’inefficacia di ogni ideologia sia diventata sensibile a ognuno... ci si guarderà dal disprezzare e condannare lo spirito sapientemente ordinatore di Dante." Il Poeta, profilando con accenti di desiderio e di sogno i costumi sobri, la semplicità, la lealtà, la pace del tempo passato, attribuisce al passato i caratteri morali e religiosi che egli sogna per l’avvenire: una società civile non corrotta dal denaro, non sopraffatta da meri interessi politici, ancorata ai valori eterni dell’uomo. Ma la poesia di Dante ha bisogno di conferire alle astrazioni del pensiero e alle idealità del sogno il vigore della concretezza, il nerbo delle azioni, la realtà delle vicende storiche. Come la Firenze dei tempi del Poeta era stata nell’lnferno il modello esemplare del male, il parallelo di Dite nel mondo dei vivi, così nel Paradiso egli alla mitica Firenze del passato - in pace, sobria e pudica - chiede ispirazione per tracciare le linee della società nuova e rigenerata che egli intende prospettare: perché la Commedia, nella sua sostanza profonda, è "espressione di una grande attesa e speranza di bene" (Vallone) e "il reale serve proprio, com’è nell’arte del Medioevo e nello stile di Dante, a dare sostanza e concretezza a questa attesa, tanto più vasta e incommensurabile quanto proprio quel reale è minuto, particolare e personale". Ancora una volta, dunque, il tono della poesia dantesca nasce dalla fusione di un concetto universale e di una esperienza individuale: in Firenze egli non solo sperimenta il suo amore di figlio e la sua dolorosa nostalgia di esule, ma i valori eterni dello spirito e della società umana. La poesia del canto XV è da cogliere nello straordinario equilibrio e nel sapiente comporsi e fondersi di questi due termini. Secondo il De Sanctis dopo i versi 97-99 "la rappresentazione da Firenze si va a restringere nelle famiglie fiorentine e nella persona di Dante". Invece subito dopo l’immagine di Firenze dentro dalla cerchia antica, chiusa nella sua staticità maestosa ma inarticolata, si inseriscono, attraverso la rappresentazione delle consuetudini interne e dei rapporti familiari, i grandi temi e i grandi problemi politico-morali. Il quadro si anima, si carica di motivi polemici e sentimentali, Si popola di personaggi, si arricchisce degli sfondi architettonici di case e di strade. Il pericolo di trasformare la ricostruzione dell’antica Firenze in un elogio astratto o in un simbolo corposo e statuario (l’osservazione è del Vallone) si dissolve subito in virtù del procedimento adottato, quello della comparatio per contrarium: i due volti di Firenze, quello passato e quello attuale, accostati, confrontati, allontanati in un gioco mobilissimo di figure e di prospettive. Una soluzione retorica che è adeguata rappresentazione dell’intimo di Dante, dove quei due volti coesistono, fonte di tenerezza e di speranza l’uno, causa di struggimento l’altro, ma l’uno e l’altro calati nella realtà e rappresentati nel concreto degli abitanti e degli usi civili. Scarna semplicità dello stile, andamento paratattico del fraseggiare, essenzialità della descrizione dominano questa parte del canto, nella quale la polemica non sfocia nella invettiva, il sarcasmo viene smussato in mestizia, la poesia non si carica di toni cupi e di tormento di passioni: il Poeta sembra ormai certo che il presente falso e corrotto sia destinato a scomparire.
vv. 97-99Fiorenza dentro da la cerchia antica,ond'ella toglie ancora e terza e nona,si stava in pace, sobria e pudica.Leggi nel testo
Cacciaguida, il trisavolo di Dante morto nella seconda crociata, descrive la Firenze del suo tempo, circa un secolo e mezzo prima: «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond'ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica».
La cerchia antica è quella delle mura più vecchie, molto più piccola della città del tempo di Dante, che nel frattempo aveva costruito nuove mura. Le donne non portavano gioielli né vesti sfarzose, gli uomini erano soddisfatti di abiti semplici, le famiglie vivevano unite e le figlie non si sposavano troppo presto con doti eccessive.
Cacciaguida racconta anche le origini della famiglia Alighieri: sua moglie veniva dalla valle del Po e da lei derivò il cognome. Dante, che sapeva poco della sua famiglia, si costruisce così una genealogia nobile. La Firenze antica, idealizzata, diventa il modello contro cui misurare la corruzione del presente.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Cacciaguida
Ne parla la scheda «La croce di Marte» (Par. XIV).