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Indice dei canti
Dante in veste rossa e Beatrice velata, in abito rosso e manto verde, si sollevano da un giardino fiorito presso un ruscello; lei è rivolta al sole abbagliante, lui guarda lei.
Dal paradiso terrestre Dante, fissando Beatrice rivolta al sole, comincia a salire verso i cieli.
Paradiso · Ascesa ai cieli

Paradiso, Canto I

«La gloria di colui che tutto move…»

Dante afferma che materia del suo canto sarà la visione del paradiso, o almeno ciò che la memoria può ricordare di quella realtà ineffabile.

Luogo
Ascesa ai cieli
Anime
Dante e Beatrice
Personaggi
Beatrice
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
Ascesa ai cieliLunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto

Testo e parafrasi del canto I

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

La gloria di colui che tutto moveAper l'universo penetra, e risplendeBin una parte più e meno altrove.A

La luce gloriosa di Dio, colui che è la causa prima e il motore di tutto il creato, penetra e risplende sull’universo, in misura maggiore in un luogo e minore in un altro (a seconda che la cosa creata è più o meno perfetta e quindi più o meno disposta ad accogliere in sé la luce divina).
La gloria di colui che muove tutte le cose (Dio) penetra per l'universo, e risplende in una parte di più e altrove di meno.
4

Nel ciel che più de la sua luce prendeBfu' io, e vidi cose che ridireCné sa né può chi di là sù discende;B

7

perché appressando sé al suo disire,Cnostro intelletto si profonda tanto,Dche dietro la memoria non può ire.C

10

Veramente quant'io del regno santoDne la mia mente potei far tesoro,Esarà ora materia del mio canto.D

Io fui nell’Empireo, il cielo che riceve in maggior quantità la luce divina, e vidi cose che colui al quale è consentito di ritornare da là in terra, non è capace, (poichè non se ne ricorda) né può (perchè ogni parola sarebbe inadeguata) descrivere; perchè avvicinandosi a Dio, che è oggetto del suo desiderio, la nostra mente si addentra così profondamente (nella sua conoscenza), che la memoria non può seguirla. Tuttavia quel tanto della visione del paradiso che io non ho potuto tesoreggiare nella mia memoria, sarà ora argomento della mia poesia.
Nel cielo che riceve più della sua luce (l'Empireo) sono stato io, e ho visto cose che chi discende da lassù non sa né può ridire; perché, avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio (Dio), il nostro intelletto si sprofonda tanto che la memoria non può seguirlo. Tuttavia, quanto del regno santo ho potuto conservare come un tesoro nella mia mente, sarà ora l'argomento del mio canto.
13

O buono Appollo, a l'ultimo lavoroEfammi del tuo valor sì fatto vaso,Fcome dimandi a dar l'amato alloro.E

O eccellente Apollo, riversa in me tanto della tua virtù poetica per l’ultimo lavoro (la terza cantica), quanta tu ne richiedi per concedere l’ambito titolo di poeta.
O buon Apollo, per quest'ultima fatica rendimi un vaso così pieno della tua virtù come tu richiedi per concedere l'amato alloro.
16

Infino a qui l'un giogo di ParnasoFassai mi fu; ma or con amendueGm'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.F

Fino ad ora mi è stato sufficiente l’aiuto delle Muse; ma adesso mi è necessario affrontare l’ultimo argomento con il soccorso di entrambi.
Fin qui mi è bastata una sola cima del Parnaso (quella delle Muse); ma ora, con tutte e due, mi è necessario entrare nell'arena che rimane.
19

Entra nel petto mio, e spira tueGsì come quando Marsia traestiHde la vagina de le membra sue.G

Entra nel mio petto, e ispirami quella potenza d’ingegno di cui desti prova quando vincesti e scorticasti Marsia.
Entra nel mio petto, e ispira tu, così come quando estraesti Marsia dalla guaina delle sue membra (lo scorticasti).
22

O divina virtù, se mi ti prestiHtanto che l'ombra del beato regnoIsegnata nel mio capo io manifesti,H

25

vedra'mi al piè del tuo diletto legnoIvenire, e coronarmi de le foglieJche la materia e tu mi farai degno.I

O divina potenza, se ti concedi a me tanto che io possa esprimere la tenue immagine del paradiso che è rimasta impressa nella mia memoria, mi vedrai venire al tuo diletto alloro, e incoronarmi poi di quelle fronde di cui l’arduo argomento e il tuo aiuto mi renderanno degno.
O virtù divina, se ti concedi a me tanto che io possa manifestare l'ombra del regno beato impressa nella mia mente, mi vedrai venire ai piedi del tuo albero prediletto (l'alloro) e incoronarmi di quelle foglie di cui l'argomento e tu mi renderete degno.
28

Sì rade volte, padre, se ne coglieJper triunfare o cesare o poeta,Kcolpa e vergogna de l'umane voglie,J

31

che parturir letizia in su la lietaKdelfica deità dovria la frondaLpeneia, quando alcun di sé asseta.K

Così di rado, o padre (dei poeti), si colgono le foglie dell’alloro per il fatto che trionfi o un imperatore o un poeta, e ciò è colpa e vergogna dei pervertiti desideri degli uomini, che la fronda dell’alloro dovrebbe esser causa di letizia al già lieto Apollo, quando desta brama di sé in qualcuno.
Così raramente, padre, se ne colgono (di foglie d'alloro) per celebrare il trionfo di un imperatore o di un poeta, per colpa e vergogna dei desideri umani, che la fronda di Peneo (l'alloro) dovrebbe generare gioia nella lieta divinità di Delfi (Apollo), quando qualcuno ne è assetato.
34

Poca favilla gran fiamma seconda:Lforse di retro a me con miglior vociMsi pregherà perché Cirra risponda.L

Un grande incendio può seguire una piccola favilla; forse dopo di me (da parte di poeti migliori) si innalzeranno preghiere con voci più efficaci per ottenere ispirazione da Apollo.
Una piccola scintilla è seguita da una grande fiamma: forse dopo di me, con voci migliori, si pregherà perché Cirra (Apollo) risponda.
37

Surge ai mortali per diverse fociMla lucerna del mondo; ma da quellaNche quattro cerchi giugne con tre croci,M

40

con miglior corso e con migliore stellaNesce congiunta, e la mondana ceraOpiù a suo modo tempera e suggella.N

Il sole (la lucerna del mondo) sorge per gli uomini (a seconda delle stagioni) da diversi punti dell'orizzonte; ma da quella zona in cui quattro cerchi si incontrano formando tre croci, esce con un corso più favorevole e congiunto con una costellazione più proprizia, e plasma e segna con la propria impronta la materia del mondo con maggiore efficacia.
Il sole, lampada del mondo, sorge per i mortali da punti diversi dell'orizzonte; ma da quello che unisce quattro cerchi formando tre croci, esce con un corso migliore e congiunto con una stella migliore (l'Ariete), e plasma e imprime la cera del mondo più secondo il suo modo.
43

Fatto avea di là mane e di qua seraOtal foce, e quasi tutto era là biancoPquello emisperio, e l'altra parte nera,O

46

quando Beatrice in sul sinistro fiancoPvidi rivolta e riguardar nel sole:Qaquila sì non li s'affisse unquanco.P

Il sole, sorgendo quasi in quello stesso punto, aveva recato il giorno nel purgatorio e la sera sulla terra, e l'emisfero australe era tutto illuminato, e quello boreale avvolto nelle tenebre, quando vidi Beatrice volta a sinistra che guardava con intensità il sole: mai aquila lo fissò così fermamente.
Quel punto di levata aveva fatto mattina di là (nel Purgatorio) e sera di qua, e quasi tutto quell'emisfero era bianco di luce, e l'altra parte nera, quando vidi Beatrice voltata sul fianco sinistro e guardare fisso il sole: un'aquila non vi si fissò mai così.
49

E sì come secondo raggio suoleQuscir del primo e risalire in suso,Rpur come pelegrin che tornar vuole,Q

52

così de l'atto suo, per li occhi infusoRne l'imagine mia, il mio si fece,Se fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.R

E come il raggio riflesso suole aver origine da quello diretto e risalire in alto, a guisa di pellegrino che (giunto al termine del viaggio) vuole tornare (al luogo cui è partito), allo stesso modo dal suo atteggiamento, penetrato attraverso gli occhi nella mia facoltà immaginativa, trasse origine il mio, e fissai gli occhi sul sole oltre ogni nostra possibilità.
E come un raggio riflesso suole uscire dal primo e risalire verso l'alto, proprio come un pellegrino che vuole tornare, così dal suo atto, infuso attraverso gli occhi nella mia immaginazione, nacque il mio, e fissai gli occhi al sole oltre la nostra abitudine.
55

Molto è licito là, che qui non leceSa le nostre virtù, mercé del locoTfatto per proprio de l'umana spece.S

Nel paradiso terrestre sono possibili molte cose, che non sono concesse in terra alle nostre facoltà, in grazia del luogo creato (da Dio) come dimora propria del genere umano (nel suo stato di perfezione originaria).
Là (nel Paradiso terrestre) sono permesse alle nostre facoltà molte cose che qui non lo sono, grazie al luogo creato apposta per la specie umana.
58

Io nol soffersi molto, né sì poco,Tch'io nol vedessi sfavillar dintorno,Ucom'ferro che bogliente esce del foco;T

Io non sostenni la vista del sole molto a lungo, ma neppure tanto poco, da non poter discernere che esso sfavillava all’intorno, come ferro che esce incandescente dal fuoco;
Io non lo sopportai molto, ma neppure così poco da non vederlo sfavillare tutto intorno, come ferro che esce bollente dal fuoco;
61

e di sùbito parve giorno a giornoUessere aggiunto, come quei che puoteVavesse il ciel d'un altro sole addorno.U

e dopo un istante parve che la luce del giorno fosse raddoppiata come se l’Onnipotente avesse ornato il cielo di un altro sole.
e all'improvviso sembrò che al giorno si fosse aggiunto un altro giorno, come se colui che può (Dio) avesse ornato il cielo con un altro sole.
64

Beatrice tutta ne l'etterne roteVfissa con li occhi stava; e io in leiWle luci fissi, di là sù rimote.V

Beatrice guardava intensamente le sfere celesti; ed io fissai gli occhi in lei, dopo averli distolti dal sole.
Beatrice stava tutta con gli occhi fissi nelle ruote eterne (i cieli); e io fissai i miei occhi su di lei, distolti da lassù.
67

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,Wqual si fé Glauco nel gustar de l'erbaXche 'l fé consorto in mar de li altri dèi.W

Osservandola divenni interiormente come si fece Glauco quando assaggiò l’erba che lo rese compagno delle divinità marine. Non si potrebbe esprimere a parole l’elevarsi oltre i limiti propri dell’uomo;
Guardandola diventai dentro di me tale quale divenne Glauco nell'assaggiare l'erba che lo rese compagno in mare degli altri dèi.
70

Trasumanar significar per verbaXnon si poria; però l'essemplo bastiYa cui esperienza grazia serba.X

perciò basti l’esempio (di Glauco) a colui al quale la grazia divina riserva l’esperienza diretta (poiché al cristiano è permesso l’accesso al paradiso).
Non si potrebbe esprimere a parole l'andare oltre l'umano; perciò basti l'esempio a colui al quale la grazia riserva di farne esperienza.
73

S'i' era sol di me quel che creastiYnovellamente, amor che 'l ciel governi,Ztu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.Y

Se io ero solo anima, la parte di me che creasti per ultima, Tu lo sai, o Dio, amore che governi il cielo, Tu che con la tua luce (riflessa in me attraverso gli occhi di Beatrice) mi sollevasti (attraverso gli spazi verso il cielo).
Se io ero soltanto la parte di me che creasti per ultima (l'anima), o amore che governi il cielo, tu lo sai, che mi sollevasti con la tua luce.
76

Quando la rota che tu sempiterniZdesiderato, a sé mi fece attesoAAcon l'armonia che temperi e discerni,Z

79

parvemi tanto allor del cielo accesoAAde la fiamma del sol, che pioggia o fiumeABlago non fece alcun tanto disteso.AA

Quando il ruotare delle sfere celesti che tu rendi perpetuo con l’ esser da quelle desiderato, attirò su di sé la mia attenzione con l’armonico suono che Tu regoli e moduli, mi apparve allora una cosi grande parte del cielo illuminata dalla luce del sole, che mai pioggia o fiume formarono un lago tanto ampio.
Quando la rotazione dei cieli, che tu rendi eterna perché desiderano te, attirò la mia attenzione su di sé con l'armonia che tu regoli e distingui, mi sembrò allora che tanta parte del cielo fosse accesa dalla fiamma del sole, che né pioggia né fiume formò mai un lago così esteso.
82

La novità del suono e 'l grande lumeABdi lor cagion m'accesero un disioACmai non sentito di cotanto acume.AB

La novità del suono e la grande luce accesero in me un desiderio di conosce, re la loro origine più intenso di qualsiasi desiderio prima avvertito.
La novità del suono e la grande luce accesero in me un desiderio di conoscerne la causa, mai sentito così acuto.
85

Ond'ella, che vedea me sì com'io,ACa quietarmi l'animo commosso,ADpria ch'io a dimandar, la bocca aprio,AC

Perciò Beatrice, che vedeva nel mio intimo come potevo vedere io stesso, per tranquillizzare il mio animo turbato (da questo profondo desiderio), si preparò a parlare, prima che io formulassi la domanda.
Perciò lei, che vedeva dentro di me come me stesso, per calmare il mio animo turbato aprì la bocca prima che io domandassi,
88

e cominciò: «Tu stesso ti fai grossoADcol falso imaginar, sì che non vediAEciò che vedresti se l'avessi scosso.AD

e disse: “ Tu stesso ti rendi incapace a comprendere con le tue errate supposizioni, cosi che non capisci ciò che capiresti da solo, se le avessi rimosse (dalla tua mente).
e cominciò: «Tu stesso ti rendi ottuso con il tuo falso immaginare, così che non vedi ciò che vedresti se lo avessi scrollato via.
91

Tu non se' in terra, sì come tu credi;AEma folgore, fuggendo il proprio sito,AFnon corse come tu ch'ad esso riedi».AE

Tu non sei in terra, cosi come credi; ma nessun fulmine, allontanandosi dalla sfera del fuoco (il proprio sito: la sua dimora naturale), corse così rapidamente come tu che ritorni al luogo che ti è proprio (al cielo, al quale tende ogni uomo)”.
Tu non sei in terra, come credi; ma un fulmine, fuggendo dal suo luogo naturale, non corse mai veloce come te, che a esso ritorni».
94

S'io fui del primo dubbio disvestitoAFper le sorrise parolette brevi,AGdentro ad un nuovo più fu' inretito,AF

97

e dissi: «Già contento requieviAGdi grande ammirazion; ma ora ammiroAHcom'io trascenda questi corpi levi».AG

Se io fui liberato dal primo dubbio (quello relativo alla causa del suono e della luce) da quella breve spiegazione data sorridendo, fui inviluppato in uno nuovo e più grande, e dissi: “ Già mi sentivo tranquillo e soddisfatto riguardo a ciò che aveva provocato in me grande meraviglia; ma ora mi stupisco (ammiro) di come io possa (con il mio corpo) attraversare questi corpi lievi (la sfera dell’aria e quella del fuoco)”.
Se fui liberato dal primo dubbio per quelle brevi paroline sorridenti, fui ancora più avvolto in uno nuovo, e dissi: «Ormai mi sono quietato contento dopo il grande stupore; ma ora mi stupisco di come io salga oltre questi corpi leggeri (aria e fuoco)».
100

Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,AHli occhi drizzò ver' me con quel sembianteAIche madre fa sovra figlio deliro,AH

103

e cominciò: «Le cose tutte quanteAIhanno ordine tra loro, e questo è formaAJche l'universo a Dio fa simigliante.AI

Perciò ella, dopo aver emesso (di fronte alla mia ignoranza) un pietoso sospiro, volse gli occhi verso di me con quell’atteggiamento che assume la madre verso il figlio che delira, e cominciò: “ Tutte quante le cose create sono armoniosamente ordinate fra loro e questo ordine è il principio informativo il quale rende l’universo simile a Dio (che è perfetto ordine e armonia).
Perciò lei, dopo un sospiro di pietà, rivolse gli occhi verso di me con l'espressione che fa una madre sopra il figlio che delira, e cominciò: «Tutte quante le cose hanno un ordine tra loro, e questo è la forma che rende l'universo simile a Dio.
106

Qui veggion l'alte creature l'ormaAJde l'etterno valore, il qual è fineAKal quale è fatta la toccata norma.AJ

In questo ordine le creature superiori riconoscono l’impronta di Dio, ilquale è il fine ultimo dal quale è generato e verso il quale tende l’ordine prima detto.
In questo ordine le creature superiori vedono l'impronta della potenza eterna, la quale è il fine per cui è stata fatta la regola di cui ho parlato.
109

Ne l'ordine ch'io dico sono acclineAKtutte nature, per diverse sorti,ALpiù al principio loro e men vicine;AK

Nell’ordine di cui parlo tutti gli esseri viventi ricevono una particolare inclinazione, secondo le varie condizioni loro assegnate, (che li pongono) più o meno vicini al loro Creatore;
Nell'ordine che dico sono inclinate tutte le nature, secondo sorti diverse, più vicine o meno vicine al loro principio (Dio);
112

onde si muovono a diversi portiALper lo gran mar de l'essere, e ciascunaAMcon istinto a lei dato che la porti.AL

perciò si indirizzano a diverse mete attraverso la sconfinata immensità dell’universo, e ciascuno (si muove) secondo un istinto specifico (a lei dato) che lo guida.
perciò si muovono verso porti diversi attraverso il grande mare dell'essere, e ciascuna con un istinto, a lei dato, che la porti.
115

Questi ne porta il foco inver' la luna;AMquesti ne' cor mortali è permotore;ANquesti la terra in sé stringe e aduna;AM

Questo istinto naturale (questi) è quello che porta il fuoco verso la sua sfera circonda la terra, e la luna); questo è la forza che muove (verso il loro fine) gli animali privi di ragione; questo tiene insieme e mantiene compatta nelle sue varie parti la terra (manifestandosi come forza di gravità):
Questo istinto porta il fuoco verso la luna; questo è la forza che muove i cuori mortali; questo stringe e tiene unita in sé la terra;
118

né pur le creature che son foreANd'intelligenza quest'arco saettaAOma quelle c'hanno intelletto e amore.AN

né questo istinto indirizza (al loro fine particolare) solo le creature che sono prive di intelligenza, ma anche quelle (angeli e uomini) che sono dotate di intelligenza e di volontà (amore: inteso come la forza che opera una scelta consapevole).
e quest'arco non scocca soltanto le creature che sono prive di intelligenza, ma anche quelle che hanno intelletto e amore.
121

La provedenza, che cotanto assetta,AOdel suo lume fa 'l ciel sempre quietoAPnel qual si volge quel c'ha maggior fretta;AO

La provvidenza di Dio, che stabilisce quest’ordine di cose, appaga sempre con la sua luce l’Empireo, il cielo nel quale ruota il Primo Mobile, che si muove più rapidamente di tutti gli altri cieli;
La provvidenza, che ordina tanto, con la sua luce rende sempre quieto il cielo (l'Empireo) entro il quale gira quello che ha maggiore velocità (il Primo Mobile);
124

e ora lì, come a sito decreto,APcen porta la virtù di quella cordaAQche ciò che scocca drizza in segno lieto.AP

e ora verso l’Empireo, come al luogo stabilito per nostra meta, ci sospinge la forza di quella corda (cioè dell’istinto), che ciò che lancia indirizza a buon fine.
e ora lì, come a un luogo stabilito, ci porta la forza di quella corda che indirizza ciò che scocca verso un bersaglio felice.
127

Vero è che, come forma non s'accordaAQmolte fiate a l'intenzion de l'arte,ARperch'a risponder la materia è sorda,AQ

130

così da questo corso si diparteARtalor la creatura, c'ha podereASdi piegar, così pinta, in altra parte;AR

Certo è che come la forma (di un’opera d’arte) non corrisponde molto spesso all’intenzione dell’artista, perché la materia non si presta ad accoglierla allo stesso modo talora si allontana dalla direzione indicata la creatura, che ha la possibilità di volgersi, pur essendo spinta verso il bene, in un’altra parte (cioè verso il male);
È vero che, come la forma spesso non corrisponde all'intenzione dell'arte, perché la materia è sorda a rispondere, così talvolta si allontana da questo corso la creatura, che ha il potere, pur spinta così, di piegare verso un'altra parte;
133

e sì come veder si può cadereASfoco di nube, sì l'impeto primoATl'atterra torto da falso piacere.AS

e come si può vedere il fuoco del fulmine cadere dalla sua sfera verso la terra (mentre esso tenderebbe, per sua natura, a salire verso l’alto), allo stesso modo l’impulso naturale (che dovrebbe portare al cielo) si volge in basso deviato dall’ingannevole piacere dei beni terreni.
e come si può vedere cadere il fuoco (il fulmine) da una nuvola, così lo slancio originario, deviato da un falso piacere, la abbatte verso terra.
136

Non dei più ammirar, se bene stimo,ATlo tuo salir, se non come d'un rivoAUse d'alto monte scende giuso ad imo.AT

Non devi meravigliarti, se giudico giustamente, per il fatto di ascendere verso l’alto, più di quanto non ti meraviglieresti di un ruscello che scenda dalla cima del monte verso il fondo della valle.
Non devi più stupirti, se giudico bene, della tua salita, se non come di un ruscello che scende da un alto monte giù fino in fondo.
139

Maraviglia sarebbe in te se, privoAUd'impedimento, giù ti fossi assiso,AVcom'a terra quiete in foco vivo».AU

Meraviglia dovrebbe nascere in te, se, privo ormai dell’impedimento (del peccato), fossi rimasto fermo sulla terra, come (sarebbe causa di stupore) una fiamma immobile al suolo in un fuoco acceso (essendo propria della fiamma salire verso l’alto)”.
Sarebbe una meraviglia in te se, privo di impedimenti, tu fossi rimasto fermo giù, come lo sarebbe in terra la quiete in una fiamma viva».
142

Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.AV

Dopo di ciò Beatrice rivolse lo sguardo verso il cielo.
Quindi rivolse il viso verso il cielo.

Riassunto del canto I

Dante afferma che materia del suo canto sarà la visione del paradiso, o almeno ciò che la memoria può ricordare di quella realtà ineffabile. Perciò è necessario invocare l'intervento di Apollo, affinché, di fronte alla difficoltà dell'argomento della terza cantica, aggiunga il suo aiuto a quello delle Muse, che già hanno soccorso il Poeta nella composizione dell'Inferno e del Purgatorio. Solo così Dante sarà sicuro di poter cingere un giorno la corona di poeta, consapevole di aprire, con il suo esempio, una strada sulla quale lo potranno seguire anche miglior voci. È l'alba quando Dante, imitando Beatrice che teneva gli occhi fissi sul sole, volge il suo sguardo verso la lucerna del mondo, che gli appare di uno splendore luminosissimo. Poi gli occhi del Poeta tornano a guardare la donna amata e in questo momento si opera il suo trasumanar, cioè il suo innalzarsi oltre ogni limite umano, poiché inizia ora per lui l'ascesa verso i cieli attraverso la sfera dell'aria e quella del fuoco. Il ruotare delle sfere celesti provoca un suono armonioso, che riempie di stupore il Poeta, per il quale costituivano già motivo di profonda meraviglia i bagliori, più luminosi del solito, del sole. Beatrice gli rivela allora che egli non si trova più sulla terra, ma che sta salendo verso i cieli. Tuttavia un altro dubbio tormenta Dante: come è possibile che il suo corpo possa passare attraverso le regioni dell'aria e del fuoco? La spiegazione di Beatrice esamina la presenza, in ogni essere creato, di una inclinazione naturale che lo porta a tendere ad una meta specifica: ora il fine ultimo dell'uomo è quello di raggiungere l'Empireo, il cielo creato per essere la sua sede, e verso di esso ogni creatura umana sale dopo che è stato rimosso in lei l'ostacolo del peccato.

In breve

Dove e chi
  1. Ascesa ai cieli: Dante e Beatrice. Il passaggio oltre la sfera del fuoco.

Vedi sulla mappa

Versi famosi di questo canto

«La gloria di colui che tutto move»
vv. 1-3

OggiSi cita per richiamare l'armonia dell'universo.

Significato

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Una vecchia distinzione della Una vecchia distinzione della critica, sostenuta in modo particolare da V. Rossi, poneva a fondamento della diversa ispirazione delle tre cantiche una diversità di momenti psicologici, originati dalle molteplici vicende della vita di Dante. L’Inferno sarebbe nato nel periodo immediatamente seguente all’esilio, pieno di rancori e di lotte, il Purgatorio nel momento della discesa in Italia di Arrigo VII, allorché l’animo si apriva alla speranza, il Paradiso negli ultimi anni, quando il Poeta, ormai stanco e rassegnato al crollo delle sue aspirazioni terrene, si era chiuso in se stesso, riponendo in Dio ogni speranza. Questa suddivisione della Commedia in termini biografici distrugge il senso più profondo della visione di Dante, la quale si è proposta come oggetto della sua meditazione e della sua rappresentazione l’itinerarium mentis in Deum, per usare l’espressione cara alla letteratura filosofica e religiosa del Medioevo. L’impulso dell’umano verso il divino c-, come afferma il Parodi, "I’intima essenza dello spirito di Dante" e, quindi, "l’essenza dell’intero poema": la lotta con il peccato, poi l’aprirsi dell’anima al divino, infine il divino che trionfa e attira a sé definitivamente l’umano. In questa Prospettiva deve essere collocata la lettura del Paradiso: compito del Poeta è quello di ritrarre il passaggio della propria anima attraverso i successivi gradi di cui si compone l’accostamento alla verità e al bene supremi. E’ evidente perciò l’estrema importanza che rivestono i versi di apertura del primo canto, i quali, con una commozione che sottolinea la solennità di questo momento, dichiarano la trascendenza dell’ispirazione, l’orgoglio di chi è consapevole di trasfondere nella propria opera tutta la sua dottrina e la sua sensibilità, e insieme l’umiltà di chi avverte la propria limitatezza di fronte alla rappresentazione del beato regno. Esatto appare quindi il giudizio di chi vede nella "proposizione " e nell’ "invocazione", della terza cantica la più grande esaltazione della poesia che Dante abbia fatto. La terza cantica, infatti, deve essere letta come " la storia oggettiva di una vita che si eleva attraverso progressi e esperienze al supremo grado della luce", per cui " il Poeta ritrae le scene nella loro obiettiva realtà, descrive il crescere di un’anima col massimo possibile di coerenza narrativa. Il poema rimane l’epica di uno spirito cristiano che va ora percorrendo le vie della Gerusalemme celeste; l’attenzione di chi scrive è interamente concentrata nella considerazione e nella resa di qualcosa di obiettivo, reale..." (Montano). Il primo canto, inoltre, ci prepara a vedere il Paradiso come il mondo della verità, nel quale appressando sé al Suo disire, nostro intelletto si profonda tanto..., perché il Poeta, come gran parte della Scolastica, è sorretto dal convincimento che "la forma del vivere umano più alta e più vicina a Dio è quella legata all’attività dell’intelligenza" (Montano), solo che il vero si identifica ora con l’amore, i due aspetti del divino che Dante chiuderà nella sintesi di un verso: Il viaggio dunque si presenta come l’esperienza del vero e dell’amore: infatti ai versi 7-9, che possono far pensare ancora alle rarefatte speculazioni del Convivio il Poeta contrappone l’ultima parte del canto, dove da Beatrice, cioè dalla verità stessa, ha la rivelazione del l’armonia universale del creato, dell’amore divino che riempie tutte le cose, unendole fra loro e subordinan dole a sé. E’ un gioioso approdo, una esaltante visioni dell’unità del reale, che ben può introdurre il tema del l’amore ricorrente in ogni passo della cantica, un amore privo di qualsiasi calcolo, diventato luce e grazia. Il Poeta deve chiedere alla sua arte di diventare ancora più profonda e delicata di quella che aveva creato il dolce color d’oriental zaffiro dell’atmosfera purgatoriale. perché sia possibile seguire le rapide conquiste e le im provvise accensioni dell’animo nella sua ascesa verso Dio. A chi si aspetta nel Paradiso soltanto il tono descrittivo e disteso, pacato e solenne, proprio di chi vede le cose dall’alto, dalla serenità di una meta ormai raggiunta, si può rispondere che tale tono è sì presente, ma non dovunque, perché il Poeta, che ha ormai attinto la visione suprema e si propone dì ripercorrerne le tappe, rivive ogni singola fase lasciando intatto il sapore della scoperta, dello sforzo, della conquista. Basti pensare, come esempio, al rapido e illuminante succedersi nel primo canto, di momenti diversi dai versi 46-48 ai versi 85-87: qui la tecnica espressiva (verbi e sostantivi in posizione dominante, assenza quasi assoluta dell’aggettivazione, costruzione per coordinate) contrappone al tono elaborato e solenne dell’invocazione iniziale o della spiegazione finale di Beatrice, un procedere sbalzato a grandi linee, una variazione continua di stati di anima e d’azioni, quasi il Poeta fosse sospinto da una ansia interiore e si scoprisse incapace di arginarla, finche il suo animo trova momentaneo riposo nella rivelazione della legge divina che regola e sostiene il creato. L’attenzione a questi mutamenti, interessanti dal punto di vista stilistico, perché concorrono a creare efficaci e suggestivi chiaroscuri, diventa indispensabile allorché si passi a considerare l’unità logica del canto troppo spesso accusato di mancare di continuità: I’esordio, con la celebrazione dell’argomento scelto a matera del canto, e la maestosa rappresentazione del cielo e della terra (versi 37-45) immettono subito il lettore nel mondo del sovrannaturale, lo abituano agli eventi miracolosi di cui il pellegrino sarà testimone, o addirittura oggetto. Ha inizio la prima fase del processo dello spirito nella beatitudine: Beatrice tutta nell’alterne rote fissa con li occhi stava; ed io in lei le luci fissi... Ma perché la creatura sta perfettamente consapevole che il suo ritorno al cielo è un fatto "naturale", che anzi il cielo è il sito decreto dall’eternità come sua sede, ecco la dimostrazione di Beatrice: il gran mar dell’essere si muove tutto secondo la divina volontà e il divino amore: l’uomo non è che una parte di questo gran mar, ma solo a lui è destinato il ciel reso quieto dalla luce di Dio.

Personaggi del canto I

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Lingua
Paradiso · Canto I Liceo

«Trasumanar»: una parola nuova per un'esperienza nuova

vv. 67-72Nel suo aspetto tal dentro mi fei,qual si fé Glauco nel gustar de l'erbache 'l fé consorto in mar de li altri dèi.Trasumanar significar per verbanon si poria; però l'essemplo bastia cui esperienza grazia serba.Leggi nel testo

Fissando gli occhi in quelli di Beatrice, che a sua volta guarda il sole, Dante sente di trasformarsi, come il pescatore Glauco del mito, che mangiando un'erba divenne un dio marino. Per descrivere ciò che prova inventa un verbo: «Trasumanar significar per verba / non si poria», cioè non si può spiegare a parole che cosa sia andare oltre l'umano.

Il verbo è formato dalla preposizione latina trans, che indica il passaggio al di là, e da «umano». Esprime il superamento dei limiti della condizione umana, necessario per salire verso Dio. Solo chi esce da sé, dai propri limiti terreni, può entrare davvero nella propria essenza più profonda.

«Trasumanar» è il primo di molti neologismi del Paradiso, creati spesso con la stessa logica: un prefisso che indica movimento verso l'alto o verso l'interno. Più avanti Dante inventerà verbi come «insusarsi», salire in alto, o «inmiarsi», entrare in me. La lingua del Paradiso deve inventare parole perché descrive cose mai viste.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

I neologismi del Paradiso

Ne parla la scheda «La lingua di Adamo» (Par. XXVI).

Trasumanar

Ne parla la scheda «La quadratura del cerchio» (Par. XXXIII).