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Indice dei canti
Dante e Virgilio osservano dalla riva una folla di anime nude che corre dietro a una bandiera bianca, tormentata da insetti; a sinistra una grande porta di pietra, a destra un vecchio barcaiolo su un fiume scuro.
Oltre la porta dell'Inferno gli ignavi inseguono un'insegna, mentre Caronte attende sull'Acheronte
Inferno · Antinferno

Inferno, Canto III

«Per me si va ne la città dolente…»

Sulla porta dell’inferno un’epigrafe promette, a chi varcherà la soglia, disperazione e dolori eterni, ma Virgilio invita Dante a deporre ogni forma di timore e ogni perplessità;

Luogo
Antinferno
Anime e colpe
Ignavi e angeli neutrali
Personaggi
Virgilio, Caronte
Versi
136 · 45 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
 Antinferno     VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto III

Parafrasi
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1

Per me si va ne la città dolente,Aper me si va ne l'etterno dolore,Bper me si va tra la perduta gente.A

«Attraverso me si entra nella città dolorosa, nel dolore che mai avrà termine, tra le anime dannate. Dio, mio eccelso creatore, fu mosso dalla giustizia:
«Attraverso me si va nella città del dolore, attraverso me si va nel dolore eterno, attraverso me si va tra la gente perduta.
4

Giustizia mosse il mio alto fattore:Bfecemi la divina podestate,Cla somma sapienza e 'l primo amore.B

sono opera del Padre (la divina potestate), del Figlio (la somma sapienza) e dello Spirito Santo ('I primo amore).
La giustizia mosse il mio alto creatore: mi fecero la potenza divina, la somma sapienza e il primo amore.
7

Dinanzi a me non fuor cose createCse non etterne, e io etterno duro.DLasciate ogne speranza, voi ch'intrate".C

Prima di me non fu creata nessuna cosa se non eterna, e io durerò fino alla fine dei tempi. Abbandonate, entrando, ogni speranza».
Prima di me non furono create cose se non eterne, e io duro in eterno. Lasciate ogni speranza, voi che entrate».
10

Queste parole di colore oscuroDvid'io scritte al sommo d'una porta;Eper ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».D

Vidi questa sentenza dal minaccioso significato. incisa in cima a una porta; per cui mi rivolsi a Virgilio: «Maestro, ciò che essa dice per me è terribile».
Queste parole di colore scuro io vidi scritte sopra una porta; per cui dissi: «Maestro, il loro senso mi è duro».
13

Ed elli a me, come persona accorta:E«Qui si convien lasciare ogne sospetto;Fogne viltà convien che qui sia morta.E

Ed egli, da persona perspicace qual era: «A questo punto occorre abbandonare ogni esitazione; ogni forma di pusillanimità deve ora sparire.
E lui a me, come persona esperta: «Qui bisogna lasciare ogni timore; ogni viltà qui deve essere morta.
16

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho dettoFche tu vedrai le genti doloroseGc'hanno perduto il ben de l'intelletto».F

Siamo giunti dove ti dissi che avresti veduto le anime doloranti che hanno perduto la speranza di vedere Dio».
Siamo arrivati al luogo dove ti ho detto che vedrai le genti piene di dolore, che hanno perduto il bene dell'intelletto (Dio)».
19

E poi che la sua mano a la mia puoseGcon lieto volto, ond'io mi confortai,Hmi mise dentro a le segrete cose.G

22

Quivi sospiri, pianti e alti guaiHrisonavan per l'aere sanza stelle,Iper ch'io al cominciar ne lagrimai.H

25

Diverse lingue, orribili favelle,Iparole di dolore, accenti d'ira,Jvoci alte e fioche, e suon di man con elleI

28

facevano un tumulto, il qual s'aggiraJsempre in quell'aura sanza tempo tinta,Kcome la rena quando turbo spira.J

Ivi echeggiavano nell'aria senza luce gemiti, pianti e acuti lamenti, tanto che (udendoli) per la prima volta ne piansi. Differenti lingue, orribili pronunce, espressioni di dolore, esclamazioni di rabbia, grida acute e soffocate, miste al percuotersi delle mani l'una contro l'altra creavano nell'aria buia, priva di tempo, una confusione eternamente vorticante, così come (rapida vortica) la sabbia quando soffia un vento turbinoso.
E dopo che ebbe posato la sua mano sulla mia, con volto lieto, per cui io mi confortai, mi fece entrare nelle cose nascoste. Qui sospiri, pianti e alti lamenti risuonavano per l'aria senza stelle, per cui io, all'inizio, ne piansi. Lingue diverse, parlate orribili, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e con esse rumore di mani percosse facevano un tumulto che gira sempre in quell'aria tinta di scuro per l'eternità, come la sabbia quando soffia il turbine.
31

E io ch'avea d'error la testa cinta,Kdissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?Le che gent'è che par nel duol sì vinta?».K

E io che avevo la testa attanagliata dall'orrore, esclamai: "Maestro, che significano queste grida? che gente è questa, che appare così sopraffatta dal dolore?" E Virgilio:
E io, che avevo la testa avvolta dall'orrore, dissi: «Maestro, che cos'è ciò che sento? E che gente è questa che sembra così vinta dal dolore?».
34

Ed elli a me: «Questo misero modoLtegnon l'anime triste di coloroMche visser sanza 'nfamia e sanza lodo.L

"Questa infelice condizione è propria delle anime spregevolì di quelli che vissero senza meritare né biasimo né lode.
E lui a me: «In questa misera condizione stanno le anime meschine di coloro che vissero senza infamia e senza lode.
37

Mischiate sono a quel cattivo coroMde li angeli che non furon ribelliNné fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.M

Sono mescolate alla malvagia schiera degli angeli che (in occasione della rivolta di Lucifero) non si ribellarono né rimasero fedeli a Dio, ma fecero parte a sé.
Sono mescolate a quel coro malvagio degli angeli che non furono ribelli né furono fedeli a Dio, ma stettero per sé.
40

Caccianli i ciel per non esser men belli,Nné lo profondo inferno li riceve,Och'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».N

Perché il loro splendore non ne sia offuscato, i cieli li tengono lontani da sé, né in sé li accoglie la voragine infernale, perché i colpevoli (gli angeli che parteggiarono per Lucifero) avrebbero di che vantarsi rispetto ad essi ". Ed io:
I cieli li cacciano per non essere meno belli, e nemmeno il profondo inferno li accoglie, perché i dannati ne avrebbero qualche gloria».
43

E io: «Maestro, che è tanto greveOa lor, che lamentar li fa sì forte?».PRispuose: «Dicerolti molto breve.O

"Maestro, cosa riesce loro così insopportabile, da farli prorompere in così disperati lamenti?" Rispose: "Te lo dirò in pochissime parole.
E io: «Maestro, che cosa è così pesante per loro da farli lamentare tanto forte?». Rispose: «Te lo dirò molto brevemente.
46

Questi non hanno speranza di mortePe la lor cieca vita è tanto bassa,Qche 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.P

49

Fama di loro il mondo esser non lassa;Qmisericordia e giustizia li sdegna:Rnon ragioniam di lor, ma guarda e passa».Q

Costoro non possono sperare in un completo annullamento del loro essere (cioè nella morte dell'anima) e (d'altra parte) la loro vita senza scopo è tanto miserabile, da renderli invidiosi di qualsiasi altro destino. Il mondo non lascia sussistere alcun ricordo di loro; Dio non li degna né della sua pietà né di una sentenza di condanna non parliamo di loro, ma osserva e va oltre ".
Questi non hanno speranza di morire, e la loro vita oscura è così bassa che sono invidiosi di ogni altra sorte. Il mondo non lascia che resti fama di loro; la misericordia e la giustizia li disdegnano: non parliamo di loro, ma guarda e passa oltre».
52

E io, che riguardai, vidi una 'nsegnaRche girando correva tanto ratta,Sche d'ogne posa mi parea indegna;R

E io, guardando con maggiore attenzione, scorsi un vessillo che girava correndo così velocemente, da sembrare incapace di una qualsiasi forma di quiete;
E io, guardando, vidi un'insegna che correva girando così veloce che mi sembrava sdegnare ogni sosta;
55

e dietro le venìa sì lunga trattaSdi gente, ch'i' non averei credutoTche morte tanta n'avesse disfatta.S

e dietro ad esso avanzava una tale moltitudine, quale mai avrei immaginato fosse stata annientata dalla morte.
e dietro le veniva una fila così lunga di gente che non avrei creduto che la morte ne avesse distrutta tanta.
58

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,Tvidi e conobbi l'ombra di coluiUche fece per viltade il gran rifiuto.T

Dopo aver ravvisato qualcuno nella folla, vidi e riconobbi l'anima di colui che per pusillanimità rifiutò il trono papale (fece per viltà il gran rifiuto).
Dopo averne riconosciuto qualcuno, vidi e riconobbi l'ombra di colui che fece per viltà il grande rifiuto.
61

Incontanente intesi e certo fuiUche questa era la setta d'i cattivi,Va Dio spiacenti e a' nemici sui.U

Compresi allora d'un tratto e fui sicuro che questa era la turba dei vili, sgraditi a Dio non meno che ai suoi nemici (i diavoli).
Subito capii e fui certo che questa era la schiera dei malvagi, sgraditi a Dio e ai suoi nemici.
64

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,Verano ignudi e stimolati moltoWda mosconi e da vespe ch'eran ivi.V

Questi miserabili, che vissero come se non fossero vivi (in quanto non seppero affermare la loro personalità), erano nudi, continuamente punti da mosconi e da vespe che si trovavano lì.
Questi sciagurati, che non furono mai vivi, erano nudi e molto punti da mosconi e vespe che erano lì.
67

Elle rigavan lor di sangue il volto,Wche, mischiato di lagrime, a' lor piediXda fastidiosi vermi era ricolto.W

Esse rigavano il loro volto di sangue, che, misto a lagrime, era succhiato ai loro piedi da vermi nauseabondi.
Le vespe rigavano di sangue il loro volto, e il sangue, mescolato alle lacrime, era raccolto ai loro piedi da vermi ripugnanti.
70

E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,Xvidi genti a la riva d'un gran fiume;Yper ch'io dissi: «Maestro, or mi concediX

73

ch'i' sappia quali sono, e qual costumeYle fa di trapassar parer sì pronte,Zcom'io discerno per lo fioco lume».Y

E dopo aver spinto il mio sguardo più in là, vidi sulla riva di un gran fiume una folla; perciò interpellai Virgilio: "Maestro, consentimi di apprendere chi sono queste genti, e quale consuetudine le fa apparire così ansiose di passare sull'altra riva, come intravedo attraverso la debole luce". Virgilio mi rispose:
E dopo che mi misi a guardare più avanti, vidi gente sulla riva di un grande fiume; per cui dissi: «Maestro, ora concedimi di sapere chi sono, e quale legge le fa sembrare così pronte a passare, come vedo in questa luce fioca».
76

Ed elli a me: «Le cose ti fier conteZquando noi fermerem li nostri passiAAsu la trista riviera d'Acheronte».Z

«Le cose ti saranno note (conte: conosciute) quando fermeremo i nostri passi presso il doloroso fiume Acheronte».
E lui a me: «Le cose ti saranno chiare quando fermeremo i nostri passi sulla triste riva dell'Acheronte».
79

Allor con li occhi vergognosi e bassi,AAtemendo no 'l mio dir li fosse grave,ABinfino al fiume del parlar mi trassi.AA

Allora, con gli occhi abbassati per la vergogna, temendo che il mio discorso gli riuscisse fastidioso, cessai di parlare finché arrivammo al fiume.
Allora, con gli occhi bassi per la vergogna, temendo che le mie parole gli fossero sgradite, smisi di parlare fino al fiume.
82

Ed ecco verso noi venir per naveABun vecchio, bianco per antico pelo,ACgridando: «Guai a voi, anime prave!AB

E (dopo essere qui giunti) ecco dirigersi alla nostra volta, su un'imbarcazione, un vecchio, canuto (bianco per antico pelo), che gridava:
Ed ecco venire verso di noi su una barca un vecchio, bianco per i capelli antichi, che gridava: «Guai a voi, anime malvagie!
85

Non isperate mai veder lo cielo:ACi' vegno per menarvi a l'altra rivaADne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.AC

«Sventura a voi, anime malvage! Non illudetevi di poter più vedere il cielo: vengo per traghettarvi sull'altra riva nel buio eterno, nel fuoco e nel ghiaccio.
Non sperate mai di vedere il cielo: io vengo per portarvi all'altra riva, nelle tenebre eterne, nel caldo e nel gelo.
88

E tu che se' costì, anima viva,ADpàrtiti da cotesti che son morti».AEMa poi che vide ch'io non mi partiva,AD

E tu che, ancora in vita, ti trovi con loro, allontanati dalla turba dei già morti». Ma dopo aver visto che non me n'andavo, continuò:
E tu che sei lì, anima viva, allontanati da questi che sono morti». Ma quando vide che io non me ne andavo,
91

disse: «Per altra via, per altri portiAEverrai a piaggia, non qui, per passare:AFpiù lieve legno convien che ti porti».AE

«Attraverso vie e luoghi di imbarco diversi giungerai alla riva, che non è questa, da dove sarai traghettato (per passare): una barca più leggiera ti dovrà trasportare». E Virgilio gli disse:
disse: «Per un'altra via, per altri porti arriverai alla riva, non qui, per passare: deve portarti una barca più leggera».
94

E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:AFvuolsi così colà dove si puoteAGciò che si vuole, e più non dimandare».AF

«Non te n'avere a male, o Caronte: si vuole così là dove si può fare tutto ciò che si vuole (è la decisione divina presa nel cielo Empireo, dove tutto ciò che è voluto può avere immediata attuazione), e non chiedere altro».
E la mia guida a lui: «Caronte, non adirarti: si vuole così là dove si può ciò che si vuole, e non domandare altro».
97

Quinci fuor quete le lanose goteAGal nocchier de la livida palude,AHche 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.AG

Da questo istante si calmarono le gote ricoperte di fluente barba del traghettatore del buio fiume (livida palude: livido è, per antonomasia, il colore della morte), che aveva intorno agli occhi cerchi di fuoco.
Da allora si calmarono le guance barbute del nocchiero della livida palude, che aveva intorno agli occhi cerchi di fiamme.
100

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,AHcangiar colore e dibattero i denti,AIratto che 'nteser le parole crude.AH

Ma quelle anime, che erano affrante e inermi, trascolorarono e batterono i denti, non appena ebbero udite le crudeli parole:
Ma quelle anime, che erano stanche e nude, cambiarono colore e batterono i denti appena udirono le parole crudeli.
103

Bestemmiavano Dio e lor parenti,AIl'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l semeAJdi lor semenza e di lor nascimenti.AI

maledicevano Dio e i loro genitori, il genere umano e il luogo e il tempo (in cui erano state generate) e l'origine della loro stirpe e della loro nascita.
Bestemmiavano Dio e i loro genitori, il genere umano, il luogo e il tempo e il seme della loro stirpe e della loro nascita.
106

Poi si ritrasser tutte quante insieme,AJforte piangendo, a la riva malvagiaAKch'attende ciascun uom che Dio non teme.AJ

Poi si adunarono tutte insieme, piangendo dirottamente, sulla riva del fiume del male che aspetta tutti coloro che non temono Dio.
Poi si raccolsero tutte quante insieme, piangendo forte, sulla riva malvagia che aspetta ogni uomo che non teme Dio.
109

Caron dimonio, con occhi di bragia,AKloro accennando, tutte le raccoglie;ALbatte col remo qualunque s'adagia.AK

II demonio Caronte, con occhi fiammeggianti, facendo loro segni, le accoglie tutte (nella barca); percuote col remo chiunque tarda (ad obbedirgli).
Caronte demonio, con occhi di brace, facendo loro cenno, le raccoglie tutte; batte con il remo chiunque si attardi.
112

Come d'autunno si levan le foglieALl'una appresso de l'altra, fin che 'l ramoAMvede a la terra tutte le sue spoglie,AL

115

similemente il mal seme d'AdamoAMgittansi di quel lito ad una ad una,ANper cenni come augel per suo richiamo.AM

Come in autunno le foglie si staccano l'una dopo l'altra (dal ramo), finché questo vede sparsa a terra tutta la sua veste frondosa, allo stesso modo la corrotta progenie di Adamo si precipita da quella riva, anima dopo anima, a un cenno (di Caronte), come il falco (auge!) al richiamo (del falconiere).
Come in autunno le foglie si staccano l'una dopo l'altra, finché il ramo vede a terra tutte le sue spoglie, allo stesso modo il cattivo seme di Adamo si getta da quella riva ad una ad una, ai cenni, come un uccello al suo richiamo.
118

Così sen vanno su per l'onda bruna,ANe avanti che sien di là discese,AOanche di qua nuova schiera s'auna.AN

Avanzano così sull'acqua buia, e prima che questa moltitudine sia sbarcata sulla riva opposta, un'altra già s'accalca nel punto d'imbarco.
Così se ne vanno sull'onda scura, e prima che siano scese dall'altra parte, anche di qua si raduna una nuova schiera.
121

«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,AO«quelli che muoion ne l'ira di DioAPtutti convegnon qui d'ogne paese:AO

«Figlio mio», spiegò cortesemente Virgilio, «tutti coloro che muoiono in stato di peccato (nell'ira di Dio) si radunano qui (venendo) da ogni luogo della terra:
«Figlio mio», disse il maestro cortese, «quelli che muoiono nell'ira di Dio si radunano tutti qui da ogni paese:
124

e pronti sono a trapassar lo rio,APché la divina giustizia li sprona,AQsì che la tema si volve in disio.AP

e sono (spiritualmente) disposti a varcare il fiume, poiché la giustizia di Dio li stimola, in modo che il timore (delle pene) si converte in loro nel desiderio (di affrontarle).
e sono pronti a passare il fiume, perché la giustizia divina li sprona, così che la paura si trasforma in desiderio.
127

Quinci non passa mai anima buona;AQe però, se Caron di te si lagna,ARben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».AQ

130

Finito questo, la buia campagnaARtremò sì forte, che de lo spaventoASla mente di sudore ancor mi bagna.AR

Di qui non passano mai anime virtuose: e perciò, se Caronte si lamenta della tua presenza, puoi ben comprendere ormai quale significato hanno le sue parole.» Appena Virgilio ebbe finito di parlare, la terra buia tremò con tanta violenza, che il ricordo (la mente: la memoria) dello spavento provato m'inonda ancora di sudore.
Di qui non passa mai un'anima buona; e perciò, se Caronte si lamenta di te, ormai puoi ben capire che cosa significano le sue parole». Finito questo, la campagna buia tremò così forte che il ricordo dello spavento mi bagna ancora di sudore.
133

La terra lagrimosa diede vento,ASche balenò una luce vermigliaATla qual mi vinse ciascun sentimento;AS

Dalla terra bagnata dalle lagrime dei dannati uscì un vento, che si convertì in un lampo sanguigno il quale mi fece perdere i sensi;
La terra bagnata di lacrime fece uscire un vento, da cui balenò una luce rossa che mi tolse ogni sensibilità;
136

e caddi come l'uom cui sonno piglia.AT

e caddi come chi cede al sonno.
e caddi come l'uomo che è preso dal sonno.

Riassunto del canto III

Sulla porta dell’inferno un’epigrafe promette, a chi varcherà la soglia, disperazione e dolori eterni, ma Virgilio invita Dante a deporre ogni forma di timore e ogni perplessità; poi, presolo per mano, con volto rassicurante, lo fa entrare. Nel buio profondo il Poeta è dapprima colpito da un orribile clamore di voci, poi intravede un numero sterminato di anime che instancabilmente corrono dietro un vessillo: sono le anime degli ignavi. Insieme ad esse si trovano anche quegli angeli che si erano dichiarati neutrali quando Lucifero insorse contro Dio. La pena degli ignavi è avvilente, spregevole: mosconi e vespe li pungono a sangue e il sangue è succhiato ai loro piedi da vermi ripugnanti. Nella turba anonima Dante riconosce colui che, per pusillanimità, rinunciò alla cattedra di Pietro per la quale era stato prescelto (forse Celestino V). Proseguendo nel loro cammino i due poeti giungono sulla riva del fiume Acheronte, dove si raccolgono tutte le anime dei peccatori in attesa di essere traghettate sull’ altra sponda da Caronte. Il nocchiero svolge il suo compito senza parlare: ordina alle anime di salire sulla barca facendo loro dei cenni, e, se qualcuna mostra di voler indugiare, la percuote col remo. Caronte, accortosi che Dante è ancora in vita, lo ammonisce a tornarsene sui suoi passi, ma Virgilio lo costringe al silenzio rivelandogli che il viaggio del suo discepolo si compie per volere del cielo. Improvvisamente la terra trema, e, mentre un lampo di luce rossa squarcia le tenebre, Dante perde i sensi.

In breve

Dove e chi
  1. Antinferno: Ignavi e angeli neutrali. Corrono dietro un'insegna, punti da mosconi e vespe.

Vedi sulla mappa

Versi famosi di questo canto

«Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate»
vv. 7-9

OggiSi cita scherzosamente all'ingresso di un luogo temuto: un ufficio, un esame, una riunione difficile.

Significato

«Non ragioniam di lor, ma guarda e passa»
vv. 49-51

OggiSi usa, spesso nella forma «non ti curar di lor, ma guarda e passa», per invitare a ignorare chi non merita attenzione.

Significato

«Colui che fece per viltade il gran rifiuto»
vv. 58-60

OggiSi dice di chi rinuncia a una grande occasione o responsabilità per paura.

Significato

«Vuolsi così colà dove si puote»
vv. 94-96

OggiSi cita per dire che una decisione viene dall'alto e non si discute.

Significato

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

In una lezione del corso tenuto a Torino nel 1854 Francesco De Sanctis, soffermandosi sull’ispirazione che è all’origine de] terzo canto dell’Inferno, aveva ravvisato in esso il canto del "sublime". Poiché il sublime non può concepirsi disgiunto da un certo grado di indeterminazione (esso, infatti, "consiste meno in quello che è espresso che in quello che è sottinteso"), per il critico la poesia delle prime impressioni, che il Poeta riceve dalle tenebre infernali, nasce dal fatto che il mondo dei dannati, visto più con l’immaginazione che con gli occhi, "è ancora in lontananza ". Non troveremo pertanto, nel vestibolo del regno dei morti, che "lineamenti generali, poche linee solamente...; ma tutto quello che viene appresso altro non è se non queste stesse linee che si vanno a poco a poco determinando e prendendo questa e quella figura". Una bella e vigorosa immagine aiuta il critico ad illustrare la "forti midabile unità del canto": "E’ l’albero della vita che il Poeta ti sfronda a foglia a foglia ad ogni passo che muove innanzi; e ne toglie la speranza: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. E ne toglie le stelle: quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle. E ne toglie il tempo: facciano un tumulto il qual s’aggira sempre in quell’aere senza tempo tinto. E ne toglie il cielo: non isperate mai veder lo cielo. E ne toglie l’intelligenza: ch’anno perduto il Ben dell’intelletto". Un’analoga valutazione positiva ci ha dato nel suo saggio su Dante il Momigliano. Illustrando quello che, nella Commedia, è "il perpetuo commento paesistico del tema psicologico", aveva notato, nel terzo canto dell’lnferno, "il colore della disperazione": "Quella pianura livida è un fosco riverbero delle anime che approdano alla disperazione eterna". Tre sono i motivi conduttori del canto. Abbiamo da un lato il grande tema metafisico dell’eternità delle pene infernali, tema che accompagnerà costantemente il Poeta nella prima parte del suo viaggio e che ora si preannuncia, soprattutto nelle terzine dell’esordio, in una delle sue più allucinanti orchestrazioni. Il secondo tema esprime la simpatia di Dante per la vita attiva, impegnata, responsabile. Questo tema si configura qui nel suo riflesso negativo, come disprezzo per coloro che si sono lasciati vivere, invece di conquistarsi la propria vita. A questi due temi si affianca un terzo, che potremmo definire pittorico, di creazione di atmosfera, intendendo col Momigliano per atmosfera qualcosa che "è più che l’ambiente materiale:... l’ambiente materiale fuso con i suoi riflessi psicologici ". Esso esprime un vigoroso immaginare " per gruppi d’insieme, per "masse" (Sapegno); il chiaroscuro, i contrasti di luce e ombra, non individuano ancora caratteri, situazioni drammatiche, ma creano come un clima d’incubo, di orrore grandioso e indefinito. Questo addensare "ombre su ombre" sullo sfondo di un "orizzonte aggrondato" (Momigliano) ha una funzione preminente nel determinare le tonalità della seconda parte del canto. Qui sterminate turbe di anime fanno ressa sulla riva di un fiume per andare a espiare le loro colpe, qui l’anima è completamente soggiogata da quel Dio che disperatamente nega, qui Dio è presente in ogni atto, pensiero, desiderio. Alla smania paradossalmente inerte - perché impersonale, perché da tutti sentita allo stesso modo - che i dannati mostrano nel correre incontro alle loro pene, fa riscontro lo sferzante imperio di Caronte, la sua comparsa rapida e rabbiosa. Mentre i primi due temi si inquadrano in una prospettiva ancora per larga parte medievale, nel terzo il Poeta riecheggia forme e motivi della presentazione dell’oltretomba fatta nel sesto libro dell’Eneide. E’ stata rilevata a questo proposito, nella corrispondenza dei richiami dal testo volgare a quello latino, una incertezza di tono, "come se il poeta nuovo, addentrandosi nell’indagine di una materia inconsueta e nell’esercizio di una tecnica ignota, avvertisse il bisogno di puntellare la sua inesperienza su una trama di suggerimenti inventivi e formali, capaci di stimolare la sua fantasia e di fornirgli gli schemi più appropriati del movimento narrativo..."Questo impaccio sarebbe, tra l’altro, rivelato dalla struttura di tipo prevalentemente paratattico sia del canto sia della singola frase. Così, tanto per fare un esempio, nella "duplice progressione, prima ascendente - sospiri, pianti, alti guai - poi discendente - lingue, favelle, parole, accenti, voci" dei versi 22-27, con la quale Dante riprende una movenza virgiliana, è stato visto un eccesso di artificio che rasenterebbe l’enfasi, mentre la poesia si affermerebbe nel paragone con la rena turbinante della terzina successiva, e, più ancora, nel "senso, tutto intimo, di quelle tenebre - l’aere sanza stelle, l’aura sanza tempo tinta - che avvolgono il tumulto e ne dilatano paurosamente l’orrore". L’autore di queste osservazioni, il Sapegno, ha d’altra parte messo in luce, in questo stesso canto, la diversità di taglio, di impostazione dell’immagine dantesca rispetto a quella virgiliana, animata la prima in ogni sua più riposta piega dalla presenza del trascendente, e quindi mai statica, pur nella fermezza del disegno; levigata e composta la seconda, frutto di una cultura più stanca. Ma altrove, proiettando sul canto nel suo insieme la luce di alcune analisi particolari, vede in esso emergere tutti i dati "con una connotazione, diciamo così, negativa". Qui le sue perplessità ci appaiono eccessive. Il giudizio del De Sanctis e quello del Momigliano che vedeva nel terzo, "fra i canti unitari dell’Inferno, uno dei più belli", proprio perché in esso Dante "sembra lavorare d’istinto, e perciò non calca suoni, linee, tinte, come faranno invece i suoi tardi imitatori della fine del ‘700 e del principio dell’800" - per quanto meno motivati, colgono più da vicino la sostanza del canto.

Personaggi del canto III

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Custode

Caronte

Inferno · fiume Acheronte

Il traghettatore delle anime, «con occhi di bragia». Rifiuta di portare un vivo.

Approfondimenti

Fonti
Inferno · Canto III Base

Caronte, un demone che viene dal mito

vv. 82-87Ed ecco verso noi venir per naveun vecchio, bianco per antico pelo,gridando: «Guai a voi, anime prave!Non isperate mai veder lo cielo:i' vegno per menarvi a l'altra rivane le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.Leggi nel testo

Caronte è la prima creatura infernale che Dante incontra. Arriva all'improvviso su una barca, «un vecchio, bianco per antico pelo», e grida alle anime che non vedranno mai più il cielo. Più avanti Dante insiste sui suoi occhi «di bragia», cioè di brace, e alla fine lo chiama «dimonio».

Il personaggio viene dalla mitologia classica. Nell'Eneide di Virgilio Caronte è il vecchio traghettatore che porta le anime dei morti oltre il fiume in cambio di una moneta. Dante lo trasforma: non è più un servitore neutrale degli dèi, ma un demonio messo da Dio a controllare e tormentare i dannati.

È il primo esempio di un procedimento che Dante userà per tutto l'Inferno: molti guardiani vengono dal mito pagano e diventano demoni cristiani. Lo stesso accadrà a Minosse, a Cerbero, a Pluto, a Flegiàs, al Minotauro. In questo modo Dante fonde la cultura classica, che ammira, con la visione cristiana del mondo.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

L'Acheronte

Ne parla la scheda «Il Veglio di Creta» (Inf. XIV).