Ciampolo di Navarra è pescato dalla pece; due Malebranche si azzuffano e vi cadono dentro
Inferno · VIII cerchio · Malebolge
Inferno, Canto XXII
«Io vidi già cavalier muover campo…»
A mano a mano che il drappello guidato da Barbariccia si avvicina, i barattieri che affiorano con l’arco della schiena alla superficie della palude bollente e quelli che, disseminati lungo le sue rive, stanno come rane sull’orlo di un fossato, si tuffano in essa con rapidità fulminea.
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Testo e parafrasi del canto XXII
Parafrasi
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1
Io vidi già cavalier muover campo,Ae cominciare stormo e far lor mostra,Be talvolta partir per loro scampo;A
Io vidi un tempo cavalieri mettersi in marcia, e iniziare l’assalto e fare evoluzioni durante le parate, e a volte ritirarsi per mettersi in salvo;
Io ho visto già cavalieri levare il campo, e cominciare l'assalto e passare in rassegna, e talvolta ritirarsi per mettersi in salvo;
4
corridor vidi per la terra vostra,Bo Aretini, e vidi gir gualdane,Cfedir torneamenti e correr giostra;B
vidi soldati a cavallo sul vostro suolo, o Aretini, e vidi fare incursioni devastatrici, scontrarsi le squadre nei tornei e cimentarsi i singoli nei duelli;
ho visto cavalieri in perlustrazione per la vostra terra, o Aretini, e ho visto andare squadre in scorreria, combattere tornei e correre giostre;
7
quando con trombe, e quando con campane,Ccon tamburi e con cenni di castella,De con cose nostrali e con istrane;C
a volte con trombe, e a volte con campane, con tamburi e con segnali dalle fortezze, e con strumenti nostri e forestieri;
ora con trombe, ora con campane, con tamburi e con segnali dai castelli, e con strumenti nostrani e stranieri;
10
né già con sì diversa cennamellaDcavalier vidi muover né pedoni,Ené nave a segno di terra o di stella.D
ma certamente mai con un così insolito zufolo vidi partire cavalieri o fanti, o nave ad un segnale dato dalla riva o indicato da una costellazione.
ma mai ho visto muovere cavalieri o fanti al suono di una cornamusa così strana, né una nave guidata da un segno di terra o di stella.
13
Noi andavam con li diece demoni.EAhi fiera compagnia! ma ne la chiesaFcoi santi, e in taverna coi ghiottoni.E
Noi procedevamo con i dieci diavoli: ah, paurosa compagnia! ma in chiesa si sta con i santi, e nell’osteria con i furfanti.
Noi andavamo con i dieci demoni. Ah, terribile compagnia! Ma in chiesa si sta coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
16
Pur a la pegola era la mia 'ntesa,Fper veder de la bolgia ogne contegnoGe de la gente ch'entro v'era incesa.F
La mia attenzione era rivolta costantemente alla pece, per osservare ogni aspetto della bolgia e della moltitudine che in essa era bruciata.
Tuttavia la mia attenzione era rivolta alla pece, per vedere ogni aspetto della bolgia e della gente che dentro vi bruciava.
19
Come i dalfini, quando fanno segnoGa' marinar con l'arco de la schiena,Hche s'argomentin di campar lor legno,G
22
talor così, ad alleggiar la pena,Hmostrav'alcun de' peccatori il dossoIe nascondea in men che non balena.H
Come i delfini, quando, inarcando il dorso, avvertono i marinai d’ingegnarsi a salvare la loro nave, così talvolta, per alleviare la sofferenza, qualcuno dei dannati esponeva la schiena, e la celava più rapido del lampo.
Come i delfini, quando con l'arco della schiena fanno segno ai marinai di prepararsi a salvare la loro nave (dalla tempesta), così talvolta, per alleviare la pena, qualcuno dei peccatori mostrava la schiena e la nascondeva in meno tempo di un lampo.
25
E come a l'orlo de l'acqua d'un fossoIstanno i ranocchi pur col muso fuori,Jsì che celano i piedi e l'altro grosso,I
28
sì stavan d'ogne parte i peccatori;Jma come s'appressava Barbariccia,Kcosì si ritraén sotto i bollori.J
E come i ranocchi stanno sull’ orlo dell’acqua di un fossato col solo muso fuori, in modo da nascondere le zampe e il resto del corpo, così i peccatori stavano da ogni parte; ma non appena Barbariccia si avvicinava, subito si ritiravano sotto la pece bollente.
E come sul bordo dell'acqua di un fosso stanno le rane con fuori solo il muso, così da nascondere le zampe e il resto del corpo, così stavano da ogni parte i peccatori; ma appena Barbariccia si avvicinava, subito si ritiravano sotto il bollore.
31
I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,Kuno aspettar così, com'elli 'ncontraLch'una rana rimane e l'altra spiccia;K
Vidi, e ancora il mio cuore ne prova sgomento, uno di loro stare in attesa, così come accade che una rana resta ferma e un’altra spicca il salto;
Io vidi, e ancora il cuore mi si raccapriccia, uno aspettare così, come accade che una rana rimane e l'altra salta in acqua;
34
e Graffiacan, che li era più di contra,Lli arruncigliò le 'mpegolate chiomeMe trassel sù, che mi parve una lontra.L
e Graffiacane che più degli altri gli stava di fronte, gli afferrò con l’uncino i capelli impeciati e lo sollevò, in modo che mi sembrò, una lontra.
e Graffiacane, che gli stava più di fronte, gli arpionò i capelli impiastricciati di pece e lo tirò su, tanto che mi sembrò una lontra.
37
I' sapea già di tutti quanti 'l nome,Msì li notai quando fuorono eletti,Ne poi ch'e' si chiamaro, attesi come.M
40
«O Rubicante, fa che tu li mettiNli unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,Ogridavan tutti insieme i maladetti.N
Io conoscevo già il nome di tutti quanti i diavoli. poiché li avevo con tanta cura annotati quando vennero scelti, e poi avevo fatto attenzione al modo in cui si chiamavano l’un l’altro. " O Rubicante, fa in modo di mettergli addosso gli artigli, in modo da scuoiarlo!
Io conoscevo già il nome di tutti quanti, tanto li avevo notati quando furono scelti, e poi, quando si chiamarono tra loro, feci attenzione a come. «O Rubicante, mettigli addosso gli artigli, in modo da scorticarlo!», gridavano tutti insieme i maledetti.
43
E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,Oche tu sappi chi è lo sciaguratoPvenuto a man de li avversari suoi».O
" urlavano concordi i malvagi. E io: " Maestro, cerca, se puoi, di sapere chi è lo sventurato caduto in balìa dei suoi nemici ".
E io: «Maestro mio, fa', se puoi, in modo di sapere chi è lo sventurato caduto nelle mani dei suoi nemici».
46
Lo duca mio li s'accostò allato;Pdomandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:Q«I' fui del regno di Navarra nato.P
Virgilio gli si avvicinò fermandosi al suo fianco; gli chiese di dove fosse, e quello rispose: " Io fui nativo del regno di Navarra.
La mia guida gli si accostò al fianco; gli domandò di dove fosse, e quello rispose: «Io nacqui nel regno di Navarra.
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Mia madre a servo d'un segnor mi puose,Qche m'avea generato d'un ribaldo,Rdistruggitor di sé e di sue cose.Q
Mia madre, che mi aveva generato da un furfante, suicida e scialacquatore, mi mise al servizio di un signore. Fui in seguito alla corte del valente re Tebaldo:
Mia madre mi mise a servizio di un signore, perché mi aveva generato da un furfante, distruttore di sé e dei suoi beni.
52
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:Rquivi mi misi a far baratteria;Sdi ch'io rendo ragione in questo caldo».R
qui mi diedi ad esercitare la baratteria; del quale peccato rendo conto in questo bollore ". Tebaldo Il, re di Navarra dal 1253 al 1270, ebbe fama di sovrano munifico, giusto e clemente.
Poi fui al servizio del buon re Tebaldo: lì mi misi a praticare la baratteria; e di questo rendo conto in questo calore».
55
E Ciriatto, a cui di bocca usciaSd'ogne parte una sanna come a porco,Tli fé sentir come l'una sdruscia.S
E Ciriatto, al quale dalla bocca sporgeva da ogni parte una zanna come a un cinghiale, gli fece sentire come una di esse lacerava.
E Ciriatto, al quale usciva dalla bocca da ogni parte una zanna come a un porco, gli fece sentire come una di esse lacera.
58
Tra male gatte era venuto 'l sorco;Tma Barbariccia il chiuse con le braccia,Ue disse: «State in là, mentr'io lo 'nforco».T
Il topo era capitato tra gatte cattive; ma Barbariccia lo circondò con le braccia, e disse: " State lontani, finché lo tengo stretto ". E rivolse il viso a Virgilio:
Il topo era capitato tra gatte cattive; ma Barbariccia lo serrò tra le braccia e disse: «State in là, mentre io lo tengo inforcato».
61
E al maestro mio volse la faccia:U«Domanda», disse, «ancor, se più disiiVsaper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia».U
" Chiedi ancora " disse " se desideri sapere altro da lui, prima che qualcuno ne faccia scempio ". Allora Virgilio: " Dimmi dunque:
E voltò la faccia verso il mio maestro: «Domanda ancora», disse, «se desideri sapere di più da lui, prima che un altro lo faccia a pezzi».
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Lo duca dunque: «Or dì : de li altri riiVconosci tu alcun che sia latinoWsotto la pece?». E quelli: «I' mi partii,V
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poco è, da un che fu di là vicino.WCosì foss'io ancor con lui coperto,Xch'i' non temerei unghia né uncino!».W
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E Libicocco «Troppo avem sofferto»,Xdisse; e preseli 'l braccio col runciglio,Ysì che, stracciando, ne portò un lacerto.X
degli altri malvagi che stanno sotto la pece, conosci qualcuno che sia italiano? " E quello: " Io mi allontanai, poco fa, da uno che fu di quelle parti: potessi ancora essere sotto la pece con lui! non avrei infatti da temere artiglio né uncino ".
La guida allora: «Ora di': tra gli altri colpevoli sotto la pece ne conosci qualcuno che sia italiano?». E quello: «Io mi sono separato poco fa da uno che fu di quelle parti vicine. Fossi ancora coperto (dalla pece) insieme a lui, così non temerei né artigli né uncini!». E Libicocco disse: «Abbiamo sopportato troppo»; e gli prese il braccio con l'uncino, così che, strappando, ne portò via un pezzo di muscolo.
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Draghignazzo anco i volle dar di piglioYgiuso a le gambe; onde 'l decurio loroZsi volse intorno intorno con mal piglio.Y
Pure Draghignazzo lo volle colpire giù nelle gambe; per cui il loro capo si volse tutto intorno con espressione adirata.
Anche Draghignazzo volle afferrarlo giù alle gambe; per cui il loro capo (Barbariccia) si girò tutt'intorno con sguardo minaccioso.
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Quand'elli un poco rappaciati fuoro,Za lui, ch'ancor mirava sua ferita,AAdomandò 'l duca mio sanza dimoro:Z
Quando costoro si furono un po’ quietati, Virgilio senza indugio domandò a lui, che ancora osservava la sua ferita:
Quando si furono un po' calmati, la mia guida domandò senza indugio a lui, che guardava ancora la sua ferita:
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«Chi fu colui da cui mala partitaAAdi' che facesti per venire a proda?».ABEd ei rispuose: «Fu frate Gomita,AA
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quel di Gallura, vasel d'ogne froda,ABch'ebbe i nemici di suo donno in mano,ACe fé sì lor, che ciascun se ne loda.AB
"Chi fu quello dal quale dici che facesti male a separarti per avvicinarti alla riva? " Ed egli rispose: "Fu frate Gomita, quello di Gallura, ricettacolo d’ogni inganno, il quale ebbe in suo potere i nemici del suo signore, e li trattò in maniera tale che ognuno se ne compiace.
«Chi fu colui dal quale dici di esserti separato malauguratamente per venire a riva?». E lui rispose: «Fu frate Gomita, quello di Gallura, vaso di ogni frode, che ebbe in mano i nemici del suo signore e li trattò in modo che ognuno se ne loda.
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Danar si tolse, e lasciolli di piano,ACsì com'e' dice; e ne li altri offici ancheADbarattier fu non picciol, ma sovrano.AC
Prese denaro, e li lasciò andare liberi con procedimento sommario, così come egli stesso dice; e anche neglì altri incarichi non fu barattiere da poco, ma sommo.
Prese denaro e li lasciò andare senza processo, come dice lui stesso; e anche negli altri incarichi fu barattiere non piccolo, ma sommo.
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Usa con esso donno Michel ZancheADdi Logodoro; e a dir di SardignaAEle lingue lor non si sentono stanche.AD
Sta spesso con lui messer Michele Zanche di Logudoro; e le loro lingue, nel parlare della Sardegna, non avvertono mai la stanchezza.
Sta con lui don Michele Zanche di Logudoro; e a parlare della Sardegna le loro lingue non si sentono mai stanche.
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Omè, vedete l'altro che digrigna:AEi' direi anche, ma i' temo ch'elloAFnon s'apparecchi a grattarmi la tigna».AE
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E 'l gran proposto, vòlto a FarfarelloAFche stralunava li occhi per fedire,AGdisse: «Fatti 'n costà, malvagio uccello!».AF
Michele Zanche governò il giudicato di Logudoro (Sardegna nord-orientale) per incarico di re Enzo, figlio dell’imperatore Federico Il. Fu ucciso a tradimento da uno dei suoi generi, il genovese Branca D’Oria. Ahimè, guardate l’altro diavolo che digrigna i denti; parlerei ancora, ma temo che quello si prepari a graffiarmi ". E il grande capo, rivolto a Farfarello che stralunava gli occhi pronto a colpire, disse: " Tirati in là, uccellaccio ".
Ahimè, vedete l'altro che digrigna i denti: io direi altro, ma temo che lui si prepari a grattarmi la rogna». E il gran capo, voltato verso Farfarello che stravolgeva gli occhi per colpire, disse: «Fatti in là, uccellaccio malvagio!».
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«Se voi volete vedere o udire»,AGricominciò lo spaurato appressoAH«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;AG
" Se voi desiderate vedere o ascoltare " riprese a dire quindi quello spaventato "Toscani o Lombardi, io ne farò arrivare;
«Se volete vedere o sentire», ricominciò poi lo spaventato, «Toscani o Lombardi, io ne farò venire;
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ma stieno i Malebranche un poco in cesso,AHsì ch'ei non teman de le lor vendette;AIe io, seggendo in questo loco stesso,AH
ma che i Malebranche si tengano un po’ in disparte, in modo che essi non temano le loro punizioni; ed io, stando in questo stesso luogo.
ma i Malebranche si tengano un po' in disparte, in modo che quelli non temano le loro vendette; e io, restando seduto in questo stesso punto,
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per un ch'io son, ne farò venir setteAIquand'io suffolerò, com'è nostro usoAJdi fare allor che fori alcun si mette».AI
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Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,AJcrollando 'l capo, e disse: «Odi maliziaAKch'elli ha pensata per gittarsi giuso!».AJ
per uno solo che sono, ne farò venire parecchi quando fischierò, come è nostra abitudine fare allorché qualcuno di noi si tira fuori." Cagnazzo a queste parole alzò il muso, scrollando la testa, e disse: " Senti, I’astuzia che ha escogitato per tuffarsi giù!
per uno che sono io, ne farò venire sette quando fischierò, come è nostra abitudine fare quando qualcuno esce fuori». A queste parole Cagnazzo alzò il muso, scuotendo la testa, e disse: «Senti la furbizia che ha pensato per buttarsi giù!».
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Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,AKrispuose: «Malizioso son io troppo,ALquand'io procuro a' mia maggior trestizia».AK
" Per cui egli, che conosceva raggiri in abbondanza, rispose: " Sono fin troppo astuto, dal momento che causo maggior dolore ai miei compagni ".
Allora lui, che aveva trappole in grande abbondanza, rispose: «Sono fin troppo malizioso, se procuro ai miei compagni una pena maggiore».
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Alichin non si tenne e, di rintoppoALa li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,AMio non ti verrò dietro di gualoppo,AL
Alichino non si trattenne e, in contrasto con gli altri demoni gli disse: " Se tu ti immergi, io non ti inseguirò correndo, ma volerò sulla pece:
Alichino non si trattenne e, in contrasto con gli altri, gli disse: «Se ti butti, io non ti verrò dietro al galoppo,
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ma batterò sovra la pece l'ali.AMLascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,ANa veder se tu sol più di noi vali».AM
si abbandoni la sommità dell’argine, e l’argine stesso sia a noi riparo, per vedere se tu da solo sei più abile di noi ".
ma batterò le ali sopra la pece. Lasciamo la sommità dell'argine, e la riva ci faccia da riparo, per vedere se tu da solo vali più di noi».
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O tu che leggi, udirai nuovo ludo:ANciascun da l'altra costa li occhi volse;AOquel prima, ch'a ciò fare era più crudo.AN
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Lo Navarrese ben suo tempo colse;AOfermò le piante a terra, e in un puntoAPsaltò e dal proposto lor si sciolse.AO
O lettore, saprai di un gioco strano ogni diavolo rivolse lo sguardo verso la parte opposta dell’argine; e per primo quello (Cagnazzo) che era stato il più restio a fare ciò.
O tu che leggi, sentirai un gioco nuovo: ciascuno volse gli occhi verso l'altro lato dell'argine; per primo quello che era stato più contrario a farlo. Il Navarrese colse bene il suo momento; puntò i piedi a terra e in un attimo saltò e si liberò dal loro capo.
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Di che ciascun di colpa fu compunto,APma quei più che cagion fu del difetto;AQperò si mosse e gridò: «Tu se' giunto!».AP
Di ciò ognuno si sentì colpevole, ma maggìormente quello che era stato causa dello sbaglio; perciò si slanciò e gridò: " Tu sei preso!
Per questo ciascuno fu punto dal rimorso per l'errore, ma più di tutti quello che era stato causa dello sbaglio (Alichino); perciò si mosse e gridò: «Sei preso!».
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Ma poco i valse: ché l'ali al sospettoAQnon potero avanzar: quelli andò sotto,ARe quei drizzò volando suso il petto:AQ
" Ma a poco gli servì perché le (sue) ali non poterono avere la meglio, sulla paura (del Navarrese): quello s’immerse, e questo volando diresse verso l’alto il petto:
Ma gli servì a poco: perché le ali non poterono superare la paura: quello andò sotto, e questo, volando, drizzò il petto verso l'alto:
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non altrimenti l'anitra di botto,ARquando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,ASed ei ritorna sù crucciato e rotto.AR
non diversamente l’anitra si tuffa nell’acqua all’improvviso, quando si avvicina il falcone, e questo se ne torna su indispettito"e spossato.
non diversamente l'anatra di colpo, quando il falcone si avvicina, si tuffa giù, e lui torna su arrabbiato e sconfitto.
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Irato Calcabrina de la buffa,ASvolando dietro li tenne, invaghitoATche quei campasse per aver la zuffa;AS
Ma Caicabrina adirato per la beffa, lo seguì volando, preso dal desiderio che il Navarrese si salvasse per aver modo di azzuffarsi con Alichino;
Calcabrina, irato per la beffa, gli volò dietro, desideroso che quello si salvasse per avere un pretesto per la zuffa;
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e come 'l barattier fu disparito,ATcosì volse li artigli al suo compagno,AUe fu con lui sopra 'l fosso ghermito.AT
e non appena il barattiere fu scomparso, immediatamente rivolse gli artigli contro Il suo compagno, e con lui si avvínghiò sopra lo stagno.
e appena il barattiere fu sparito, così rivolse gli artigli contro il suo compagno, e si azzuffò con lui sopra il fossato.
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Ma l'altro fu bene sparvier grifagnoAUad artigliar ben lui, e amendueAVcadder nel mezzo del bogliente stagno.AU
Ma l’altro fu davvero un rapace sparviero nell’artigliarlo a dovere, e caddero entrambi nel mezzo della palude bollente.
Ma l'altro fu davvero uno sparviero rapace nell'artigliare bene lui, e tutti e due caddero in mezzo allo stagno bollente.
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Lo caldo sghermitor sùbito fue;AVma però di levarsi era neente,AWsì avieno inviscate l'ali sue.AV
Il calore immediatamente li separò; ma uscirne era impossibile, a tal punto avevano le ali invischiate.
Il caldo li separò subito; ma tuttavia non c'era verso di sollevarsi, tanto avevano le ali invischiate.
145
Barbariccia, con li altri suoi dolente,AWquattro ne fé volar da l'altra costaAXcon tutt'i raffi, e assai prestamenteAW
Barbariccia crucciato insieme agli altri suoi compagni, ordinò che quattro volassero fin sull’altra sponda con tutti i loro uncini, e questi, molto velocemente di qua, di là, calarono nel posto indicato:
Barbariccia, addolorato insieme agli altri suoi, ne fece volare quattro dall'altra sponda con tutti gli uncini, e molto rapidamente
148
di qua, di là discesero a la posta;AXporser li uncini verso li 'mpaniati,AYch'eran già cotti dentro da la crosta;AX
151
e noi lasciammo lor così 'mpacciati.AY
tesero gli uncini in direzione degli invischiati, che erano già bruciati sotto la pelle diventata dura e noi li abbandonammo mentre si trovavano in queste difficoltà.
di qua e di là scesero al loro posto; tesero gli uncini verso quelli impaniati, che erano già cotti dentro la crosta; e noi li lasciammo così impacciati.
Riassunto del canto XXII
A mano a mano che il drappello guidato da Barbariccia si avvicina, i barattieri che affiorano con l’arco della schiena alla superficie della palude bollente e quelli che, disseminati lungo le sue rive, stanno come rane sull’orlo di un fossato, si tuffano in essa con rapidità fulminea. Uno di loro tuttavia non fa in tempo a nascondersi. E’ Ciampolo di Navarra, che Graffiacane è riuscito a prendere con il suo uncino. Il barattiere, dopo avere narrato di sé e dei suoi compagni di pena, promette di farne venire molti nel punto in cui si trova, purché i Malebranche si tengano un po’ in disparte. Su consiglio di Alichino la sua proposta viene accettata, ma non appena i diavoli si volgono verso uno degli argini della bolgia, Ciampolo spicca un salto e scompare sotto la pece. Alichino, dopo aver tentato vanamente di raggiungerlo volando, è afferrato da un altro dei Malebranche, Calcabrina, il quale, adirato per lo smacco subìto, si azzuffa con lui. I due diavoli finiscono per cadere nella pece bollente.
Mentre Barbariccia, addolorato, dà disposizioni al suoi sottoposti perché si adoperino a salvare i loro compagni, Dante e Virgilio si avviano per lasciare la quinta bolgia.
In breve
Dove e chi
VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
La guardia ai cerchi dell’alto e medio inferno è affidata a demoni, le cui figure sono state ispirate a Dante dalla letteratura antica. Questi sono "personaggi infernali dell’Eneide, quali Caronte e Minosse, o mostri come Cerbero, sia pure adattati a un gusto figurativo romanico che ha in Gerione il suo esempio più caratteristico, o dei pagani trasformati appunto in demoni secondo la tradizione cristiana medioevale" (Cattaneo).
Il loro aspetto non è mai privo di una certa maestà; essi appaiono in una luce di prestigio anche nel momento in cui la loro sconfitta di fronte alla ragione (Virgilio) palesa la sostanziale debolezza che si cela dietro le loro apparenze crudeli. Dante ha veduto in essi, protagonisti in terra di leggende cantate dai poeti, i cittadini di un universo di cultura oltre che le incarnazioni del male. Tutt’altra natura hanno i custodi della quinta bolgia, di ispirazione schiettamente medievale. I loro antecedenti sono nella tradizione iconografica della scultura, pittura e miniatura dei Duecento, nelle sacre rappresentazioni, in rozze leggende come quelle che hanno fornito lo spunto ai tentativi letterari di Giacomino da Verona, Uguccione da Lodi, Bonvesin della Riva.
In essi la natura umana non appare degradata, come nei guardiani dei cerchi superiori in qualcosa di ibrido e deforme, quanto piuttosto colta in uno stadio di primitività - anteriore al momento della riflessione - anarchica e spensierata.
I custodi dell’alto e medio inferno sono tragici: tutto parla in essi di decadimento, dello smarrirsi di un’originaria perfezione. Sotto questo punto di vista le loro figure, benché proposte a Dante da poeti pagani, rispecchiano assai più da vicino una prospettiva teologica, una meditazione cristiana sul problema del male. I diavoli della quinta bolgia sono invece comici, comico essendo il contrasto fra la loro intelligenza, superficiale, istintiva, mobilissima, e la parte, superiore alle loro forze, che pretendono di recitare di fronte ai due stranieri capitati nel loro dominio.
Le parole con le quali Virgilio manifesta la volontà divina non li paralizzano nel dolore, non ríbadiscono in loro, nel ricordo di una condanna senza appello, la coscienza della loro degradazione. Significativo, a questo riguardo, è un raffronto tra il modo di reagire, alle intimazioni del poeta latino, di Pluto e quello di Malacoda; di quest’ultimo Dante ci dice che solo l’orgoglio gli "cade" mentre - e il parallelismo ha un indubbio sapore comico - l’uncino gli "casca" ai piedi. La caduta di Pluto non è invece una caduta soltanto metaforica; essa somiglia ad un annientamento totale, non consente alcuna distinzione tra realtà interiore e realtà esteriore (espresse rispettivamente, nell’episodio di Malacoda, da orgoglio e da uncino); vano si è rivelato il suo ricorso a Satana, un accenno indiretto (vuolsi nell’alto...), la luce di quella parola che in lui ha smarrito la capacità di significare, ne fanno un vinto, un inerme.
Malacoda si adatta invece benissimo alla situazione davvero inconsueta che gli viene prospettata (XXI, versi 83-84); per lui la volontà divina è un semplice dato di fatto; di esso bisogna tenere conto né più né meno che di altre realtà che affiorano nel vivere quotidiano; ma sul suo significato non ha senso soffermarsi. Non potendo impedire l’attuazione dei decreti dei cielo, egli pensa di trarre profitto dalla presenza dei due pellegrini nel suo territorio ed inventa la menzogna del ponte sulla sesta bolgia. Virgilio, la ragione, ingenuamente persuasa di poter risolvere nel proprio ambito tutto il reale, ignora la dimensione della malizia gratuita e paga di sé, il male non riducibile, secondo l’insegnamento degli antichi, ad una semplice distorsione dell’intelletto.
Eccolo dunque accettare la compagnia dei diavoli. Un’intelligenza rozza, incapace di soste meditative, ha trionfato della sua incommensurabile saggezza. Il segnale di Barbariccia suggella umoristicamente la momentanea vittoria del primitivo sulla complessità di forme razionali e tradizioni di alta civiltà che nella figura dell’autore dell’Eneide trovano la loro trasfigurazione poetica.
Se il canto XXI si conclude con il trionfo dei diavoli, questi, nel canto XXII, sono a loro volta vittime di una beffa escogitata ai loro danni da un peccatore.
Una singolare forma di contrappasso, scanzonato e ridanciano (ma nella chiesa coi santi, ed in taverna co’ ghiottoni), appare alla base dell’intermezzo comico della quinta bolgia. Se infatti l’intuito dei diavoli ha ragione, forse perché non la tiene in nessun conto, dell’autorevolezza di una logica scissa dalla realtà degli istinti, esso deve a sua volta dichiararsi sconfitto di fronte alla logica, tutta travasata nel concreto, di chi, come Ciampolo, cerca di salvare la propria incolumità.
La presentazione che questo dannato fa di sé, più che cinica, come è parso a taluni, è "semplicemente incosciente e prímordiale. Sembra che egli non abbia coscienza che della sua immediata, esistenza, dell’essere in quanto essere puramente fisiologico e animale. Dante segue con sguardo tra’stupito ed ammirato il manifestarsi dell’intelligenza in un carattere così diverso dal suo.
L’episodio di Ciampolo è la rappresentazione di tale intelligenza, che si afferma e dà i suoi frutti nelle condizioni più svantaggiose" (Salinari).
Da un punto di vista lessicale il canto è, come il precedente, ricco di idiotismi e forme proverbiali. Queste particolarità di stile non hanno soltanto la funzione di caratterizzare più da vicino i personaggi (come donno e di piano, per mezzo dei quali ci è restituito nelle sue sfumature cariche di malizia l’ambito delle preoccupazioni che tengono ancora desta e attiva la coscienza dei barattieri sardi), ma si estendono anche a quei punti nei quali Dante parla in prima persona. Il linguaggio contribuisce in tal modo alla creazione di un’atmosfera nella quale dannati e diavoli, e Dante con loro, appaiono accomunati in un sentire che riscatta - sul piano dell’arte - la propria elementarità plebea nella genuinità delle proprie manifestazioni.
vv. 19-24Come i dalfini, quando fanno segnoa' marinar con l'arco de la schiena,che s'argomentin di campar lor legno,talor così, ad alleggiar la pena,mostrav'alcun de' peccatori il dossoe nascondea in men che non balena.Leggi nel testo
Il canto XXII è pieno di similitudini con gli animali: i barattieri che affiorano dalla pece sono paragonati a ranocchi, a lontre, a un'anatra che sfugge al falco. La prima immagine però è la più curiosa. I dannati che mostrano la schiena per un attimo e poi si rituffano somigliano ai delfini, che inarcando il dorso fuori dall'acqua avvertono i marinai dell'arrivo di una tempesta.
Era una credenza diffusa nel Medioevo, raccolta nei bestiari, i libri che descrivevano gli animali e il loro significato morale. Secondo questa tradizione i delfini, amici degli uomini, nuotavano vicino alle navi per segnalare il pericolo e permettere ai naviganti di mettersi in salvo.
Curiosamente, l'osservazione moderna ha confermato che i delfini hanno spesso comportamenti amichevoli verso l'uomo, e in alcuni casi documentati hanno aiutato nuotatori in difficoltà. Dante usa questa immagine luminosa per descrivere qualcosa di grottesco: un effetto di contrasto tipico di questi canti.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
La zuffa dei diavoli
Ne parla la scheda «Dieci diavoli con un nome» (Inf. XXI).