Ancora nel cielo di Venere parlano a Dante le luci di Cunizza da Romano e di Folchetto di Marsiglia.
Paradiso · Cielo di Venere
Paradiso, Canto IX
«Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza…»
All’inizio del canto si conclude l’incontro di Dante con Carlo Martello, dopo che questo ha preannunciato le sciagure che entro breve volgere di anni colpiranno la casa angioina.
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Testo e parafrasi del canto IX
Parafrasi
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1
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,Am'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganniBche ricever dovea la sua semenza;A
O bella Clemenza, dopo che il tuo Carlo mi ebbe chiarito (il dubbio manifestatogli), mi predisse le ingiustizie che avrebbero subito i suoi figli;
Dopo che il tuo Carlo, bella Clemenza, mi ebbe chiarito il dubbio, mi raccontò gli inganni che la sua discendenza avrebbe dovuto subire;
4
ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;Bsì ch'io non posso dir se non che piantoCgiusto verrà di retro ai vostri danni.B
ma soggiunse: “ Taci, e lascia che passino gli anni ”; così che io non posso dire se non che ai torti da voi subiti seguirà un giusto castigo.
ma disse: «Taci e lascia scorrere gli anni»; così che io non posso dire nient'altro se non che un giusto pianto seguirà ai torti che subite.
7
E già la vita di quel lume santoCrivolta s'era al Sol che la riempieDcome quel ben ch'a ogne cosa è tanto.C
E già l’anima di quella santa luce si era rivolta a Dio che la appaga pienamente, poiché Dio è il bene capace di soddisfare ogni desiderio.
E già l'anima di quella luce santa si era rivolta al Sole (Dio) che la riempie, come a quel bene che basta a ogni cosa.
10
Ahi anime ingannate e fatture empie,Dche da sì fatto ben torcete i cuori,Edrizzando in vanità le vostre tempie!D
Ahi anime ingannate (dai beni mondani) e creature empie, che distogliete i vostri cuori da un bene siffatto, rivolgendo le vostre menti a cose vane!
Ahi anime ingannate e creature empie, che distogliete i cuori da un simile bene, rivolgendo le vostre menti alla vanità!
13
Ed ecco un altro di quelli splendoriEver' me si fece, e 'l suo voler piacermiFsignificava nel chiarir di fori.E
16
Li occhi di Beatrice, ch'eran fermiFsovra me, come pria, di caro assensoGal mio disio certificato fermi.F
Ed ecco un’altra di quelle anime luminose si avvicinò a me, manifestando il desiderio di compiacermi col diventare più luminosa esternamente, Gli occhi di Beatrice, che erano fissi sopra di me, come già prima, mi fecero certo del suo gradito consenso al mio desiderio (di parlare).
Ed ecco un altro di quegli splendori si avvicinò a me, e mostrava la sua volontà di farmi piacere diventando più luminoso all'esterno. Gli occhi di Beatrice, che erano fissi su di me come prima, mi resero sicuro del suo caro consenso al mio desiderio.
19
«Deh, metti al mio voler tosto compenso,Gbeato spirto», dissi, «e fammi provaHch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».G
22
Onde la luce che m'era ancor nova,Hdel suo profondo, ond'ella pria cantava,Iseguette come a cui di ben far giova:H
25
«In quella parte de la terra pravaIitalica che siede tra RialtoJe le fontane di Brenta e di Piava,I
28
si leva un colle, e non surge molt'alto,Jlà onde scese già una facellaKche fece a la contrada un grande assalto.J
Dissi: “ Deh, spirito beato, soddisfa subito il mio desiderio, e dammi la prova che io posso riflettere in te (come in uno specchio) il mio intimo pensiero (senza esprimerlo)! ” Perciò quella luce che m’era ancora sconosciuta, dall’interno del suo splendore, da dove prima traeva la voce per cantare, continuò con lo stesso atteggiamento di colui al quale piace fare del bene (agli altri); “ In quella parte della corrotta terra italica situata tra l’isola di Rialto e le sorgenti del Brenta e del Piave, sorge, ma non è molto alto, un colle, dal quale un tempo scese una fiamma di guerra che causò gravi danni alla regione.
«Deh, soddisfa presto il mio desiderio, spirito beato», dissi, «e dammi la prova che io posso riflettere in te ciò che penso!». Per cui la luce che mi era ancora sconosciuta, dal suo profondo, da dove prima cantava, proseguì come chi gode di fare del bene: «In quella parte della terra malvagia d'Italia che si trova tra Rialto (Venezia) e le sorgenti del Brenta e del Piave, si alza un colle (Romano), e non sorge molto alto, da dove scese un tempo una fiaccola (Ezzelino) che fece grande strage nella regione.
31
D'una radice nacqui e io ed ella:KCunizza fui chiamata, e qui refulgoLperché mi vinse il lume d'esta stella;K
Io ed Ezzelino nascemmo dagli stessi genitori: fui chiamata Cunizza, e risplendo nella sfera di Venere perché (in vita) fui dominata dall’influsso di questo pianeta;
Io ed egli nascemmo da una stessa radice: fui chiamata Cunizza, e risplendo qui perché mi vinse la luce di questa stella (Venere);
34
ma lietamente a me medesma indulgoLla cagion di mia sorte, e non mi noia;Mche parria forse forte al vostro vulgo.L
ma ora con gioia perdono a me stessa l’inclinazione amorosa che mi ha fatto assegnare a questo cielo, e non me ne affliggo; il che ai comuni mortali sembrerà forse arduo a comprendersi.
ma perdono lietamente a me stessa la causa della mia sorte, e non me ne rammarico; cosa che forse sembrerebbe difficile da capire al vostro volgo.
37
Di questa luculenta e cara gioiaMdel nostro cielo che più m'è propinqua,Ngrande fama rimase; e pria che moia,M
40
questo centesimo anno ancor s'incinqua:Nvedi se far si dee l'omo eccellente,Osì ch'altra vita la prima relinqua.N
(Sulla terra) è rimasta grande fama di questo spirito che più degli altri mi è vicino, e che rappresenta una luminosa e preziosa perla del nostro cielo e prima che la sua fama si spenga, questo centesimo anno (che chiude il secolo) si ripeterà ancora per cinque volte; vedi dunque che l’uomo deve cercare di diventare famoso (per opere virtuose), in modo che la vita mortale lasci dietro di se un’altra vita (quella della buona fama).
Di questo gioiello luminoso e prezioso del nostro cielo che mi è più vicino è rimasta grande fama; e prima che muoia, questo centesimo anno si ripeterà ancora cinque volte: vedi se l'uomo deve rendersi eccellente, così che la prima vita ne lasci un'altra (la fama).
43
E ciò non pensa la turba presenteOche Tagliamento e Adice richiude,Pné per esser battuta ancor si pente;O
E a questa conquista della giusta gloria non pensa la turba che vive oggi nel territorio compreso tra il Tagliamento e l’Adige e neppure si pente per quanto colpita da castighi;
E a questo non pensa la folla attuale che è racchiusa tra il Tagliamento e l'Adige, né si pente per quanto sia colpita;
46
ma tosto fia che Padova al paludePcangerà l'acqua che Vincenza bagna,Qper essere al dover le genti crude;P
ma presto accadrà che i Padovani faranno cambiare (col loro sangue) il colore all’acqua delle paludi formate dal Bacchiglione che bagna Vicenza, essendo gente restia a compiere il loro dovere (verso l’Impero).
ma presto avverrà che Padova presso la palude cambierà colore all'acqua che bagna Vicenza (col sangue), perché la gente è restia al dovere;
49
e dove Sile e Cagnan s'accompagna,Qtal signoreggia e va con la testa alta,Rche già per lui carpir si fa la ragna.Q
52
Piangerà Feltro ancora la difaltaRde l'empio suo pastor, che sarà sconciaSsì, che per simil non s'entrò in malta.R
E a Treviso, dove si congiungono le acque del Sile e del Cagnano, Rizzardo da Camino tiranneggia e procede superbo, mentre già si sta apprestando la rete per farlo cadere.Anche Feltre piangerà per la colpa del suo empio vescovo, la quale sarà così turpe, che mai per un delitto simile alcun condannato entrò in Malta.
e dove il Sile si unisce al Cagnano (a Treviso) c'è uno che domina e va a testa alta, mentre già si tesse la rete per catturarlo. Feltre piangerà ancora il tradimento del suo empio pastore, che sarà così turpe che per un delitto simile nessuno entrò mai in prigione.
55
Troppo sarebbe larga la bigonciaSche ricevesse il sangue ferrarese,Te stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,S
58
che donerà questo prete corteseTper mostrarsi di parte; e cotai doniUconformi fieno al viver del paese.T
Troppo grande dovrebbe essere la bigoncia per contenere il sangue dei Ferraresi, e si stancherebbe chi volesse pesarlo a oncia a oncia, sangue che questo prete generoso (verso i Guelfi) donerà per mostrarsi fedele al suo partito; e simili doni saranno conformi al costume diffuso in questa regione.
Sarebbe troppo grande il recipiente capace di ricevere il sangue ferrarese, e si stancherebbe chi volesse pesarlo oncia per oncia, che questo prete generoso donerà per mostrarsi fedele alla sua parte; e tali doni saranno conformi al modo di vivere di quel paese.
61
Sù sono specchi, voi dicete Troni,Uonde refulge a noi Dio giudicante;Vsì che questi parlar ne paion buoni».U
64
Qui si tacette; e fecemi sembianteVche fosse ad altro volta, per la rotaWin che si mise com'era davante.V
Lassù (nell’Empireo) ci sono intelligenze angeliche che voi chiamate Troni, dalle quali come da specchi è riflessa su di noi la luce della giustizia divina: sì che questi discorsi (pur nella loro durezza) ci appaiono giusti (perché ispirati da Dio stesso). ” Qui Cunizza tacque; e mi mostrò d’aver rivolto la sua attenzione ad altro, per il fatto di essere ritornata alla danza circolare come faceva prima di parlarmi.
Lassù ci sono specchi, voi li chiamate Troni, dai quali risplende su di noi Dio giudice; così che queste parole ci sembrano giuste». Qui tacque; e mi diede l'impressione di essere rivolta ad altro, rientrando nella danza circolare in cui era prima.
67
L'altra letizia, che m'era già notaWper cara cosa, mi si fece in vistaXqual fin balasso in che lo sol percuota.W
L’altro spirito gioioso, che mi era già noto come una perla preziosa, si offerse alla mia vista come un fine rubino balascio in cui il sole rifletta i suoi raggi.
L'altra anima gioiosa, che mi era già nota come persona illustre, mi apparve come un rubino puro colpito dal sole.
70
Per letiziar là sù fulgor s'acquista,Xsì come riso qui; ma giù s'abbuiaYl'ombra di fuor, come la mente è trista.X
73
«Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia»,Ydiss'io, «beato spirto, sì che nullaZvoglia di sé a te puot'esser fuia.Y
Nel paradiso per manifestare la letizia si accresce lo splendore, come in terra si accresce il sorriso; ma in terra (poiché non c’è sempre gioia, ma anche dolore) l’immagine esteriore si rabbuia, in proporzione alla tristezza dell’animo. Io dissi: “ O spirito beato, Dio vede ogni cosa, e la tua conoscenza penetra in lui, in modo che nessun desiderio può rimanere nascosto a te.
Lassù per la gioia si acquista splendore, come qui il sorriso; ma laggiù l'ombra si oscura all'esterno, quando la mente è triste. «Dio vede tutto, e la tua vista penetra in lui», dissi, «spirito beato, così che nessun desiderio può nascondersi a te.
76
Dunque la voce tua, che 'l ciel trastullaZsempre col canto di quei fuochi piiAAche di sei ali facen la coculla,Z
Dunque la tua voce, che sempre rallegra il cielo insieme al canto dei Serafini, gli angeli che s’ammantano di sei ali.
Dunque la tua voce, che rallegra il cielo sempre insieme al canto di quei fuochi pii (i Serafini) che con sei ali si fanno un mantello,
79
perché non satisface a' miei disii?AAGià non attendere' io tua dimanda,ABs'io m'intuassi, come tu t'inmii».AA
perché non soddisfa i miei desideri (con una risposta)? Se io mi immedesimassi nei tuoi pensieri, come tu ti immedesimi nei miei, già non attenderei la tua domanda ”.
perché non soddisfa i miei desideri? Io non aspetterei la tua domanda, se io penetrassi in te come tu penetri in me».
82
«La maggior valle in che l'acqua si spanda»,ABincominciaro allor le sue parole,AC«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,AB
85
tra ' discordanti liti contra 'l soleACtanto sen va, che fa meridianoADlà dove l'orizzonte pria far suole.AC
Allora così incominciarono le sue parole: “ Il Mare Mediterraneo, il bacino più grande in cui si riversi l’acqua dell’oceano che circonda la terra emersa, tra le sponde opposte (d’Europa e di Africa), tanto si distende da occidente verso oriente, che (all’estremità orientale: a Gerusalemme) fa da meridiano là dove prima (all’estremità occidentale: alle colonne di Ercole) si suole vedere come orizzonte.
«La valle più grande in cui si spande l'acqua (il Mediterraneo)», cominciarono allora le sue parole, «al di fuori di quel mare che circonda la terra, si estende tanto verso oriente, tra rive opposte, da avere il meridiano là dove prima soleva avere l'orizzonte.
88
Di quella valle fu' io litoranoADtra Ebro e Macra, che per cammin cortoAEparte lo Genovese dal Toscano.AD
Io vissi sulla riva di quel mare compreso tra le foci dell’Ebro (in Spagna) e quelle della Magra, che per un breve tratto fa da confine tra la Liguria e la Toscana.
Io abitai sulla riva di quella valle, tra l'Ebro e la Magra, che con il suo breve corso separa il Genovese dal Toscano.
91
Ad un occaso quasi e ad un ortoAEBuggea siede e la terra ond'io fui,AFche fé del sangue suo già caldo il porto.AE
Avendo quasi in comune il tramonto e il sorgere del sole giacciono (sullo stesso meridiano) Bugia e la città dove sono nato Marsiglia, la quale un tempo riscaldò le acque del suo mare con il sangue dei propri cittadini.
Bugia e la città da cui provengo (Marsiglia), che un tempo riscaldò il suo porto con il suo sangue, si trovano quasi sullo stesso tramonto e sulla stessa alba.
94
Folco mi disse quella gente a cuiAFfu noto il nome mio; e questo cieloAGdi me s'imprenta, com'io fe' di lui;AF
Quella gente alla quale fu noto il mio nome mi chiamo Folco, e il cielo di Venere è ora segnato dalla mia luce, come io sulla terra fui segnato dal suo influsso amoroso.
Folchetto mi chiamò quella gente a cui fu noto il mio nome; e questo cielo si imprime di me, come io feci di lui;
97
ché più non arse la figlia di Belo,AGnoiando e a Sicheo e a Creusa,AHdi me, infin che si convenne al pelo;AG
poiché Didone, la figlia di Belo, non arse di maggior passione (verso Enea), recando oltraggio a Sicheo e a Creusa, di quanto non ardessi io, finché si convenne alla mia età giovanile;
perché la figlia di Belo (Didone), recando offesa sia a Sicheo sia a Creusa, non arse più di me, finché si addisse alla mia età;
100
né quella Rodopea che delusaAHfu da Demofoonte, né AlcideAIquando Iole nel core ebbe rinchiusa.AH
né più di me arse di passione la rodopea Fillide che fu abbandonata da Demofoonte, né Ercole quando il suo cuore fu preso da amore per Iole.
né quella del Rodope (Fillide), che fu ingannata da Demofonte, né Alcide (Ercole) quando ebbe chiusa Iole nel cuore.
103
Non però qui si pente, ma si ride,AInon de la colpa, ch'a mente non torna,AJma del valor ch'ordinò e provide.AI
In paradiso non proviamo pentimento per queste cose, ma si gioisce, non per la colpa commessa, che non torna più in mente, bensì per la virtù divina che ha disposto (l’influsso di questo cielo su di noi) e ha provveduto (alla nostra salvezza eterna).
Eppure qui non ci si pente, ma si sorride, non della colpa, che non torna alla mente, ma della potenza (divina) che ordinò e provvide.
106
Qui si rimira ne l'arte ch'addornaAJcotanto affetto, e discernesi 'l beneAKper che 'l mondo di sù quel di giù torna.AJ
Qui si contempla l’arte divina che produce opere così mirabili, e si comprende chiaramente il fine benefico per cui i cieli modellano la terra con i loro influssi.
Qui si contempla l'arte che adorna un così grande effetto, e si scorge il bene per cui il mondo di sopra fa girare quello di sotto.
109
Ma perché tutte le tue voglie pieneAKten porti che son nate in questa spera,ALproceder ancor oltre mi convene.AK
Ma affinché tutti i desideri che sono sorti in te in questo cielo siano interamente appagati, devo procedere ancora oltre (col mio discorso).
Ma perché tu porti via soddisfatti tutti i desideri che sono nati in te in questo cielo, è necessario che io proceda ancora oltre.
112
Tu vuo' saper chi è in questa lumeraALche qui appresso me così scintilla,AMcome raggio di sole in acqua mera.AL
Tu desideri sapere chi è lo spirito nascosto in questa luce che qui accanto a me risplende con lo stesso scintillio di un raggio di sole in uno specchio d’acqua pura.
Tu vuoi sapere chi è in questa luce che qui vicino a me scintilla così, come un raggio di sole nell'acqua limpida.
115
Or sappi che là entro si tranquillaAMRaab; e a nostr'ordine congiunta,ANdi lei nel sommo grado si sigilla.AM
Ora sappi che là dentro gode la sua pace eterna Raab; e poiché ella è unita alla nostra schiera di spiriti amanti, questa schiera riceve in sommo grado l’impronta della sua luce.
Ora sappi che là dentro trova pace Raab; e, unita al nostro ordine, esso riceve da lei l'impronta nel grado più alto.
118
Da questo cielo, in cui l'ombra s'appuntaANche 'l vostro mondo face, pria ch'altr'almaAOdel triunfo di Cristo fu assunta.AN
Raab fu accolta dal cielo di Venere, in cui termina il cono d’ombra proiettato dalla terra, prima di qualsiasi altra anima redenta dal trionfo di Cristo.
Fu assunta da questo cielo, in cui termina l'ombra prodotta dal vostro mondo, prima di ogni altra anima del trionfo di Cristo.
121
Ben si convenne lei lasciar per palmaAOin alcun cielo de l'alta vittoriaAPche s'acquistò con l'una e l'altra palma,AO
124
perch'ella favorò la prima gloriaAPdi Iosuè in su la Terra Santa,AQche poco tocca al papa la memoria.AP
Ben fu giusto che Cristo la accogliesse in uno di questi cieli come segno della grande vittoria (sull’inferno) che Egli consegui con la sua crocifissione, perché ella favorì la prima delle imprese gloriose di Giosuè nella Terrasanta, la quale poco torna alla memoria del pontefice.
Fu ben conveniente lasciarla in un cielo come trofeo dell'alta vittoria che si ottenne con l'una e l'altra mano (inchiodate sulla croce), perché lei favorì la prima gloriosa impresa di Giosuè in Terra Santa, che tocca poco la memoria del papa.
127
La tua città, che di colui è piantaAQche pria volse le spalle al suo fattoreARe di cui è la 'nvidia tanto pianta,AQ
130
produce e spande il maladetto fioreARc'ha disviate le pecore e li agni,ASperò che fatto ha lupo del pastore.AR
Firenze, la tua città natale, che (per i suoi vizi) è pianta nata dal seme di Lucifero, colui che per primo si ribellò al suo Creatore e la cui invidia (verso il genere umano) fu causa di tanto pianto (perché per invidia Lucifero indusse i progenitori al peccato), conia e diffonde il maledetto fiorino che ha messo fuori strada il gregge dei cristiani, poiché ha trasformato i pastori in lupi.
La tua città, che è pianta di colui (Lucifero) che per primo voltò le spalle al suo creatore e la cui invidia è tanto pianta, produce e diffonde il fiore maledetto (il fiorino) che ha sviato le pecore e gli agnelli, perché ha trasformato il pastore in lupo.
133
Per questo l'Evangelio e i dottor magniASson derelitti, e solo ai DecretaliATsi studia, sì che pare a' lor vivagni.AS
Per questo sono lasciati in disparte gli insegnamenti del Vangelo e dei grandi Padri della Chiesa, e si attende solo allo studio delle Decretali, come appare dai margini (annotati e consunti dei libri che le contengono).
Per questo il Vangelo e i grandi dottori della Chiesa sono abbandonati, e si studiano solo i Decretali, come si vede dai loro margini consumati.
136
A questo intende il papa e ' cardinali;ATnon vanno i lor pensieri a Nazarette,AUlà dove Gabriello aperse l'ali.AT
Al fiorino e alle Decretali attendono il papa e i cardinali: i loro pensieri non vanno a Nazareth, là dove l’Arcangelo Gabriele diresse il suo volo (per annunciare a Maria la divina maternità).
A questo badano il papa e i cardinali; i loro pensieri non vanno a Nazareth, là dove Gabriele aprì le ali.
139
Ma Vaticano e l'altre parti eletteAUdi Roma che son state cimiteroAVa la milizia che Pietro seguette,AU
142
tosto libere fien de l'avoltero».AV
Ma il colle Vaticano e gli altri luoghi insigni di Roma, che furono la tomba dell’esercito dei martiri seguaci di Pietro, saranno presto liberati da questa profanazione ”.
Ma il Vaticano e le altre parti illustri di Roma che sono state cimitero per la milizia che seguì Pietro (i martiri) saranno presto libere dall'adulterio».
Riassunto del canto IX
All’inizio del canto si conclude l’incontro di Dante con Carlo Martello, dopo che questo ha preannunciato le sciagure che entro breve volgere di anni colpiranno la casa angioina. Subito dopo un altro spirito del cielo di Venere si avanza verso il Poeta: è Cunizza da Romano, sorella di Ezzelino III, il famoso tiranno della Marca Trivigiana. Dopo aver presentato la propria terra Cunizza accenna alla corruzione dilagata nella regione trevigiana e profetizza per essa un doloroso futuro: Padova, Treviso, Feltre, dove il male è ormai diventato costume di vita, pagheranno ben presto il fio delle loro colpe. Allorché Cunizza riprende con gli altri beati la danza che aveva interrotta per parlare con lui, Dante si rivolge all’anima che gli era già stata presentata dalla nobildonna trevigiana, invitandola a rivelare il proprio nome. Si tratta di un trovatore, Folco da Marsiglia, che divenne vescovo di Tolosa e partecipò alla crociata contro gli Albigesi. Presentata la sua città con una lunga descrizione, egli rivela a Dante che gode la beatitudine del terzo cielo anche Raab, la meretrice di Gerico che aiutò il condottiero ebraico Giosuè nella conquista della città, meritandosi così la salvezza eterna. Folco chiude il suo discorso con un’aspra invettiva contro Firenze, colpevole di aver coniato la moneta d’oro, causa prima del diffondersi dell’avidità nel mondo, e contro la Chiesa, che si lascia traviare dal miraggio dei beni terreni.
In breve
Dove e chi
Cielo di Venere: Spiriti amanti. Luci che danzano in cerchio.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Il canto nono conclude con la speranza di una rigenerazione morale del mondo (espressa nella profezia di Folco da Marsiglia) il tema politico che era rimasto diffuso nell’aria dopo il discorso di Giustiniano, risolvendo in fiduciosa attesa i dubbi morali e i giudizi politici dei canti precedenti: ma Vaticano e l’altre parti elette di Roma... tosto libere fien dell’adultero. Da Roma ancora una volta verrà al mondo la salvezza: e il miracolo è ormai vicino (tosto liniere fien), nonostante i tentativi della casa angioina o delle città venete e nonostante che il papa e’ cardinali continuino a restare legati ai beni terreni. La certezza messianica del Poeta nasce proprio dal fatto che non dagli uomini egli aspetta questa salvezza, ma da Dio stesso e in Dio si abbandona. Ecco la spiegazione del mistico esordio del canto decimo e del commosso invito al lettore (leva... all’alte ruote meco la vista). Il nono non conclude solo l’argomento del cielo di Venere, ma tutto il primo tempo del Paradiso, o, meglio, conclude una specie di ante-paradiso, dove le sfere e le anime sono ancora segnate dall’ombra della terra prima che l’estatica ascesa dello spirito proietti verticalmente la materia verso i cieli di pura luce. Ritorneranno in alcuni passi dei canti seguenti la durezza e il fiero realismo dei discorsi di Cunizza e di Folco, ma non la sua selvaggia coloritura, la loro fosca rievocazione di medievali eccessi, il loro tempestoso e macabro compiacimento del sangue e della vendetta, che hanno richiamato alla memoria del Momigliano il canto di Guido del Duca e quello dei seminatori di discordia. La violenza della terra prorompe nel canto nono con tale assolutezza di immagini e di termini da far pensare che il Poeta, presentandocela per l’ultima volta, voglia costringere il lettore a ricordarla, a ricordarla sempre, anche nei cieli di pura luce, perché è da quel mondo di malvagità e di violenza che l’uomo è partito per giungere a Dio. I toni cupi di questo canto non devono, dunque, stupire, o spingere a giudicarli fuori di luogo nella rarefatta atmosfera paradisiaca (così come non saranno certo fuori di luogo l’apostrofe all’aiuola che ci fa tanto feroci o l’invettiva di Beatrice contro la corruzione umana nel canto XXVII), perché è nella vittoria contro i mali qui descritti, è nella risoluzione dei problemi qui prospettati che la creatura giungerà alla salvezza eterna. Eliminare questi argomenti dal Paradiso significherebbe non tenere conto che esso per il Poeta è soprattutto un itinerarium mentis in Deum. È però evidente nel canto una specie di sfasatura nella creazione dei personaggi, i quali trovano la loro giustificazione e la loro consistenza in motivi etico-politici, prestando voce occasionalmente a una commozione etico-politica che perdurava dal canto di Giustiniano e si era già affermata in quello di Carlo Martello, ma non hanno vita per se stessi, privi come sono di caratteristiche individuali spiccate, privi, cioè, di una personalità che li faccia diventare creature r"vere" (alla maniera delle grandi figure dantesche, da Farinata a Piccarda) e non semplici portavoci del pensiero e degli sdegni di Dante. L’animo del Poeta si è sovrapposto ai toni che ci saremmo aspettati da una donna che fu certo lontana da ogni preoccupazione politica o da un poeta provenzale, sia pure diventato poi vescovo. " L’unitàse una unità cerchiamo, come si conviene - va, ancora una volta, ravvisata nel fervore della coscienza di Dante" (Di Pino), perché si avverte chiaramente l’esistenza di "una forza reale e tenacemente tesa, i sintomi, cioè, dell’imminente irrompere della terribile ira personale di Dante". C’è, infatti, una profonda consequenzialità fra il discorso di Cunizza e quello di Folco, perché il primo presenta la terra prava italica e il secondo la città di Firenze, causa del traviamento del mondo con il maladetto fore, così come nel canto di Sordello la visione della corruzione politica dell’Italia sfociava nell’invettiva contro Firenze (Purgatorio VI, 127-151) e nel canto di Guido del Duca il disordine della Romagna e della valle dell’Arno si concludeva nel ricordo delle stragi fiorentine. L’osservazione del Di Pino a questo proposito è estremamente interessante: " Ancora una volta Firenze è il termine antitetico ad ogni concetto di virtù universale. Da un lato Firenze, dall’altro il cielo; perché da un lato c’è Dante fiorentino, dall’altro Dante uomo universale. E nella ricorrente antitesi di termini così profondamente contrapposti, è il nodo dell’insoluto dramma dell’esule e, infine, il dramma strutturale del poema. Nella pienezza dell’Empireo, tra lo spiegarsi della milizia santa e il trasvolare ardente degli angeli di fiamma viva Dante confronta - e sarà per l’ultima volta - le due grandi componenti del libro: io, che al divino da l’umano a l’eterno dal tempo era venuto, e di Fiorenza in popol giusto e sano, di che stupor dovea esser compiuto! (Paradiso XXXI, 37-40). A tanta altezza di paradiso, la crudezza dei contrasti pare attenuata: l’ira ha ceduto allo stupore. Al di qua di quell’orizzonte i toni restano rudi e violenti, perché sempre la corruzione del mondo sembra congiunta e motivata dalla corruzione stessa di Firenze. Ciò che, infatti, fa sembrare possibile il confronto fra termini di così diversa portata (Firenze-paradiso) è il fatto che Dante ha dato a Firenze la universalità dell’errore". Per il Poeta esule la sua città resta pur sempre il centro dal quale ha preso inizio la sua visione del mondo e, così come il raggio in un cerchio geometrico, ad esso continuamente ritorna e da esso continuamente si allontana: nel canto nono il movimento è, infatti, duplice - dall’Italia a Firenze e da Firenze al mondo - ma sempre condotto con lo stesso metro stilistico, con le stesse trascinanti minacce, con la stessa fede nella provvidenza liberatrice.
vv. 32-36Cunizza fui chiamata, e qui refulgoperché mi vinse il lume d'esta stella;ma lietamente a me medesma indulgola cagion di mia sorte, e non mi noia;che parria forse forte al vostro vulgo.Leggi nel testo
Nel cielo di Venere parla Cunizza da Romano, sorella del feroce tiranno Ezzelino. Sposata per ragioni politiche al signore di Verona, fu rapita con il suo consenso dal trovatore Sordello, ebbe numerosi amanti e altri due mariti. Nella vecchiaia si stabilì a Firenze e si dedicò a opere di carità. Morì intorno al 1279, quando Dante era ancora un ragazzo.
La sua presenza in Paradiso fece scandalo tra i commentatori. Come può stare tra i beati una donna con una vita simile, mentre Francesca è all'Inferno? Cunizza stessa dice di perdonare con gioia a se stessa la causa del suo destino, cioè l'influsso di Venere che la rese così incline all'amore. E Folchetto aggiunge che in Paradiso non ci si pente, perché non si ricorda la colpa, ma solo la potenza divina che ha ordinato ogni cosa.
Accanto a lei c'è Folchetto di Marsiglia, trovatore diventato vescovo. Anche lui ha amato molto e si è convertito. Con queste anime Dante mostra che l'amore, anche quello umano e passionale, può diventare la strada verso Dio se trova la giusta direzione.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Folchetto di Marsiglia
Ne parla la scheda «Bertran de Born e la poesia della guerra» (Inf. XXVIII).