Il Paradiso
Niente paesaggi, niente corpi: solo luce, canto e movimento. Come Dante racconta un regno che per definizione supera le parole, salendo di cielo in cielo fino alla visione di Dio.
Dire ciò che non si può dire
La terza cantica parte da una difficoltà dichiarata. Dante ha visto cose che la memoria non trattiene e che la lingua non sa rendere; per indicare ciò che gli accade deve inventare un verbo, «trasumanar», andare oltre l'umano.
Trasumanar significar per verbanon si poria; però l'essemplo bastia cui esperienza grazia serba.Paradiso I, 70-72
Questa confessione di impotenza torna per tutta la cantica, fino all'ultimo canto (Paradiso XXXIII, 55-57), e ne è uno dei temi. Dante avverte anche i lettori: chi lo ha seguito fin qui «in piccioletta barca» farebbe meglio a tornare a riva (Paradiso II, 1-6). Il Paradiso richiede più attenzione delle altre cantiche, perché gli manca ciò che le rendeva facili da immaginare: i luoghi e i corpi.
Come si sale
Dalla cima del Purgatorio Dante si alza verso i cieli senza accorgersene, fissando gli occhi in Beatrice che guarda il sole (Paradiso I, 64-66). Lei gli spiega che salire, per un'anima libera dal peccato, è naturale come per un fiume scendere a valle. Così sarà fino in fondo. Non ci sono porte né scale da percorrere a fatica: Dante capisce di essere arrivato in un nuovo cielo perché Beatrice è diventata più bella (Paradiso VIII, 13-15). I cieli sono sfere di materia luminosa e compatta, e Dante vi entra come un raggio nell'acqua; il corpo della Luna gli pare una nube densa e levigata, «quasi adamante che lo sol ferisse» (Paradiso II, 31-33).
I beati stanno altrove
Di cielo in cielo Dante incontra gruppi diversi di anime. Ma nessuna abita lì. Beatrice lo chiarisce subito: tutti i beati hanno sede nell'Empireo, e si mostrano nei cieli più bassi soltanto «per far segno» del loro diverso grado di beatitudine (Paradiso IV, 28-39), perché la mente umana capisce solo partendo da ciò che vede (Paradiso IV, 40-42). Il critico John Freccero ha osservato che il Paradiso, fino all'Empireo, è perciò una sorta di rappresentazione allestita apposta per il pellegrino. E i gradi non producono invidia: come dice Piccarda Donati, «'n la sua volontade è nostra pace» (Paradiso III, 85).
| Cielo | Chi appare | Come appare | Canti |
|---|---|---|---|
| Luna | Chi non mantenne i voti | Volti tenui, come riflessi in un vetro | da Paradiso II a Paradiso V |
| Mercurio | Chi operò per la gloria terrena | Splendori che nascondono la figura | da Paradiso V a Paradiso VII |
| Venere | Spiriti amanti | Luci che ruotano danzando | Paradiso VIII, Paradiso IX |
| Sole | Sapienti | Corone di luci intorno a Dante | da Paradiso X a Paradiso XIV |
| Marte | Combattenti per la fede | Una croce di luci | da Paradiso XIV a Paradiso XVIII |
| Giove | Giusti | Una scritta, poi un'aquila | da Paradiso XVIII a Paradiso XX |
| Saturno | Contemplativi | Luci lungo una scala d'oro | Paradiso XXI, Paradiso XXII |
| Stelle fisse | Tutti i beati con Cristo e Maria | Migliaia di lumi accesi da un sole | da Paradiso XXII a Paradiso XXVII |
| Primo Mobile | I cori angelici | Nove cerchi di fuoco intorno a un punto | da Paradiso XXVII a Paradiso XXIX |
| Empireo | Beati e angeli nella loro sede | La candida rosa | da Paradiso XXX a Paradiso XXXIII |
Luce, canto, figure
Solo nella Luna Dante distingue ancora dei lineamenti, così tenui che li scambia per riflessi (Paradiso III, 10-16). Da Mercurio in poi le anime sono avvolte dalla propria luce, che cresce quando provano gioia. Per descriverle Dante ha a disposizione tre soli elementi, luce, suono e movimento, e li combina in modi sempre diversi: le anime cantano, danzano in cerchio, si dispongono a formare figure.
In Marte le luci compongono una croce greca in cui lampeggia Cristo (Paradiso XIV, 100-105). In Giove scrivono in cielo, lettera per lettera, il primo versetto del libro della Sapienza, «Diligite iustitiam qui iudicatis terram» (Paradiso XVIII, 91-93), e poi dall'ultima lettera fanno nascere un'aquila, simbolo dell'Impero e della giustizia (Paradiso XVIII, 106-108), che parla con una voce sola. In Saturno una scala d'oro sale più in alto di quanto l'occhio riesca a seguire (Paradiso XXI, 28-30). Qui il canto tace e Beatrice non sorride, perché Dante non reggerebbe (Paradiso XXI, 4-6, Paradiso XXI, 58-60): si sale per sottrazione, oltre che per aumento.
Lezioni e invettive
Il Paradiso è la cantica più dottrinale. Dante fa domande e Beatrice, o un beato, risponde: sulle macchie della Luna (Paradiso II), sui voti (Paradiso V), sulla redenzione (Paradiso VII), sulla giustizia divina e la salvezza dei pagani (Paradiso XIX, Paradiso XX), sulla creazione e sugli angeli (Paradiso XXIX). Nel cielo delle Stelle fisse i ruoli si invertono: è Dante a essere interrogato, come a un esame, da San Pietro sulla fede, da San Giacomo sulla speranza, da San Giovanni Evangelista sulla carità (Paradiso XXIV, Paradiso XXV, Paradiso XXVI).
La beatitudine non cancella la terra. I beati la guardano dall'alto e la giudicano, e le condanne più dure del poema contro la Chiesa corrotta si leggono qui. Pier Damiani deride i prelati così grassi da aver bisogno di chi li sorregga (Paradiso XXI, 130-135); San Benedetto dice che le abbazie sono diventate «spelonche» (Paradiso XXII, 76-78); san Pietro, mentre tutto il cielo arrossisce, grida contro il papa regnante: «Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio» (Paradiso XXVII, 22-24). Dante stesso, voltandosi dalle Stelle fisse, vede la Terra tanto piccola da sorridere «del suo vil sembiante» (Paradiso XXII, 133-135).
Cacciaguida e la missione
Al centro della cantica, in Marte, Dante incontra il trisavolo Cacciaguida, morto in una crociata (Paradiso XV, Paradiso XVI, Paradiso XVII). L'antenato rievoca la Firenze sobria di un tempo, poi scioglie le profezie oscure udite nel viaggio e annuncia apertamente l'esilio: «Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente» (Paradiso XVII, 55-56). Dante chiede se gli convenga riferire ciò che ha visto, sapendo che offenderà molti potenti. La risposta è l'investitura del poeta.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,tutta tua vision fa manifesta;e lascia pur grattar dov'è la rogna.Paradiso XVII, 127-129
Il verso finale, volutamente rude, mostra che anche nel Paradiso la lingua di Dante non rinuncia al registro basso quando serve.
Simmetrie con le altre cantiche
La cantica riprende lo schema delle prime due: nove zone più una, un proemio con invocazione (qui ad Apollo, Paradiso I, 13), il canto sesto dedicato alla politica, la parola «stelle» in chiusura. Anche qui ci sono soglie interne. I primi tre cieli sono ancora toccati dal cono d'ombra che la Terra proietta nello spazio e che finisce in Venere (Paradiso IX, 118-119): vi appaiono anime la cui virtù ebbe un limite. E come nelle altre cantiche la guida cambia verso la fine.
L'Empireo e la visione
Uscito dal Primo Mobile, Dante entra nel «ciel ch'è pura luce» (Paradiso XXX, 39). Vede prima un fiume luminoso fra due rive fiorite (Paradiso XXX, 61-63); quando vi bagna gli occhi il fiume si allarga e si rivela per ciò che è: la «candida rosa» (Paradiso XXXI, 1), l'anfiteatro in cui siedono i beati, ora visibili con il loro volto. Dante si gira per interrogare Beatrice e al suo posto trova un vecchio (Paradiso XXXI, 59): è San Bernardo, il grande devoto di Maria. Beatrice è tornata al suo seggio, e da lontano gli sorride.
Bernardo gli mostra come sono disposti i beati (Paradiso XXXII) e poi rivolge alla Vergine la preghiera che apre l'ultimo canto, «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» (Paradiso XXXIII, 1), perché Dante possa guardare Dio. La visione procede per gradi: l'universo intero raccolto «con amore in un volume» (Paradiso XXXIII, 85-87); tre cerchi di tre colori e della stessa ampiezza, la Trinità (Paradiso XXXIII, 115-117); nel secondo cerchio una figura umana, l'Incarnazione. Dante cerca di capire come l'immagine si adatti al cerchio; non ci riesce con le sue forze, e un lampo gli concede ciò che voleva (Paradiso XXXIII, 137-141). Il poema si chiude sul desiderio e sulla volontà di Dante ormai mossi dall'«amor che move il sole e l'altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145).
- Tema di fondo è l'ineffabilità: «Trasumanar significar per verba / non si poria» (Paradiso I, 70-71).
- I beati risiedono tutti nell'Empireo e si mostrano nei cieli solo per farsi capire da Dante (Paradiso IV, 28-42).
- Le anime sono luci: formano una croce in Marte, un'aquila in Giove, salgono una scala in Saturno.
- Anche in Paradiso ci sono invettive contro la Chiesa corrotta: Paradiso XXI, Paradiso XXII, Paradiso XXVII.
- Cacciaguida predice l'esilio e affida a Dante il compito di dire tutto (Paradiso XVII, 127-129).
- Nell'Empireo san Bernardo sostituisce Beatrice; la preghiera alla Vergine (Paradiso XXXIII, 1) ottiene a Dante la visione di Dio.