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Indice dei canti
Dante, pensoso con la mano al mento, è seduto davanti a Beatrice che apre le braccia verso due sfere di luce: una con volti di donne velate, l'altra con uomini barbuti e coronati.
Beatrice scioglie i due dubbi di Dante sulla sede dei beati e sui voti mancati per violenza.
Paradiso · Cielo della Luna

Paradiso, Canto IV

«Intra due cibi, distanti e moventi…»

Nel canto quarto Beatrice chiarisce due dubbi di Dante, che ella ha intuito senza che il suo discepolo glieli rivelasse.

Luogo
Cielo della Luna
Anime
Spiriti che mancarono ai voti
Personaggi
Beatrice
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto IV

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Intra due cibi, distanti e moventiAd'un modo, prima si morria di fame,Bche liber'omo l'un recasse ai denti;A

Posto fra due cibi, ugualmente distanti e ugualmente allettanti, l’uomo dotato di libero arbitrio morirebbe di fame prima di portarne uno ai denti;
Tra due cibi, ugualmente distanti e attraenti, un uomo libero morirebbe di fame prima di portarne uno ai denti;
4

sì si starebbe un agno intra due brameBdi fieri lupi, igualmente temendo;Csì si starebbe un cane intra due dame:B

allo stesso modo starebbe immobile un agnello tra due lupi affamati e feroci, temendo nella stessa misura l’uno e l’altro; Cosi se ne starebbe un cane tra due daini (senza inseguirne alcuno):
così starebbe fermo un agnello tra due bramosie di lupi feroci, temendoli ugualmente; così starebbe fermo un cane tra due daini:
7

per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,Cda li miei dubbi d'un modo sospinto,Dpoi ch'era necessario, né commendo.C

perciò, per il fatto che io tacessi, non mi biasimo, né mi vanto, perché non potevo farne a meno. essendo io premuto in ugual misura dai miei dubbi (e impedito di fare una libera scelta).
per questo, se io tacevo, spinto in egual modo dai miei due dubbi, non mi rimprovero né mi lodo, poiché era inevitabile.
10

Io mi tacea, ma 'l mio disir dipintoDm'era nel viso, e 'l dimandar con ello,Epiù caldo assai che per parlar distinto.D

lo me ne stavo zitto, ma il mio desiderio mi era dipinto in volto. e con il desiderio la domanda assai più efficace che non se l’avessi espressa esplicitamente.
Io tacevo, ma il mio desiderio era dipinto sul mio volto, e con esso la domanda, molto più viva che se l'avessi espressa a parole.
13

Fé sì Beatrice qual fé Daniello,ENabuccodonosor levando d'ira,Fche l'avea fatto ingiustamente fello;E

Beatrice agì con me come fece Daniele con Nabucodonosor, quando lo liberò dall’ira, che l’aveva reso ingiustamente crudele:
Beatrice fece come fece Daniele, liberando dall'ira Nabucodonosor, che essa aveva reso ingiustamente crudele;
16

e disse: «Io veggio ben come ti tiraFuno e altro disio, sì che tua curaGsé stessa lega sì che fuor non spira.F

e disse: “ lo vedo chiaramente come due dubbi (di ugual forza) ti stimolano a chiedere, in modo che la tua ansia (di risolverli entrambi) impaccia se stessa così che non riesce a manifestarsi.
e disse: «Io vedo bene come ti attirano l'uno e l'altro desiderio, così che il tuo pensiero lega sé stesso e non riesce a esprimersi.
19

Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,Gla violenza altrui per qual ragioneHdi meritar mi scema la misura?".G

22

Ancor di dubitar ti dà cagioneHparer tornarsi l'anime a le stelle,Isecondo la sentenza di Platone.H

Tu ragioni così: “Se la buona volontà persevera nel proposito fatto, per quale motivo la violenza altrui (impedendomi di osservarlo) mi diminuisce la quantità del merito?” Ti dà motivo di ulteriore dubbio il fatto che le anime, secondo l’opinione di Platone, sembrano ritornare (dopo la morte del corpo) nei cieli.
Tu ragioni: “Se la buona volontà persiste, per quale ragione la violenza altrui mi diminuisce la misura del merito?”. Inoltre ti dà motivo di dubitare il fatto che le anime sembrano tornare alle stelle, secondo la dottrina di Platone.
25

Queste son le question che nel tuo velleIpontano igualmente; e però priaJtratterò quella che più ha di felle.I

28

D'i Serafin colui che più s'india,JMoisè, Samuel, e quel GiovanniKche prender vuoli, io dico, non Maria,J

31

non hanno in altro cielo i loro scanniKche questi spirti che mo t'appariro,Lné hanno a l'esser lor più o meno anni;K

Questi sono i dubbi che premono con uguale forza sulla tua volontà; e pertanto risponderò prima a quello che è più pericoloso Quello dei Serafini che sta più vicino a Dio, Mosè, Samuele, e quello dei due Giovanni che preferisci, e neppure, dico, la Vergine Maria, hanno la loro sede in un cielo diverso da quello dove risiedono questi spiriti che ti sono apparsi or ora, né è stato assegnato alla loro beatitudine un numero maggiore o minore di anni;
Queste sono le questioni che premono in ugual misura sulla tua volontà; perciò tratterò per prima quella che ha più veleno. Il Serafino che più si unisce a Dio, Mosè, Samuele, e quel Giovanni che vuoi, dico, e neppure Maria, non hanno i loro seggi in un cielo diverso da quello di questi spiriti che ora ti sono apparsi, né hanno al loro essere (beato) più o meno anni;
34

ma tutti fanno bello il primo giro,Le differentemente han dolce vitaMper sentir più e men l'etterno spiro.L

ma tutti quanti i beati adornano l’Empireo, il primo cielo, e godono della beatitudine in misura diversa secondo la loro capacità di sentire più o meno intensamente l’amore divino.
ma tutti rendono bello il primo cerchio (l'Empireo), e hanno in modo diverso una dolce vita, perché sentono più o meno il soffio eterno (di Dio).
37

Qui si mostraro, non perché sortitaMsia questa spera lor, ma per far segnoNde la celestial c'ha men salita.M

(Gli spiriti che hai visto) ti apparvero nel cielo della Luna, non perché sia loro assegnata in sorte questa sfera, ma per darti un segno sensibile del loro grado di beatitudine che è 1’ultimo nel cielo Empireo.
Si sono mostrati qui non perché sia stato loro assegnato questo cielo, ma per indicare il grado celeste che ha meno altezza.
40

Così parlar conviensi al vostro ingegno,Nperò che solo da sensato apprendeOciò che fa poscia d'intelletto degno.N

Con segni sensibili occorre parlare alla vostra intelligenza, perché solo dalla percezione sensibile essa apprende le immagini che poi trasforma in concetti.
È necessario parlare così al vostro ingegno, perché esso apprende soltanto da ciò che viene dai sensi quello che poi rende degno dell'intelletto.
43

Per questo la Scrittura condescendeOa vostra facultate, e piedi e manoPattribuisce a Dio, e altro intende;O

Per questo la Sacra Scrittura s’adatta alla vostra capacita, e attribuisce a Dio piedi e mani, intendendo alludere ad altro (cioè agli attributi spirituali della divinità);
Per questo la Scrittura si adatta alle vostre capacità, e attribuisce a Dio piedi e mani, e intende un'altra cosa;
46

e Santa Chiesa con aspetto umanoPGabriel e Michel vi rappresenta,Qe l'altro che Tobia rifece sano.P

e la Santa Chiesa vi rappresenta con figura umana Gabriele e Michele, e l’altro arcangelo, Raffaele, che guari Tobia.
e la Santa Chiesa vi rappresenta con aspetto umano Gabriele e Michele, e l'altro (Raffaele) che guarì Tobia.
49

Quel che Timeo de l'anime argomentaQnon è simile a ciò che qui si vede,Rperò che, come dice, par che senta.Q

Ciò che (Platone) dice nel Timeo intorno alla sorte delle anime non è conforme a ciò che si vede nel cielo della Luna, poiché pare che intenda proprio in senso letterale (quello che afferma).
Ciò che il Timeo sostiene a proposito delle anime non è simile a ciò che qui si vede, perché sembra che egli lo pensi alla lettera, così come dice.
52

Dice che l'alma a la sua stella riede,Rcredendo quella quindi esser decisaSquando natura per forma la diede;R

Platone sostiene che l’anima (dopo la morte) ritorna alla sua stella, poiché crede che essa sia stata staccata da li quando la natura l’assegnò al corpo come principio informatore;
Dice che l'anima ritorna alla sua stella, credendo che si sia staccata da lì quando la natura la diede come forma (al corpo);
55

e forse sua sentenza è d'altra guisaSche la voce non suona, ed esser puoteTcon intenzion da non esser derisa.S

ma forse la sua opinione è diversa da quello che significano, letteralmente, le sue parole, e può darsi che egli sostenga un principio che non meriti di essere deriso.
e forse il suo pensiero è diverso da come suonano le parole, e può avere un significato da non deridere.
58

S'elli intende tornare a queste ruoteTl'onor de la influenza e 'l biasmo, forseUin alcun vero suo arco percuote.T

Se egli intende far risalire a questi cieli il merito e il biasimo degli influssi buoni e cattivi sulle anime, forse il suo pensiero coglie in parte la verità.
Se egli intende che ritornino a questi cieli l'onore e il biasimo del loro influsso, forse il suo arco colpisce qualcosa di vero.
61

Questo principio, male inteso, torseUgià tutto il mondo quasi, sì che Giove,VMercurio e Marte a nominar trascorse.U

Questa dottrina degli influssi celesti, male intesa nel suo significato, un tempo fece errare quasi tutto il mondo, tanto che questo giunse a chiamare gli astri col nome di Giove, Mercurio e Marte.
Questo principio, frainteso, sviò già quasi tutto il mondo, così che arrivò a chiamare per nome (come dèi) Giove, Mercurio e Marte.
64

L'altra dubitazion che ti commoveVha men velen, però che sua maliziaWnon ti poria menar da me altrove.V

L’altro dubbio che ti turba è meno pericoloso, poiché l’errore che può derivare da esso non ti potrebbe allontanare da me (cioè dalla vera fede).
L'altro dubbio che ti agita ha meno veleno, perché la sua malizia non potrebbe allontanarti da me.
67

Parere ingiusta la nostra giustiziaWne li occhi d'i mortali, è argomentoXdi fede e non d'eretica nequizia.W

Che la giustizia divina possa sembrare ingiusta agli occhi dei mortali, è motivo di fede e non di iniquo atteggiamento di eresia.
Che la nostra giustizia (divina) sembri ingiusta agli occhi dei mortali è motivo di fede, e non di malvagità eretica.
70

Ma perché puote vostro accorgimentoXben penetrare a questa veritate,Ycome disiri, ti farò contento.X

Ma poiché il vostro intelletto può ben giungere a comprendere questa verità (sui voti inadempiuti), ti accontenterò, dandoti la spiegazione che tu desideri.
Ma poiché la vostra intelligenza può penetrare bene questa verità, ti accontenterò come desideri.
73

Se violenza è quando quel che pateYniente conferisce a quel che sforza,Znon fuor quest'alme per essa scusate;Y

76

ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,Zma fa come natura face in foco,AAse mille volte violenza il torza.Z

Se si ha vera violenza solo quando chi la subisce non asseconda minimamente colui che la compie, queste anime non possono essere giustificate completamente a causa di tale violenza, perché, se non vuole, la volontà non si piega, ma si comporta come fa la natura nella fiamma (che tende sempre ad andare verso l’alto), anche se una forza violenta cerca di piegarla verso il basso.
Se c'è violenza quando colui che la subisce non collabora per nulla con chi lo costringe, queste anime non furono scusate per essa; perché la volontà, se non vuole, non si spegne, ma fa come fa la natura del fuoco, anche se la violenza lo piega mille volte.
79

Per che, s'ella si piega assai o poco,AAsegue la forza; e così queste feroABpossendo rifuggir nel santo loco.AA

Per cui, se la volontà cede, o di molto o di poco, asseconda la violenza; e così fecero queste anime (cioè si piegarono alla violenza), mentre avrebbero potuto ritornare nel chiostro.
Per cui, se essa si piega molto o poco, asseconda la forza; e così fecero queste anime, pur potendo tornare nel luogo santo (il convento).
82

Se fosse stato lor volere intero,ABcome tenne Lorenzo in su la grada,ACe fece Muzio a la sua man severo,AB

85

così l'avria ripinte per la stradaACond'eran tratte, come fuoro sciolte;ADma così salda voglia è troppo rada.AC

Se la loro volontà fosse stata salda, come quella che tenne San Lorenzo immobile sulla graticola, e quella che rese Muzio Scevola inesorabile con la propria mano (tenendola sul fuoco), certamente le avrebbe spinte a ripercorrere la strada dalla quale erano state sviate, non appena furono libere (dalla violenza materiale); ma una volontà così salda è molto rara.
Se la loro volontà fosse stata integra, come quella che mantenne Lorenzo sulla graticola e che rese Muzio severo verso la propria mano, le avrebbe spinte di nuovo sulla strada da cui erano state portate via, appena furono libere; ma una volontà così salda è troppo rara.
88

E per queste parole, se ricolteADl'hai come dei, è l'argomento cassoAEche t'avria fatto noia ancor più volte.AD

E da queste parole, se le hai assimilate dentro di te come devi, risulta annullato il tuo ragionamento che ti avrebbe procurato turbamento molte altre volte ancora.
E con queste parole, se le hai accolte come devi, è annullato il ragionamento che ti avrebbe dato fastidio ancora molte volte.
91

Ma or ti s'attraversa un altro passoAEdinanzi a li occhi, tal che per te stessoAFnon usciresti: pria saresti lasso.AE

94

Io t'ho per certo ne la mente messoAFch'alma beata non poria mentire,AGperò ch'è sempre al primo vero appresso;AF

Ma ora ti si pone davanti alla mente un’altra difficoltà, tale, che con le tue sole forze non saresti in grado di superare: ti stancheresti prima. Io ti ho fatto capire come cosa certa che un anima beata non può mentire, poiché essa è sempre vicina a Dio, la verità suprema;
Ma ora ti si para davanti agli occhi un altro passaggio, tale che da solo non ne usciresti: ti stancheresti prima. Io ti ho messo come certo nella mente che un'anima beata non potrebbe mentire, perché è sempre vicina alla prima verità (Dio);
97

e poi potesti da Piccarda udireAGche l'affezion del vel Costanza tenne;AHsì ch'ella par qui meco contradire.AG

e dopo questo hai potuto udire da Piccarda che Costanza mantenne salda la volontà di osservare il voto; cosi che sembra che le sue parole in questo punto siano in contraddizione con le mie.
e poi hai potuto udire da Piccarda che Costanza mantenne l'affetto per il velo; così che lei sembra qui contraddirmi.
100

Molte fiate già, frate, addivenneAHche, per fuggir periglio, contra gratoAIsi fé di quel che far non si convenne;AH

Fratello, è già accaduto molte volte che, per fuggire un danno, si sia fatto a malincuore qualche cosa che non si sarebbe dovuto fare;
Molte volte ormai, fratello, è accaduto che, per sfuggire a un pericolo, contro voglia si sia fatto ciò che non era conveniente fare;
103

come Almeone, che, di ciò pregatoAIdal padre suo, la propria madre spense,AJper non perder pietà, si fé spietato.AI

come Almeone, il quale, pregato di questo dal padre, uccise la propria madre, e così, per non mancare all’obbligo della pietà filiale (verso il padre), divenne spietato (verso la madre). Quando:
come Alcmeone che, pregato di ciò dal padre, uccise la propria madre, e per non mancare di pietà (filiale) diventò spietato.
106

A questo punto voglio che tu penseAJche la forza al voler si mischia, e fannoAKsì che scusar non si posson l'offense.AJ

109

Voglia assoluta non consente al danno;AKma consentevi in tanto in quanto teme,ALse si ritrae, cadere in più affanno.AK

si giunge a questo punto (cioè al punto di commettere il male per fuggire un altro male! voglio che tu comprenda che la violenza altrui si mescola alla volontà (di chi la subisce), e (così unite) fanno si che non si possano scusare (come involontarie) le offese a Dio. La volontà assoluta non acconsente al male; ma vi acconsente solo in quanto teme, se si trae indietro, di provocare un male peggiore.
A questo punto voglio che tu pensi che la forza si mescola alla volontà, e fanno sì che le colpe non si possano scusare. La volontà assoluta non acconsente al male; ma vi acconsente in quanto teme, se si ritrae, di cadere in un danno maggiore.
112

Però, quando Piccarda quello spreme,ALde la voglia assoluta intende, e ioAMde l'altra; sì che ver diciamo insieme».AL

Perciò, quando Piccarda afferma quello, intende riferirsi alla volontà assoluta, e io invece all’altra; cosicché entrambe diciamo la verità ”.
Perciò, quando Piccarda afferma ciò, intende parlare della volontà assoluta, e io dell'altra; così che diciamo il vero entrambe».
115

Cotal fu l'ondeggiar del santo rioAMch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva;ANtal puose in pace uno e altro disio.AM

Questo fu lo svolgimento del santo discorso (paragonato a un ruscello, rio) che uscì dalla sorgente (Dio) dalla quale deriva ogni verità; ed esso risolse entrambi i miei dubbi.
Tale fu lo scorrere del santo ruscello che uscì dalla fonte da cui deriva ogni verità; così mise in pace l'uno e l'altro desiderio.
118

«O amanza del primo amante, o diva»,ANdiss'io appresso, «il cui parlar m'inondaAOe scalda sì, che più e più m'avviva,AN

121

non è l'affezion mia tanto profonda,AOche basti a render voi grazia per grazia;APma quei che vede e puote a ciò risponda.AO

Io poi dissi: “O amata da Dio, primo amore, o creatura divina, le cui parole mi attraversano e mi riscaldano con tale intensità, che mi vivificano sempre di più, il mio sentimento di gratitudine (per quanto grande) non può bastare a ringraziarvi del dono da voi ricevuto; ma Colui che tutto vede e tutto può vi ricompensi.
«O amata del primo amante (Dio), o creatura divina», dissi io poi, «le cui parole mi inondano e mi scaldano così che mi ravvivano sempre più, il mio affetto non è tanto profondo da bastare a ricambiarvi grazia per grazia; ma colui che vede e può risponda per me.
124

Io veggio ben che già mai non si saziaAPnostro intelletto, se 'l ver non lo illustraAQdi fuor dal qual nessun vero si spazia.AP

Io ben comprendo che mai la nostra mente può saziarsi, se non è illuminata da quella verità al di fuori della quale non può esistere nessun altro vero.
Io vedo bene che il nostro intelletto non si sazia mai, se non lo illumina quella verità (Dio) fuori della quale nessuna verità si estende.
127

Posasi in esso, come fera in lustra,AQtosto che giunto l'ha; e giugner puollo:ARse non, ciascun disio sarebbe frustra.AQ

Appena ha raggiunto questa verità, la nostra mente si riposa in essa come la fiera (si riposa, sazia) nella sua tana; e la può raggiungere: altrimenti (se non), ogni nostro desiderio (di possedere la verità) sarebbe vano.
Si riposa in essa, come una fiera nella tana, appena l'ha raggiunta; e può raggiungerla: altrimenti ogni desiderio sarebbe vano.
130

Nasce per quello, a guisa di rampollo,ARa piè del vero il dubbio; ed è naturaASch'al sommo pinge noi di collo in collo.AR

Per questo desiderio il dubbio spunta ai piedi della verità, come un germoglio alla radice della pianta; ed e un impulso naturale quello che ci spinge a salire di colle in colle fino alla vetta suprema.
Per questo il dubbio nasce come un germoglio ai piedi della verità; ed è la natura che ci spinge verso la cima, di colle in colle.
133

Questo m'invita, questo m'assicuraAScon reverenza, donna, a dimandarviATd'un'altra verità che m'è oscura.AS

Questo fatto (il dubbio come impulso per la conquista del vero) mi invita, questo mi dà coraggio, o donna, a chiedervi umilmente la spiegazione di un’altra verità che mi è oscura.
Questo mi invita, questo mi dà sicurezza, con riverenza, signora, di domandarvi un'altra verità che mi è oscura.
136

Io vo' saper se l'uom può sodisfarviATai voti manchi sì con altri beni,AUch'a la vostra statera non sien parvi».AT

Desidero sapere se l’uomo può compensare al vostro cospetto i voti inadempiuti commutandoli con altre opere buone, tali che, pesate sulla bilancia della vostra giustizia, non sembrino piccole”.
Io voglio sapere se l'uomo può compensarvi i voti non adempiuti con altre opere buone, che sulla vostra bilancia non siano scarse».
139

Beatrice mi guardò con li occhi pieniAUdi faville d'amor così divini,AVche, vinta, mia virtute diè le reni,AU

142

e quasi mi perdei con li occhi chini.AV

Beatrice mi guardò con gli occhi così divinamente pieni di sfavillante amore, che la mia facoltà visiva, vinta, dovette distogliersi da lei, e chinando i miei occhi quasi venni meno.
Beatrice mi guardò con gli occhi pieni di scintille d'amore così divine che la mia vista, vinta, si volse indietro, e quasi mi smarrii con gli occhi abbassati.

Riassunto del canto IV

Nel canto quarto Beatrice chiarisce due dubbi di Dante, che ella ha intuito senza che il suo discepolo glieli rivelasse. Il primo dubbio riguarda le anime che non hanno adempiuto completamente i voti: se esse hanno dovuto cedere alla violenza altrui, come possono essere considerate responsabili? Il secondo dubbio nasce dalla presenza dei beati nei singoli cieli: allora - si chiede Dante - le anime ritornano nel cielo da cui sono venute, così come afferma Platone? Beatrice affronta per primo questo dubbio, perché lo ritiene più dannoso per la fede. La vera sede dei beati è l’Empireo: essi appaiono nei diversi cieli affinché Dante possa avere una prova sensibile dei loro digerenti gradi di beatitudine, perché l’intelletto umano può apprendere solo ciò che proviene dal dato sensibile. Perciò si deve respingere la dottrina platonica del ritorno di ogni anima nel cielo dal quale si era staccata per entrare nel corpo. Per spiegare la responsabilità delle anime della prima sfera che hanno mancato ai loro voti, Beatrice distingue una volontà assoluta e una volontà relativa. La prima non vuole in alcun modo il male, la seconda si piega ad un male per evitarne uno peggiore: così fecero appunto gli spiriti del primo cielo, laddove invece avrebbero dovuto opporsi con tutte le loro forze alla violenza (ritornando, per esempio nel caso di Piccarda e di Costanza, al convento dal quale erano state fatte uscire). Dopo aver innalzato un inno di lode e di ringraziamento a Beatrice, Dante rivolge alla donna amata una nuova domanda, alla quale ella risponderà nei canto seguente.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo della Luna: Spiriti che mancarono ai voti. Volti trasparenti come riflessi.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il quarto è certamente uno dei canti più dottrinali de] Paradiso, una di quelle pagine ragionative che più resistono alla forza trasfigurante della fantasia per la natura stessa dell’argomento. Per questo motivo l’attenzione dei critici si è rivolta soprattutto all’ultima parte del canto, nella quale si propone un tema decisamente lirico, tanto più suggestivo quanto più esso appare sorretto da immagini ampie e ricche di movimento dopo le serrate e rigorose articolazioni dialettiche del discorso di Beatrice. Tuttavia nella prima parte del canto il lettore non può non avvertire, come nota il Di Pino, la tensione sempre fervida e incalzante dell’intelletto: "E’ questa una energia di fondo di tutta la Commedia e specialmente del Paradiso. Il suo costante spirare deriva, ovviamente, dalla personalità morale e dottrinale di Dante. Ed è proprio questa energia mentale che... coordina senza rottura le regioni poetiche e quelle impoetiche del poema. E pur di tanto in tanto, dalle giunture più affaticate, emana quel calore implicito della mente, il caldo amore per la verità posseduta". Messo in rilievo questo elemento indispensabile a una giusta valutazione del canto quarto, appare interessante soffermarsi su due argomenti che esso propone alla nostra attenzione: i riferimenti al mondo poetico e filosofico classico e la esaltazione della volontà eroica nell’uomo. L’esordio, nel quale le tre similitudini richiamano un analogo passo di Ovidio (Metamorfosi V, 164-167), conferma, secondo una giusta osservazione del Di Pino, la persistenza delle fonti ovidiane che, a partire dai canti del paradiso terrestre, sostituiscono quasi completamente quelle virgiliane. Questo fatto ha una sua spiegazione: sollecitato dalla evidente analogia tra l’Eden cristiano e l’età dell’oro vagheggiata dai pagani, Dante richiama spesso passi delle Metamorfosi (che avevano cantato l’incanto di quel tempo felice) nella parte finale del Purgatorio e continua a chiedere ispirazione alla poesia ovidiana anche nei primi canti del Paradiso (si veda, ad esempio, la protasi della cantica). Non è un richiamo di valore secondario e di carattere erudito, ma rivela in Dante la volontà di conservare quanto è accettabile del patrimonio classico anche all’inizio del Paradiso, all’inizio, cioè, di quella parte del suo poema che è esaltazione pura del verbo cristiano. Il fatto, anzi, di entrare nel tessuto vivo della terza cantica, conferisce quasi un crisma di santità a quanto il Poeta ha salvato del mondo degli dei falsi e bugiardi. Tuttavia questo fervido classicismo di Dante è più chiaramente affermato a partire dal verso 24, dove il nome di Platone è ricordato proprio nel momento in cui il Poeta imposta l’ordinamento morale del suo paradiso. Dante non poteva ignorare che la teoria platonica riguardante i cieli e le anime che ad essi ritornano era stata condannata nel Concilio di Costantinopoli nel 540; egli stesso, del resto, la definisce piena di felle. Tuttavia non interrompe il suo ragionamento su questa decisa affermazione, perché più oltre dichiara: forse sua sentenza è d’altra guisa... forse in alcun vero suo arco percuote. E’ certo che Dante in questo momento si sente vicino Platone; ma ciò avviene non perché il poeta cristiano non accetti le teorie, ma perché si sente accomunato al grande filosofo greco da un’intuizione, da un repentino colpo d’ala della mente, la quale, nel suo moto ascensionali verso l’alto, avverte nei cieli un’anima, un fremito spirituale che attraversa con forza inarrestabile un universo geometricamente conchiuso. Ancora una volta Dante è attratto da un pen siero che è al di fuori di quello cristiano. Anche se egli condanna la teoria di Platone come piena di felle, alle stesso modo in cui ha già condannato il folle volo di Ulisse, sembra di leggere in questi suoi versi "la sostanza intrepida di un ardimento intellettuale che cerca altre frontiere" (Di Pino). Ad un certo momento in Dante, che aveva già conosciuto le dottrine di Platone attraverso Avicenna, Averroè, Alberto Magno, Sant’Agostino (se non addirittura nella traduzione che Calcidio fece del Timeo), si nota una più larga ammissione del pensiero platonico, e, in particolare, di quello relativo alle intelligenze celesti. "Verosimilmente, questo momento coincide con quello della maggiore maturità del Poeta; il momento, cioè in cui egli, collocando la materia del Paradiso entro la intelaiatura aristotelica, intravede nei cieli una carica di pensosità umana che non solo Aristotile ma neppure San Tommaso poteva suggerirgli. Forse, a questo punto, egli scopre - come dirà nell’ultima epistola (XIII, 84) - che Platone si esprime per metafore e che per "luce intellettuale" vede ciò che non può rendere col senso letterale." (Di Pino)Non è tanto il pensiero di Dante che riceve alimento da Platone, quanto la sua poesia, le sue intuizioni spirituali e psicologiche, grazie alle quali il terzo regno non è più un organismo rigidamente mosso dal Primo Motore, ma è vivificato dal palpito delle intelligenze angeliche, dai sorrisi, dalle danze, dai canti, dalla presenza, in una parola, delle anime beate (anche se, a proposito di quest’ultimo fatto, Dante si preoccupa di sottolineare che è solo una finzione poetica). Il secondo elemento peculiare del canto quarto è l’esaltazione delle virtù eroiche dell’uomo, la quale testimonia che la scoperta dei valori umani non è stata propria soltanto della cultura del ‘400 e del ‘500. I versi 73-132, dominati dal motivo della volontà che mai s’amorza e del desiderio di conoscenza che mai s’appaga, volontà e desiderio che hanno come loro ultimo termine la visione di Dio, accertano la validità di questa affermazione: la caratteristica del grande umanesimo dantesco è la scoperta dell’accordo profondo dei valori umani (quali la fortezza, l’amore, la gloria, la sapienza, la giustizia) con le esigenze della religione e della fede. Questo è il presupposto di tutta la poesia del Paradiso.

Personaggi del canto IV

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Al livello Approfondito trovi un'altra scheda, con le fonti e il dibattito critico.

Fonti
Paradiso · Canto IV Approfondito

Il Timeo: stelle pagane e stelle cristiane

vv. 49-54Quel che Timeo de l'anime argomentanon è simile a ciò che qui si vede,però che, come dice, par che senta.Dice che l'alma a la sua stella riede,credendo quella quindi esser decisaquando natura per forma la diede;Leggi nel testo

Dante ha un dubbio: Platone, nel dialogo Timeo, sostiene che le anime tornano dopo la morte alla stella da cui sono discese. Le anime apparse nella Luna confermano questa idea? Beatrice risponde affiancando due libri lontanissimi tra loro, il Timeo e la Bibbia.

Spiega che le anime abitano tutte nell'Empireo e appaiono nei vari cieli solo per farsi capire da Dante, che ha bisogno di immagini sensibili. Poi interpreta Platone in modo allegorico: forse non voleva dire che le anime tornano alle stelle, ma che agli influssi delle stelle va attribuito il merito o la colpa di certe inclinazioni.

È un procedimento tipico del Medioevo: leggere i testi antichi alla luce della fede, come si faceva con la quarta Ecloga di Virgilio. Dante crede agli influssi degli astri sulla vita umana, ma rifiuta di divinizzarli come facevano i pagani con Giove, Mercurio e Marte. Gli astri sono strumenti della creazione, non divinità.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Dove abitano davvero i beati

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