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Indice dei canti
Beatrice, seduta accanto a Dante, gli parla indicando con la mano Cristo crocifisso in un alone di luce; sul lato opposto Adamo ed Eva sotto l'albero, intorno file di piccole anime luminose.
Beatrice spiega perché la colpa di Adamo fu riscattata con la morte di Cristo in croce.
Paradiso · Cielo di Mercurio

Paradiso, Canto VII

««Osanna, sanctus Deus sabaòth…»

L'anima di Giustiniano si allontana cantando, seguita dagli altri beati del cielo di Mercurio, mentre Dante appare tormentato da un dubbio che non osa rivelare a Beatrice.

Luogo
Cielo di Mercurio
Anime
Spiriti attivi per la gloria
Personaggi
Beatrice
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto VII

Parafrasi
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1

«Osanna, sanctus Deus sabaòth,Asuperillustrans claritate tuaBfelices ignes horum malacòth».A

4

Così, volgendosi a la nota sua,Bfu viso a me cantare essa sustanza,Csopra la qual doppio lume s'addua:B

Salve, o santo Dio degli eserciti, che rendi più luminosi con la tua luce i beati splendori di questi regni! ” Così, volgendosi al ritmo del suo canto mi parve che cantasse quell’anima, sulla quale si raccoglie una duplice luce:
«Osanna, santo Dio degli eserciti, che illumini dall'alto con la tua luce i fuochi felici di questi regni». Così, volgendosi al ritmo del suo canto, vidi cantare quell'anima (Giustiniano), sopra la quale si uniscono due luci:
7

ed essa e l'altre mossero a sua danza,Ce quasi velocissime faville,Dmi si velar di sùbita distanza.C

10

Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'Dfra me, 'dille', dicea, 'a la mia donnaEche mi diseta con le dolci stille'.D

13

Ma quella reverenza che s'indonnaEdi tutto me, pur per Be e per ice,Fmi richinava come l'uom ch'assonna.E

16

Poco sofferse me cotal BeatriceFe cominciò, raggiandomi d'un risoGtal, che nel foco faria l'uom felice:F

19

«Secondo mio infallibile avviso,Gcome giusta vendetta giustamenteHpunita fosse, t'ha in pensier miso;G

Beatrice non permise a lungo che io rimanessi in questo atteggiamento, e incominciò, illuminandomi di un sorriso tale, che renderebbe felice perfino chi si trovasse in mezzo alle fiamme: “ Secondo quello che io, senza possibilità d’errore, penso, ti rende perplesso il fatto che (come) una giusta vendetta abbia potuto meritare una giusta punizione;
ed essa e le altre ripresero la loro danza, e come velocissime scintille mi scomparvero alla vista per l'improvvisa distanza. Io ero in dubbio e dicevo tra me «Dille, dille!», dicevo, «dillo alla mia donna, che mi disseta con le dolci gocce (della verità)». Ma quella riverenza che si impadronisce di tutto me, anche solo per «Be» e per «ice», mi faceva chinare il capo come un uomo che si addormenta. Beatrice mi lasciò poco in quello stato, e cominciò, illuminandomi con un sorriso tale che renderebbe felice un uomo anche nel fuoco: «Secondo il mio giudizio infallibile, ti ha fatto pensare come una giusta vendetta potesse essere giustamente punita;
22

ma io ti solverò tosto la mente;He tu ascolta, ché le mie paroleIdi gran sentenza ti faran presente.H

ma io libererò subito la tua mente (da questo dubbio); e tu ascolta, perché le mie parole ti faranno dono di una grande verità.
ma io ti libererò presto la mente; e tu ascolta, perché le mie parole ti faranno dono di una grande verità.
25

Per non soffrire a la virtù che voleIfreno a suo prode, quell'uom che non nacque,Jdannando sé, dannò tutta sua prole;I

28

onde l'umana specie inferma giacqueJgiù per secoli molti in grande errore,Kfin ch'al Verbo di Dio discender piacqueJ

31

u' la natura, che dal suo fattoreKs'era allungata, unì a sé in personaLcon l'atto sol del suo etterno amore.K

Per non aver sopportato di porre alla propria volontà quel freno che tornava a suo vantaggio, Adamo l’uomo creato direttamente da Dio, condannando se stesso (con il peccato originale),condannò tutta la sua discendenza, per cui la natura umana, malata spiritualmente, per molti secoli giacque immersa nel peccato, finché al Verbo di Dio piacque discendere nel grembo di Maria, dove congiunse alla propria natura divina, in unità di persona, la natura umana, che (con il peccato) si era allontanata dal suo Creatore e fece ciò solo per virtù ed opera dello Spirito Santo.
Per non sopportare un freno alla facoltà che vuole (la volontà) per il suo bene, quell'uomo che non nacque (Adamo), condannando sé stesso, condannò tutta la sua discendenza; per cui la specie umana giacque malata laggiù per molti secoli in un grande errore, finché al Verbo di Dio piacque discendere là dove unì a sé in persona la natura (umana), che si era allontanata dal suo creatore, con il solo atto del suo eterno amore.
34

Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:Lquesta natura al suo fattore unita,Mqual fu creata, fu sincera e buona;L

Ora rivolgi la tua attenzione a quello che ti dimostrerò. La natura umana quando fu unita a Dio, com’era all’atto della creazione, fu senza la macchia del peccato originale e buona;
Ora rivolgi lo sguardo a ciò di cui ora si ragiona: questa natura unita al suo creatore, così come fu creata, era pura e buona;
37

ma per sé stessa pur fu ella sbanditaMdi paradiso, però che si torseNda via di verità e da sua vita.M

ma, staccatasi per sua colpa da Lui, fu cacciata dal paradiso terrestre, perché si era allontanata dalla verità e da ciò che costituiva la sua vera vita (cioè da Dio).
ma per colpa sua fu cacciata dal paradiso, perché si allontanò dalla via della verità e dalla sua vera vita.
40

La pena dunque che la croce porseNs'a la natura assunta si misura,Onulla già mai sì giustamente morse;N

Perciò se si valuta la pena della croce in rapporto alla natura umana assunta da Cristo, nessuna pena colpì mai con altrettanta giustizia;
Dunque la pena che la croce inflisse, se la si misura sulla natura assunta (quella umana), nessuna morse mai così giustamente;
43

e così nulla fu di tanta ingiura,Oguardando a la persona che sofferse,Pin che era contratta tal natura.O

se (invece) si considera la persona che la patì, nella quale questa natura umana si era congiunta (alla natura divina), nessuna pena fu mai così ingiusta.
e allo stesso modo nessuna fu così ingiusta, guardando alla persona che soffrì, nella quale quella natura era unita.
46

Però d'un atto uscir cose diverse:Pch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;Qper lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.P

Perciò da un medesimo atto (la crocifissione) derivarono effetti diversi, poiché la morte di Cristo piacque a Dio e ai Giudei; per questa morte la terra tremò e il cielo si aperse.
Perciò da un solo atto uscirono effetti diversi: perché una stessa morte piacque a Dio e ai Giudei; per essa tremò la terra e si aprì il cielo.
49

Non ti dee oramai parer più forte,Qquando si dice che giusta vendettaRposcia vengiata fu da giusta corte.Q

(Dopo quello che ti ho detto) ormai non ti deve più sembrare difficile da capire, quando si afferma che una giusta punizione fu poi punita dal tribunale della giustizia divina.
Ormai non deve più sembrarti difficile, quando si dice che una giusta vendetta fu poi vendicata da un giusto tribunale.
52

Ma io veggi' or la tua mente ristrettaRdi pensiero in pensier dentro ad un nodo,Sdel qual con gran disio solver s'aspetta.R

Ma ora vedo che la tua mente, passando da un pensiero all’ altro, è rima, sta chiusa dentro un dubbio, dal quale aspetta ansiosamente di essere liberata.
Ma ora vedo la tua mente stretta, di pensiero in pensiero, dentro un nodo, dal quale aspetta con grande desiderio di sciogliersi.
55

Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo;Sma perché Dio volesse, m'è occulto,Ta nostra redenzion pur questo modo".S

Tu pensi: “Capisco chiaramente ciò che ho udito; ma mi rimane incomprensibile perché Dio, per redimerci, abbia scelto proprio questo modo (la passione di Cristo)”.
Tu dici: “Capisco bene ciò che odo; ma mi è nascosto perché Dio abbia voluto proprio questo modo per la nostra redenzione”.
58

Questo decreto, frate, sta sepultoTa li occhi di ciascuno il cui ingegnoUne la fiamma d'amor non è adulto.T

Questa decisione, fratello, è nascosta agli occhi di coloro il cui intelletto non è stato cresciuto e nutrito dalla fiamma dell’amore di Dio (perché solo essa può avvicinare l’uomo al mistero divino che è mistero d’amore).
Questa decisione, fratello, sta sepolta agli occhi di chiunque abbia l'ingegno non maturato nella fiamma dell'amore.
61

Veramente, però ch'a questo segnoUmolto si mira e poco si discerne,Vdirò perché tal modo fu più degno.U

Tuttavia, poiché intorno a questo problema molto ha cercato la mente umana, ma poco è riuscita a capire, ti spiegherò perché questo modo (quello, cioè, della passione di Cristo) è stato ritenuto da Dio il più adatto (per punire e nello stesso tempo salvare gli uomini).
Tuttavia, poiché a questo bersaglio si guarda molto e si capisce poco, dirò perché questo modo fu il più degno.
64

La divina bontà, che da sé sperneVogne livore, ardendo in sé, sfavillaWsì che dispiega le bellezze etterne.V

67

Ciò che da lei sanza mezzo distillaWnon ha poi fine, perché non si moveXla sua imprenta quand'ella sigilla.W

La divina bontà, che respinge lontano da se ogni sentimento contrario all’amore, ardendo in se stessa (del fuoco della carità), lo irradia intorno a se in modo da diffondere (su tutte le creature) le sue eterne bellezze. Ciò che deriva direttamente da Dio è eterno, perché rimane indelebile l’impronta divina quando è suggellata (sulle creature)..
La bontà divina, che respinge da sé ogni invidia, ardendo in sé sfavilla in modo da dispiegare le bellezze eterne. Ciò che deriva da essa direttamente, senza intermediari, non ha poi fine, perché la sua impronta non si cancella quando essa imprime il suo sigillo.
70

Ciò che da essa sanza mezzo pioveXlibero è tutto, perché non soggiaceYa la virtute de le cose nove.X

73

Più l'è conforme, e però più le piace;Yché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,Zne la più somigliante è più vivace.Y

76

Di tutte queste dote s'avvantaggiaZl'umana creatura; e s'una manca,AAdi sua nobilità convien che caggia.Z

Ciò che discende direttamente da Lui è perfettamente libero, perché non è soggetto all’influsso dei cieli. (Ciò che è creato direttamente da Dio, essendo dotato di incorruttibilità e di eternità) è più conforme a Lui, e perciò gli è più gradito poiché lo splendore divino che irraggia ogni cosa, risplende più intensamente in quella che più gli assomiglia. Di tutte queste doti (immortalità, libertà, somiglianza a Dio) si avvantaggia (sulle altre cose create) l’uomo; e se una sola di queste sue proprietà gli viene a mancare, egli necessariamente decade dalla sua condizione di privilegio e di perfezione.
Ciò che piove da essa senza intermediari è del tutto libero, perché non è sottoposto all'influenza delle cose create. Le è più conforme, e perciò le piace di più; perché l'ardore santo che illumina ogni cosa è più vivo in quella più somigliante. Di tutti questi doni gode la creatura umana; e se ne manca uno, è inevitabile che decada dalla sua nobiltà.
79

Solo il peccato è quel che la disfrancaAAe falla dissìmile al sommo bene,ABper che del lume suo poco s'imbianca;AA

82

e in sua dignità mai non rivene,ABse non riempie, dove colpa vòta,ACcontra mal dilettar con giuste pene.AB

Solo il peccato però lo priva di questa libertà (facendolo schivo delle passioni), e lo rende dissimile da Dio; per la qual cosa egli poi si illumina della luce divina, e non ritorna più nella sua dignità originaria, se non riempie il vuoto prodotto dalla colpa nell’anima con un’adeguata espiazione che si contrapponga al cattivo diletto (sperimentato nell’atto di peccare).
Soltanto il peccato è ciò che le toglie la libertà e la rende diversa dal sommo bene, per cui viene poco illuminata dalla sua luce; e non ritorna mai alla sua dignità, se non riempie il vuoto lasciato dalla colpa, compensando il piacere peccaminoso con giuste pene.
85

Vostra natura, quando peccò totaACnel seme suo, da queste dignitadi,ADcome di paradiso, fu remota;AC

La natura umana, quando peccò tutta nel suo progenitore, fu privata di questi doni che costituivano la sua dignità, così come venne privata del paradiso terrestre;
La vostra natura, quando peccò tutta nel suo seme (Adamo), fu allontanata da queste dignità, come dal paradiso;
88

né ricovrar potiensi, se tu badiADben sottilmente, per alcuna via,AEsanza passar per un di questi guadi:AD

né essi, se tu esamini con la necessaria sottigliezza, si potevano recuperare in altro modo senza passare per una di queste due vie;
né si potevano recuperare, se rifletti con molta finezza, in nessun modo senza passare per uno di questi guadi:
91

o che Dio solo per sua cortesiaAEdimesso avesse, o che l'uom per sé issoAFavesse sodisfatto a sua follia.AE

o che Dio perdonasse solo per un atto di misericordia, o che l’uomo da se stesso riparasse al suo folle errore.
o che Dio, solo per sua generosità, avesse perdonato, o che l'uomo avesse riparato da sé stesso alla sua follia.
94

Ficca mo l'occhio per entro l'abissoAFde l'etterno consiglio, quanto puoiAGal mio parlar distrettamente fisso.AF

Volgi ora attentamente lo sguardo nell’infinita profondità delle decisioni divine, tenendoti stretto, quanto più puoi, al mio ragionamento.
Ora spingi lo sguardo dentro l'abisso del disegno eterno, tenendolo fisso al mio discorso quanto più puoi.
97

Non potea l'uomo ne' termini suoiAGmai sodisfar, per non potere ir giusoAHcon umiltate obediendo poi,AG

100

quanto disobediendo intese ir suso;AHe questa è la cagion per che l'uom fueAIda poter sodisfar per sé dischiuso.AH

103

Dunque a Dio convenia con le vie sueAIriparar l'omo a sua intera vita,AJdico con l'una, o ver con amendue.AI

L’uomo, chiuso nei limiti di essere finito, non avrebbe mai potuto offrire adeguata riparazione al suo peccato, perché, ritornando all’ubbidienza, non poteva umiliarsi dopo la colpa originale tanto quanto aveva voluto innalzarsi allorché aveva disubbidito a Dio; e questo è il motivo per cui l’uomo fu escluso dalla possibilità di riparare da solo al suo peccato. Perciò era necessario che Dio reintegrasse l’uomo nella pienezza del suo stato primitivo per mezzo della misericordia o della giustizia, usando una delle due oppure entrambe.
L'uomo, entro i suoi limiti, non poteva mai riparare, perché non poteva abbassarsi con l'umiltà, obbedendo poi, tanto quanto disobbedendo aveva preteso di innalzarsi; e questa è la ragione per cui l'uomo fu escluso dalla possibilità di riparare da sé. Dunque era necessario che Dio con le sue vie riportasse l'uomo alla sua vita integra, dico con una sola o con entrambe.
106

Ma perché l'ovra tanto è più graditaAJda l'operante, quanto più appresentaAKde la bontà del core ond'ell'è uscita,AJ

109

la divina bontà che 'l mondo imprenta,AKdi proceder per tutte le sue vie,ALa rilevarvi suso, fu contenta.AK

Ma poiché ogni opera è tanto più gradita a colui che la compie, quanto più dimostra la bontà dell’animo da cui è nata, la divina carità, che imprime il suo suggello sull’universo, si compiacque, per risollevarvi dal peccato, di procedere per entrambe le vie.
Ma poiché l'opera è tanto più gradita a chi la compie quanto più rivela la bontà del cuore da cui è uscita, la bontà divina, che imprime il suo sigillo sul mondo, volle procedere per tutte le sue vie per risollevarvi in alto.
112

Né tra l'ultima notte e 'l primo dieALsì alto o sì magnifico processo,AMo per l'una o per l'altra, fu o fie:AL

Tra il primo giorno (quello della creazione) e l’ultima notte (quella del Giudizio Universale) non ci fu né ci sarà mai un’azione così alta e magnifica, compiuta secondo misericordia o secondo giustizia:
E tra l'ultima notte e il primo giorno (dalla creazione al giudizio finale) non ci fu né ci sarà un procedimento così alto e magnifico, per l'una o per l'altra via:
115

ché più largo fu Dio a dar sé stessoAMper far l'uom sufficiente a rilevarsi,ANche s'elli avesse sol da sé dimesso;AM

perché Dio si mostrò più generoso nell’offrire se stesso per rendere l’uomo capace di risollevarsi, che non se Egli avesse perdonato il peccato solo per un atto della sua misericordia;
perché Dio fu più generoso a donare sé stesso per rendere l'uomo capace di risollevarsi, che se avesse soltanto perdonato da sé;
118

e tutti li altri modi erano scarsiANa la giustizia, se 'l Figliuol di DioAOnon fosse umiliato ad incarnarsi.AN

e tutti gli altri modi (di redenzione) sarebbero stati inadeguati a soddisfare la giustizia divina, se il Figlio di Dio non si fosse abbassato ad assumere la natura umana.
e tutti gli altri modi erano insufficienti per la giustizia, se il Figlio di Dio non si fosse umiliato a incarnarsi.
121

Or per empierti bene ogni disio,AOritorno a dichiararti in alcun loco,APperché tu veggi lì così com'io.AO

Ora per appagare completamente ogni tuo desiderio (di sapere), torno indietro a chiarirti un punto del mio ragionamento, affinché, riguardo ad esso, tu possa comprendere la verità come la comprendo io.
Ora, per soddisfare pienamente ogni tuo desiderio, torno indietro a spiegarti un punto, perché tu lo veda lì così come lo vedo io.
124

Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,APl'aere e la terra e tutte lor mistureAQvenire a corruzione, e durar poco;AP

Tu ti chiedi: “Vedo che l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra e tutti i corpi composti dalla varia unione di questi elementi sono soggetti a corruzione, e hanno una breve vita;
Tu dici: “Io vedo l'acqua, vedo il fuoco, l'aria e la terra e tutte le loro mescolanze corrompersi e durare poco;
127

e queste cose pur furon creature;AQper che, se ciò ch'è detto è stato vero,AResser dovrien da corruzion sicure".AQ

eppure anche queste cose sono state create da Dio, per cui, se ciò che è stato detto (cfr. verso 68) è vero, esse dovrebbero essere immuni da corruzione”.
eppure anche queste cose furono creature; per cui, se ciò che è stato detto è vero, dovrebbero essere al sicuro dalla corruzione”.
130

Li angeli, frate, e 'l paese sinceroARnel qual tu se', dir si posson creati,ASsì come sono, in loro essere intero;AR

Fratello, gli angeli e i cieli, la regione pura nella quale tu ti trovi, possono dirsi, e tali sono veramente, creati da Dio nella pienezza del loro essere;
Gli angeli, fratello, e il luogo puro in cui ti trovi si possono dire creati così come sono, nella pienezza del loro essere;
133

ma li elementi che tu hai nomatiASe quelle cose che di lor si fannoATda creata virtù sono informati.AS

ma gli elementi che tu hai nominato e quelle cose che sono costituite dal loro vario comporsi prendono la loro forma da una causa seconda.
ma gli elementi che tu hai nominato e quelle cose che si fanno di essi ricevono la loro forma da una virtù creata.
136

Creata fu la materia ch'elli hanno;ATcreata fu la virtù informanteAUin queste stelle che 'ntorno a lor vanno.AT

139

L'anima d'ogne bruto e de le pianteAUdi complession potenziata tiraAVlo raggio e 'l moto de le luci sante;AU

La materia prima di questi elementi fu creata direttamente da Dio; creato direttamente fu anche il principio informatore in questi cieli che ruotano intorno a quegli elementi e ai loro composti, La luce e il moto dei cieli estraggono l’anima sensitiva degli animali e quella vegetativa delle piante dalla materia che in potenza è disposta a ciò;
Fu creata la materia che essi hanno; fu creata la virtù che dà forma in queste stelle che girano intorno a loro. Il raggio e il movimento delle luci sante (i cieli) traggono l'anima di ogni animale e delle piante da una materia predisposta;
142

ma vostra vita sanza mezzo spiraAVla somma beninanza, e la innamoraAWdi sé sì che poi sempre la disira.AV

ma la somma bontà di Dio infonde direttamente nell’uomo l’anima intellettiva, e la fa innamorare di se in modo che poi senta sempre il desiderio del suo Creatore.
ma la vostra vita la infonde direttamente la somma bontà, e la fa innamorare di sé così che poi la desidera sempre.
145

E quinci puoi argomentare ancoraAWvostra resurrezion, se tu ripensiAXcome l'umana carne fessi alloraAW

148

che li primi parenti intrambo fensi».AX

E dal fatto che ciò che è creato direttamente da Dio non è soggetto a corruzione puoi dedurre anche la verità della risurrezione dei corpi, se tu consideri come si fece il corpo umano.
E da qui puoi ancora dedurre la vostra resurrezione, se ripensi a come fu fatta la carne umana allora quando furono creati entrambi i primi genitori».

Riassunto del canto VII

L'anima di Giustiniano si allontana cantando, seguita dagli altri beati del cielo di Mercurio, mentre Dante appare tormentato da un dubbio che non osa rivelare a Beatrice. Perché, si chiede il Poeta, Dio ha scelto la morte del Figlio per riscattare l'umanità dal peccato? e perché questa morte, se era necessaria per cancellare la colpa dell'uomo, fu vendicata con la distruzione di Gerusalemme, dove l'Uomo-Dio era stato crocifisso? Tuttavia Beatrice ha compreso le incertezze del suo discepolo e inizia una spiegazione che si protrae per il resto del canto.

In due modi la creatura poteva ottenere il perdono dopo il peccato originale dei progenitori:o per azione di Dio o per azione propria. Tuttavia, poiché l'offesa fatta a Dio era infinita, l'uomo, da solo, non avrebbe mai potuto offrire un'adeguata riparazione. D'altra parte Dio avrebbe potuto perdonarlo solo per un atto di misericordia: invece, nel suo infinito amore, volle offrire in sacrificio il suo stesso Figlio. Dunque - conclude Beatrice - nella natura umana di Cristo fu punita, con la morte tutta l'umanità peccatrice, ma gli uomini che osarono alzare la mano contro la natura divina commisero un atto di folle empietà: per questo la distruzione di Gerusalemme, dove avvenne quell'atto, fu giusta vendetta.

Il canto si chiude con una spiegazione di Beatrice sulla corruttibilità degli elementi generati da cause seconde e l'incorruttibilità di ciò che è creato direttamente da Dio.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo di Mercurio: Spiriti attivi per la gloria. Luci che si nascondono nella propria luce.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Nel canto settimo il Poeta dissolve le forti immagini della visione storica del canto sesto con una ripresa di motivi schiettamente paradisiaci (l'inno di Giustiniano, la luce scintillante e la danza degli altri beati, I'intervento sorridente di Beatrice): un esordio indispensabile all'argomento che verrà trattato: il mistero dell'amore divino per l'uomo. Tuttavia il raccordo tra questi due canti esiste, profondo, perché uno conclude, spiegandola concettualmente, la visione storica che l'altro aveva aperto sotto il volo dell'aquila imperiale.

Non è questa la sede adatta per affrontare delicato problema delle relazioni fra Stato e Chiesa nel pensiero di Dante; tuttavia è possibile un'osservazione, la quale permetterà di rilevare come il canto di Giustiniano non sia stato un rapido excursus storico-politico, ma un canto che si inserisce armonicamente nella trama del Paradiso, perché il motivo ispiratore è, in ultima analisi, quello religioso. Nella Monarchia Dante esaminava l'Impero soprattutto come organismo politico, affermandone l'autonomia di fronte alla Chiesa e distinguendo le sue attribuzioni in rapporto al fine ultimo dell'uomo; auspicava la coordinazione del potere imperiale con quello pontificio e il rispetto, da parte di ciascuna autorità, della libertà dell'altra. Nel Paradiso, invece, il problema è impostato in maniera differente, se non addirittura antitetica. Infatti il Poeta, oltre a dare un posto molto più rilevante ai problemi della Chiesa, che prima aveva quasi ignorati o visti in relazione a quelli dell'Impero, sottolinea fortemente il valore religioso dell'Impero, che ha preparato l'incarnazione, e la missione divina di Roma, accentuando, cioè, il primato della religione e considerando tutta la realtà e tutta la storia soltanto nella luce della fede cristiana: egli Cosi, conclude il Brezzi, trapassa dall'aquila alla croce e si immerge nel misticismo, unendo la sua anima a Dio in un supremo atto d'amore.

Per questo, Dante, dopo aver presentato nel canto sesto la morte di Cristo come un atto legittimo della giurisdizione di Roma, morte che fu poi vendicata da un altro intervento del potere imperiale romano (distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito), ne offre, nel canto settimo, la giustificazione teologica, rilevando continuamente, con un'insistenza che non può essere casuale, il grande amore di Dio verso gli uomini. Roma ha preparato il mondo a questa suprema manifestazione d'amore: Roma dunque, insieme con Cristo, ha salvato l'umanità.

Si conclude così la teologia storica - nella quale Dante ha trasfigurato i valori politici in ideali spirituali - impostata nel canto di Giustiniano.

Non occorre far parte del gruppo di coloro che il Flora definisce i "mistici" dell'esegesi dantesca, "i quali dove non sentono poesia esaltano l'altezza del concetto teologico", per riconoscere la validità poetica del canto settimo: è solo necessario abbandonare la ricerca, alla quale ci ha abituati l'esperienza romantica, della poesia pura, della lirica come vertice supremo dell'arte. Tale ricerca non è che un mito dell'estetismo moderno, laddove la vita organica della Commedia non può che essere pensata nei termini di equilibrio in cui fu pensata da Dante e dai suoi contemporanei, che accettavano la gerarchia poetica - consacrata dalla lunga tradizione classica nella quale i seggi più alti appartenevano alla poesia epica e a quella didascalica. Non è possibile dunque separare la componente poetica da quella dottrinaria, mettendo in rilievo la prima come una gemma di rara bellezza per confinare al bando la seconda quasi fosse un peso morto, perché essa, nella Commedia, e più particolarmente nel Paradiso, offre i motivi e l'atmosfera psicologica all'ispirazione poetica. Quest'ultima, nel canto settimo, si risolve in una lezione teologica animata da un amore appassionato per la verità, dalla commozione di esprimere l'inesprimibile (di gran sentenza ti faran presente), che diventa gioia dell'anima, ebbrezza del possesso della verità. Il canto appare epicamente avvivato dall'impeto teologico, che si distende fin dall'inizio in immagini grandiose, misurate da altezze e precipizi: l'umana specie inferma giacque... questo decreto, frate, sta sepolto alli occhi di ciascuno... la divina bontà... sfavilla sì che dispiega le bellezze esterne... da lei sanza mezzo distilla... da essa sanza mezzo pione... per entro l'abisso dell'esterno consiglio... ir giuso con umiliate... intese ir suso... la divina bontà... a rilevarvi suso fu contenta. Nella meditazione di Beatrice la tragica contrapposizione dell'albero e della croce, della superbia di Adamo e dell'umiltà di Cristo appare investita e trasfigurata dalla forza dell'amore divino, che scioglie il dramma del peccato, assolve la creatura che per secoli molti era stata immersa in grande errore, la unisce a sé con un magnifico processo d'amore, che resterà il più grande, il più esaltante dal primo giorno della creazione fino all'ultimo momento di vita del mondo. L'esilio della creatura si conclude nella gloria paradisiaca, sulle tenebre terrene si distende la luce trionfale del cielo, l'eternità avvolge l'uomo diventato Dio per partecipazione. Un ritmo vitale si sprigiona da questi versi, un respiro vasto e potente ne accompagna lo svolgersi, anche se qua e là riaffiora, inevitabilmente, la durezza di certi nessi scolastici tra un passaggio e l'altro (dunque... ma... o che... o che...; tu dici... tu dici) o l'aridità di certe formule filosofiche (cfr. ad esempio i versi 88-93 e 121-123). Il discorso di Beatrice, iniziato con la visione disperante del peccato (versi 25-29), acquista nell'ultima parte tutto un senso verticale che lo proietta nella contemplazione di Dio che dall'alto irraggia un mondo creato per ritornare, in ogni sua parte, a Lui, fino al trionfo finale della risurrezione della carne. lI canto settimo si svolge, dunque, nella figura geometrica di un cerchio: esso si chiude con un'immagine di luce e di gioia che si riallaccia, con un'armoniosa corrispondenza lirica, all'inno di esultanza e di amore con il quale si era aperto.

Personaggi del canto VII

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Al livello Approfondito trovi un'altra scheda, con le fonti e il dibattito critico.

Teologia
Paradiso · Canto VII Approfondito

La creazione secondo Dante

vv. 130-138Li angeli, frate, e 'l paese sinceronel qual tu se', dir si posson creati,sì come sono, in loro essere intero;ma li elementi che tu hai nomatie quelle cose che di lor si fannoda creata virtù sono informati.Creata fu la materia ch'elli hanno;creata fu la virtù informantein queste stelle che 'ntorno a lor vanno.Leggi nel testo

Beatrice spiega a Dante come Dio ha creato il mondo. Ci sono due tipi di creature. Alcune sono create direttamente da Dio e perciò sono incorruttibili e immortali: gli angeli, i cieli, la materia prima e l'anima umana. Altre sono create in un secondo momento, attraverso una mediazione: gli elementi, le piante, gli animali, che sono soggetti alla corruzione e alla morte.

Gli angeli e i cieli, infatti, trasmettono la «virtù informativa», cioè la forza che dà forma alla materia. Dio crea gli angeli, i cieli e l'umanità; gli angeli e i cieli plasmano a loro volta il resto del mondo. Questa idea derivava dal neoplatonismo ed era accettata da Alberto Magno, ma non da Tommaso d'Aquino, per cui tutte le cose erano create direttamente da Dio.

Da questa teoria discende una conseguenza importante: l'anima umana e il corpo dei primi uomini sono stati creati direttamente da Dio. Per questo la resurrezione dei corpi, alla fine dei tempi, è una verità necessaria. La scelta mostra l'indipendenza intellettuale di Dante.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La creazione

Ne parla la scheda «Come nasce l'anima» (Purg. XXV).

La creazione

Ne parla la scheda «Lucifero, l'angelo ribelle» (Par. XXIX).