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Indice dei canti
Dante, di spalle e con la mano levata, guarda Beatrice in piedi, attorno alla quale una luce splendente traccia tre anelli dorati; sullo sfondo cerchi di anime nel cielo stellato.
La luce di san Pietro gira tre volte intorno a Beatrice prima di esaminare Dante sulla fede.
Paradiso · Cielo delle Stelle fisse

Paradiso, Canto XXIV

««O sodalizio eletto a la gran cena…»

Alle anime che hanno accompagnato l’apparizione di Cristo nel cielo delle stelle fisse, Beatrice chiede di rivelare a Dante una parte della sapienza divina che esse possiedono.

Luogo
Cielo delle Stelle fisse
Anime
Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù
Personaggi
Beatrice, San Pietro
Versi
154 · 51 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXIV

Parafrasi
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1

«O sodalizio eletto a la gran cenaAdel benedetto Agnello, il qual vi cibaBsì, che la vostra voglia è sempre piena,A

4

se per grazia di Dio questi prelibaBdi quel che cade de la vostra mensa,Cprima che morte tempo li prescriba,B

7

ponete mente a l'affezione immensaCe roratelo alquanto: voi beveteDsempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».C

“ O voi che siete stati scelti a partecipare al grande convito in cui si offre come cibo l’Agnello di Dio, il quale vi sazia con tanta abbondanza, che ogni vostro desiderio resta sempre appagato, se, per grazia divina, questi (Dante) pregusta le briciole che cadono dalla vostra mensa, prima che la morte gli segni il termine della sua vita mortale, considerate il suo immenso desiderio (di partecipare al vostro convito) e irroratelo alquanto (della sapienza che possedete): voi attingete sempre dalla fontana della sapienza dalla quale sgorga ciò a cui tende la sua mente. ” Cosi disse Beatrice;
«O compagnia eletta alla grande cena del benedetto Agnello, il quale vi nutre in modo che il vostro desiderio è sempre appagato, se per grazia di Dio costui pregusta qualcosa di ciò che cade dalla vostra mensa, prima che la morte gli fissi il termine della vita, fate attenzione al suo immenso desiderio e bagnatelo un poco (della vostra sapienza): voi bevete sempre alla fonte da cui viene ciò che lui pensa».
10

Così Beatrice; e quelle anime lieteDsi fero spere sopra fissi poli,Efiammando, a volte, a guisa di comete.D

e quelle anime gaudiose assunsero la forma di sfere ruotanti intorno ad un’asse immobile, risplendendo, mentre si volgevano, con la luminosità di comete.
Così disse Beatrice; e quelle anime liete si fecero sfere intorno a punti fissi, fiammeggiando forte come comete.
13

E come cerchi in tempra d'oriuoliEsi giran sì, che 'l primo a chi pon menteFquieto pare, e l'ultimo che voli;E

16

così quelle carole, differente-Fmente danzando, de la sua ricchezzaGmi facieno stimar, veloci e lente.F

E come le ruote nel meccanismo (tempra: letteralmente significa “ armonico accordo di suoni”) degli orologi girano con diversa velocità in modo che, a chi le osserva, la prima appare ferma, e l’ultima sembra volare, così quelle corone d’anime che danzavano girando con moto diverso, mi facevano valutare, in proporzione alla loro maggiore e minore velocità il loro grado di beatitudine.
E come le ruote nel meccanismo degli orologi girano in modo che, a chi le osserva, la prima sembra ferma e l'ultima sembra volare; così quelle danze in cerchio, danzando in modo diverso, veloci e lente, mi facevano valutare la loro ricchezza (di beatitudine).
19

Di quella ch'io notai di più carezzaGvid'io uscire un foco sì felice,Hche nullo vi lasciò di più chiarezza;G

Dalla corona che mi appariva più bella (perché, come spiega il Buti. “era quella degli apostoli e discepoli di Cristo”) vidi uscire una luce cosi splendente di beatitudine, che non lasciò, nella corona stessa, nessun’altra luce più fulgida;
Da quella che notai come la più preziosa vidi uscire un fuoco così felice che non ne lasciò lì nessuno di maggiore splendore;
22

e tre fiate intorno di BeatriceHsi volse con un canto tanto divo,Iche la mia fantasia nol mi ridice.H

e tre volte girò intorno a Beatrice con un canto così divino (per contenuto e melodia), che la mia immaginazione non è in grado di ripetermelo.
e girò tre volte intorno a Beatrice con un canto così divino che la mia fantasia non riesce a ripetermelo.
25

Però salta la penna e non lo scrivo:Iché l'imagine nostra a cotai pieghe,Jnon che 'l parlare, è troppo color vivo.I

28

«O santa suora mia che sì ne priegheJdivota, per lo tuo ardente affettoKda quella bella spera mi disleghe».J

31

Poscia fermato, il foco benedettoKa la mia donna dirizzò lo spiro,Lche favellò così com'i' ho detto.K

Perciò la mia penna passa oltre e rinuncio a descriverlo, perché non solo la nostra parola, ma anche la nostra fantasia possiede mezzi inadeguati per esprimere la bellezza di quel canto. “ O mia santa sorella nella gloria celeste, che ci preghi così devotamente, con la forza della tua carità mi costringi a staccarmi da quella bella corona di beati. “Poi, fermatasi, la luce benedetta rivolse la parola alla mia donna, dicendo ciò che ho riferito.
Perciò la penna salta e non lo scrivo: perché per tali pieghe la nostra immaginazione, per non dire la parola, ha un colore troppo vivo. «O mia santa sorella che ci preghi così devotamente, con il tuo ardente affetto mi sciogli da quella bella sfera». Poi, fermatosi, il fuoco benedetto rivolse alla mia donna la voce, che parlò così come ho detto.
34

Ed ella: «O luce etterna del gran viroLa cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,Mch'ei portò giù, di questo gaudio miro,L

37

tenta costui di punti lievi e gravi,Mcome ti piace, intorno de la fede,Nper la qual tu su per lo mare andavi.M

Ed ella: “ O luce eterna di quel gránde uomo al quale il Signore nostro affidò le chiavi della mirabile beatitudine del paradiso che Egli aveva portato in terra, esamina costui, a tuo piacere, sulle questioni secondarie e fondamentali riguardanti la fede, quella virtù che ti fece camminare sulle acque del mare.
E lei: «O luce eterna del grande uomo (san Pietro) a cui Nostro Signore lasciò le chiavi, che portò giù, di questa gioia meravigliosa, metti alla prova costui su punti facili e difficili, come ti piace, intorno alla fede, grazie alla quale tu camminavi sul mare.
40

S'elli ama bene e bene spera e crede,Nnon t'è occulto, perché 'l viso hai quiviOdov'ogne cosa dipinta si vede;N

Tu non ignori se egli possiede bene la carità e la speranza e la fede, perché il tuo sguardo è rivolto a Dio, nel quale i beati vedono ogni cosa come in uno specchio;
Se lui ama bene e spera bene e crede, non ti è nascosto, perché hai lo sguardo rivolto là (in Dio) dove si vede ogni cosa rappresentata;
43

ma perché questo regno ha fatto civiOper la verace fede, a gloriarla,Pdi lei parlare è ben ch'a lui arrivi».O

ma poiché il regno celeste ha acquistato cittadini in virtù della vera fede, per glorificarla è bene che a costui (Dante) sia offerta l’occasione di parlare di essa”.
ma poiché questo regno ha fatto i suoi cittadini per mezzo della vera fede, per glorificarla è bene che a lui tocchi parlarne».
46

Sì come il baccialier s'arma e non parlaPfin che 'l maestro la question propone,Qper approvarla, non per terminarla,P

49

così m'armava io d'ogne ragioneQmentre ch'ella dicea, per esser prestoRa tal querente e a tal professione.Q

52

«Di', buon Cristiano, fatti manifesto:Rfede che è?». Ond'io levai la fronteSin quella luce onde spirava questo;R

Come il baccelliere, in attesa che il maestro proponga la questione, prepara le sue argomentazioni, senza parlare ancora, per addurre prove a favore della sua tesi, non per trarne le conclusioni, così, mentre Beatrice parlava, io mi preparavo intorno ad ogni problema, per essere pronto a rispondere a un tale esaminatore (quale era San Pietro) e a una tale professione (quale è quella della fede). “ Dimmi, o buon cristiano, mostra (con le tue parole) quello che sei che cosa è la fede?” Per questo sollevai il viso verso la luce dalla quale provenivano queste parole;
Come il baccelliere si prepara e non parla finché il maestro non propone la questione, per discuterla, non per risolverla, così io mi preparavo con ogni argomento mentre lei parlava, per essere pronto a un tale esaminatore e a una tale professione di fede. «Di', buon cristiano, dichiarati: che cos'è la fede?». Allora io alzai la fronte verso quella luce da cui veniva questa domanda;
55

poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronteSsembianze femmi perch'io spandessiTl'acqua di fuor del mio interno fonte.S

58

«La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,Tcomincia' io, «da l'alto primipilo,Ufaccia li miei concetti bene espressi».T

61

E seguitai: «Come 'l verace stiloUne scrisse, padre, del tuo caro frateVche mise teco Roma nel buon filo,U

64

fede è sustanza di cose sperateVe argomento de le non parventi;We questa pare a me sua quiditate».V

poi mi rivolsi a Beatrice, ed ella mi fece prontamente cenno di esprimere il mio pensiero. “ La grazia divina che mi concede di fare la mia professione di fede” comincia’ a dire “ di fronte al suo primo campione, mi aiuti ad esprimere con chiarezza il mio pensiero.” E continuai: “ Come ci ha lasciato scritto la veritiera penna di San Paolo, colui che, o padre, ti fu compagno nell’avviare Roma sul retto cammino, la fede è il fondamento delle cose che speriamo di conseguire nella vita eterna ed è prova per credere alle cose che non vediamo;
poi mi volsi a Beatrice, ed ella mi fece cenni pronti perché io versassi fuori l'acqua della mia fonte interiore. «La Grazia che mi concede di confessarmi», cominciai io, «davanti al grande capo (della Chiesa), faccia sì che i miei pensieri siano espressi bene». E continuai: «Come ne scrisse, padre, la penna veritiera del tuo caro fratello (san Paolo) che con te mise Roma sulla buona strada, la fede è sostanza delle cose sperate e argomento (prova) di quelle che non si vedono; e questa mi sembra la sua essenza».
67

Allora udi' : «Dirittamente senti,Wse bene intendi perché la ripuoseXtra le sustanze, e poi tra li argomenti».W

e questa mi sembra la sua essenza”. Allora udii queste parole: “ Tu pensi rettamente, se comprendi bene perché (San Paolo) definì la fede prima come “sostanza” e poi come “argomento” ”.
Allora udii: «Pensi giustamente, se capisci bene perché la collocò tra le sostanze e poi tra gli argomenti».
70

E io appresso: «Le profonde coseXche mi largiscon qui la lor parvenza,Ya li occhi di là giù son sì ascose,X

73

che l'esser loro v'è in sola credenza,Ysopra la qual si fonda l'alta spene;Ze però di sustanza prende intenza.Y

76

E da questa credenza ci conveneZsilogizzar, sanz'avere altra vista:AAperò intenza d'argomento tene».Z

Ed io di rimando: “ I profondi misteri che qui in cielo mi si rivelano, sono così nascosti agli occhi dei mortali, che (in terra) la loro esistenza è ammessa solo per un atto di fede, sul quale si fonda la speranza della beatitudine eterna; e perciò la fede assume la denominazione di “sostanza” (fondamento sostanziale delle cose sperate). E da questa fede, senza l’aiuto di altre prove, dobbiamo dedurre e dimostrare per via di ragionamento tutte le verità; perciò la fede assume la denominazione di “ argomento” (prova delle cose non parventi) ”.
E io dopo: «Le cose profonde che qui mi concedono di vederle sono così nascoste agli occhi di laggiù che la loro esistenza vi si trova soltanto nella fede, sulla quale si fonda l'alta speranza; e perciò essa assume il concetto di sostanza. E da questa fede ci conviene ragionare per sillogismi, senza avere altra visione: perciò essa ha il concetto di argomento».
79

Allora udi' : «Se quantunque s'acquistaAAgiù per dottrina, fosse così 'nteso,ABnon lì avria loco ingegno di sofista».AA

Allora udii queste parole: “ Se tutto ciò che in terra si apprende per via di insegnamento, fosse compreso con tanta chiarezza, non ci sarebbe posto per discussioni da sofisti ”.
Allora udii: «Se tutto ciò che si acquista laggiù con l'insegnamento fosse capito così, lì non avrebbe spazio l'ingegno dei sofisti».
82

Così spirò di quello amore acceso;ABindi soggiunse: «Assai bene è trascorsaACd'esta moneta già la lega e 'l peso;AB

Tali parole uscirono da quello spirito ardente di carità; poi soggiunse: “Ormai hai esaminato molto bene la lega e il peso di questa moneta (la fede): ma ora dimmi se tu la possiedi ”.
Così disse quell'amore acceso; poi aggiunse: «Di questa moneta hai già esaminato abbastanza bene la lega e il peso;
85

ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».ACOnd'io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,ADche nel suo conio nulla mi s'inforsa».AC

Per cui io: “Si, la possiedo, così lucente (per la bontà della sua lega) e così rotonda (e quindi integra nel suo peso, perché non consumata sui bordi), che riguardo al suo conio non c’è nulla che possa costituire per me motivo di dubbio”.
ma dimmi se ce l'hai nella tua borsa». E io: «Sì, ce l'ho, così lucida e così rotonda che sul suo conio non ho alcun dubbio».
88

Appresso uscì de la luce profondaADche lì splendeva: «Questa cara gioiaAEsopra la quale ogne virtù si fonda,AD

91

onde ti venne?». E io: «La larga ploiaAEde lo Spirito Santo, ch'è diffusaAFin su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,AE

94

è silogismo che la m'ha conchiusaAFacutamente sì, che 'nverso d'ellaAGogne dimostrazion mi pare ottusa».AF

97

Io udi' poi: «L'antica e la novellaAGproposizion che così ti conchiude,AHperché l'hai tu per divina favella?».AG

Poi udii queste parole dal profondo di quella luce che li splendeva: “ Questa gemma preziosa (la fede), che è fondamento di tutte le altre virtù, da chi e in che modo ti fu donata? ” Ed io: “ L’abbondante pioggia (della divina ispirazione) che dallo Spirito Santo scende sui libri del Vecchio e del Nuovo Testamento (in su le vecchie e ‘n su le nuove cuoia: il termine cuoia indica qui le pergamene usate per fare i libri), è un argomento che mi ha dimostrato la certezza e la necessità della fede con tanta efficacia, che ogni altra dimostrazione mi sembra debole al suo confronto”. Io poi udii: “ L’Antico e il Nuovo Testamento che ti portano a questa conclusione, per quali ragioni li consideri ispirati da Dio? ”.
Dopo uscì dalla luce profonda che splendeva lì: «Questa cara gemma, sulla quale si fonda ogni virtù, da dove ti è venuta?». E io: «L'abbondante pioggia dello Spirito Santo, che è diffusa sulle vecchie e sulle nuove pergamene (l'Antico e il Nuovo Testamento), è un sillogismo che me l'ha dimostrata in modo così acuto che, a paragone di esso, ogni dimostrazione mi sembra debole». Udii poi: «L'antica e la nuova premessa che ti portano a questa conclusione, perché le consideri parola divina?».
100

E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,AHson l'opere seguite, a che naturaAInon scalda ferro mai né batte incude».AH

Ed io: “ La prova che mi dimostra questa verità sono i miracoli avvenuti, per i quali la natura è nelle stesse condizioni di un fabbro che ha materia e mezzi limitati”.
E io: «La prova che mi rivela il vero sono le opere (i miracoli) che seguirono, per le quali la natura non scaldò mai il ferro né batté l'incudine».
103

Risposto fummi: «Di', chi t'assicuraAIche quell'opere fosser? Quel medesmoAJche vuol provarsi, non altri, il ti giura».AI

106

«Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,AJdiss'io, «sanza miracoli, quest'unoAKè tal, che li altri non sono il centesmo:AJ

San Pietro mi rispose: “ Dimmi, chi ti assicura che quei miracoli siano realmente accaduti? Te lo attesta proprio e soltanto quel libro (la Sacra Scrittura) di cui si vuole dimostrare (appunto per mezzo dei miracoli) la divina ispirazione, e non altre fonti”. “ Se il mondo si è convertito al Cristianesimo ” dissi “ senza miracoli, questo è un tale miracolo, che tutti gli altri insieme non sono che la centesima parte di esso;
Mi fu risposto: «Di', chi ti assicura che quelle opere avvennero? Te lo garantisce proprio ciò che si vuole provare, e nient'altro». «Se il mondo si convertì al cristianesimo senza miracoli», dissi io, «questo solo è un miracolo tale che gli altri non valgono la centesima parte:
109

ché tu intrasti povero e digiunoAKin campo, a seminar la buona piantaALche fu già vite e ora è fatta pruno».AK

perché tu vivendo nella povertà e nella penitenza incominciasti la tua opera di predicazione della fede cristiana, che un tempo fu fruttifera ed ora è diventata uno sterpo sterile”.
perché tu entrasti povero e digiuno nel campo a seminare la buona pianta che un tempo fu vite e ora è diventata un rovo».
112

Finito questo, l'alta corte santaALrisonò per le spere un 'Dio laudamo'AMne la melode che là sù si canta.AL

Appena ebbi pronunciate queste parole, l’alta corte dei beati disposti in corone ruotanti intonò il cantico “ Ti lodiamo, o Dio ” con quella dolce melodia che è propria delle anime del paradiso.
Finito questo, l'alta corte santa fece risuonare per le sfere un «Te Deum laudamus», con la melodia che si canta lassù.
115

E quel baron che sì di ramo in ramo,AMessaminando, già tratto m'avea,ANche a l'ultime fronde appressavamo,AM

118

ricominciò: «La Grazia, che donneaANcon la tua mente, la bocca t'aperseAOinfino a qui come aprir si dovea,AN

E San Pietro che, esaminandomi, di domanda in domanda, mi aveva ormai condotto fino al punto conclusivo dell’esame, ricominciò: “ La grazia divina, che con il suo amore guida (donnea: termine provenzale, usato nella lirica amorosa, per “ amoreggiare ”) la tua mente, ti ha fatto dire finora quello che era giusto dire, così che io approvo ciò che tu hai dichiarato:
E quel nobile signore, che esaminandomi mi aveva già portato così di ramo in ramo che ci avvicinavamo alle ultime fronde, ricominciò: «La Grazia, che si comporta da innamorata con la tua mente, ti ha aperto la bocca fin qui come si doveva aprire,
121

sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;AOma or conviene espremer quel che credi,APe onde a la credenza tua s'offerse».AO

124

«O santo padre, e spirito che vediAPciò che credesti sì, che tu vincestiAQver' lo sepulcro più giovani piedi»,AP

127

comincia' io, «tu vuo' ch'io manifestiAQla forma qui del pronto creder mio,ARe anche la cagion di lui chiedesti.AQ

ma ora è necessario esprimere l’oggetto della tua fede, e da quale fonte hai attinto la tua credenza ”. “ O padre santo, spirito che (ora) contempli ciò che (in terra) hai creduto (senza aver visto) così che, correndo verso il sepolcro (di Cristo) superasti chi, per giovinezza, correva più veloce di te”, io cominciai a dire, “tu vuoi che io qui manifesti la sostanza (forma: è termine della filosofia scolastica) della mia fede, che è sicura, e mi hai anche chiesto di esprimere i motivi (di questa mia pronta adesione alle verità) della fede. E rispondo:
così che io approvo ciò che ne è uscito; ma ora bisogna dichiarare ciò che credi e da dove si è presentato alla tua fede». «O santo padre, spirito che vedi ciò che credesti con tanta forza che vincesti piedi più giovani verso il sepolcro (di Cristo)», cominciai io, «tu vuoi che io manifesti qui il contenuto della mia fede pronta, e hai chiesto anche la sua causa.
130

E io rispondo: Io credo in uno DioARsolo ed etterno, che tutto 'l ciel move,ASnon moto, con amore e con disio;AR

Io credo in un Dio unico ed eterno, che, senza essere mosso da nulla, imprime il movimento a tutti i cieli, accendendo in essi l’amore e il desiderio di Sé.
E io rispondo: io credo in un solo Dio eterno, che muove tutto il cielo, senza essere mosso, con amore e con desiderio;
133

e a tal creder non ho io pur proveASfisice e metafisice, ma dalmiATanche la verità che quinci pioveAS

136

per Moisè, per profeti e per salmi,ATper l'Evangelio e per voi che scrivesteAUpoi che l'ardente Spirto vi fé almi;AT

E per credere nell’esistenza di Dio non ho soltanto prove fisiche e metafisiche, ma mi dà questa fede anche la rivelazione divina che discende dal cielo attraverso Mosé, attraverso i profeti e i salmi, attraverso il Vangelo e attraverso voi apostoli, che scriveste dopo che lo Spirito Santo (disceso su di voi nella Pentecoste) vi rese santi.
e a questa fede non ho soltanto prove fisiche e metafisiche, ma me la dà anche la verità che piove di qui per mezzo di Mosè, dei profeti e dei salmi, del Vangelo e di voi che scriveste dopo che l'ardente Spirito vi rese santi;
139

e credo in tre persone etterne, e questeAUcredo una essenza sì una e sì trina,AVche soffera congiunto 'sono' ed 'este'.AU

142

De la profonda condizion divinaAVch'io tocco mo, la mente mi sigillaAWpiù volte l'evangelica dottrina.AV

E credo in tre persone eterne (Padre, Figlio, Spirito Santo), e credo che esse formino una sostanza così una e trina, che ammetta l’uso nello stesso tempo della terza persona plurale (“sono) e della terza persona singolare (“este”). ll vangelo in più punti mi imprime nella mente la certezza di questa misteriosa natura di Dio (uno e trino).
e credo in tre persone eterne, e queste credo che siano una sola essenza, così una e così trina che ammette insieme “sono” ed “è”. Della profonda natura divina che ora tocco, la dottrina evangelica imprime più volte il segno nella mia mente.
145

Quest'è 'l principio, quest'è la favillaAWche si dilata in fiamma poi vivace,AXe come stella in cielo in me scintilla».AW

Questa mia fede nell’esistenza di Dio uno e trino è il principio (da cui derivano tutti gli articoli della fede) simile alla favilla che si dilata poi in viva fiamma, e risplende nel mio animo come una stella in cielo ”.
Questo è il principio, questa è la scintilla che poi si allarga in una fiamma viva, e brilla in me come una stella in cielo».
148

Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,AXda indi abbraccia il servo, gratulandoAYper la novella, tosto ch'el si tace;AX

151

così, benedicendomi cantando,AYtre volte cinse me, sì com'io tacqui,AZl'appostolico lume al cui comandoAY

Come il signore che ascolta una notizia gradita e poi abbraccia il servo, rallegrandosi per la notizia (che gli ha comunicato), non appena questo ha finito di parlare, così, mentre mi benediceva e cantava, per tre volte girò intorno a me, quando rimasi in silenzio, il lume dell’apostolo al cui comando avevo fatto la mia professione di fede;
Come il signore che ascolta una notizia che gli piace, poi abbraccia il servo, rallegrandosi per la notizia, appena quello tace; così, benedicendomi mentre cantava, la luce dell'apostolo per il cui comando io avevo parlato mi girò intorno tre volte, appena tacqui:
154

io avea detto: sì nel dir li piacqui!AZ

a tal punto gli era piaciuto ciò che avevo dichiarato!
tanto gli piacqui con le mie parole!

Riassunto del canto XXIV

Alle anime che hanno accompagnato l’apparizione di Cristo nel cielo delle stelle fisse, Beatrice chiede di rivelare a Dante una parte della sapienza divina che esse possiedono. Poiché uno dei beati - San Pietro - è uscito dalla sua schiera per farsi incontro ai due pellegrini, Beatrice lo prega di interrogare Dante intorno alla prima delle tre virtù teologali, la fede. Il Poeta inizia il difficile esame davanti al principe degli apostoli rispondendo prima di tutto alla domanda: che cos’è la fede? Dopo aver richiesto alcuni chiarimenti relativi alle risposte ricevute, San Pietro esorta Dante a dichiarare se egli possiede o meno la fede. Ottenuta una risposta affermativa, il Santo interroga il Poeta intorno alle fonti dalle quali deriva la prima virtù teologale. Dopo che, concluso positivamente l’esame, tutti i beati hanno innalzato il canto del " Te Deum laudamus ", San Pietro esige da Dante una solenne professione di fede, al termine della quale l’apostolo manifesta la propria soddisfazione circondando per tre volte il Poeta con la sua luce e benedicendolo.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo delle Stelle fisse: Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù. Pietro, Giacomo, Giovanni, Adamo.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

La presenza di una situazione d’esame quale quella che si viene creando nei tre canti dedicati alle virtù teologali è determinata dalla struttura stessa della Commedia, struttura che si configura come rapporto continuo e diretto fra maestro e discepolo: Dante-Virgilio, Dante-Beatrice, Dante-Stazio (o Marco Lombardo o San Tommaso ecc.). Perciò parlare di "esame" a proposito di un canto della Commedia è parlare di uno degli aspetti fondamentali di essa. Tuttavia in questi canti il Poeta ricorre addirittura all’interrogatorio e alla risposta scolastica, costruendo un vero e proprio "ambiente" di esame, dove il maestro avanza le sue domande e le sue obiezioni e il discepolo risponde e difende, controbattendo, le sue posizioni. Ciò significa che in questi canti l’io-personaggio di Dante avanza in primo piano, polarizzando ogni attenzione. Se è vero che ogni artista considera la sua opera come realtà e che in ciascuna opera si riflette appieno la personalità del suo autore, bisogna rilevare che con la Commedia ci troviamo di fronte a un caso diverso, perché Dante non solo scrive il suo poema, ma ne è anche il personaggio protagonista, il quale si muove, parla, discute e sente alla maniera di tutti gli altri personaggi che, derivati dal mondo del mito o della storia, immagina di incontrare sul suo cammino. Tuttavia, nel Paradiso, Dante-personaggio appare sempre più come figura centrale, nella quale convergono discorsi sentimenti, visioni, laddove nell’Inferno (in misura molto minore nel Purgatorio) la sua figura appariva circondata e posta in antagonismo con quella degli altri protagonisti. Questa precisazione permette di rilevare una delle caratteristiche dei canti XXIV, XXV, XXVI: la profonda immedesimazione di Dante nella visione e nella vita del mondo paradisiaco, per cui egli diventa in questo momento l’unico attore responsabile (le figure dei tre apostoli appaiono generiche e indeterminate: è il proprio personaggio, studiato in ogni suo atteggiamento e in ogni sua reazione psicologica, che interessa al Poeta in questo momento; i tre grandi dignitari del regno celeste - la cui vita terrena, che li ha preparati a quella dignità, non ha bisogno di una rappresentazione che dia loro una nuova forma - servono solo per impostare l’azione e il dialogo, dei quali è centro il personaggio Dante). Sbaglierebbe però chi cercasse nel canto XXIV (o nei due immediatamente seguenti) una lirica pura, una confessione abbandonata dell’animo che ripercorre le tappe della sua vicenda religiosa, perché la solennità dell’ambiente circostante (sono presenti tutte le schiere del trionfo di Cristo), l’alto grado nella gerarchia celeste dell’interlocutore, San Pietro, il rigore filosofico della dissertazione, il "Te Deum laudamus" cantato dalle anime alla fine dell’esame, la triplice incoronazione di Dante da parte dell’apostolo alla conclusione della professione di fede, sono elementi non solo che concorrono ad accentuare l’importanza di questo momento nell’economia generale della cantica, ma anche a consacrarne il significato universale. La corte celeste non si è riunita solo per ascoltare Dante e il principe degli apostoli non ha lasciato la sua schiera solo per interrogare Dante, ma per ascoltarlo e interrogarlo come simbolo di tutta la umanità redenta prima che essa si accosti alla visione finale di Dio, e per imporgli, dopo aver ricordato che Scipione l’Africano per volere della provvidenza difese a Roma la gloria del mondo, di riferire al mondo quanto egli ha lì udito e appreso (canto XXVII, versi 61-66). Il compito di Dante non è destinato a cristallizzarsi allorché il pellegrino è giunto nell’alto dei cieli, ma prosegue tornando dal cielo alla terra, dove la sua scienza e la sua poesia risuoneranno con parole umane, e tuttavia piene di assolutezza divina; è una missione che lo pone "medium tra finito e infinito, maestro eroico della logica sublime che insegna il termine assoluto d’ogni vicenda relativa" (Ramat). La lettura, in questa linea prospettica del canto XXIV, permette di invalidare il giudizio critico del Croce, il quale ritiene di trovarsi di fronte a una scena "affatto umana": un uomo illustre, un gran dotto, bonariamente interroga un fanciullo su cose elementari. E bonariamente, e incoraggiando, San Pietro comincia: di’, buon cristiano, fatti manifesto: fede che è?... E il fanciullo, alquanto timido, si rivolge verso colei che gli è maestra, ed ella lo esorta col cenno del sembiante: perch’io spandessi l’acqua di fuor del mio interno fonte. Le risposte del bravo ragazzo sono una per una approvate e lodate dall’esaminatore, che a ogni risposta fa seguire una nuova domanda, col desiderio che quegli si faccia sempre più onore; mentre il candidato sale via via dalla timidezza alla sicurezza e dal rispondere secondo la lezione appresa all’eloquenza entusiastica e personale: quest’è il principio, quest’è la favilla che si dilata in fiamma poi vivace, e, come stella in cielo, in me scintilla. Al che... San Pietro, il buon esaminatore, ricinge Dante tre volte del suo lume... e il candidato è tutto lieto, soddisfatto di sé: sì nel dir gli piacqui!" Inoltre con questo suo giudizio il Croce contraddice quanto ha affermato a proposito del valore poetico dei canti di contenuto teologico: in essi la sorgente della poesia sarebbe nel sentimento di gioia dell’insegnare e dell’apprendere, " nel godimento di un’intima luce, meno inebriante ma più calma e ferma di quella che lo avvolge e abbarbaglia" di fronte alle ultime visioni paradisiache. Il Getto, tuttavia, ha superato tale posizione crociana, affermando che il carattere poetico di queste pagine del Paradiso è in uno stato d’animo tutto particolare, che egli ha definito "gusto della teologia": nell’interesse e nella passione con cui Dante si accosta al destino divino dell’uomo, alla sua dignità sacra, alla garanzia di una immortalità vera, alla vita dello spirito.

Personaggi del canto XXIV

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

San Pietro

Paradiso · Stelle fisse

Esamina Dante sulla fede e lancia un'invettiva contro la corruzione della Chiesa.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Teologia
Paradiso · Canto XXIV Liceo

L'esame sulla fede

vv. 64-66fede è sustanza di cose speratee argomento de le non parventi;e questa pare a me sua quiditate».Leggi nel testo

Nei canti XXIV, XXV e XXVI Dante sostiene tre esami, come uno studente all'università: san Pietro lo interroga sulla fede, san Giacomo sulla speranza, san Giovanni sulla carità. Sono le tre virtù teologali, che ogni cristiano dovrebbe possedere.

Alla domanda di Pietro, «che cos'è la fede?», Dante risponde con una definizione presa dalla Lettera agli Ebrei: «fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi». È il fondamento delle cose che speriamo e la prova di quelle che non vediamo.

Le tre virtù erano già comparse nel Paradiso terrestre come tre donne vestite di rosso, verde e bianco. Lì erano immagini poetiche; qui diventano oggetto di un dialogo teologico preciso. Pietro, soddisfatto, gira tre volte intorno a Dante cantando, in segno di approvazione: da qui partirà, nel canto successivo, il sogno di Dante di essere incoronato poeta.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

L'esame sulla fede

Ne parla la scheda «Il sogno del ritorno» (Par. XXV).

San Pietro

Compare anche in altri 4 canti.