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Indice dei canti
Dante e Beatrice, piccoli in basso a sinistra, guardano una gigantesca aquila ad ali spiegate formata da migliaia di luci rosse e dorate, su un cielo chiaro a cerchi scintillanti.
L'aquila dei giusti parla con una sola voce e risponde al dubbio di Dante sulla giustizia divina.
Paradiso · Cielo di Giove

Paradiso, Canto XIX

«Parea dinanzi a me con l'ali aperte…»

Le anime dei giusti, raccolte nella maestosa figura dell’aquila, ricordano d’aver meritato la gloria dei cieli per aver osservato sulla terra la giustizia e la misericordia, la quale è complemento indispensabile della giustizia.

Luogo
Cielo di Giove
Anime
Spiriti giusti
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto

Testo e parafrasi del canto XIX

Parafrasi
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1

Parea dinanzi a me con l'ali aperteAla bella image che nel dolce fruiBliete facevan l'anime conserte;A

Davanti a me si mostrava con le ali aperte la bella figura dell’aquila che era formata dalle anime riunite insieme, liete nel godimento della loro beatitudine:
Mi appariva davanti con le ali aperte la bella immagine (l'aquila) che le anime unite insieme rendevano lieta nel dolce godimento di Dio;
4

parea ciascuna rubinetto in cuiBraggio di sole ardesse sì acceso,Cche ne' miei occhi rifrangesse lui.B

ogni anima sembrava un piccolo rubino nel quale risplendesse un raggio di sole così vivo, da riflettere nei miei occhi il sole stesso.
ciascuna sembrava un piccolo rubino in cui ardesse un raggio di sole così acceso da rifletterlo nei miei occhi.
7

E quel che mi convien ritrar testeso,Cnon portò voce mai, né scrisse incostro,Dné fu per fantasia già mai compreso;C

10

ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,De sonar ne la voce e «io» e «mio»,Equand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.D

E quello che ora devo raccontare, non fu mai detto, né scritto, né concepito da alcuna fantasia, perché io vidi e anche udii il becco dell’ aquila parlare, e dire con la sua voce “ io ” e “ mio ”, mentre logicamente avrebbe dovuto dire “ noi ” e “ nostro ”.
E ciò che ora devo descrivere non fu mai detto da una voce, né scritto con l'inchiostro, né mai concepito dall'immaginazione; perché io vidi e anche udii parlare il becco, e sentii risuonare nella voce “io” e “mio”, quando nel pensiero c'era “noi” e “nostro”.
13

E cominciò: «Per esser giusto e pioEson io qui essaltato a quella gloriaFche non si lascia vincere a disio;E

E l’ aquila cominciò: “ Per aver esercitato (sulla terra) giustizia e pietà io sono qui innalzata alla gloria celeste che supera (non si lascia vincere) ogni umano desiderio;
E cominciò: «Per essere stato giusto e pietoso sono qui innalzato a quella gloria che non si lascia superare dal desiderio;
16

e in terra lasciai la mia memoriaFsì fatta, che le genti lì malvageGcommendan lei, ma non seguon la storia».F

e sulla terra lasciai una tale memoria di me, che perfino le genti malvage del mondo sono costrette a lodarla, anche se non imitano le opere da me compiute (la storia)”.
e in terra lasciai un ricordo di me tale che anche la gente malvagia lì lo loda, ma non ne segue l'esempio».
19

Così un sol calor di molte brageGsi fa sentir, come di molti amoriHusciva solo un suon di quella image.G

Come da molti carboni accesi proviene un unico calore, così ora da parte di molti spiriti ardenti di carità usciva un’unica voce dalla figura dell’ aquila.
Come da molte braci si sente un solo calore, così da quell'immagine fatta di molti amori usciva un solo suono.
22

Ond'io appresso: «O perpetui fioriHde l'etterna letizia, che pur unoIparer mi fate tutti vostri odori,H

25

solvetemi, spirando, il gran digiunoIche lungamente m'ha tenuto in fame,Jnon trovandoli in terra cibo alcuno.I

Perciò io subito dopo dissi: “ O fiori immortali della gioia eterna, che mi fate sembrare una sola tutte le vostre voci, allo stesso modo in cui da molti fiori emana un unico profumo, scioglietemi, parlando, il grave dubbio che da lungo tempo mi tormenta, non trovando per esso sulla terra alcuna soluzione soddisfacente.
Per cui io subito dopo: «O fiori eterni dell'eterna gioia, che mi fate sentire come uno solo tutti i vostri profumi, liberatemi, parlando, dal grande digiuno che mi ha tenuto a lungo affamato, non trovando in terra alcun cibo per esso.
28

Ben so io che, se 'n cielo altro reameJla divina giustizia fa suo specchio,Kche 'l vostro non l'apprende con velame.J

Io so bene che se la giustizia divina in cielo si specchia direttamente in un altro ordine di intelligenze, tuttavia anche (nella vostra sfera) si manifesta senza essere offuscata da alcun velo.
So bene che, se la divina giustizia si rispecchia in un altro regno del cielo, il vostro la percepisce senza velo.
31

Sapete come attento io m'apparecchioKad ascoltar; sapete qual è quelloLdubbio che m'è digiun cotanto vecchio».K

Voi sapete come mi preparo ad ascoltarvi con attenzione; voi sapete qual è il dubbio che costituisce per me un tormento così antico ”.
Sapete con quanta attenzione mi preparo ad ascoltare; sapete qual è quel dubbio che mi tiene a digiuno da così tanto tempo».
34

Quasi falcone ch'esce del cappello,Lmove la testa e con l'ali si plaude,Mvoglia mostrando e faccendosi bello,L

37

vid'io farsi quel segno, che di laudeMde la divina grazia era contesto,Ncon canti quai si sa chi là sù gaude.M

Come il falcone che viene liberato dal cappuccio, alza il capo e muove festoso le ali, dimostrando il desiderio (di alzarsi in volo) e aggiustandosi le penne col becco, così vidi atteggiarsi l’aquila, che era formata di anime che lodavano la grazia divina, con canti che conosce solo chi è beato lassù.
Come un falcone a cui viene tolto il cappuccio muove la testa e si batte le ali, mostrando desiderio e facendosi bello, così vidi fare quel simbolo, che era intessuto delle lodi della grazia divina, con canti che conosce solo chi gode lassù.
40

Poi cominciò: «Colui che volse il sestoNa lo stremo del mondo, e dentro ad essoOdistinse tanto occulto e manifesto,N

43

non poté suo valor sì fare impressoOin tutto l'universo, che 'l suo verboPnon rimanesse in infinito eccesso.O

Poi comincio: “ Dio, colui che creando girò il compasso a tracciare gli estremi confini del mondo, e in questo dispose ordinatamente tante cose occulte e visibili, non poté imprimere la sua infinita perfezione in tutto l’universo in modo tale, che l’idea della sua mente non restasse infinitamente superiore rispetto alle cose create.
Poi cominciò: «Colui che girò il compasso fino ai confini del mondo, e dentro di esso distribuì tante cose nascoste e manifeste, non poté imprimere la sua potenza in tutto l'universo in modo che il suo Verbo non rimanesse infinitamente superiore.
46

E ciò fa certo che 'l primo superbo,Pche fu la somma d'ogne creatura,Qper non aspettar lume, cadde acerbo;P

E ciò è confermato dal fatto che Lucifero, il quale fu la più alta creatura, per non aver atteso la luce della Grazia, precipitò imperfetto dal cielo:
E questo prova che il primo superbo (Lucifero), che era la più alta di tutte le creature, per non aver aspettato la luce (della grazia), cadde immaturo;
49

e quinci appar ch'ogne minor naturaQè corto recettacolo a quel beneRche non ha fine e sé con sé misura.Q

e di qui appare chiaro che ogni creatura inferiore (a Lucifero) è un vaso troppo piccolo per contenere Dio, il Bene infinito, il quale non può essere misurato se non con se stesso.
e da qui appare che ogni natura inferiore è un recipiente troppo piccolo per quel bene che non ha fine e misura se stesso con se stesso.
52

Dunque vostra veduta, che conveneResser alcun de' raggi de la menteSdi che tutte le cose son ripiene,R

55

non pò da sua natura esser possenteStanto, che suo principio discernaTmolto di là da quel che l'è parvente.S

Dunque la nostra intelligenza, che deve essere un raggio riflesso della mente divina di cui sono piene tutte le cose, non può, sua natura, essere tanto potente da non dovere riconoscere che la mente di Dio, suo principio, va molto al di là di quello che essa può vedere.
Dunque la vostra vista, che deve essere uno dei raggi della mente (divina) di cui tutte le cose sono piene, non può essere per sua natura così potente da non riconoscere che il suo principio (Dio) va molto al di là di ciò che le appare.
58

Però ne la giustizia sempiternaTla vista che riceve il vostro mondo,Ucom'occhio per lo mare, entro s'interna;T

Perciò l’intelletto che voi mortali ricevete (dal Creatore), si può addentrare nella giustizia divina, come l’occhio può vedere nelle profondità del mare;
Perciò la vista che riceve il vostro mondo penetra nella giustizia eterna come l'occhio nel mare;
61

che, ben che da la proda veggia il fondo,Uin pelago nol vede; e nondimenoVèli, ma cela lui l'esser profondo.U

il quale occhio, benché dalla riva riesca a scorgere il fondo, non lo vede più quando si trova in alto mare; e tuttavia il fondo c’è, ma lo nasconde la sua profondità.
che, sebbene dalla riva veda il fondo, in alto mare non lo vede; eppure il fondo c'è, ma la profondità lo nasconde.
64

Lume non è, se non vien dal serenoVche non si turba mai; anzi è tenebraWod ombra de la carne o suo veleno.V

Non c’è (per l’intelletto umano) luce di verità, se non viene dalla luce eternamente serena (della mente divina); quella che non viene di là è ignoranza, o nozione offuscata dai sensi (della carne), o velenoso errore provocato da essi.
Non c'è luce se non viene dal cielo sereno (Dio) che non si turba mai; anzi, altrimenti è tenebra, o ombra della carne o suo veleno.
67

Assai t'è mo aperta la latebraWche t'ascondeva la giustizia viva,Xdi che facei question cotanto crebra;W

Adesso ti è possibile guardare nella segreta profondità che ti celava la giustizia del Dio vivente, per cui ti ponevi una domanda così frequentemente ripetuta;
Ora ti è ben aperto il nascondiglio che ti nascondeva la giustizia viva, sulla quale ponevi domande così frequenti;
70

ché tu dicevi: "Un uom nasce a la rivaXde l'Indo, e quivi non è chi ragioniYdi Cristo né chi legga né chi scriva;X

poiché tu dicevi: “Un uomo nasce sulle rive del fiume Indo, e qui non c’è né chi parli né chi insegni né chi scriva di Cristo;
perché tu dicevi: “Un uomo nasce sulla riva dell'Indo, e lì non c'è nessuno che parli di Cristo, né che legga né che scriva di lui;
73

e tutti suoi voleri e atti buoniYsono, quanto ragione umana vede,Zsanza peccato in vita o in sermoni.Y

e tutti i suoi sentimenti e i suoi atti sono buoni, per quanto può giudicare la ragione umana, senza peccato nelle opere o nelle parole.
e tutte le sue volontà e le sue azioni sono buone, per quanto vede la ragione umana, senza peccato nella vita e nelle parole.
76

Muore non battezzato e sanza fede:Zov'è questa giustizia che 'l condanna?AAov'è la colpa sua, se ei non crede?"Z

79

Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,AAper giudicar di lungi mille migliaABcon la veduta corta d'una spanna?AA

Costui muore senza battesimo e senza la fede: che giustizia è questa che lo condanna? dove sta la sua colpa, se egli non crede?” Ora chi sei tu che vuoi salire sul seggio del giudice, per dare un giudizio su cose lontane da te mille miglia con la tua vista che non vede al di là di un palmo?
Muore non battezzato e senza fede: dov'è questa giustizia che lo condanna? Dov'è la sua colpa, se egli non crede?”. Ora chi sei tu, che vuoi sedere in cattedra, per giudicare da mille miglia di distanza con la vista corta di una spanna?
82

Certo a colui che meco s'assottiglia,ABse la Scrittura sovra voi non fosse,ACda dubitar sarebbe a maraviglia.AB

Certamente avrebbe motivo di dubitare colui che fa sottili ragionamenti riguardo al mistero della giustizia (meco: l’aquila è simbolo della giustizia), se a guidarvi non ci fosse la Sacra Scrittura.
Certo, per chi sottilizza con me, se non ci fosse sopra di voi la Scrittura, ci sarebbe moltissimo da dubitare.
85

Oh terreni animali! oh menti grosse!ACLa prima volontà, ch'è da sé buona,ADda sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.AC

Oh uomini che vivete come bruti! oh ottuse menti umane! La volontà divina, che è buona per sua natura, non si allontana mai dal principio con il quale si identifica, il sommo Bene.
Oh animali terreni! Oh menti ottuse! La prima volontà (di Dio), che è buona in sé, non si allontanò mai da se stessa, che è il sommo bene.
88

Cotanto è giusto quanto a lei consuona:ADnullo creato bene a sé la tira,AEma essa, radiando, lui cagiona».AD

E’ giusto tutto quello che si conforma a lei: nessun bene creato può‘ attrarre a se la volontà divina, anzi proprio essa, irradiandosi, genera il bene creato ”.
È giusto tutto ciò che è in accordo con essa: nessun bene creato la attira a sé, ma è lei che, irradiandosi, lo produce».
91

Quale sovresso il nido si rigiraAEpoi c'ha pasciuti la cicogna i figli,AFe come quel ch'è pasto la rimira;AE

94

cotal si fece, e sì levai i cigli,AFla benedetta imagine, che l'aliAGmovea sospinte da tanti consigli.AF

Come la cicogna dopo aver nutrito i figli gira volando sopra il nido, e come il cicognino che si è pasciuto volge gli occhi verso di lei, così fece la benedetta figura dell’aquila, che agitava le ali mosse dalle molteplici volontà concordi (degli spiriti da cui era formata), io (come il cicognino) alzai gli occhi a guardarla.
Come la cicogna, dopo aver nutrito i piccoli, gira sopra il nido, e come il piccolo che è stato nutrito la guarda, così fece, e così alzai io gli occhi, la benedetta immagine, che muoveva le ali spinte da tante volontà.
97

Roteando cantava, e dicea: «QualiAGson le mie note a te, che non le 'ntendi,AHtal è il giudicio etterno a voi mortali».AG

Girando intorno cantava, e diceva: “ Come riescono incomprensibili le parole del mio canto a te, che non sei capace d’ intenderle, così è incomprensibile il giudizio divino a voi mortali ”.
Girando cantava, e diceva: «Come sono per te le mie note, che non le capisci, così è il giudizio eterno per voi mortali».
100

Poi si quetaro quei lucenti incendiAHde lo Spirito Santo ancor nel segnoAIche fé i Romani al mondo reverendi,AH

103

esso ricominciò: «A questo regnoAInon salì mai chi non credette 'n Cristo,AJné pria né poi ch'el si chiavasse al legno.AI

Dopo che quelle luci, che erano fiamme di carità accese dallo Spiríto Santo, si fermarono sempre disposte nella figura dell’aquila che rese i Romani degni di riverenza davanti al mondo, l’aquila riprese: “ In paradiso non salì mai nessuno che non avesse creduto in Cristo, sia prima sia dopo che egli fosse inchiodato sulla croce. Ma considera questo:
Dopo che quei fuochi luminosi dello Spirito Santo si fermarono, ancora nella figura che rese i Romani venerati nel mondo (l'aquila), essa ricominciò: «In questo regno non salì mai chi non credette in Cristo, né prima né dopo che fosse inchiodato alla croce.
106

Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",AJche saranno in giudicio assai men propeAKa lui, che tal che non conosce Cristo;AJ

molti che gridano “Cristo, Cristo!”, nel giorno del giudizio finale saranno assai meno vicino a Lui del pagano che non lo ha conosciuto;
Ma vedi: molti gridano “Cristo, Cristo!”, che nel giudizio saranno molto meno vicini a lui di chi non conosce Cristo;
109

e tai Cristian dannerà l'Etiòpe,AKquando si partiranno i due collegi,ALl'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.AK

e (anche) un infedele etiope potrà condannare siffatti cristiani, quando (nel giorno del giudizio) si divideranno le due schiere (collegi, l’una destinata all’eterna ricchezza (del paradiso), e l’altra destinata all’eterna miseria (dell’inferno).
e l'Etiope condannerà tali cristiani, quando si separeranno le due schiere, l'una ricca per l'eternità e l'altra povera.
112

Che poran dir li Perse a' vostri regi,ALcome vedranno quel volume apertoAMnel qual si scrivon tutti suoi dispregi?AL

Che cosa non potranno dire gli infedeli persiani ai vostri principi, quando vedranno aperto il libro nel quale sono registrate tutte le loro azioni spregevoli?
Che cosa potranno dire i Persiani ai vostri re, quando vedranno aperto quel libro nel quale sono scritte tutte le loro azioni spregevoli?
115

Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,AMquella che tosto moverà la penna,ANper che 'l regno di Praga fia diserto.AM

In quel libro si vedrà scritta, tra le imprese dell’imperatore Alberto I, quella che presto indurrà la penna divina a registrarla, e a causa della quale sarà devastato il regno di Boemia con Praga, la sua capitale.
Lì si vedrà, tra le opere di Alberto (d'Austria), quella che presto muoverà la penna (di Dio), per cui il regno di Praga sarà devastato.
118

Lì si vedrà il duol che sovra SennaANinduce, falseggiando la moneta,AOquel che morrà di colpo di cotenna.AN

In quel libro si vedrà il doloroso danno che, falsificando la moneta arrecherà alla Francia Filippo il Bello che morirà per il colpo di un cinghiale.
Lì si vedrà il dolore che porta sulla Senna, falsificando la moneta, colui (Filippo il Bello) che morirà per il colpo di un cinghiale.
121

Lì si vedrà la superbia ch'asseta,AOche fa lo Scotto e l'Inghilese folle,APsì che non può soffrir dentro a sua meta.AO

In quel libro si vedrà la superbia sitibonda di dominio, che acceca il re di Scozia e quello d’lnghilterra, in modo che nessuno dei due può sopportare di rimanere entro i propri confini.
Lì si vedrà la superbia che rende assetati, che fa impazzire lo Scozzese e l'Inglese, così che nessuno dei due riesce a restare dentro i propri confini.
124

Vedrassi la lussuria e 'l viver molleAPdi quel di Spagna e di quel di Boemme,AQche mai valor non conobbe né volle.AP

Si vedranno la lussuria e la vita effeminata del re di Spagna e del re di Boemia, che mai seppe né mai volle sapere che cos’è la virtù.
Si vedranno la lussuria e la vita molle di quello di Spagna e di quello di Boemia, che non conobbe né volle mai il valore.
127

Vedrassi al Ciotto di IerusalemmeAQsegnata con un i la sua bontate,ARquando 'l contrario segnerà un emme.AQ

Si vedranno segnate le opere dello Zoppo di Gerusalemme, le opere buone con una I, mentre quelle malvage con una M.
Si vedrà che al Ciotto (lo zoppo) di Gerusalemme la bontà sarà segnata con una I (uno), mentre il contrario sarà segnato con una M (mille).
130

Vedrassi l'avarizia e la viltateARdi quei che guarda l'isola del foco,ASove Anchise finì la lunga etate;AR

Si vedranno l’avarizia e la viltà di colui che regna sulla Sicilia, l’isola del fuoco etneo, dove Anchise terminò la sua lunga vita;
Si vedranno l'avarizia e la viltà di colui (Federico d'Aragona) che governa l'isola del fuoco (la Sicilia), dove Anchise terminò la sua lunga vita;
133

e a dare ad intender quanto è poco,ASla sua scrittura fian lettere mozze,ATche noteranno molto in parvo loco.AS

e per far capire che uomo dappoco egli sia, la scrittura che lo riguarda sarà in parole abbreviate, che noteranno in poco spazio molte opere malvage.
e per far capire quanto vale poco, le sue colpe saranno scritte con lettere abbreviate, che diranno molto in poco spazio.
136

E parranno a ciascun l'opere sozzeATdel barba e del fratel, che tanto egregiaAUnazione e due corone han fatte bozze.AT

E saranno visibili a ognuno le opere vergognose dello zio e del fratello di Federico, che hanno disonorato la così nobile stirpe degli Aragonesi e le due corone d’Aragona e di Sicilia.
E appariranno a tutti le opere vergognose dello zio e del fratello, che hanno disonorato una stirpe così illustre e due corone.
139

E quel di Portogallo e di NorvegiaAUlì si conosceranno, e quel di RasciaAVche male ha visto il conio di Vinegia.AU

E lì si saprà chi furono il re di Portogallo e quello di Norvegia, e il re di Rascia, che per proprio danno conobbe la moneta veneziana.
E lì si conosceranno quello di Portogallo e quello di Norvegia, e quello di Rascia, che ha visto per sua sventura la moneta di Venezia (falsificandola).
142

Oh beata Ungheria, se non si lasciaAVpiù malmenare! e beata Navarra,AWse s'armasse del monte che la fascia!AV

Oh felice l’Ungheria se non si lascia più malmenare dai suoi re (come nel passato)! e felice il regno di Navarra se si fa scudo dei Pirenei che lo circondano!
Oh beata Ungheria, se non si lascia più maltrattare! E beata Navarra, se si facesse scudo delle montagne che la circondano!
145

E creder de' ciascun che già, per arraAWdi questo, Niccosia e FamagostaAXper la lor bestia si lamenti e garra,AW

148

che dal fianco de l'altre non si scosta».AX

E ognuno sappia che ora, come saggio (di quello che accadrà all’Ungheria e alla Navarra), Nicosia e Famagosta si lamentano e gridano per la tirannia del loro re bestiale, il quale non si scosta dall’esempio degli altri re, simili a bestie come lui.
E ciascuno deve credere che già, come anticipo di questo, Nicosia e Famagosta si lamentino e gridino per la loro bestia (il re di Cipro), che non si discosta dal fianco degli altri (re malvagi)».

Riassunto del canto XIX

Le anime dei giusti, raccolte nella maestosa figura dell’aquila, ricordano d’aver meritato la gloria dei cieli per aver osservato sulla terra la giustizia e la misericordia, la quale è complemento indispensabile della giustizia. A loro Dante chiede la spiegazione di un tormentoso dubbio, presente in lui da lungo tempo e riguardante il mistero della predestinazione. L’aquila dichiara, innanzitutto, l’imperscrutabilità dei decreti divini: nessuna intelligenza umana potrà mai penetrare il mistero della sapienza e della giustizia di Dio. Poi risponde alle domande che più frequentemente gli uomini si pongono intorno alla predestinazione: perché sono condannati alla dannazione coloro che, non per colpa propria, non hanno mai conosciuto la fede e sono morti senza battesimo? La risposta è una sola: Dio, sommo Bene, non può volere il male e l’ingiustizia. Gli uomini devono essere paghi di questa verità: tutto ciò che Dio decide avviene secondo giustizia e amore: è più facile che entri nel regno dei cieli un pagano che visse secondo le leggi di natura e secondo i dettami della ragione che non un cristiano il quale non ubbidì ai comandamenti della sua fede. Nell’ultima parte del canto il Poeta leva una dura invettiva contro i malvagi reggitori d’Europa. Nel giorno del Giudizio Universale la loro disonestà e la loro corruzione appariranno scritte a piene lettere nel libro della giustizia divina.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo di Giove: Spiriti giusti. Lettere luminose e un'aquila.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il ritmo caratteristico del Paradiso - continua alternanza di fasi contemplative di momenti dominati da preoccupazioni terrene - si realizza pienamente nel canto XIX, come già in quello precedente. Le due lezioni dell’aquila, infatti, si aprono l’una sulla sfera della teologia (trattazione del tema della predestinazione), l’altra su quella della storia (rassegna dei malvagi reggitori d’Europa), la prima sull’umile riconoscimento dei limiti dell’intelletto umano di fronte al mistero divino, la seconda sul giudizio, imperiosa e deciso, relativo ai sovrani indegni. Questo fatto ha spinto una parte della critica a giudicare il canto XIX frammentario nell’ispirazione e nell’esecuzione, per cui il discorso dell’aquila relativo alla predestinazione sarebbe una digressione dottrinale, estranea all’atmosfera spirituale palpitante di vivi interessi terreni e sociali con la quale la trilogia dei giusti e lo stesso canto XIX (versi 13-18) si erano aperti. Tale discorso, vertendo sui misteri divini, avrebbe dovuto essere pronunciato, nel cielo seguente, dagli spiriti contemplativi, non essendo opportuno che " Dante cercasse qui nell’aquila, simbolo della giustizia umana, la soluzione del suo angoscioso problema della giustizia divina" (Chimenz). Ma la giustizia umana non è che la proiezione di quella divina (canto XVIII, versi 1 15-117), alla quale deve conformarsi in ogni suo atto per essere santa e vera, e coloro che fecero della giustizia l’ideale supremo della loro vita possono essere ben degni` di affrontare il mistero dei decreti divini. La sfera teoretica e la sfera pratica in Dante, come in tutto il Medioevo, non furono mai soggette ad arbitrarie scissioni: scienza e storia, mondo religioso e mondo politico erano gli elementi costitutori di quell’ordine-forma dell’universo che il Poeta incominciò a vagheggiare dal quarto libro del Convivio e che divenne, secondo la felice definizione del Cosmo, il concetto-fulcro della Commedia, per cui "tutti i problemi si risolvevano nella dimostrazione di quell’ordine, tutta la storia si piegava a provarne in modo concreto l’attuazione". Fra i più attenti lettori di questo canto, il Sapegno è quello che ha puntualizzato con più chiarezza l’equilibrio, narrativo e rappresentativo, arditamente dinamico del canto. La celebrazione della giustizia, che "è luce di Dio nell’ordine dell’universo", è sentita, "dantescamente, in termini drammatici e si attua in un vasto contrappunto di motivi intellettuali e morali... Il cruccio e l’irosa polemica del Poeta per i segni dell’ingiustizia terrestre, sul piano politico, implicano un dubbio appena accennato sulla validità della concezione provvidenziale della storia umana, e trovano rispondenza, sul piano teologico, nelle perplessità dottrinali attinenti all’arcano dell’attuazione della giustizia divina nell’eterno. Ma la risoluzione di queste perplessità teologiche, in una convinta accettazione del mistero e nel riconoscimento della corta vista dell’uomo, si riflette a sua volta in una più serena valutazione delle contraddizioni storiche, destinate a risolversi nel quadro di un disegno provvidenziale". Infatti la lezione teologica si conclude, attraverso il delicato tratto della similitudine della cicogna, nella calma ampiezza prospettica dei versi 97-99 e la rassegna dei principi si svolge tra il quietarsi dei lucenti incendi che formano l’aquila e le melodie di quelle aire luci all’inizio del canto seguente. L’animazione lirica, nello svolgimento del tema della predestinazione, giustifica l’interesse sempre rinnovantesi con cui si leggono i versi 40-90, a proposito dei quali occorre sottolineare una caratteristica: ben 29 versi sono dedicati all’introduzione, elaborata e concettosa, del problema, la cui spiegazione, ulteriomente rimandata, acuisce l’interesse e l’attenzione del lettore, benché questo esordio, martellando il principio dell’insufficienza dell’intelletto umano, anticipi la conclusione. E’ un procedimento psicologico-stilistico che fa affiorare un clima di attesa e di tensione (già impostato con l’ansiosa e ardente richiesta di Dante nei versi 25-33), poeticamente efficace a preparare la trattazione di un problema che è soprattutto un dramma storico (la condanna del mondo antico che non conobbe la fede) e che come tale fu sempre avvertito da Dante (nel Convivio e nella Monarchia), e a rilevare, per contrasto, la serena soluzione di esso: Dio opera sempre secondo giustizia e secondo amore. L’analisi del dato stilistico ci rende ancora più certi della straordinaria partecipazione affettiva del Poeta a quanto l’aquila viene dicendo. Il discorso impone subito la visione del mistero di Dio (versi 40-41) e quindi dell’impotenza della mente umana di fronte ad esso, concludendosi nella potente immagine del mare (versi 58-63). Allorché l’aquila entra nel vivo della questione, la sua lezione perde ogni rigidezza di schema logico e scolastico, sviluppandosi con il libero movimento di una forma concreta e determinata: un uom nasce alla riva dell’Indo... muore non battezzato... Il Poeta abbandona i titoli astratti di certi suoi discorsi teologici (si vedano, per esempio, i versi 19-21 del canto IV che aprono il discorso sulla volontà assoluta e relativa: tu argomenti: "Se ‘l buon voler dura, la violenza altrui per qual ragione di meritar mi scema la misura?") e scompone le sequenze logiche per seguire l’imprevedibile ordine poetico. La formulazione è condotta in modo drammatico attraverso lo scontro di domande (ov’è questa giustizia? ov’è la colpa sua...?) e la risposta al quesito diventa subito ammonimento (or tu chi se’...) che ribadisce - con il significato, con il suono, con il movimento dei versi - il senso del mistero divino, dal quale la lezione aveva preso inizio.

Personaggi del canto XIX

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Citato

Alberto d'Asburgo

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Germania, primo dei sovrani condannati dall'aquila per l'invasione della Boemia.

Citato

Filippo il Bello

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Francia accusato dall'aquila di falsificare la moneta; morirà per colpa di un cinghiale.

Citato

Edoardo I d'Inghilterra

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Il re inglese che l'aquila accusa di superbia per le guerre di confine con la Scozia.

Citato

Robert Bruce re di Scozia

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

«Lo Scotto» che l'aquila accusa, con il re inglese, di superbia e di guerre senza fine.

Citato

Ferdinando IV di Castiglia

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Castiglia, accusato dall'aquila di lussuria e vita molle.

Citato

Venceslao II di Boemia

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Boemia, per l'aquila un uomo che non conobbe né volle il valore.

Citato

Carlo II d'Angiò

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Napoli detto lo Zoppo: per l'aquila ha una sola virtù contro mille vizi.

Citato

Federico II d'Aragona

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Sicilia accusato dall'aquila di avarizia e viltà, insieme allo zio e al fratello.

Citato

Dionigi del Portogallo

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re del Portogallo, nominato di sfuggita fra i cattivi sovrani dell'elenco dell'aquila.

Citato

Haakon V di Norvegia

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Norvegia, citato dall'aquila insieme al re del Portogallo.

Citato

Stefano Uroš II di Serbia

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Serbia accusato dall'aquila di aver contraffatto la moneta di Venezia.

Citato

Arrigo II di Lusignano

Paradiso · cielo di Giove (citato dall'aquila)

Re di Cipro: l'aquila lo chiama «bestia» di cui piangono Nicosia e Famagosta.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Teologia
Paradiso · Canto XIX Liceo

Il grande libro di Dio

vv. 112-114Che poran dir li Perse a' vostri regi,come vedranno quel volume apertonel qual si scrivon tutti suoi dispregi?Leggi nel testo

L'aquila formata dai giusti parla con una sola voce, anche se è composta da tante anime: dice «io» e «mio» intendendo «noi» e «nostro». Affronta un dubbio che tormenta Dante da tempo: è giusto che un uomo nato sulle rive dell'Indo, che non ha mai sentito parlare di Cristo e ha vissuto bene, sia escluso dalla salvezza?

L'aquila risponde che la giustizia divina supera infinitamente la mente umana, come il fondo del mare supera la vista di chi guarda dalla riva. Poi annuncia che nel giorno del giudizio molti che invocano Cristo saranno più lontani da lui di chi non lo ha conosciuto.

Per dirlo usa la metafora del libro: nel giorno del giudizio si aprirà il volume in cui sono scritte tutte le colpe dei re. La metafora del libro di Dio, già comparsa con Cacciaguida, tornerà nell'ultimo canto del poema, quando Dante vedrà tutto l'universo «legato con amore in un volume».

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Si può salvare chi non ha conosciuto Cristo?

Ne parla la scheda «Il Limbo: un nobile castello per i grandi pagani» (Inf. IV).

L'aquila e la giustizia

Ne parla la scheda «Tre papi simoniaci» (Inf. XIX).

Il libro di Dio

Ne parla la scheda «Non giudicare troppo in fretta» (Par. XIII).

L'aquila parla

Ne parla la scheda «Una frase scritta con le anime» (Par. XVIII).

Il falcone

Ne parla la scheda «Gli uccelli del Paradiso» (Par. XXIII).