Nel cielo di Giove le anime dei giusti scrivono «Diligite iustitiam» e poi disegnano l'aquila.
Paradiso · Cielo di Marte / Cielo di Giove
Paradiso, Canto XVIII
«Già si godeva solo del suo verbo…»
Beatrice esorta Dante a distogliere la sua mente dal doloroso pensiero dell’esilio e a riporre ogni speranza nella giustizia divina: la bellezza di Beatrice e l’affetto che dimostra verso di lui sono tali che il Poeta prova un dolce smarrimento.
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Testo e parafrasi del canto XVIII
Parafrasi
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1
Già si godeva solo del suo verboAquello specchio beato, e io gustavaBlo mio, temprando col dolce l'acerbo;A
Cacciaguida, specchiando in se divina luce beatificante, già godeva silenzioso del proprio pensiero, ed io assaporavo il mio, cercando di contemperare quello che mi era stato detto di doloroso con quello che mi era stato detto di gradevole.
Ormai quello specchio beato (Cacciaguida) godeva da solo del suo pensiero, e io assaporavo il mio, mitigando l'amaro con il dolce;
4
e quella donna ch'a Dio mi menavaBdisse: «Muta pensier; pensa ch'i' sonoCpresso a colui ch'ogne torto disgrava».B
E Beatrice, che mi guidava a Dio, mi disse. “ Lascia il pensiero dell’esilio: considera che io sono vicino a Dio (colui) che allevia ogni torto”.
e quella donna che mi conduceva a Dio disse: «Cambia pensiero; pensa che io sono vicina a colui che toglie il peso di ogni torto».
7
Io mi rivolsi a l'amoroso suonoCdel mio conforto; e qual io allor vidiDne li occhi santi amor, qui l'abbandono:C
Io mi volsi alle amorose parole della mia consolatrice; e qui rinuncio a descrivere la luce di carità che io allora vidi nei suoi santi occhi;
Io mi voltai al suono amorevole del mio conforto; e quale amore vidi allora negli occhi santi, qui rinuncio a descriverlo:
10
non perch'io pur del mio parlar diffidi,Dma per la mente che non può redireEsovra sé tanto, s'altri non la guidi.D
non solo perché diffido della capacità espressiva delle mie parole, ma anche perché la mia memoria non può ritornare tanto sopra se stessa (e ricordare), se Dio non la guida (con la sua Grazia).
non solo perché io diffidi delle mie parole, ma per la memoria, che non può ritornare tanto sopra se stessa, se un altro (Dio) non la guida.
13
Tanto poss'io di quel punto ridire,Eche, rimirando lei, lo mio affettoFlibero fu da ogne altro disire,E
16
fin che 'l piacere etterno, che direttoFraggiava in Beatrice, dal bel visoGmi contentava col secondo aspetto.F
Di quel momento posso ricordare solo che, fissandola, il mio cuore fu libero da ogni altro desiderio, mentre l’ eterna bellezza di Dio, che raggiava direttamente in Beatrice, mi appagava col raggio riflesso dai begli occhi di lei. Abbagliandomi con la luce di un suo;
Di quel momento posso ridire soltanto questo: che, guardando lei, il mio sentimento fu libero da ogni altro desiderio, finché il piacere eterno, che si irradiava direttamente in Beatrice, mi appagava riflesso dal suo bel viso.
19
Vincendo me col lume d'un sorriso,Gella mi disse: «Volgiti e ascolta;Hché non pur ne' miei occhi è paradiso».G
sorriso, ella mi disse: “ Volgiti (a Cacciaguida) e ascolta, perché non solo nei miei occhi (ma anche in quelli degli altri beati) risplende la gioia del paradiso”.
Vincendomi con la luce di un sorriso, lei mi disse: «Voltati e ascolta; perché il paradiso non è soltanto nei miei occhi».
22
Come si vede qui alcuna voltaHl'affetto ne la vista, s'elli è tanto,Iche da lui sia tutta l'anima tolta,H
25
così nel fiammeggiar del folgór santo,Ia ch'io mi volsi, conobbi la vogliaJin lui di ragionarmi ancora alquanto.I
Come talvolta quaggiù sulla terra il sentimento interiore si manifesta negli occhi, allorché è tanto grande da prendere tutta l’anima, cosi nel ravvivato splendore della luce santa di Cacciaguida, al quale mi volsi, riconobbi il suo desiderio di parlarmi ancora un poco.
Come qui in terra si vede talvolta il sentimento nello sguardo, se è così forte da occupare tutta l'anima, così, nello sfavillare della santa luce verso cui mi voltai, riconobbi in lui il desiderio di parlarmi ancora un poco.
28
El cominciò: «In questa quinta sogliaJde l'albero che vive de la cimaKe frutta sempre e mai non perde foglia,J
31
spiriti son beati, che giù, primaKche venissero al ciel, fuor di gran voce,Lsì ch'ogne musa ne sarebbe opima.K
Egli cominciò: “In questo quinto cielo del paradiso, che è come un albero che trae la vita da Dio, sua cima, e produce continuamente frutti senza mai perdere nessuna foglia, si trovano spiriti beati, i quali sulla terra, prima di venire in cielo, furono circondati da grande fama, così che qualsiasi poeta potrebbe trovare ricca materia di canto (nelle loro imprese).
Egli cominciò: «In questo quinto gradino dell'albero (il paradiso) che vive dalla cima e dà sempre frutto e non perde mai foglie, ci sono spiriti beati che giù in terra, prima di venire in cielo, furono così famosi che ogni poeta ne sarebbe arricchito.
34
Però mira ne' corni de la croce:Lquello ch'io nomerò, lì farà l'attoMche fa in nube il suo foco veloce».L
Perciò fissa lo sguardo sui quattro bracci della croce: ogni spirito che io chiamerò per nome, trascorrerà da un braccio all’altro con la velocità con la quale il lampo solca la nube che lo ha generato ”.
Perciò guarda nei bracci della croce: quello che io nominerò farà lì ciò che fa in una nube il fulmine veloce».
37
Io vidi per la croce un lume trattoMdal nomar Iosuè, com'el si feo;Nné mi fu noto il dir prima che 'l fatto.M
Al nome di Giosuè, nel momento stesso in cui veniva pronunciato, io vidi una luce muoversi lungo la croce; né il suono del nome fu percepito da me (mi fu noto) prima del muoversi della luce.
Io vidi una luce trascorrere lungo la croce al nome di Giosuè, appena fu pronunciato; e non mi accorsi del nome prima che del movimento.
40
E al nome de l'alto MacabeoNvidi moversi un altro roteando,Oe letizia era ferza del paleo.N
E al nome del glorioso Giuda Maccabeo vidi un altro spirito muoversi girando su se stesso, e la gioia era come la frusta che (colpendola) fa girare la trottola.
E al nome del grande Maccabeo vidi muoversi un'altra luce girando su se stessa, e la gioia era la frusta di quella trottola.
43
Così per Carlo Magno e per OrlandoOdue ne seguì lo mio attento sguardo,Pcom'occhio segue suo falcon volando.O
Allo stesso modo al nome di Carlo Magno e di Orlando il mio sguardo attento seguì il movimento di altre due luci, come l’occhio del falconiere segue il falcone in volo.
Così, per Carlo Magno e per Orlando, il mio sguardo attento ne seguì due, come l'occhio segue il proprio falcone in volo.
46
Poscia trasse Guiglielmo e RinoardoPe 'l duca Gottifredi la mia vistaQper quella croce, e Ruberto Guiscardo.P
Poi Guglielmo d’Orange, e Renoardo, il duca Goffredo di Buglione, e Roberto il Guiscardo attrassero il mio sguardo lungo quella croce.
Poi attirarono il mio sguardo lungo quella croce Guglielmo (d'Orange) e Rinoardo e il duca Goffredo (di Buglione), e Roberto il Guiscardo.
49
Indi, tra l'altre luci mota e mista,Qmostrommi l'alma che m'avea parlatoRqual era tra i cantor del cielo artista.Q
Quindi, l’ anima di Cacciaguida che mi aveva parlato, muovendosi e mescolandosi agli altri spiriti, mi fece sentire quale artista fosse tra i cantori del cielo (di Marte).
Quindi, muovendosi e mescolandosi tra le altre luci, l'anima che mi aveva parlato mi mostrò quanto fosse abile tra i cantori del cielo.
52
Io mi rivolsi dal mio destro latoRper vedere in Beatrice il mio dovere,So per parlare o per atto, segnato;R
Io mi volsi verso destra per farmi indicare da Beatrice o con parole o con cenni quello che dovevo fare;
Io mi voltai alla mia destra per vedere in Beatrice indicato il mio dovere, con parole o con un gesto;
55
e vidi le sue luci tanto mere,Stanto gioconde, che la sua sembianzaTvinceva li altri e l'ultimo solere.S
e vidi i suoi occhi tanto luminosi, tanto gioiosi, che il suo aspetto superava in bellezza tutti gli altri precedenti, perfino l’ultimo.
e vidi i suoi occhi così limpidi, così gioiosi, che il suo aspetto superava quello delle altre volte e anche quello dell'ultima volta.
58
E come, per sentir più dilettanzaTbene operando, l'uom di giorno in giornoUs'accorge che la sua virtute avanza,T
61
sì m'accors'io che 'l mio girare intornoUcol cielo insieme avea cresciuto l'arco,Vveggendo quel miracol più addorno.U
E come l’uomo si accorge che la sua virtù cresce di giorno in giorno, perché prova una gioia sempre più profonda nel fare il bene, così io, vedendo più bello il miracoloso aspetto di Beatrice, m’accorsi che l’arco del mio giro intorno alla terra insieme al cielo, aveva una circonferenza più ampia (essendo salito in un cielo superiore e quindi più ampio).
E come l'uomo, sentendo più piacere nell'operare bene, di giorno in giorno si accorge che la sua virtù progredisce, così io mi accorsi che il mio girare insieme al cielo aveva ampliato il suo arco, vedendo quel miracolo (Beatrice) più splendente.
64
E qual è 'l trasmutare in picciol varcoVdi tempo in bianca donna, quando 'l voltoWsuo si discarchi di vergogna il carco,V
67
tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,Wper lo candor de la temprata stellaXsesta, che dentro a sé m'avea ricolto.W
E come muta rapidamente il colore in un bianco volto di donna, quando questo si libera dal rossore della vergogna (ritornando al colore naturale), altrettanto rapido fu il mutamento di colore che apparve ai miei occhi, quando mi distolsi (dal guardare Beatrice), a causa del candore temperato del sesto cielo (di contro al colore rosso del cielo di Marte), che m’aveva accolto dentro di se.
E come avviene il cambiamento in un breve spazio di tempo in una donna dalla pelle bianca, quando il suo viso si libera dal rossore della vergogna, così avvenne ai miei occhi, quando mi fui voltato, per il candore della temperata sesta stella (Giove), che mi aveva accolto dentro di sé.
70
Io vidi in quella giovial facellaXlo sfavillar de l'amor che lì era,Ysegnare a li occhi miei nostra favella.X
Nella luminosa stella di Giove io vidi lo sfavillio degli spiriti, che lì risplendevano d’amore, disegnare davanti ai miei occhi le lettere dell’alfabeto.
Io vidi in quella fiaccola di Giove lo sfavillare dell'amore che vi era, disegnare ai miei occhi le lettere del nostro alfabeto.
73
E come augelli surti di rivera,Yquasi congratulando a lor pasture,Zfanno di sé or tonda or altra schiera,Y
76
sì dentro ai lumi sante creatureZvolitando cantavano, e faciensiAAor D or I or L in sue figure.Z
E come gli uccelli levatisi in volo dalle rive di un fiume come se si rallegrassero tra loro per il cibo trovato, si dispongono in schiera ora circolare ora d’altra forma, così avvolti nella loro luce, i santi spiriti, volando qua e là, cantavano, e assumevano la figura ora di una D, ora di una I, ora di una L.
E come uccelli che si sono alzati da una riva, quasi rallegrandosi tra loro del cibo, formano ora uno stormo rotondo ora uno di altra forma, così dentro le luci le sante creature cantavano volando, e formavano con le loro figure ora una D, ora una I, ora una L.
79
Prima, cantando, a sua nota moviensi;AApoi, diventando l'un di questi segni,ABun poco s'arrestavano e taciensi.AA
Dapprima, cantando, si muovevano sul ritmo del loro canto; poi, assumendo la forma di una di queste lettere, si arrestavano un poco e tacevano.
Prima, cantando, si muovevano al ritmo del loro canto; poi, diventando una di queste lettere, si fermavano un poco e tacevano.
82
O diva Pegasea che li 'ngegniABfai gloriosi e rendili longevi,ACed essi teco le cittadi e ' regni,AB
85
illustrami di te, sì ch'io rileviACle lor figure com'io l'ho concette:ADpaia tua possa in questi versi brevi!AC
O celeste musa che fai gloriosi e rendi immortali i poeti, ed essi col tuo aiuto rendono immortale la fama delle città e dei regni, illuminami con la tua luce, in modo che io possa rappresentare efficacemente le figure disegnate da questi spiriti, così come si sono impresse nella mia mente: appaia il tuo potere in questi miei versi inadeguati (alla materia trattata)!
O divina musa Pegasea, che rendi gloriosi gli ingegni e li fai vivere a lungo, ed essi, con il tuo aiuto, le città e i regni, illuminami con la tua luce, così che io metta in rilievo le loro figure come le ho impresse nella mente: appaia la tua potenza in questi brevi versi!
88
Mostrarsi dunque in cinque volte setteADvocali e consonanti; e io notaiAEle parti sì, come mi parver dette.AD
91
'DILIGITE IUSTITIAM', primaiAEfur verbo e nome di tutto 'l dipinto;AF'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.AE
Apparvero dunque trentacinque vocali e consonanti; ed io fissai nella memoria le lettere componenti ciascuna parola, nell’ordine in cui mi si mostrarono espresse in figura. “Amate la giustizia” furono il primo verbo e il primo nome della frase dipinta nel cielo: “voi che siete giudici in terra ” furono le ultime parole.
Si mostrarono dunque cinque volte sette vocali e consonanti; e io notai le parti così come mi sembrarono pronunciate. “DILIGITE IUSTITIAM” (amate la giustizia) furono il primo verbo e il primo nome di tutta la scritta; “QUI IUDICATIS TERRAM” (voi che giudicate la terra) furono gli ultimi.
94
Poscia ne l'emme del vocabol quintoAFrimasero ordinate; sì che GioveAGpareva argento lì d'oro distinto.AF
Poi le anime rimasero ferme e disposte nella figura della emme, ultima lettera dell’ultima parola, così che in quel punto il pianeta Giove appariva come argento ornato di rilievi d’oro.
Poi rimasero disposte nella M della quinta parola; così che Giove sembrava lì d'argento ornato d'oro.
97
E vidi scendere altre luci doveAGera il colmo de l'emme, e lì quetarsiAHcantando, credo, il ben ch'a sé le move.AG
E vidi altre anime scendere (dall ‘Empireo) sul punto più alto della emme, e li fermarsi cantando un inno, credo a Dio, il Bene che le attrae a se.
E vidi scendere altre luci dove era la sommità della M, e lì fermarsi, cantando, credo, il bene (Dio) che le attira a sé.
100
Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsiAHsurgono innumerabili faville,AIonde li stolti sogliono agurarsi,AH
103
resurger parver quindi più di milleAIluci e salir, qual assai e qual poco,AJsì come 'l sol che l'accende sortille;AI
Poi come dai ceppi arsi dal fuoco, quando vengono percossi, si sprigionano innumerevoli faville, dalle quali gli stolti sogliono trarre favorevoli auspici per se, così si videro alzarsi dal colmo dell’emme moltissime luci, e salire (verso l’alto) qual più e qual meno, a seconda del grado di beatitudine che Dio, il sole che le accende (d’amore), ha dato loro in sorte;
Poi, come quando si percuotono i ciocchi accesi si alzano innumerevoli scintille, da cui gli sciocchi sono soliti trarre auspici, sembrò che da lì si alzassero più di mille luci e salissero, chi molto e chi poco, secondo come le aveva destinate il sole (Dio) che le accende;
106
e quietata ciascuna in suo loco,AJla testa e 'l collo d'un'aguglia vidiAKrappresentare a quel distinto foco.AJ
109
Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;AKma esso guida, e da lui si rammentaALquella virtù ch'è forma per li nidi.AK
e allorché ognuna si fu fermata al suo posto, vidi che esse avevano formato la figura della testa e del collo di una aquila in quell’oro che prendeva rilievo sullo sfondo argenteo del cielo di Giove, Dio, che così dipinge nel cielo di Giove, non ha maestri, ma Egli stesso è il maestro, e da lui deriva la virtù generativa che dà vita agli esseri nelle loro dimore terrene.
e quando ciascuna si fu fermata al suo posto, vidi quel fuoco ben distinto rappresentare la testa e il collo di un'aquila. Colui (Dio) che dipinge lì non ha nessuno che lo guidi; ma è lui che guida, e da lui deriva quella virtù che dà forma ai nidi.
112
L'altra beatitudo, che contentaALpareva prima d'ingigliarsi a l'emme,AMcon poco moto seguitò la 'mprenta.AL
Le altre anime beate, che prima apparivano paghe di assumere la forma del giglio nella lettera emme, con piccoli spostamenti completarono la figura.
Le altre anime beate, che prima sembravano contente di formare un giglio sulla M, con un piccolo movimento completarono la figura.
115
O dolce stella, quali e quante gemmeAMmi dimostraro che nostra giustiziaANeffetto sia del ciel che tu ingemme!AM
O dolce pianeta Giove, quali e quante anime luminose mi mostrarono (prima col loro canto e poi con la figura dell’aquila, simbolo dell’Impero e della giustizia che esso solo può realizzare) che la giustizia umana deriva dall’influsso del cielo che tu adorni con il tuo splendore!
O dolce stella, quali e quante gemme mi dimostrarono che la nostra giustizia è effetto del cielo che tu adorni come una gemma!
118
Per ch'io prego la mente in che s'iniziaANtuo moto e tua virtute, che rimiriAOond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;AN
121
sì ch'un'altra fiata omai s'adiriAOdel comperare e vender dentro al temploAPche si murò di segni e di martìri.AO
Perciò prego Dio, dal quale prende inizio il tuo movimento e il tuo potere di influsso, affinché rivolga la sua attenzione al luogo da cui esce il fumo che offusca la tua luce, in modo che Egli si adiri una seconda volta per i commerci che si fanno nel la Chiesa che fu edificata con i miracoli e il martirio (di Cristo e dei suoi santi).
Per cui io prego la mente (divina) in cui hanno origine il tuo movimento e la tua virtù, di guardare da dove esce il fumo che offusca il tuo raggio; così che ancora una volta si adiri per il comprare e il vendere dentro il tempio (la Chiesa) che fu costruito con miracoli e martìri.
124
O milizia del ciel cu' io contemplo,APadora per color che sono in terraAQtutti sviati dietro al malo essemplo!AP
O anime beate del cielo di Giove, che io contemplo (nella mia memoria), pregate per i mortali, che hanno deviato dalla giusta via per il cattivo esempio (degli uomini di chiesa)!
O milizia del cielo che io contemplo, prega per coloro che sono sulla terra tutti sviati dietro al cattivo esempio!
127
Già si solea con le spade far guerra;AQma or si fa togliendo or qui or quiviARlo pan che 'l pio Padre a nessun serra.AQ
Un tempo si era soliti fare la guerra con le armi, ma ora si fa sottraendo ai fedeli, or qua or 1à, il pane spirituale che il misericordioso Padre celeste non nega a nessuno.
Un tempo si era soliti fare la guerra con le spade; ma ora la si fa togliendo ora qui ora là il pane (la comunione) che il pietoso Padre non nega a nessuno.
130
Ma tu che sol per cancellare scrivi,ARpensa che Pietro e Paulo, che moriroASper la vigna che guasti, ancor son vivi.AR
Ma tu che scrivi (i decreti di scomunica) solo per annullarli poi (per denaro), pensa che Pietro e Paolo, che morirono per la Chiesa che tu ora vai distruggendo, sono ancora vivi (in cielo e pronti a chiedere vendetta a Dio).
Ma tu (papa Giovanni XXII) che scrivi solo per cancellare (le scomuniche, in cambio di denaro), pensa che Pietro e Paolo, che morirono per la vigna che tu devasti, sono ancora vivi.
133
Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiroASsì a colui che volle viver soloATe che per salti fu tratto al martiro,AS
136
ch'io non conosco il pescator né Polo».AT
È probabile che l'apostrofe sia rivolta a Giovanni XXII, pontefice dal 1316 al 1334, il quale con ogni mezzo "raunò infinito tesoro" (Villani Cronaca XI, 20). Alcuni interpreti hanno proposto il nome di Bonifacio VIII e di Clemente V, per altro già morti al tempo in cui Dante scrive questi versi. A buon diritto puoi dire: “ Il mio desiderio è volto con tanta forza a San Giovanni Battista, colui che volle vivere solitario nel deserto e che fu martirizzato per premiare una danza, che io non mi curo né di San Pietro né di San Paolo”.
Puoi ben dire: «Ho rivolto il mio desiderio così fermamente a colui (Giovanni Battista, raffigurato sui fiorini) che volle vivere solo e che per una danza fu portato al martirio, che non conosco né il pescatore (Pietro) né Paolo».
Riassunto del canto XVIII
Beatrice esorta Dante a distogliere la sua mente dal doloroso pensiero dell’esilio e a riporre ogni speranza nella giustizia divina: la bellezza di Beatrice e l’affetto che dimostra verso di lui sono tali che il Poeta prova un dolce smarrimento. Poi la sua donna lo invita a rivolgere l’attenzione ancora a Cacciaguida, il quale gli presenta alcune fra le anime più famose del cielo di Marte: Giosuè e Giuda Maccabeo, Carlo Magno e il paladino Orlando, Guglielmo d’Orange e lo scudiero Renoardo, Goffredo di Buglione e Roberto il Guiscardo. Dopo che Cacciaguida ha ripreso il suo posto nella croce luminosa di Marte, Dante e Beatrice ascendono al sesto cielo, quello di Giove. Le anime di coloro che nel mondo perseguirono in sommo grado la giustizia, disponendosi nella forma di lettere alfabetiche, scrivono nel cielo la frase: "Diligite iustitiam qui iudicatis terram ". In seguito altri spiriti luminosi scendono a disporsi nell’ultima M della scritta e la lettera, a poco a poco, si trasforma, assumendo la figura dell’aquila, simbolo dell’Impero al quale è affidata l’amministrazione della giustizia in terra. Il canto termina con una dura invettiva di Dante contro la cupidigia degli uomini di Chiesa, che con il loro comportamento offendono gravemente la giustizia, dimenticando la semplicità e la povertà predicate dal Vangelo.
In breve
Dove e chi
Cielo di Marte: Combattenti per la fede. Una croce luminosa.
Cielo di Giove: Spiriti giusti. Lettere luminose e un'aquila.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Dopo la trilogia di Cacciaguida il canto XVIII apre quella del cielo di Giove, accentrata intorno al tema della giustizia. Sono questi i canti che certa critica considera esempi cospicui della composizione a nuclei o a strati della Commedia, come già avvenne per la Vita Nova. Tuttavia tali nuclei, anche se sviluppano motivi, personaggi, fatti per più canti in una "progressione logica e sentimentale che gradua e arricchisce la vicenda" (Vallone), non possono, a differenza di quanto accade nell’opera giovanile, essere considerati a sé, poiché è sempre accorgimento di Dante - accorgimento, nota ancora il Vallone, che nasce dalla logica stessa del poeta che compone - " sciogliere le angolazioni dei canti a chiusura e ad inizio" e "predisporre un motivo lungo tutto l’arco del canto... che serva poi di avvio o di aggancio al canto o al nucleo dei canti che seguono". Nel nostro caso l’aggancio fra questo canto e quelli che lo precedono è offerto da due motivi: il tono largamente umano e personale dei primi versi (1-8) subito proiettato in un piano metafisico (versi 9-18) - così come nei canti precedenti il destino individuale di Dante diventava il modello di una vicenda collettiva, di un dramma storico generale - e il ruolo di protagonista assunto ancora una volta da Cacciaguida, che prosegue, nella rassegna delle anime dei forti, l’alta eloquenza e il fortissimo slancio spirituale dei suoi discorsi precedenti. La lettura a nuclei, inoltre, presenta il grosso rischio di isolare il motivo o il personaggio o il fatto rappresentati, perdendo di vista l’unità lirico-narrativa dell’opera. Analizziamo i tre canti di Giove: la considerazione sdegnata o dolente di Dante per certe vicende terrene rappresentate in essi nulla toglie alla sua grande e insistente certezza: che il mondo della trascendenza sia opposto al contingente solo nella misura scandita dal peccato. Ma poiché il peccato è stato redento dal Cristo, sussiste una positiva colleganza fra il divino e l’umano, simboleggiata in questi tre canti dal motivo centrale della giustizia umana procedente da quella divina. Proprio nell’ansia della realizzazione di un’unità, il più possibile perfetta, fra terra e cielo è il profondo "centro " poetico da cui nasce la unità di tutto il poema. L’accordo tematico e tonale dei canti dei giusti non esclude che all’interno di ciascuno di essi il Poeta si sia preoccupato di disporre e graduare la sua materia. La lettura del canto XVIII non tarda a scoprirne l’estrema, inesausta mobilità espressiva, la quale fa sì che la voce del Poeta trasformi e plasmi la temperie del canto, passando da climi di assorta e meditativa contemplazione agli attimi del più acceso rapimento dell’intelletto e, subito dopo, alle più crude tonalità scaturite da una sferzante, disincantata visione delle cose terrene. Tornano, infatti, con insistenza, alcuni fra i motivi più alti dell’ispirazione che accende tutto il Paradiso: un misticismo che giunge al "dismagarsi" del Poeta di fronte a visioni di sovrumana dolcezza (versi 13-18), un’ardente luminosità che pervade ogni cosa, penetrando e rischiarando, attraverso la vista, l’intelletto e lo spirito (versi 55-69); una costante preoccupazione per i problemi terreni che, alla fine del canto, si concreta nella feroce asprezza della satira contro gli uomini di Chiesa (versi 118-136).
Un discorso a parte meriterebbe la minuta rappresentazione delle anime che si dispongono nel segno dell’aquila secondo i canoni di una speciale forma di coreografia celeste. Il Barberi-Squarotti giudica questa parte una "sezione di suprema maestria tecnico-figurativa e simbolica". In essa "si avverte più intenso il gusto dantesco per la difficoltà espressiva, per l’arduo impegno sulla materia difficile, mediante il servizio di una tecnica d’eccezione, che riesce a sollevare la meccanicità descrittiva, l’aridità, anche, dei temi e delle ragioni della figurazione, il suo ritmo complesso e non immediatamente distinguibile per l’accurata minuzia dei particolari, involti entro un linguaggio estremamente allusivo... a una suggestione di lotta accanita con le difficoltà dell’assunto, con la parola e il ritmo e la metrica". L’unità della rappresentazione appare fondata proprio "sulla perspicuità esercitatissima della tecnica", di fronte a una materia eccezionale e oggettivamente difficile da descrivere. Due sono le fasi della rappresentazione: nella prima (versi 76-81 e 88-96) appare "una chiarezza quasi matematica di organizzazione, razionalmente evidenziata: si noti l’esattezza delle indicazioni temporali e spaziali (dentro, prima, un poco, poi, or... or), i parallelismi di costruzione sintattica (cantando... diventando), la rispondenza accuratissima della similitudine degli uccelli con le anime beate (or tonda, or altra schiera... or D, or I, or L)" (Barberi-Squarotti). La presenza del numero (versi 88-89) ribadisce il rigore costruttivo, geometrico della descrizione, nella quale spicca, rileva lo stesso critico, "tanto più chiaramente quanto meno vivida è l’intonazione poetica, il gusto tutto medievale per la chiarezza razionale della matematica come ordinamento perspicuo e armonico delle cose" Nella seconda fase, quella delle celesti metamorfosi della M, la chiarezza e l’equilibrio descrittivi vengono in parte meno, ma ne acquistano la suggestione delle immagini (si noti, ad esempio, la pioggia di luci che scende con una direzione ben precisa e la similitudine dei ciocchi arsi) e la ricchezza fantastica con la quale il Poeta traduce in figure un gioco di simboli densi di riposti significati.
vv. 91-93'DILIGITE IUSTITIAM', primaifur verbo e nome di tutto 'l dipinto;'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.Leggi nel testo
Nel cielo di Giove, il cielo dei giusti, le anime si dispongono in volo come uccelli che si alzano da un fiume e formano delle lettere luminose. Una dopo l'altra compongono trentacinque lettere, che Dante legge come un messaggio: «Diligite iustitiam qui iudicatis terram», amate la giustizia, voi che governate la terra.
È la prima frase del libro biblico della Sapienza, rivolta ai re. Dopo aver formato l'ultima lettera, la M, le anime si fermano e lentamente la trasformano: prima in un giglio, poi in una grande aquila, il simbolo dell'Impero e della giustizia.
La scena è un esempio della creatività visiva del Paradiso. Le anime non hanno più un aspetto umano: sono luci, e possono disporsi a formare figure e parole. Dante trasforma il cielo in una pagina scritta. Il canto si chiude con un'invettiva contro il papa Giovanni XXII, che usava la scomunica per interessi politici ed economici.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
L'aquila
Ne parla la scheda «Gli uccelli del Paradiso» (Par. XXIII).