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Indice dei canti
Dante, con le mani alzate, e Beatrice guardano quattro figure di luce tra le nubi: un vecchio con le chiavi, un giovane radioso, un uomo con il bastone e, più sfumato, un vecchio barbuto.
Superato l'esame sulla carità, accanto ai tre apostoli compare una quarta luce, Adamo.
Paradiso · Cielo delle Stelle fisse

Paradiso, Canto XXVI

«Mentr'io dubbiava per lo viso spento…»

Dante, in uno stato di momentanea cecità perché la sua vista è rimasta abbagliata dalla luce di San Giovanni, viene interrogato dall’Apostolo intorno alla carità.

Luogo
Cielo delle Stelle fisse
Anime
Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXVI

Parafrasi
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1

Mentr'io dubbiava per lo viso spento,Ade la fulgida fiamma che lo spenseBuscì un spiro che mi fece attento,A

4

dicendo: «Intanto che tu ti risenseBde la vista che hai in me consunta,Cben è che ragionando la compense.B

Mentre io dubitavo e temevo per la mia vista che era venuta meno, dalla fiamma luminosa (l'anima di San Giovanni) che l'aveva abbagliata uscì una voce che attrasse la mia attenzione, dicendo: «In attesa che tu riacquisti il senso della vista che hai perduto tentando di scrutare la mia luce, è opportuno che compensi la mancanza della vista fisica (con l'esercizio di quella spirituale) parlando con me. Incomincia dunque;
Mentre io ero in ansia per la vista spenta, dalla fiamma splendente che l'aveva spenta uscì una voce che mi rese attento, dicendo: «Finché tu non riacquisti la vista che hai consumato in me, è bene che tu la compensi ragionando.
7

Comincia dunque; e di' ove s'appuntaCl'anima tua, e fa' ragion che siaDla vista in te smarrita e non defunta:C

e dimmi qual è il fine ultimo a cui tende la tua anima, e pensa che la tua vista è (solo) momentaneamente smarrita e non perduta per sempre.
Comincia dunque; e di' dove si rivolge la tua anima, e considera che la vista in te è smarrita e non morta:
10

perché la donna che per questa diaDregion ti conduce, ha ne lo sguardoEla virtù ch'ebbe la man d'Anania».D

perché Beatrice, colei che ti conduce attraverso questo mondo divino, ha nel suo sguardo la virtù risanatrice che ebbe la mano di Anania». Io dissi:
perché la donna che ti conduce per questa regione divina ha nello sguardo la potenza che ebbe la mano di Anania (che ridiede la vista a san Paolo)».
13

Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardoEvegna remedio a li occhi, che fuor porteFquand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo.E

«Presto o tardi, quando Beatrice vorrà, venga il risanamento ai miei occhi che furono come le porte attraverso le quali ella penetrò (nel mio animo) col fuoco di quell'amore di cui io sempre ardo.
Io dissi: «A suo piacere, presto o tardi, venga il rimedio agli occhi, che furono le porte da cui lei entrò con il fuoco di cui ardo sempre.
16

Lo ben che fa contenta questa corte,FAlfa e O è di quanta scritturaGmi legge Amore o lievemente o forte».F

Dio, il Bene che appaga di sé tutto il paradiso, è principio e fine di tutto ciò che la carità mi insegna ad amare più o meno intensamente».
Il bene che fa felice questa corte (Dio) è l'Alfa e l'Omega (il principio e la fine) di tutto ciò che l'Amore mi insegna, debolmente o con forza».
19

Quella medesma voce che pauraGtolta m'avea del sùbito abbarbaglio,Hdi ragionare ancor mi mise in cura;G

Quella medesima voce che mi aveva liberato dalla paura per l'improvviso abbagliamento (della mia vista), mi sollecitò (mi mise in cura) a parlare ancora, e disse:
Quella stessa voce che mi aveva tolto la paura per l'improvviso abbagliamento mi spinse ancora a ragionare;
22

e disse: «Certo a più angusto vaglioHti conviene schiarar: dicer convientiIchi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».H

«Di certo devi chiarire (il tuo pensiero) passandolo (come avviene per il grano) attraverso un vaglio sempre più sottile: è necessario che tu dichiari chi ha rivolto l'arco del tuo amore verso un tale bersaglio (Dio)». Ed io:
e disse: «Certo devi chiarire con un setaccio più stretto: devi dire chi indirizzò il tuo arco verso un tale bersaglio».
25

E io: «Per filosofici argomentiIe per autorità che quinci scendeJcotale amor convien che in me si 'mprenti:I

«Questo amore si imprime necessariamente nel mio animo attraverso l'opera della ragione e attraverso la Rivelazione che scende da Dio.
E io: «Per argomenti filosofici e per l'autorità che scende di qui, bisogna che un tale amore si imprima in me:
28

ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende,Jcosì accende amore, e tanto maggioKquanto più di bontate in sé comprende.J

Perché il bene, non appena viene riconosciuto come tale, accende amore sé, e un amore tanto più grande quanto più questo bene è perfetto.
perché il bene, in quanto bene, appena è conosciuto accende l'amore, e tanto più grande quanto più bontà contiene in sé.
31

Dunque a l'essenza ov'è tanto avvantaggio,Kche ciascun ben che fuor di lei si trovaLaltro non è ch'un lume di suo raggio,K

34

più che in altra convien che si movaLla mente, amando, di ciascun che cerneMil vero in che si fonda questa prova.L

Dunque verso quell'essenza (cioè Dio in cui c'è una tale superiorità su ogni essere, che ogni altro bene, il quale si trovi fuori di essa, non è che un riflesso della sua luce infinita, più che verso qualsiasi altra essenza deve rivolgersi, con il suo amore, la mente di ogni uomo capace di discernere la verità su cui si fonda questa argomentazione (cioè la dimostrazione di Dio come sommo Bene).
Dunque verso l'essenza che ha un tale primato che ogni bene che si trova fuori di lei non è altro che un riflesso del suo raggio, più che verso ogni altra deve muoversi, amando, la mente di chiunque distingue il vero su cui si fonda questa prova.
37

Tal vero a l'intelletto mio sterneMcolui che mi dimostra il primo amoreNdi tutte le sustanze sempiterne.M

Rende manifesta al mio intelletto questa verità colui che mi dimostra che Dio è l'amore supremo al quale tendono tutte le anime.
Questa verità la spiega al mio intelletto colui (Aristotele) che mi dimostra il primo amore di tutte le sostanze eterne.
40

Sternel la voce del verace autore,Nche dice a Moisè, di sé parlando:O'Io ti farò vedere ogne valore'.N

Me la rende manifesta la voce di Dio stesso che a Mosè dice, parlando di se stesso: Io ti mostrerò tutto ciò che è buono ".
Me la spiega la voce del vero autore (Dio), che dice a Mosè, parlando di sé: “Io ti farò vedere ogni bene”.
43

Sternilmi tu ancora, incominciandoOl'alto preconio che grida l'arcanoPdi qui là giù sovra ogne altro bando».O

Me la rendi manifesta anche tu, all'inizio del tuo grande annuncio nel quale proclami sulla terra i misteri divini con voce più alta di qualsiasi altra». Ed io udii:
Me la spieghi anche tu, all'inizio dell'alto annuncio (il Vangelo) che proclama laggiù il mistero di quassù più di ogni altro messaggio».
46

E io udi': «Per intelletto umanoPe per autoritadi a lui concordeQd'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.P

«In virtù dei ragionamenti umani e della rivelazìone divina che con essi concorda, il supremo dei tuoi amori è rivolto a Dio.
E io udii: «Per l'intelletto umano e per le autorità che concordano con esso, il più alto dei tuoi amori guarda a Dio.
49

Ma di' ancor se tu senti altre cordeQtirarti verso lui, sì che tu suoneRcon quanti denti questo amor ti morde».Q

Ma, dimmi ancora se tu avverti altri impulsi che ti muovono ad amare Dio, così che tu possa rivelare in quanti modi questo amore ti assale».
Ma di' ancora se senti altre corde che ti tirano verso di lui, così che tu dica con quanti denti questo amore ti morde».
52

Non fu latente la santa intenzioneRde l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsiSdove volea menar mia professione.R

Non mi rimase nascosta la santa itenzione di San Giovanni, anzi mi accorsi in quale direzione desiderava che io precisassi la mia dichiarazione.
Non mi rimase nascosta la santa intenzione dell'aquila di Cristo (san Giovanni), anzi capii dove voleva condurre la mia dichiarazione.
55

Però ricominciai: «Tutti quei morsiSche posson far lo cor volgere a Dio,Ta la mia caritate son concorsi:S

58

ché l'essere del mondo e l'esser mio,Tla morte ch'el sostenne perch'io viva,Ue quel che spera ogne fedel com'io,T

61

con la predetta conoscenza viva,Utratto m'hanno del mar de l'amor torto,Ve del diritto m'han posto a la riva.U

Perciò ripresi a parlare: «Tutti quei motivi che possono far volgere il cuore a Dio, hanno concorso ad alimentare in me la carità, perché l'esistenza del mondo e l'esistenza dell'uomo, il sacrificio di Cristo per salvare l'umanità, e la betitudine eterna sperata da ogni credente, con la viva conoscenza sopra affermata (di Dio come sommo Bene), mi hanno sottratto al mare delle passioni terrene, e mi hanno fatto approdare alla riva del vero amore.
Perciò ricominciai: «Tutti quei morsi che possono far rivolgere il cuore a Dio hanno concorso alla mia carità: perché l'esistenza del mondo e la mia esistenza, la morte che Lui sostenne perché io viva, e ciò che spera ogni fedele come me, insieme alla viva conoscenza che ho detto, mi hanno tratto fuori dal mare dell'amore sbagliato e mi hanno posto sulla riva di quello giusto.
64

Le fronde onde s'infronda tutto l'ortoVde l'ortolano etterno, am'io cotantoWquanto da lui a lor di bene è porto».V

Amo le creature di cui è popolato, tutto il mondo creato da Dio in proporzione al bene che Dio concede a ciascuna di esse».
Le fronde di cui si riempie tutto l'orto dell'ortolano eterno (le creature di Dio), io le amo tanto quanto è il bene che da lui è dato loro».
67

Sì com'io tacqui, un dolcissimo cantoWrisonò per lo cielo, e la mia donnaXdicea con li altri: «Santo, santo, santo!».W

Non appena io tacqui, risuonò nel cielo un inno dolcissimo, e Beatrice cantava con gli altri: «Santo, santo, santo!».
Appena tacqui, un dolcissimo canto risuonò per il cielo, e la mia donna diceva con gli altri: «Santo, santo, santo!».
70

E come a lume acuto si disonnaXper lo spirto visivo che ricorreYa lo splendor che va di gonna in gonna,X

73

e lo svegliato ciò che vede aborre,Ysì nescia è la sùbita vigiliaZfin che la stimativa non soccorre;Y

76

così de li occhi miei ogni quisquiliaZfugò Beatrice col raggio d'i suoi,AAche rifulgea da più di mille milia:Z

E come all'apparire di una luce intensa ci si risveglia perché la facoltà visiva corre incontro a questa luce che passa attraverso i successivi tessuti dell'occhio, e colui che è stato (così) svegliato rifugge dal fissare lo sguardo su ciò che vede, tanto è inconsapevole quell'improvviso risveglio finché non viene in suo aiuto la riflessione, così Beatrice allontanò ogni impurità (che potesse offuscare i miei occhi) con la luce del suo sguardo, che risplendeva in modo da essere vista a più di mille miglia di distanza:
E come ci si sveglia per una luce forte, per lo spirito visivo che corre incontro allo splendore che passa di membrana in membrana (dell'occhio), e chi si è svegliato rifiuta ciò che vede, tanto è confusa l'improvvisa veglia, finché la facoltà di giudizio non viene in aiuto; così Beatrice allontanò dai miei occhi ogni impurità con il raggio dei suoi, che splendeva per più di mille miglia:
79

onde mei che dinanzi vidi poi;AAe quasi stupefatto domandaiABd'un quarto lume ch'io vidi tra noi.AA

per cui (grazie a questo suo intervento) potei poi vedere meglio di prima; e quasi stupefatto chiesi notizia di un quarto lume che vidi con noi. E Beatrice:
per cui poi vidi meglio di prima; e quasi stupito domandai di una quarta luce che vidi tra noi.
82

E la mia donna: «Dentro da quei raiABvagheggia il suo fattor l'anima primaACche la prima virtù creasse mai».AB

«Dentro quella luce contempla con amore Dio, suo creatore, la prima anima che è stata creata dalla virtù divina».
E la mia donna: «Dentro quei raggi contempla con amore il suo creatore la prima anima che la prima potenza (Dio) abbia mai creato (Adamo)».
85

Come la fronda che flette la cimaACnel transito del vento, e poi si levaADper la propria virtù che la soblima,AC

88

fec'io in tanto in quant'ella diceva,ADstupendo, e poi mi rifece sicuroAEun disio di parlare ond'io ardeva.AD

Come fa l'albero che piega la sua cima al passaggio dei vento e poi torna a sollevarsi per la sua forza naturale che lo riporta in posizione verticale, così feci io mentre Beatrice parlava, (piegando il capo) pieno di stupore, ma poi mi rese ardito il grande desiderio di interrogare (Adamo). E incominciai:
Come la fronda che piega la cima al passaggio del vento, e poi si rialza per la propria forza che la solleva, così feci io mentre lei parlava, stupito, e poi mi ridiede sicurezza un desiderio di parlare di cui ardevo.
91

E cominciai: «O pomo che maturoAEsolo prodotto fosti, o padre anticoAFa cui ciascuna sposa è figlia e nuro,AE

«0 frutto che, solo, nascesti già maturo, o antico padre per il quale ogni sposa è figlia e nuora, ti supplico, con la maggiore devozione possibile, di parlarmi:
E cominciai: «O frutto che solo fosti creato già maturo, o padre antico per il quale ogni sposa è figlia e nuora,
94

divoto quanto posso a te supplìcoAFperché mi parli: tu vedi mia voglia,AGe per udirti tosto non la dico».AF

97

Talvolta un animal coverto broglia,AGsì che l'affetto convien che si paiaAHper lo seguir che face a lui la 'nvoglia;AG

100

e similmente l'anima primaiaAHmi facea trasparer per la covertaAIquant'ella a compiacermi venìa gaia.AH

tu conosci ciò che desidero sapere e, per poterti ascoltare subito, non perdo tempo ad esportelo». Come talvolta un animale coperto da un panno si agita, così che il suo desiderio si vede palesemente perché l'involucro che lo copre segue i suoi movimenti, allo stesso modo Adamo (anima primaia: la prima anima creata) lasciava trasparire attraverso la luce che lo fasciava la sua gioia di compiacere alle mie domande. Poi parlò:
devotamente quanto posso ti supplico di parlarmi: tu vedi il mio desiderio, e per sentirti più presto non lo dico». Talvolta un animale coperto (da un panno) si agita, così che il suo impulso deve mostrarsi per il movimento che il rivestimento gli fa seguendolo; e allo stesso modo la prima anima mi faceva trasparire attraverso la sua copertura (di luce) quanto veniva lieta a compiacermi.
103

Indi spirò: «Sanz'essermi profertaAIda te, la voglia tua discerno meglioAJche tu qualunque cosa t'è più certa;AI

106

perch'io la veggio nel verace speglioAJche fa di sé pareglio a l'altre cose,AKe nulla face lui di sé pareglio.AJ

«Senza che tu me lo abbia manifestato, conosco il tuo desiderio meglio di quanto tu non conosca le cose per te più certe, perché io lo vedo nello specchio veritiero di Dio, che riflette in sé tutte le cose, ma non può essere riflesso da nessuna.
Poi disse: «Senza che tu me lo abbia espresso, io conosco il tuo desiderio meglio di quanto tu conosca qualunque cosa ti sia più certa; perché io lo vedo nello specchio veritiero (Dio) che riflette in sé le altre cose, mentre nessuna cosa riflette lui in sé.
109

Tu vuogli udir quant'è che Dio mi puoseAKne l'eccelso giardino, ove costeiALa così lunga scala ti dispuose,AK

112

e quanto fu diletto a li occhi miei,ALe la propria cagion del gran disdegno,AMe l'idioma ch'usai e che fei.AL

Tu vuoi sapere da me quando Dio mi pose nel giardino del paradiso terrestre dave Beatrice ti preparò a salire attraverso i cieli, e per quanto tempo i miei occhi godettero di esso, e la causa precisa dello sdegno divino contro di me, e la lingua che io creai e usai.
Tu vuoi sapere quanto tempo è passato da quando Dio mi pose nell'alto giardino (l'Eden), dove costei ti preparò a una scala così lunga, e quanto tempo esso fu una gioia per i miei occhi, e la vera causa della grande ira (di Dio), e la lingua che usai e che creai.
115

Or, figluol mio, non il gustar del legnoAMfu per sé la cagion di tanto essilio,ANma solamente il trapassar del segno.AM

118

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,ANquattromilia trecento e due volumiAOdi sol desiderai questo concilio;AN

Ora, figlio mio, non il fatto di aver gustato il frutto proibito fu di per sé la causa della cacciata dal paradiso terrestre ma soltanto l'aver superato i limiti fissati da Dio per l'uomo, Dal limbo (quindi) da dove Beatrice fece muovere in tuo soccorso Virgilio (cfr. Inferno, II, 52 sgg.), per 4302 anni (volumi di sol: rivoluzioni solari) bramai il paradiso;
Ora, figlio mio, non l'aver gustato il frutto dell'albero fu in sé la causa di un esilio così lungo, ma soltanto l'oltrepassare il limite. Da là (il Limbo), da dove la tua donna fece partire Virgilio, desiderai questa assemblea per quattromilatrecentodue giri del sole (anni);
121

e vidi lui tornare a tutt'i lumiAOde la sua strada novecento trentaAPfiate, mentre ch'io in terra fu' mi.AO

124

La lingua ch'io parlai fu tutta spentaAPinnanzi che a l'ovra inconsummabileAQfosse la gente di Nembròt attenta:AP

127

ché nullo effetto mai razionabile,AQper lo piacere uman che rinovellaARseguendo il cielo, sempre fu durabile.AQ

e durante la mia vita terrena vidi il sole ritornare 930 volte in tutti i segni dello Zodiaco. La lingua da me usata era già scomparsa prima che il popolo di Nembrot si accingesse alla costruzione (della torre di Babele) che non poteva mai essere condotta a termine, perché mai nessun prodotto della ragione umana fu immutabile, perché il gusto dell'uomo cambia (continuamente) a seconda del variare degli influssi celesti. A un fatto naturale che l'uomo si esprima con parole;
e lo vidi tornare a tutte le costellazioni della sua strada (lo zodiaco) novecentotrenta volte, mentre io fui in terra. La lingua che parlai si era del tutto estinta prima che la gente di Nembrod si dedicasse all'opera che non si poteva compiere (la torre di Babele): perché nessun prodotto della ragione è mai stato durevole per sempre, a causa del gusto umano, che si rinnova seguendo l'influsso del cielo.
130

Opera naturale è ch'uom favella;ARma così o così, natura lasciaASpoi fare a voi secondo che v'abbella.AR

ma che si serva di una lingua piuttosto che di un'altra, è poi dalla natura lasciato all'arbitrio degli uomini, secondo il loro gusto.
È opera naturale che l'uomo parli; ma, in un modo o nell'altro, la natura lascia poi fare a voi come vi piace.
133

Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,ASI s'appellava in terra il sommo beneATonde vien la letizia che mi fascia;AS

Prima che io scendessi all'inferno (dove si trova il cerchio del limbo), Dio, il sommo Bene da cui proviene il gaudio celeste che mi avvolge con la sua luce, si chiamava I;
Prima che io scendessi all'angoscia infernale (il Limbo), in terra si chiamava I il sommo bene da cui viene la gioia che mi avvolge;
136

e El si chiamò poi: e ciò convene,ATché l'uso d'i mortali è come frondaAUin ramo, che sen va e altra vene.AT

ed in seguito si chiamò EL: e questo mutamento è un fatto naturale, perché tutto ciò che è usato dagli uomini (e quindi anche il linguaggio) è simile alle foglie di un albero, dove le une muoiono e le altre germogliano.
e poi si chiamò El: e ciò è naturale, perché l'uso dei mortali è come una fronda sul ramo, che se ne va e ne viene un'altra.
139

Nel monte che si leva più da l'onda,AUfu' io, con vita pura e disonesta,AVda la prim'ora a quella che seconda,AU

142

come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».AV

Sulla vetta del monte del purgatorio (dove si trova il paradiso terrestre) che più di ogni altro si innalza sulla superficie del mare, rimasi, prima del peccato e dopo averlo commesso, dalla prima ora del giorno a quella che segue, cioè la sesta, quando il sole muta quadrante».
Sul monte che si innalza più di tutti dal mare (il Purgatorio), io rimasi, con vita pura e poi colpevole, dalla prima ora fino a quella che segue la sesta, quando il sole cambia quadrante, l'ora sesta (cioè per sette ore)».

Riassunto del canto XXVI

Dante, in uno stato di momentanea cecità perché la sua vista è rimasta abbagliata dalla luce di San Giovanni, viene interrogato dall’Apostolo intorno alla carità. Principio e fine del suo amore - risponde il Poeta - è Dio. Infatti l’uomo è portato, naturalmente, ad amare ciò che è buono e il suo amore è tanto più grande quanto più è perfetto il bene verso il quale è diretto. Dio è il bene supremo: dunque a Lui è dovuto ogni amore. Queste continua Dante - sono le conclusioni alle quali è arrivata la filosofia di Aristotile e questo è il comandamento impartito dalla Bibbia. Rispondendo ad un’altra domanda dell’Apostolo, il Poeta dichiara che la sua carità trova alimento anche da altre fonti: dall’esistenza del mondo e delle creature, dal sacrificio di Cristo per riscattare gli uomini dal peccato, dalla speranza della beatitudine eterna. Legato all’amore verso Dio - conclude il pellegrino - è l’amore verso le creature. Mentre tutti i beati intonano un inno di lode a Dio, Dante riacquista la vista e si accorge che accanto a San Pietro, San Giacomo e San Giovanni è comparso un quarto personaggio. Beatrice rivela al suo discepolo che questo beato è Adamo. Il padre antico, per soddisfare una preghiera di Dante, risponde a questi quattro quesiti; quanto tempo è trascorso dalla creazione dell’uomo, per quanto tempo egli è rimasto nel paradiso terrestre, quale è stata la natura del peccato d’origine, quale la lingua creata e usata dal primo uomo.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo delle Stelle fisse: Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù. Pietro, Giacomo, Giovanni, Adamo.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il XXVI non è uno di quei canti che si impongono immediatamente all’attenzione del lettore per unità di motivi ispiratori, per simmetrica vicenda d’immagini, per taglio sapiente di proporzioni. E’ il canto della carità o quello di Adamo? E’ l’epica celebrazione dell’ordine dell’universo che, derivato da Dio, a Dio ritorna, oppure il canto nel quale il Poeta si limita a sfoggiare, nelle risposte di Adamo, la sua erudizione, preoccupato di correggere alcune affermazioni del Convivio (a proposito del problema delle lingue)? E’ il canto caratterizzato dalla corpulenza di immagini come quella delle fronde onde s’infronda tutto l’orto dell’ortolano etterno o quella dell’animal che coperto Broglia o è il canto caratterizzato dalle suggestive figurazioni psicologiche dei versi 14-15 70-78, 82-84, 85-90? Tuttavia anche se in esso non si determina una compiuta unità lirica, si realizza una fondamentale sintesi contenutistica, grazie alla quale appare pienamente giustificata, di contro alla perplessità di alcuni critici, l’apparizione di Adamo e il ruolo assegnato al progenitore nel cielo delle stelle fisse. Salendo attraverso le sfere sottostanti, Dante ha analizzato e classificato, secondo un criterio etico, l’umanità, così che il Parodi può giustamente definire il paradiso delle sfere "una gerarchia e una didattica delle virtù"; ma in paradiso non si può pensare nessuna umana virtù se non già trasformata in virtù cristiana (volta, cioè, al raggiungimento di un fine sovrannaturale) e consacrata dall’apporto delle tre virtù teologali, le quali, infatti, dominano, dall’alto dell’ottavo cielo, tutte le altre. Giunto in questa sfera, Dante ha ormai ricostruito la natura umana nella sua perfezione originaria, quale era uscita dalle mani di Dio. Questa reintegrazione nell’ "innocenza" primitiva è resa possibile solo mediante l’intervento delle tre virtù teologali, (simboleggiato dal triplice esame sostenuto e superato da Dante, dal quale, non si dimentichi, sono rivissuti tutti i singoli momenti del ritorno dell’anima a Dio), che innalzano di nuovo l’uomo alla dignità di figlio di Dio dopo lo smarrimento nella selva oscura. Si impone, a questo punto, un rilievo necessario. Dopo la rivoluzione scientifica del XVII secolo, la natura umana viene comunemente considerata una materia sulla quale si esercita assiduamente lo studio e il progresso della scienza e dell’industria, e anche per i credenti la umanità è impegnata ad attuare uno sviluppo, a realizzare un complesso di possibilità prima solo implicite. Invece "lo schema culturale soggiacente all’operare della fantasia di Dante è... ancora quello della cultura antica, pre-cristiana: c’è una natura originale perfetta (l’età dell’oro, interpretata nel senso del paradiso terrestre), e tutta l’impresa umana consiste nel recuperare tale originaria perfezione" (Montanari). In Dante e in molti pensatori a lui contemporanei il fulcro della meditazione filosofico-teologica è la visione della natura umana del paradiso terrestre, splendida e perfetta in ogni sua azione, ornata dai doni preternaturali di integrità? immortalità, inerranza. In questa prospettiva non può più essere giudicato strano l’eccezionale rilievo conferito da Dante ad Adamo in questo canto, perché " alla nostra mentalità quantitativa - secondo l’affermazione del Montanari Adamo appare un primo prevalentemente numerico: alla mente di Dante Adamo appare come un archetipo che contiene in sé tutta l’umanità come natura. E perciò la liturgia di venerazione con cui Dante saluta, stupendo, Adamo è così solenne (come la fronda che flette la cima...)". In Adamo Dante onora la natura umana perfetta, contempla la sua insuperabile magnificenza, gode del suo destino di gloria. Il sentimento del peccato originale, vivissimo in tutto il Medioevo, che guardava alla colpa di Adamo come ad un doloroso fardello che gravava sull’umanità soffocandola, non lascia tracce profonde nella poesia di Dante, il quale, invece, preferisce insistere sulla grandezza e sulla dignità della natura umana destinata ad essere divinizzata: questo è il significato dell’apoteosi di luce con la quale viene celebrato Adamo e della glorificazione di Eva, quella ch’è tanto bella, ai piedi della Vergine (Paradiso XXXII, 5). Così, al termine della sua ascesa, prima della visione dell’Empireo, il Poeta vagheggia la creatura perfetta, quello che l’uomo fu, nel paradiso terrestre, per poco più di sei ore (versi 139-142) e quello che può ridiventare dopo la sofferta, combattuta esperienza religiosa, alla quale Dante ha dato un volto e una voce nella sua Commedia. L’apparizione di Adamo, dunque, non è che la logica conseguenza del triplice esame di Dante e, in modo particolare, di quello dedicato alla carità (si opera, in tal modo, una fusione fra la prima e la seconda parte del canto XXVI). Infatti l’amore del quale parla Dante, in risposta alle domande di San Giovanni, è l’ordine-forma dell’universo, il quale è stato creato da Dio per un atto di amore e verso Dio converge con tutte le sue creature. Questo mondo creato dall’Essere infinito, lungi dall’impaludarsi nel basso, si agita, si sforza di risalire e giunge di nuovo là da dove era venuto; ogni creatura arriva al posto assegnatole in virtù del proprio istinto, ma questo nell’uomo non si manifesta come aspirazione sorda o desiderio cieco, bensì come volontà chiara del proprio fine, che è quello di realizzare in sé la somiglianza con Dio: il modello di questa restaurazione è, appunto, Adamo. Dante, dopo aver assistito al trionfo di Cristo, ha superato l’esame sul valore dottrinale e vitale delle tre virtù sante, e, vivendo ormai tutto di esse e con esse, incorporato in Cristo, finalmente e naturalmente incontra il primo parente, redento: è un trionfo che congiunge la creazione con la redenzione, il passato con il presente, l’uomo antico col nuovo, che è Dante, cui è affidata dalla Provvidenza un’alta missione per la salvezza del mondo; questo trionfo avrà la sua consacrazione nell’inno di ineffabile allegrezza e di solenne lode con il quale si apre il canto seguente.

Personaggi del canto XXVI

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

San Pietro

Paradiso · Stelle fisse

Esamina Dante sulla fede e lancia un'invettiva contro la corruzione della Chiesa.

Beato

San Giovanni Evangelista

Paradiso · Stelle fisse

L'apostolo prediletto: esamina Dante sulla carità e smentisce la leggenda della propria assunzione.

Beato

Adamo

Paradiso · Stelle fisse

Il primo uomo spiega a Dante la natura del peccato originale e la lingua che parlava.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

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Lingua
Paradiso · Canto XXVI Approfondito

La lingua di Adamo

vv. 124-132La lingua ch'io parlai fu tutta spentainnanzi che a l'ovra inconsummabilefosse la gente di Nembròt attenta:ché nullo effetto mai razionabile,per lo piacere uman che rinovellaseguendo il cielo, sempre fu durabile.Opera naturale è ch'uom favella;ma così o così, natura lasciapoi fare a voi secondo che v'abbella.Leggi nel testo

Dopo l'esame sulla carità, Dante incontra Adamo, il primo uomo. Gli rivolge mentalmente quattro domande: quanto tempo fa fu creato, quanto rimase nel Paradiso terrestre, quale fu la vera causa del peccato originale, quale lingua parlava.

La risposta sulla lingua è sorprendente. Adamo spiega che la lingua da lui parlata si spense del tutto prima ancora che Nembrot iniziasse la torre di Babele. Nessuna lingua umana è stabile: «opera naturale è ch'uom favella», ma come parlare lo decide l'uomo, secondo ciò che gli piace. Perfino il nome di Dio è cambiato: prima si diceva I, poi El.

Nel De vulgari eloquentia, scritto anni prima, Dante aveva sostenuto che la lingua di Adamo fosse l'ebraico e che fosse rimasta immutata, anche dopo Babele, presso il popolo ebraico. Qui cambia idea: tutte le lingue mutano, per natura. Il filosofo Ruedi Imbach ha visto in questo passo una vera riflessione filosofica originale sul linguaggio.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La lingua di Adamo

Ne parla la scheda «Nembrot e la confusione delle lingue» (Inf. XXXI).

La carità

Ne parla la scheda «L'esame sulla fede» (Par. XXIV).

San Pietro

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San Giovanni Evangelista

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Adamo

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