Nel cielo rosseggiante di Marte gli spiriti combattenti per la fede formano una croce luminosa.
Paradiso · Cielo del Sole / Cielo di Marte
Paradiso, Canto XIV
«Dal centro al cerchio,e sì dal cerchio al centro…»
Nel cielo del Sole Beatrice chiede agli spiriti sapienti di risolvere un dubbio che si sta spacciando alla mente di Dante riguardo alla luminosità dei beati dopo la risurrezione della carne.
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Testo e parafrasi del canto XIV
Parafrasi
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1
Dal centro al cerchio,e sì dal cerchio al centroAmovesi l'acqua in un ritondo vaso,Bsecondo ch'è percosso fuori o dentro:A
In un recipiente rotondo la superficie dell’acqua si increspa (in cerchi concentrici che vanno) dall’orlo verso il centro, e dal centro verso l’orlo, a seconda che l’acqua sia percossa da un colpo dato sulla parete esterna del recipiente o all’interno.
Dal centro verso il bordo, e dal bordo verso il centro, si muove l'acqua in un recipiente rotondo, a seconda che sia colpita dall'esterno o dall'interno:
4
ne la mia mente fé sùbito casoBquesto ch'io dico, sì come si tacqueCla gloriosa vita di Tommaso,B
7
per la similitudine che nacqueCdel suo parlare e di quel di Beatrice,Da cui sì cominciar, dopo lui, piacque:C
10
«A costui fa mestieri, e nol vi diceDné con la voce né pensando ancora,Ed'un altro vero andare a la radice.D
Questo fenomeno dell’acqua di cui parlo, mi venne improvvisamente in mente, non appena tacque l’anima santa di Tommaso, per la somiglianza che nacque fra le sue parole (che dalla parte esterna della corona dei beati si muovevano verso il centro dove si trovavano Dante e Beatrice) e quelle di Beatrice (che dal centro si volgevano verso la circonferenza della corona), alla quale piacque cominciare, dopo di lui, in questo modo: “ A costui (Dante) è necessario andare a fondo di un’altra verità, ma non osa dirvelo né con le parole né ancora col pensiero.
questo che dico mi venne in mente all'improvviso, appena tacque l'anima gloriosa di Tommaso, per la somiglianza che nacque tra il suo parlare e quello di Beatrice, alla quale, dopo di lui, piacque cominciare così: «A costui è necessario, e non ve lo dice né con la voce né ancora col pensiero, andare fino alla radice di un'altra verità.
13
Diteli se la luce onde s'infioraEvostra sustanza, rimarrà con voiFetternalmente sì com'ell'è ora;E
Ditegli se la luce di cui si adorna la vostra anima rimarrà con voi eternamente cosi com’è ora:
Ditegli se la luce di cui si adorna la vostra sostanza rimarrà con voi eternamente così com'è ora;
16
e se rimane, dite come, poiFche sarete visibili rifatti,Gesser porà ch'al veder non vi nòi».F
19
Come, da più letizia pinti e tratti,Ga la fiata quei che vanno a rotaHlevan la voce e rallegrano li atti,G
22
così, a l'orazion pronta e divota,Hli santi cerchi mostrar nova gioiaInel torneare e ne la mira nota.H
e se rimarrà inalterata, spiegategli come, dopo che (avendo ripreso il corpo) sarete ridiventati visibili, potrà accadere che (questa luce) non riesca molesta ai vostri occhi. ” Come talvolta coloro che danzano in circolo, sospinti e trascinati da una crescente allegria, alzano (cantando) la voce e si muovono con più vivacità, cosi, alla pronta e riverente preghiera (di Beatrice), le due corone di spiriti beati mostrarono la loro accresciuta letizia col girare intorno più velocemente e con la meravigliosa armonia del loro canto.
e se rimane, ditegli come potrà essere che, dopo che sarete tornati visibili (con il corpo risorto), essa non vi faccia male alla vista». Come, spinti e trascinati da una gioia maggiore, a un certo punto quelli che ballano in tondo alzano la voce e rendono più vivaci i movimenti, così, alla preghiera pronta e devota, i santi cerchi mostrarono una nuova gioia nel girare e nel mirabile canto.
25
Qual si lamenta perché qui si moiaIper viver colà sù, non vide quiveJlo refrigerio de l'etterna ploia.I
28
Quell'uno e due e tre che sempre viveJe regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,Knon circunscritto, e tutto circunscrive,J
31
tre volte era cantato da ciascunoKdi quelli spirti con tal melodia,Lch'ad ogne merto saria giusto muno.K
Chi si lamenta che qui in terra l’uomo debba morire per passare alla vita del cielo, non ha certo visto lassù il ristoro che reca la pioggia della grazia La Trinità che sempre vive e sempre regna unita in ciascuna delle tre persone, non limitata da nulla, e che tutto abbraccia e contiene, tre volte era glorificata dal canto di ciascuno di quegli spiriti con così soave melodia, che (I’udirla) sarebbe giusta ricompensa anche al merito più grande.
Chi si lamenta perché quaggiù si muore per vivere lassù, non ha visto lì il refrigerio della pioggia eterna (della grazia). Quel Dio uno e due e tre che vive sempre e regna sempre in tre e in due e in uno, non contenuto da nulla e che contiene tutto, era cantato tre volte da ciascuno di quegli spiriti con una melodia tale che sarebbe un giusto premio per ogni merito.
34
E io udi' ne la luce più diaLdel minor cerchio una voce modesta,Mforse qual fu da l'angelo a Maria,L
37
risponder: «Quanto fia lunga la festaMdi paradiso, tanto il nostro amoreNsi raggerà dintorno cotal vesta.M
Ed io udii nella luce più fulgida della prima corona (attorno ad esso si era formato il secondo, più ampio) una voce soave, simile forse a quella con cui l’arcangelo Gabriele si rivolse a Maria (nell’Annunciazione), rispondere: “Finché durerà il gaudio della celeste beatitudine, il nostro amore irradierà intorno questa veste (luminosa che ci fascia).
E io udii nella luce più splendente del cerchio più piccolo (Salomone) una voce modesta, forse come fu quella dell'angelo a Maria, rispondere: «Quanto durerà la festa del paradiso, tanto a lungo il nostro amore irradierà intorno a noi questa veste di luce.
40
La sua chiarezza séguita l'ardore;Nl'ardor la visione, e quella è tanta,Oquant'ha di grazia sovra suo valore.N
Lo splendore (di questa veste) è proporzionato all’ardore di carità (di cui siamo infiammati); il nostro ardore è proporzionato alla visione (più o meno profonda, che abbiamo di Dio), e la visione è proporzionata alla grazia divina aggiunta al merito di ciascuno.
La sua luminosità dipende dall'ardore; l'ardore dalla visione (di Dio), e questa è tanto grande quanta grazia riceve oltre al proprio merito.
43
Come la carne gloriosa e santaOfia rivestita, la nostra personaPpiù grata fia per esser tutta quanta;O
Quando (nel giorno del Giudizio Universale) rivestiremo il nostro corpo reso glorioso e santo (dall’anima beata), il nostro essere sarà più caro (a Dio) perché sarà diventato più completo;
Quando la carne gloriosa e santa sarà rivestita, la nostra persona sarà più gradita (a Dio) per essere completa;
46
per che s'accrescerà ciò che ne donaPdi gratuito lume il sommo bene,Qlume ch'a lui veder ne condiziona;P
Ritorna ancora una volta il principio aristotelico-tomista da Dante già enunciato nel canto VI dell'Inferno (versi 106-108): la perfezione dell'essere umano è nell'unione di anima e di corpo, la quale si ricostituirà per l'eternità nel giorno del Giudizio Universale. per questa perfezione si accrescerà il dono della Grazia illuminante che Dio, sommo Bene, ci offre, e che ci mette in condizione di poterLo vedere;
per cui aumenterà la luce che il sommo bene ci dona gratuitamente, luce che ci rende capaci di vederlo;
49
onde la vision crescer convene,Qcrescer l'ardor che di quella s'accende,Rcrescer lo raggio che da esso vene.Q
per tale motivo deve crescere la visione di Dio, deve crescere l’ ardore di carità che essa accende, deve crescere la luce che da questo ardore deriva.
e quindi è necessario che cresca la visione, che cresca l'ardore che da essa si accende, che cresca lo splendore che da esso nasce.
52
Ma sì come carbon che fiamma rende,Re per vivo candor quella soverchia,Ssì che la sua parvenza si difende;R
55
così questo folgór che già ne cerchiaSfia vinto in apparenza da la carneTche tutto dì la terra ricoperchia;S
Ma come il carbone che produce la fiamma, e la supera (in splendore) per la sua viva incandescenza, così che la sua forma non si lascia nascondere (dalla luce della fiamma), così questo fulgore che fin d’ora ci circonda sarà vinto in efficacia visiva dal fulgore del nostro corpo che per ora è ricoperto dalla terra;
Ma come il carbone che produce la fiamma, e con il suo vivo candore la supera, così che la sua figura resta visibile, così questo splendore che già ci circonda sarà superato in luminosità dalla carne che ancora oggi la terra ricopre;
58
né potrà tanta luce affaticarne:Tché li organi del corpo saran fortiUa tutto ciò che potrà dilettarne».T
tuttavia tanta luce non potrà abbagliarci, perché i nostri sensi avranno potenza sufficiente a percepire e sostenere tutto ciò che potrà essere motivo di beatitudine.
né tanta luce potrà affaticarci: perché gli organi del corpo saranno forti per tutto ciò che potrà darci gioia».
61
Tanto mi parver sùbiti e accortiUe l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!»,Vche ben mostrar disio d'i corpi morti:U
Gli spiriti delle due corone mi apparvero tanto pronti e veloci a dire “ Cosi sia! ”, che mostrarono chiaramente il desiderio di ricongiungersi ai loro corpi;
Mi sembrarono così pronti e attenti l'uno e l'altro coro a dire «Amen!», che mostrarono bene il desiderio dei loro corpi morti:
64
forse non pur per lor, ma per le mamme,Vper li padri e per li altri che fuor cariWanzi che fosser sempiterne fiamme.V
forse non tanto per se stessi, ma per la madre, il padre e per tutti coloro che ebbero cari (in terra): prima di diventare eterni fulgori (in cielo).
forse non solo per sé, ma per le mamme, per i padri e per gli altri che furono loro cari prima che diventassero fiamme eterne.
67
Ed ecco intorno, di chiarezza pari,Wnascere un lustro sopra quel che v'era,Xper guisa d'orizzonte che rischiari.W
Ed ecco apparire intorno (alle due corone) una luce, di splendore pari (a quella dei due cerchi di beati), superiore alla luminosità del sole, simile al chiarore che si diffonde all’orizzonte quando il sole sorge.
Ed ecco intorno nascere uno splendore di uguale luminosità, al di sopra di quello che c'era già, come un orizzonte che si rischiara.
70
E sì come al salir di prima seraXcomincian per lo ciel nove parvenze,Ysì che la vista pare e non par vera,X
73
parvemi lì novelle sussistenzeYcominciare a vedere, e fare un giroZdi fuor da l'altre due circunferenze.Y
76
Oh vero sfavillar del Santo Spiro!Zcome si fece sùbito e candenteAAa li occhi miei che, vinti, nol soffriro!Z
E come sul far della sera cominciano ad apparire nel cielo le prime stelle, così (tenui) che l’aspetto di esse appare e non appare reale, così mi sembrò di vedere lì nuove anime, e mi sembrò che esse si disponessero in cerchio intorno alle: altre due corone. Oh verace splendore dello Spirito Santo! come esso divenne improvvisamente incandescente alla mia vista che, sopraffatta, non poté sopportarlo!
E come al sopraggiungere della prima sera cominciano ad apparire nel cielo nuove luci, così che la vista sembra vera e non vera, mi sembrò di cominciare a vedere lì nuove anime, che formavano un cerchio all'esterno delle altre due circonferenze. Oh vero sfavillare dello Spirito Santo! Come divenne improvviso e splendente ai miei occhi, che, vinti, non lo sopportarono!
79
Ma Beatrice sì bella e ridenteAAmi si mostrò, che tra quelle veduteABsi vuol lasciar che non seguir la mente.AA
Ma Beatrice mi apparve così bella e splendente, che (la sua immagine) si deve lasciare tra quelle visioni paradisiache che la memoria non è stata capace di fissare dentro di se.
Ma Beatrice mi apparve così bella e sorridente che bisogna lasciarla tra quelle visioni che la memoria non riesce a seguire.
82
Quindi ripreser li occhi miei virtuteABa rilevarsi; e vidimi translatoACsol con mia donna in più alta salute.AB
Da Beatrice i miei occhi ripresero forza per risollevarsi, e mi vidi trasferito solo con la mia donna in un più alto grado di beatitudine.
Da lei i miei occhi ripresero la forza di sollevarsi; e mi vidi trasportato, solo con la mia donna, a una beatitudine più alta.
85
Ben m'accors'io ch'io era più levato,ACper l'affocato riso de la stella,ADche mi parea più roggio che l'usato.AC
Mi accorsi chiaramente che ero salito in un cielo superiore, per lo sfavillio incandescente della stella, che mi appariva più rosseggiante del solito.
Mi accorsi bene di essere salito più in alto per il sorriso infuocato della stella (Marte), che mi sembrava più rosso del solito.
88
Con tutto 'l core e con quella favellaADch'è una in tutti, a Dio feci olocausto,AEqual conveniesi a la grazia novella.AD
Con tutto il mio cuore e con il linguaggio dell’anima che è unico per tutti gli uomini, feci a Dio l’offerta di tutto me stesso, come era giusto fare in risposta alla nuova grazia ricevuta (quella di essere stato assunto in un cielo più alto).
Con tutto il cuore e con quel linguaggio interiore che è uguale in tutti, offrii a Dio un sacrificio, come era adatto alla nuova grazia.
91
E non er'anco del mio petto essaustoAEl'ardor del sacrificio, ch'io conobbiAFesso litare stato accetto e fausto;AE
94
ché con tanto lucore e tanto robbiAFm'apparvero splendor dentro a due raggi,AGch'io dissi: «O Eliòs che sì li addobbi!».AF
97
Come distinta da minori e maggiAGlumi biancheggia tra ' poli del mondoAHGalassia sì, che fa dubbiar ben saggi;AG
100
sì costellati facean nel profondoAHMarte quei raggi il venerabil segnoAIche fan giunture di quadranti in tondo.AH
E non si era ancora esaurito nel mio petto l’ardore di quella offerta, che mi accorsi che quel mio sacrificio (litare: è termine latino, che significa “ celebrare un sacrificiò ”) era stato gradito (a Dio) ed efficace, perché disposte su due liste luminose mi apparvero anime splendenti, così luminose e così affocate, che dissi: “ O Dio che rivesti queste anime di tanta luce! ” Come la Galassia si distende con la sua striscia luminosa costellata da stelle di minore o maggiore grandezza dall’uno all’altro polo del cielo, in modo che fa restare incerti anche i più sapienti, così disposte a modo di costellazione con stelle di diversa grandezza dentro il cielo di Marte quelle due liste luminose formavano il venerando segno (della croce), che è costituito dati intersecarsi delle linee che congiungono le quattro parti in cui è diviso il cerchio.
E non era ancora esaurito nel mio petto l'ardore del sacrificio, quando capii che quell'offerta era stata accettata e gradita; perché mi apparvero splendori così luminosi e così rossi dentro due raggi, che io dissi: «O Dio (Elios), che così li adorni!». Come la Galassia (la Via Lattea), punteggiata di stelle minori e maggiori, biancheggia tra i poli del mondo, tanto da far dubitare anche i più sapienti, così quei raggi, costellati di luci, formavano nella profondità di Marte il venerabile segno che fanno le linee che uniscono i quadranti di un cerchio (la croce).
103
Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;AIché quella croce lampeggiava Cristo,AJsì ch'io non so trovare essempro degno;AI
A questo punto la mia memoria supera le possibilità del mio ingegno (incapace di esprimere a parole una simile visione), perché in quella croce sfolgorava la figura di Cristo, in modo che io non so trovare un’immagine adeguata per rappresentarla;
Qui la mia memoria supera il mio ingegno; perché quella croce faceva lampeggiare Cristo, così che non so trovare un paragone degno;
106
ma chi prende sua croce e segue Cristo,AJancor mi scuserà di quel ch'io lasso,AKvedendo in quell'albor balenar Cristo.AJ
ma chi (nel mondo) prende la sua croce e segue Cristo, quando un giorno Lo vedrà sfolgorare in questa luce biancheggiante, mi scuserà allora di quanto io tralascio.
ma chi prende la sua croce e segue Cristo mi perdonerà ancora per ciò che tralascio, quando vedrà Cristo balenare in quel chiarore.
109
Di corno in corno e tra la cima e 'l bassoAKsi movien lumi, scintillando forteALnel congiugnersi insieme e nel trapasso:AK
Da un braccio all’altro della lista orizzontale e tra una estremità e l’altra della linea verticale si muovevano gli spiriti luminosi, risplendendo più intensamente nell’atto di incontrarsi e di oltrepassarsi:
Da un braccio all'altro e tra la cima e la base si muovevano luci, scintillando forte quando si incontravano e quando si superavano:
112
così si veggion qui diritte e torte,ALveloci e tarde, rinovando vista,AMle minuzie d'i corpi, lunghe e corte,AL
115
moversi per lo raggio onde si listaAMtalvolta l'ombra che, per sua difesa,ANla gente con ingegno e arte acquista.AM
allo stesso modo sulla terra si vedono i corpuscoli del pulviscolo atmosferico in direzione diritta o obliqua, con moto rapido o lento, mutando aspetto, in forma allungata o corta, muoversi nel raggio di luce da cui è tagliata talvolta l’oscurità (di una stanza), oscurità che l’uomo si procura per difendersi dalla luce del sole con espedienti escogitati dall’ingegno e realizzati praticamente.
così si vedono quaggiù, dritte e oblique, veloci e lente, cambiando aspetto, le particelle dei corpi, lunghe e corte, muoversi nel raggio di sole che talvolta attraversa l'ombra che la gente si procura con ingegno e con arte per ripararsi.
118
E come giga e arpa, in tempra tesaANdi molte corde, fa dolce tintinnoAOa tal da cui la nota non è intesa,AN
121
così da' lumi che lì m'apparinnoAOs'accogliea per la croce una melodeAPche mi rapiva, sanza intender l'inno.AO
E come la giga (strumento musicale simile al violino) e l’arpa, con l’ armonico temperarsi di molte corde diverse, creano un suono dolce anche all’orecchio di chi non intende l’insieme della melodia, così da quelle luci che lì mi apparvero si diffondeva lungo la croce una melodia che mi estasiava con la sua dolcezza, senza che io riuscissi a capire le parole del canto.
E come la viola e l'arpa, accordate con molte corde, fanno un dolce suono anche per chi non distingue le note, così dalle luci che lì mi apparvero si raccoglieva lungo la croce una melodia che mi rapiva, senza che io capissi l'inno.
124
Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,APperò ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci»AQcome a colui che non intende e ode.AP
(Pur senza intendere il suo significato) mi accorsi facilmente che esso era un canto di solenne glorificazione, perché mi giungevano le parole “ Resurgi ” e “ Vinci ”, come a colui che ode qualche parola ma non intende tutto il senso di un discorso.
Mi accorsi bene che era di alte lodi, perché mi giungevano le parole «Risorgi» e «Vinci», come a colui che ascolta e non capisce.
127
Io m'innamorava tanto quinci,AQche 'nfino a lì non fu alcuna cosaARche mi legasse con sì dolci vinci.AQ
Dalla dolcezza di questo canto io traevo un così profondo amore (verso queste cose), che fino a quel momento non vi fu niente che mi avesse avvinto con così soavi legami.
Io me ne innamoravo tanto che fino ad allora non c'era stata alcuna cosa che mi legasse con legami così dolci.
130
Forse la mia parola par troppo osa,ARposponendo il piacer de li occhi belli,ASne' quai mirando mio disio ha posa;AR
Forse la mia parola può sembrare troppo ardita, poiché pospongo (al piacere provato in questo momento) la gioia che ricevo dai begli occhi (di Beatrice), contemplando i quali si appaga ogni mio desiderio:
Forse le mie parole sembrano troppo audaci, perché mettono in secondo piano il piacere degli occhi belli (di Beatrice), guardando i quali il mio desiderio trova pace;
133
ma chi s'avvede che i vivi suggelliASd'ogne bellezza più fanno più suso,ATe ch'io non m'era lì rivolto a quelli,AS
136
escusar puommi di quel ch'io m'accusoATper escusarmi, e vedermi dir vero:AUché 'l piacer santo non è qui dischiuso,AT
139
perché si fa, montando, più sincero.AU
ma chi considera che gli occhi di Beatrice, viva rappresentazione di ogni bellezza, operano più efficacemente quanto più si sale attraverso i cieli, e che io nella sfera di Marte non mi ero ancora rivolto verso di essi, mi può scusare di quello di cui io mi accuso (cioè di aver osato troppo con le mie parole) per giustificarmi (di aver posposto al piacere del canto il piacer delli occhi belli), e può costatare che dico la verità, poiché la divina bellezza (di Beatrice) non è stata qui dimenticata dalle mie parole, dal momento che anch’ essa, man mano che si ascende, diventa sempre più perfetta.
ma chi si accorge che quei vivi sigilli di ogni bellezza (gli occhi di Beatrice) diventano più efficaci quanto più si sale, e che io lì non mi ero ancora rivolto a loro, può scusarmi di ciò di cui mi accuso per scusarmi, e vedere che dico il vero: perché la santa bellezza (di Beatrice) non è esclusa qui, dato che, salendo, diventa più pura.
Riassunto del canto XIV
Nel cielo del Sole Beatrice chiede agli spiriti sapienti di risolvere un dubbio che si sta spacciando alla mente di Dante riguardo alla luminosità dei beati dopo la risurrezione della carne. Risponde l’anima di Salomone, la quale afferma che non solo essi conserveranno la luce che li fascia ora, ma che i loro occhi corporei saranno resi capaci di sopportare simile splendore. Intorno alle due corone che si erano formate precedentemente appare una terza ghirlanda, così luminosa da abbagliare la vista di Dante. Allorché egli risolleverà gli occhi che aveva dovuto abbassare di fronte a quel fulgore eccessivo, si accorgerà di essere giunto con Beatrice nel quinto cielo, quello di Marte, illuminato da una luce rosseggiante. In questa sfera gli spiriti di coloro che hanno combattuto per la fede sono disposti su due liste luminose, le quali si intersecano formando una croce greca. Le anime si muovono lungo i bracci della croce, scintillando con maggiore o minore intensità a seconda del loro grado di beatitudine. Dalla croce esce un canto armonioso, ma Dante è in grado di percepire la dolcezza della melodia, non il significato completo dell’inno. Tuttavia le uniche parole che giungono al suo orecchio, "Resurgi" e "Vinci", indicano il valore liturgico del canto innalzato dagli spiriti combattenti, che esaltano Cristo come trionfatore della morte e del peccato.
In breve
Dove e chi
Cielo del Sole: Spiriti sapienti. Corone di luci che cantano.
Cielo di Marte: Combattenti per la fede. Una croce luminosa.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
È chiaro che Dante nel Paradiso ha voluto costruire un quadro completo dell’ordine fisico, metafisico e morale dell’universo, ma è altrettanto chiaro che egli si è proposto di innestare il discorso teologico nell’azione drammatica, in modo che questa offrisse l’occasione a quello. Così la salita al primo cielo permette di affrontare il problema dell’ordine fisico dell’universo, l’incontro con Piccarda quello della volontà dei beati, la figura di Giustiniano quello dell’Impero universale, tema che a sua volta prepara quello della redenzione e così via. Occorreva tuttavia stabilire un rapporto vitale fra il discorso teologico e l’azione drammatica, affinché l’occasione non si trasformasse in pretesto, magari faticosamente cercato, ma apparisse come la generatrice naturale di una visione che, di canto in canto, scopriva il mondo della beatitudine e l’armonia del cosmo, fino a raccogliere l’uno e l’altra nella visione di Dio nell’Empireo. La pagina dottrinale doveva diventare, cioè, momento vivo ed essenziale dell’azione stessa, per non restare una pagina di trattato sapienziale. Nella prima parte del Paradiso questo rapporto teologia-azione resta, in buona parte, irrealizzato, perché la teologia appare estranea al tessuto narrativo, occupando un posto preponderante nei singoli canti senza fondersi con esso. Nei canti teologici che precedono il XIV il Poeta solo nel canto primo e nel terzo è riuscito a stabilire veramente un’occasione poetica, un’adesione logica e fantastica del discorso all’azione: così nel canto primo la domanda di Dante nasceva spontanea e naturale (rna ora ammiro com’io trascenda questi corpi levi) e la risposta, che presentava l’armonico ritorno di tutte le cose verso Dio, accompagnava mirabilmente l’ascesa del Poeta e di Beatrice attraverso i cieli. Il tema della risurrezione dei corpi nel canto XIV non ha neppure bisogno di una occasione che lo presenti, perché esso fa parte della vita stessa dei beati; la domanda di Dante rientra tra quelle, numerose durante il corso del suo viaggio nel terzo regno, in cui chiede alle anime beate notizie sul loro stato: diteli se la luce onde s’indora nostra sostanza, rimarrà con voi etternalmente sì com’ell’è ora. Così alla gioia di cui si illuminano gli spiriti sapienti, perché, rispondendo a questa richiesta, soddisfano un desiderio del Poeta, si unisce la gioia per la propria risurrezione, in modo che la spiegazione teologica si trasferisce subito sul piano affettivo: i beati non solo fanno dono a Dante di una verità logicamente dedotta da principii universali, ma rivelano la loro esultante attesa del momento in cui, rivestita la carne gloriosa e santa, crescerà la visione di Dio, il loro ardor, il loro raggio. Nei versi 37-60 la teologia appare proprio come Dante la intende, sorretta da una forte carica affettiva che è l’ebbrezza dello spirito anelante ad un’unione sempre più profonda con Dio. Il ragionamento, dunque, non resta astratto e chiuso davanti alla visione paradisiaca, ma diventa esso stesso un mezzo per rivelarla, per esaltare la felicità degli eletti, la luce e l’immensità dei cieli. La struttura sillogistica che sostiene queste terzine si trasfigura in movimento poetico, in fervido circolo ritmico, splendente di immagini. Nel canto XIV, infatti, il ritmo circolare - ripetizione di parole, ritorno di concetti uguali, riecheggiamento di note identiche - è la caratteristica dominante, impostata fin dal primo verso (dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro). Subito dopo con questo ritmo il Poeta affronta il tema della Trinità (quell’uno e due e tre... in tre e ‘n due e ‘n uno), fondendo alla definizione dogmatica una ineffabile emozione poetica, con un "vertiginoso ritorno di note sopra se stesse" (Momigliano). Tuttavia tale mezzo raggiunge la sua massima potenza espressiva nel breve discorso di Salomone, dove il ragionamento si trasfigura liricamente grazie alla vibrante accensione di ardore e di immagini generata dal ritorno incessante delle stesse note. Questo ritmo circolare, infatti, è ben lungi dall’essere uno statico avvolgimento di termini o concetti uguali, perché ad esso s’accompagna un intensificarsi particolare delle immagini e dell’emozione lirica: dapprima un moto ascendente di luce e di amore che si placa nella visione di Dio (versi 40-42), poi un moto discendente (che il Poeta ha già definito rifrigerio dell’etterna ploia) che riporta quella luce e quell’amore da Dio alle anime, cosicché si ha "l’impressione d’un mistico e lucido delirio " che "rende evidente il rapimento nel quale fu concepito questo canto " (Momigliano). Questo, inoltre, era l’unico ritmo con il quale il Poeta poteva significare il misterioso processo di merito e di Grazia che lega l’uomo al suo Creatore, per cui la vita divina rifluisce in lui perennemente: l’uomo e Dio chiusi in un cerchio di amore che richiama quello della vita trinitaria (e non a caso Salomone inizia il suo discorso dopo che per tre volte si era alzato dai beati l’inno alla Trinità). La critica riconosce nel canto XIV uno dei più alti e dei più ispirati del Paradiso. Certamente uno dei più unitari. Esso appare dominato nella prima parte da un nucleo di intensa poesia, il tema della gloria del corpo risorto, che sembra esaurirsi dopo l’umanissimo accenno al legame che anche nel mondo beato stringerà ognuno ai suoi cari. In realtà anche la seconda parte del canto riecheggia, sia pure su un piano diverso, la prima, perché anch’essa è alimentata dal tema della risurrezione e dallo stesso tono spirituale (la gioia della liberazione della carne e la gloria della beatitudine eterna): la croce non è più il legno insanguinato sul quale il Figlio di Dio ha patito l’offesa suprema, ma è un vessillo luminoso che si stende per tutto il cielo a testimonianza della vittoria sulle tenebre e sulla materia; la figura di Cristo che vi "balena" non è quella sofferente dell’Uomo-Dio crocifisso, ma quella trionfante del Risorto, e le anime dei martiri della fede percorrono quella croce con un moto di letizia incessante cantando un inno di risurrezione.
vv. 100-108sì costellati facean nel profondoMarte quei raggi il venerabil segnoche fan giunture di quadranti in tondo.Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;ché quella croce lampeggiava Cristo,sì ch'io non so trovare essempro degno;ma chi prende sua croce e segue Cristo,ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,vedendo in quell'albor balenar Cristo.Leggi nel testo
Salito nel cielo di Marte, Dante vede le anime di chi ha combattuto per la fede disporsi in una grande croce luminosa, con i bracci uguali, come una croce greca. Nella croce lampeggia l'immagine di Cristo, così intensa che Dante non trova parole per descriverla.
Il cielo di Marte occupa cinque canti, dal XIV al XVIII. Sorprendentemente, la maggior parte di questi canti non parla di crociate, ma di Firenze: il trisavolo di Dante, Cacciaguida, racconta la Firenze antica e profetizza l'esilio. Perché proprio qui?
Maria Soresina ha proposto una spiegazione: la croce inscritta nel cerchio era l'antico simbolo della fondazione delle città, divise in quattro quartieri. E Marte era il primo patrono di Firenze, prima di san Giovanni Battista. Nel cielo di Marte, dunque, è naturale che Dante parli della sua città e del proprio destino di fiorentino.