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Indice dei canti
Un vecchio barbuto, luminoso e in veste bianca, parla a Dante indicando una scala d'oro che si perde in alto, percorsa da figure bianche; Beatrice è accanto, in un cielo stellato.
Nel cielo di Saturno, ai piedi della scala d'oro dei contemplanti, parla san Pier Damiani.
Paradiso · Cielo di Saturno

Paradiso, Canto XXI

«Già eran li occhi miei rifissi al volto…»

L’ascesa al cielo degli spiriti contemplanti, Saturno, avviene subito dopo che l’aquila formata dalle anime dei giusti ha terminato il suo discorso.

Luogo
Cielo di Saturno
Anime
Spiriti contemplativi
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XXI

Parafrasi
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1

Già eran li occhi miei rifissi al voltoAde la mia donna, e l'animo con essi,Be da ogne altro intento s'era tolto.A

Già i miei occhi erano nuovamente fissi nel volto della mia donna, e con gli occhi anche l’animo, che si era distolto da ogni altro oggetto. E Beatrice non sorrideva:
I miei occhi erano già di nuovo fissi sul volto della mia donna, e con essi la mia mente, che si era distolta da ogni altro pensiero.
4

E quella non ridea; ma «S'io ridessi»,Bmi cominciò, «tu ti faresti qualeCfu Semelè quando di cener fessi;B

ma cominciò a parlare dicendomi: “ Se ti mostrassi il mio riso, tu diventeresti come Semele, quando fu incenerita (per aver contemplato Giove nel fulgore della sua luce divina);
E lei non sorrideva; ma cominciò a dirmi: «Se io sorridessi, tu diventeresti come fu Semele quando si ridusse in cenere;
7

ché la bellezza mia, che per le scaleCde l'etterno palazzo più s'accende,Dcom'hai veduto, quanto più si sale,C

10

se non si temperasse, tanto splende,Dche 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,Esarebbe fronda che trono scoscende.D

perché la mia bellezza che, come hai potuto vedere, sempre più risplende, quanto più si sale per i cieli del paradiso, se non si moderasse, risplenderebbe tanto, che la tua facoltà visiva di uomo, di fronte al suo fulgore, sarebbe come una fronda che ‘ La folgore schianta.
perché la mia bellezza, che lungo le scale dell'eterno palazzo si accende di più, come hai visto, quanto più si sale, se non si moderasse, splenderebbe tanto che la tua capacità mortale, al suo fulgore, sarebbe come un ramo spezzato dal fulmine.
13

Noi sem levati al settimo splendore,Eche sotto 'l petto del Leone ardenteFraggia mo misto giù del suo valore.E

Noi siamo innalzati al settimo cielo di Saturno, il quale trovandosi. congiunto con la costellazione del Leone, irraggia ora sulla terra la sua influenza mescolata a quella del Leone.
Siamo saliti al settimo splendore (Saturno), che ora, sotto il petto dell'ardente costellazione del Leone, irradia giù la sua influenza mescolata a quella di essa.
16

Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,Fe fa di quelli specchi a la figuraGche 'n questo specchio ti sarà parvente».F

Fissa la tua attenzione in quel che vedranno i tuoi occhi, e fa che questi diventino specchi in cui si rifletta l’immagine che ti apparirà in questo cielo”.
Fissa la mente dietro ai tuoi occhi, e fa' di essi specchi per la figura che ti apparirà in questo specchio (il pianeta)».
19

Qual savesse qual era la pasturaGdel viso mio ne l'aspetto beatoHquand'io mi trasmutai ad altra cura,G

22

conoscerebbe quanto m'era a gratoHubidire a la mia celeste scorta,Icontrapesando l'un con l'altro lato.H

Chi sapesse qual era l’appagamento del mio sguardo nel contemplare l’aspettò beato di Beatrice, quando io volsi gli occhi ad altro, potrebbe capire, paragonando l’una cosa con l’altra (cioè il piacere di guardarla con quello di obbedirle), quanto mi era gradito obbedire alla mia guida celeste.
Chi sapesse di quale nutrimento godeva la mia vista nel volto beato (di Beatrice), quando mi rivolsi a un altro oggetto, capirebbe quanto mi era gradito obbedire alla mia guida celeste, mettendo a confronto un piacere con l'altro.
25

Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,Icerchiando il mondo, del suo caro duceJsotto cui giacque ogne malizia morta,I

28

di color d'oro in che raggio traluceJvid'io uno scaleo eretto in susoKtanto, che nol seguiva la mia luce.J

Dentro al pianeta trasparente che girando intorno al mondo, porta il nome di Saturno, re caro al mondo perché sotto il suo governo ogni malizia umana rimase come spenta, vidi una scala del colore dell’oro su cui risplendeva un raggio di sole, la quale si alzava tanto verso l’alto, che i miei occhi non ne vedevano la cima.
Dentro il cristallo (il pianeta) che, girando intorno al mondo, porta il nome del suo caro re (Saturno), sotto il quale ogni malvagità giacque morta, di colore d'oro attraversato da un raggio di luce, vidi una scala innalzata verso l'alto tanto che il mio sguardo non riusciva a seguirla.
31

Vidi anche per li gradi scender giusoKtanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lumeLche par nel ciel, quindi fosse diffuso.K

E vidi pure scendere giù per i gradini tanti spiriti luminosi, che io pensai che ogni luce che appare nel cielo si diffondesse da questa fonte.
Vidi anche scendere giù lungo i gradini tanti splendori che pensai che da lì fosse diffusa ogni luce che appare nel cielo.
34

E come, per lo natural costume,Lle pole insieme, al cominciar del giorno,Msi movono a scaldar le fredde piume;L

37

poi altre vanno via sanza ritorno,Maltre rivolgon sé onde son mosse,Ne altre roteando fan soggiorno;M

40

tal modo parve me che quivi fosseNin quello sfavillar che 'nsieme venne,Osì come in certo grado si percosse.N

E come, secondo il loro istinto, le cornacchie, all’alba, volano a schiera per scaldarsi le ali intirizzite, poi alcune vanno via senza più tornare, altre ritornano al nido da dove erano partite, e altre girando intorno, restano là dove si trovano, in tal modo mi parve si comportassero qui quelle luci sfavillanti che scesero insieme dalla scala, non appena si imbatterono in un certo gradino.
E come, per abitudine naturale, le cornacchie insieme, all'inizio del giorno, si muovono per scaldarsi le piume fredde; poi alcune vanno via senza ritornare, altre ritornano al punto da cui sono partite, e altre restano lì girando in tondo; così mi sembrò che avvenisse lì, in quello sfavillare che arrivava insieme, appena raggiunse un certo gradino.
43

E quel che presso più ci si ritenne,Osi fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:P'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.O

E lo spirito che si fermò più vicino a noi, divenne così splendente, che io dicevo dentro di me: “ Intendo bene l’amore che tu mi manifesti (sfavillando) ”.
E quello che si fermò più vicino a noi divenne così luminoso che io pensando dicevo: “Vedo bene l'amore che mi manifesti.
46

Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quandoPdel dire e del tacer, si sta; ond'io,Qcontra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.P

Ma Beatrice dalla quale aspetto l’indicazione di come e quando devo parlare o tacere, non fa cenno: perciò io, contro il mio desiderio, credo di agire bene non facendo domande.
Ma colei da cui aspetto il come e il quando del parlare e del tacere sta ferma; per cui io, contro il mio desiderio, faccio bene a non domandare”.
49

Per ch'ella, che vedea il tacer mioQnel veder di colui che tutto vede,Rmi disse: «Solvi il tuo caldo disio».Q

Per cui essa, che vedeva il motivo del mio silenzio attraverso la contemplazione di Dio che tutto vede, mi disse: “ Sciogli il tuo ardente desiderio di parlare ”.
Per cui lei, che vedeva il mio silenzio nella visione di colui che vede tutto, mi disse: «Soddisfa il tuo ardente desiderio».
52

E io incominciai: «La mia mercedeRnon mi fa degno de la tua risposta;Sma per colei che 'l chieder mi concede,R

55

vita beata che ti stai nascostaSdentro a la tua letizia, fammi notaTla cagion che sì presso mi t'ha posta;S

E io cominciai: “ Il mio merito non mi fa degno della tua risposta; ma per amore di colei che mi concede di interrogarti, o anima beata che te ne stai nascosta dentro alla luce, segno della tua letizia, dimmi il motivo che ti ha indotta a fermarti così vicino a me;
E io cominciai: «Il mio merito non mi rende degno della tua risposta; ma in nome di colei che mi concede di chiedere, anima beata che te ne stai nascosta dentro la tua gioia, fammi conoscere il motivo che ti ha portata così vicino a me;
58

e di' perché si tace in questa rotaTla dolce sinfonia di paradiso,Uche giù per l'altre suona sì divota».T

e dimmi perché in questo cielo di Saturno non si ode il dolce canto paradisiaco, che nei cieli più bassi risuona tanto devoto ”.
e di' perché in questo cielo tace la dolce sinfonia del paradiso, che giù negli altri cieli risuona così devota».
61

«Tu hai l'udir mortal sì come il viso»,Urispuose a me; «onde qui non si cantaVper quel che Beatrice non ha riso.U

Mi rispose: “ La tua facoltà auditiva, come quella visiva, è d’uomo mortale; perciò qui non si canta per la stessa ragione per cui Beatrice non ha riso.
«Tu hai l'udito mortale come la vista», mi rispose, «perciò qui non si canta per lo stesso motivo per cui Beatrice non ha sorriso.
64

Giù per li gradi de la scala santaVdiscesi tanto sol per farti festaWcol dire e con la luce che mi ammanta;V

Sono disceso tanto giù per i gradini di questa scala santa, solo per far festa a te con le parole e con la luce che mi riveste:
Sono discesa così in basso lungo i gradini della santa scala solo per farti festa con le parole e con la luce che mi avvolge;
67

né più amor mi fece esser più presta;Wché più e tanto amor quinci sù ferve,Xsì come il fiammeggiar ti manifesta.W

né un amore più grande che negli altri spiriti mi fece più rapida a scendere; perché un amore maggiore o uguale al mio arde in ogni anima che è di qui in su, per questa scala, così come te lo manifesta il loro risplendere.
né un amore maggiore mi rese più sollecita; perché lassù arde un amore uguale o maggiore, come ti mostra lo sfavillare delle luci.
70

Ma l'alta carità, che ci fa serveXpronte al consiglio che 'l mondo governa,Ysorteggia qui sì come tu osserve».X

Ma l’amore divino, che ci fa ancelle pronte ad ubbidire alla volontà divina governante il mondo, assegna in sorte qui a ciascuna di noi l’ufficio che essa compie, come tu vedi”.
Ma l'alta carità, che ci rende serve pronte alla volontà che governa il mondo, assegna qui i compiti come tu vedi».
73

«Io veggio ben», diss'io, «sacra lucerna,Ycome libero amore in questa corteZbasta a seguir la provedenza etterna;Y

lo replicai: “ O anima santa che risplendi, io comprendo bene come in questa corte celeste il vostro libero amore basta a farvi eseguire i decreti della divina provvidenza;
«Vedo bene», dissi io, «sacra lucerna, come in questa corte il libero amore basta a seguire la provvidenza eterna;
76

ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,Zperché predestinata fosti solaAAa questo officio tra le tue consorte».Z

ma ciò che mi sembra difficile a capire è questo: perché tu sola, fra le tue compagne, fosti predestinata a questo ufficio (di venirmi a parlare) ”.
ma questo è ciò che mi sembra difficile da capire: perché tu sola, tra le tue compagne, fosti predestinata a questo compito».
79

Né venni prima a l'ultima parola,AAche del suo mezzo fece il lume centro,ABgirando sé come veloce mola;AA

Non avevo ancora pronunciato l’ultima parola, che lo spirito luminoso fece centro del suo punto mediano, girando su se stesso come una veloce macina:
Non ero ancora arrivato all'ultima parola, che la luce fece del suo centro un perno, girando su se stessa come una macina veloce;
82

poi rispuose l'amor che v'era dentro:AB«Luce divina sopra me s'appunta,ACpenetrando per questa in ch'io m'inventro,AB

85

la cui virtù, col mio veder congiunta,ACmi leva sopra me tanto, ch'i' veggioADla somma essenza de la quale è munta.AC

88

Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;ADper ch'a la vista mia, quant'ella è chiara,AEla chiarità de la fiamma pareggio.AD

poi lo spirito ardente d’amore chiuso dentro la luce, rispose: “ La luce divina converge sopra di me, penetrando attraverso questa luce, nel cui seno sono racchiusa, e la sua potenza, unita alla mia intelligenza, m’innalza tanto al di sopra di me, che io riesco a vedere la suprema essenza, Dio, da cui quella luce deriva, Da questa visione viene la letizia di cui risplendo; perché io uguaglio la luminosità del mio splendore alla visione che io ho di Dio, per quanto essa riluce.
poi rispose l'anima amorosa che era dentro: «La luce divina si concentra su di me, penetrando attraverso questa in cui sono avvolta, e la sua virtù, unita alla mia capacità di vedere, mi innalza tanto al di sopra di me che vedo l'essenza suprema da cui essa deriva. Da qui viene la gioia con cui io fiammeggio; perché alla chiarezza della mia visione io faccio corrispondere la luminosità della fiamma.
91

Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,AEquel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,AFa la dimanda tua non satisfara,AE

Ma anche quell’anima che nel cielo più s’illumina di luce, anche quel serafino che più penetra con l’occhio in Dio, non potrebbe soddisfare alla tua domanda;
Ma neppure l'anima del cielo che risplende di più, quel serafino che tiene l'occhio più fisso in Dio, potrebbe soddisfare la tua domanda,
94

però che sì s'innoltra ne lo abissoAFde l'etterno statuto quel che chiedi,AGche da ogne creata vista è scisso.AF

poiché quello che tu chiedi si addentra tanto nel segreto degli eterni decreti di Dio, che è separato dall’intelligenza di ogni essere creato.
perché ciò che chiedi si inoltra così profondamente nell'abisso del decreto eterno che è separato da ogni vista creata.
97

E al mondo mortal, quando tu riedi,AGquesto rapporta, sì che non presummaAHa tanto segno più mover li piedi.AG

E quando ritornerai, riferisci questo al mondo degli uomini, cosicché esso non ardisca più dl indirizzarsi verso una meta cosi alta.
E al mondo dei mortali, quando ritorni, riferisci questo, così che non presuma più di muovere i passi verso un traguardo così alto.
100

La mente, che qui luce, in terra fumma;AHonde riguarda come può là giùeAIquel che non pote perché 'l ciel l'assumma».AH

L’intelligenza umana, che qui in cielo risplende di luce, sulla terra è avvolta dal fumo dell’errore perciò considera come possa l’intelligenza in terra quello che non può neppure quando il cielo l’ha assunta nella sua gloria ”.
La mente, che qui risplende, in terra è offuscata dal fumo; per cui considera come potrebbe fare laggiù ciò che non può fare neppure quando il cielo la accoglie».
103

Sì mi prescrisser le parole sue,AIch'io lasciai la quistione e mi ritrassiAJa dimandarla umilmente chi fue.AI

106

«Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,AJe non molto distanti a la tua patria,AKtanto che ' troni assai suonan più bassi,AJ

109

e fanno un gibbo che si chiama Catria,AKdi sotto al quale è consecrato un ermo,ALche suole esser disposto a sola latria».AK

Le sue parole mi segnarono il termine della questione, così che io l’abbandonai, e mi limitai a domandare umilmente all’anima chi fosse. “Tra le due sponde d’Italia (del Tirreno e dell’Adriatico), s’innalzano, non molto lontani dalla tua patria, i monti dell’ Appennino tanto alti, che i tuoni risuonano assai più in basso (durante i temporali), e formano una gobba che si chiama Catria, sotto la quale c’è un sacro eremo (il monastero di Fonte Avellana), il quale soleva essere destinato solo al servizio di Dio.
Le sue parole mi posero un tale limite che io lasciai la domanda e mi limitai a chiederle umilmente chi fosse stata. «Tra le due coste d'Italia si innalzano rocce, non molto distanti dalla tua patria, tanto alte che i tuoni risuonano molto più in basso, e formano una gobba che si chiama Catria, sotto la quale è consacrato un eremo, che era solito essere dedicato solo al culto di Dio».
112

Così ricominciommi il terzo sermo;ALe poi, continuando, disse: «QuiviAMal servigio di Dio mi fe' sì fermo,AL

115

che pur con cibi di liquor d'uliviAMlievemente passava caldi e geli,ANcontento ne' pensier contemplativi.AM

Così l’anima riprese a parlarmi per la terza volta; poi, continuando, aggiunse: “ A Fonte Avellana mi dedicai con tanta vocazione al servizio di Dio, che solo con cibi conditi con olio d’oliva trascorrevo agevolmente le estati e gli inverni, pago della mia vita di contemplazione.
Così cominciò a parlarmi per la terza volta; e poi, continuando, disse: «Lì divenni così saldo nel servizio di Dio che, nutrendomi solo di cibi conditi con olio d'oliva, passavo facilmente i caldi e i geli, contento nei pensieri contemplativi.
118

Render solea quel chiostro a questi cieliANfertilemente; e ora è fatto vano,AOsì che tosto convien che si riveli.AN

Quel monastero soleva allora fruttare al paradiso larga messe di anime, ora è diventato così sterile, che presto ciò dovrà manifestarsi al mondo.
Quel monastero era solito dare a questi cieli abbondanti frutti (di anime); e ora è diventato sterile, tanto che presto sarà necessario che ciò si riveli.
121

In quel loco fu' io Pietro Damiano,AOe Pietro Peccator fu' ne la casaAPdi Nostra Donna in sul lito adriano.AO

In quel monastero io fui col nome di Pietro Damiano, e Pietro Peccatore mi chiamai nella comunità di Nostra Signora (presso Ravenna) sul litorale Adriatico”.
In quel luogo io fui Pietro Damiani, e fui Pietro Peccatore nella casa di Nostra Signora sulla costa adriatica.
124

Poca vita mortal m'era rimasa,APquando fui chiesto e tratto a quel cappello,AQche pur di male in peggio si travasa.AP

Mi rimanevano pochi anni della mia vita mortale, quando fui chiamato e indotto a prendere quel cappello cardinalizio che oggi passa soltanto da un prelato cattivo a uno peggiore.
Mi era rimasta poca vita mortale quando fui richiesto e costretto a prendere quel cappello (da cardinale), che passa sempre di male in peggio.
127

Venne Cefàs e venne il gran vaselloAQde lo Spirito Santo, magri e scalzi,ARprendendo il cibo da qualunque ostello.AQ

San Pietro e San Paolo, il vaso d’elezione dello Spirito Santo vennero sulla terra affamati e scalzi, accettando il cibo da qualunque casa ospitale.
Vennero Cefa (san Pietro) e il grande vaso dello Spirito Santo (san Paolo), magri e scalzi, prendendo il cibo da qualunque casa.
130

Or voglion quinci e quindi chi rincalziARli moderni pastori e chi li meni,AStanto son gravi, e chi di rietro li alzi.AR

Ora invece i moderni prelati vogliono chi li sorregga da una parte e dall’altra e chi li conduca, tanto son corpulenti!, e chi seguendoli tenga loro alzato lo strascico.
Ora i pastori moderni vogliono chi li sostenga da una parte e dall'altra e chi li guidi, tanto sono pesanti, e chi alzi loro lo strascico da dietro.
133

Cuopron d'i manti loro i palafreni,ASsì che due bestie van sott'una pelle:AToh pazienza che tanto sostieni!».AS

Cavalcando, coi loro mantelli ricoprono anche i cavalli; sicché sotto una stessa copertutura procedono due bestie (la cavalcatura e il cavaliere):
Coprono i loro cavalli con i loro mantelli, così che due bestie vanno sotto una sola pelle: oh pazienza (divina), che sopporti tanto!».
136

A questa voce vid'io più fiammelleATdi grado in grado scendere e girarsi,AUe ogne giro le facea più belle.AT

o pazienza di Dio che sopporti tanta vergogna! ” A queste parole io vidi numerose luci scendere della scala di gradino in gradino e roteare su di se, e ad ogni giro diventare più luminose.
A queste parole vidi altre fiammelle scendere di gradino in gradino e girare su se stesse, e ogni giro le rendeva più belle.
139

Dintorno a questa vennero e fermarsi,AUe fero un grido di sì alto suono,AVche non potrebbe qui assomigliarsi;AU

Vennero a fermarsi attorno all’anima di Pier Damiano, ed emisero un grido cosi alto, che non potrebbe trovare un paragone in questa terra: né io potei capire le parole;
Vennero intorno a questa e si fermarono, e lanciarono un grido di suono così alto che non potrebbe trovare paragone quaggiù;
142

né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.AV

tanto mi assordò il suo rimbombo simile ad un tuono.
né io lo compresi, tanto mi sopraffece il tuono.

Riassunto del canto XXI

L’ascesa al cielo degli spiriti contemplanti, Saturno, avviene subito dopo che l’aquila formata dalle anime dei giusti ha terminato il suo discorso. Per la prima volta Beatrice non rivela con il suo sorriso l’avvenuto passaggio ad un cielo superiore, perché la potenza di tale sorriso avrebbe abbagliato completamente Dante. Nella settima sfera appare una scala luminosa la cui cima sembra toccare l’empireo. Le anime contemplanti scendono e salgono con ritmo incessante, ma una di esse resta accanto al Poeta e gli rivolge la parola, invitandolo a manifestare il desiderio che in questo momento occupa il suo animo. Due cose brama sapere Dante: perché proprio questo spirito si è fermato accanto a lui e perché in questo cielo i beati non innalzano alcun canto. Non solo nessuna mente umana - risponde lo spirito Interrogato - ma nessuna anima beata e neppure i Serafini, la gerarchia angelica più vicina a Dio, potranno mai spiegare i motivi che guidano il Creatore nella sua azione. Nessuno, quindi, potrà mai sapere perché solo determinate anime sono destinate a parlare con il pellegrino che sale attraverso i cieli. Quanto al silenzio dei beati di Saturno, essi tacciono per lo stesso motivo per cui Beatrice non ha sorriso: per non sopraffare le deboli facoltà umane di Dante. Ad una nuova domanda del Poeta questo spirito rivela di essere San Pier Damiano. Parla poi della propria vita, che trascorse nella solitudine e nella contemplazione nell’eremo camaldolese di Fonte Avellana, finché fu nominato cardinale e costretto a ritornare nel mondo. Contro la decadenza degli ordini monastici e la corruzione della Chiesa San Pier Damiano lancia una dura invettiva, alla quale tutti i beati del settimo cielo rispondono per manifestare il loro plauso - con un altissimo grido.

In breve

Dove e chi
  1. Cielo di Saturno: Spiriti contemplativi. Una scala d'oro che sale verso l'alto.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Occorre individuare, nello svolgimento del canto XXI, la presenza di due piani tematici sapientemente uniti fra di loro. Il motivo della solitudine e dell’estatico raccoglimento - che dovrebbe essere proprio del cielo degli spiriti contemplanti - non trova la sua figurazione concreta nel personaggio presentato, che è, anzi, una fra le figure storiche più attive e impegnate del mondo religioso medievale, ma è affidato ad elementi in apparenza secondari: la figura assorta di Beatrice, il silenzio assoluto delle anime, la scala luminosa che si innalza vertiginosamente verso l’alto, la visione dell’abisso divino nel quale ogni terrena indagine necessariamente si perde. Se è vero che tali elementi costituiscono solo lo sfondo e lo scenario del cielo di Saturno, è altrettanto vero che senza di essi la figura del protagonista perderebbe gran parte della sua forza morale e poetica. Infatti anche qui, come nel cielo di Giove (cfr. l’introduzione critica del canto XIX), " la situazione è sentita drammaticamente: ché da un lato, nel concetto di Dante, la contemplazione e l’ascesi sono premessa e guida alla attività apostolica; dall’altro, nel concreto sviluppo della sua psicologia, costituiscono l’approdo estremo, faticosamente raggiunto, di una dura esperienza terrestre" (Sapegno), per cui nell’episodio di Pier Damiano "il misticismo è puntualmente risolto in operoso zelo di riforma e la santità ascetica è sigillo d’autorità ai fieri giudizi polemici sui tralignanti istituti monastici e sulla curia corrotta ". Un altro attento lettore di questo canto, il Getto, ha accostato l’episodio di Pier Damiano a quelli di San Francesco e di San Domenico. interpretandoli come esemplificazioni dell’eroica e combattiva volontà di perfezione di Dante, come "suggestivi emblemi del sentimento dell’ascesi proprio del Poeta". In questo episodio l’animazione lirica è da ricercarsi nella convinta affermazione di una prassi religiosa, "nel gusto dichiarato dell’aspra ascesi, dell’energia morale, dell’alacre forza interiore, della virilità gagliarda dello spirito che innalza un ideale e per esso combatte. Celebrazione dell’eroismo religioso e ascetico, che illumina di più rivelatrice evidenza la religiosità di Dante, che sa l’ebbrezza del contemplare e l’asprezza dell’agire ". San Francesco, San Domenico, San Pier Damiano non sono personaggi e temi poeticamente persuasivi per quel che immediatamente dicono, per il loro contenuto psicologico e storico: per Dante essi sono modelli di vagheggiata perfezione e la sua poesia non celebra tanto le loro figure storiche quanto "il piacere dell’anima assetata di perfezione nell’accostarsi a questi umani esemplari". Anche se il Getto tempera subito dopo il suo giudizio, affermando che è pur sempre presente un’effettiva "volontà di dire poeticamente il fascino" di queste vite di santi, la sua posizione ci sembra contenere un grosso pericolo: quello di concentrare l’attenzione del lettore solo sul valore simbolico del personaggio o dell’episodio, distogliendolo dall’individuarne il valore umano e poetico. Valori che, invece, sono stati magistralmente esaminati dal Cosmo. Secondo l’illustre critico non sono gli aspetti della vita ascetica quelli che attirano Dante, bensì la forza morale che rivela il protagonista, per cui l’accento non cade sulL’ermo, che suole esser disposto a sola latria o sui cibi di liquor d’ulivi o sui caldi e geli sopportati lievemente, ma sul fatto che egli è contento ne’ pensier contemplativi. "Ciò che Dante sentiva ed ammirava del Damiano era essenzialmente la forza morale. L’essere di lui non è nella penitenza, ma nell’animo onde la sostenne... La asprezza del luogo in cui visse è descritta con tanto compiacimento perché metta in risalto la sua virtù: " quivi egli si fè fermo al servizio di Dio ‘’ ". Proprio dall’ammirazione per questa forza morale deriva il tono tutto particolare della breve biografia di Pier Damiano, la quale, pur sviluppandosi solo per 14 versi, durante il terzo sermo pronunciato dal Santo, è fra le più vibranti e le più concluse del Paradiso; soprattutto è fra le meglio individuate, perché qualunque possa essere l’intento morale che guida il Poeta nel tracciare il profilo dei personaggi della terza cantica, mai egli perde di vista la loro realtà storica e la necessità di definire, al di là del compito morale o religioso ad essi affidato, i tratti salienti della loro psicologia, i motivi centrali della loro vita. Un breve accenno al monastero sperduto nel silenzio dei monti e celato dietro la vetta del più alto di essi, pone subito un distacco totale fra il mondo e il santo eremita: surgon sassi... e fanno un gibbo. Qui l’uomo vive solo nel pensiero e nel culto di Dio. In questo religioso isolamento il tempo è in funzione solo del servigio di Dio, scandito solo dai pensier contemplativi, davanti ai quali passano in secondo piano tutte le più rigide pratiche ascetiche. Ma alla visione di questo chiostro che preparava una "fertile" messe per i cieli, si sovrappone ben presto la visione di ciò che esso è diventato: un luogo vano sul quale la vendetta di Dio non tarderà ad abbattersi. Nella pace del monastero l’uomo ha trovato la sua strada, ma l’umiltà di colui che volle sempre essere chiamato Pietro Peccator è totale, come la sua ubbidienza. Davanti ai bisogni della Chiesa e all’invito del pontefice, Pier Damiano, ormai vecchio, abbandona il suo eremo senza indugio né incertezza. "È il momento che il monaco entra nella grande vita, e questo soprattutto il Poeta vuole mettere in luce di lui: l’uomo dalla vita contemplativa uscito all’attività delle alte prelature." (Cosmo)

Personaggi del canto XXI

Guida

Beatrice

Evocata nell'Inferno, guida in Paradiso

La donna amata da Dante, simbolo della teologia e della grazia. Manda Virgilio e poi accompagna Dante nei cieli.

Beato

Pier Damiani

Paradiso · cielo di Saturno

Monaco ed eremita: denuncia il lusso dei prelati.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Struttura
Paradiso · Canto XXI Liceo

Il grido dei beati

vv. 139-142Dintorno a questa vennero e fermarsi,e fero un grido di sì alto suono,che non potrebbe qui assomigliarsi;né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.Leggi nel testo

Nel cielo di Saturno, il cielo dei contemplativi, Beatrice non sorride più e le anime non cantano: la loro beatitudine sarebbe troppo intensa per Dante. Una scala d'oro sale verso l'alto, e lungo di essa le anime scendono e salgono come uccelli.

Parla san Pier Damiani, monaco ed eremita, che critica duramente i prelati del suo tempo: sono così grassi che hanno bisogno di qualcuno che li sostenga da ogni lato, e i loro mantelli coprono i cavalli, «sì che due bestie van sott'una pelle». Quando finisce di parlare, le anime si raccolgono intorno a lui e lanciano un grido così forte che Dante non ne capisce le parole e resta stordito.

È un momento in cui il silenzio e la pace del cielo si rompono. Anche i beati provano indignazione di fronte alla corruzione della Chiesa. Il tema tornerà nel canto XXVII con l'invettiva furiosa di san Pietro.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Il grido dei beati

Ne parla la scheda «Gennaio fuori dall'inverno: l'errore del calendario» (Par. XXVII).