Dalla costellazione dei Gemelli Dante si volge a guardare i sette pianeti e la piccola Terra.
Paradiso · Cielo di Saturno / Cielo delle Stelle fisse
Paradiso, Canto XXII
«Oppresso di stupore, a la mia guida…»
Beatrice spiega al suo discepolo che il grido innalzato dalle anime del cielo di Saturno dopo l’invettiva di San Pier Damiano era una preghiera per invocare la punizione divina sulla corruzione della Chiesa e lo invita a rivolgere di nuovo la sua attenzione ai beati della settima sfera.
Luogo
Cielo di Saturno, Cielo delle Stelle fisse
Anime
Spiriti contemplativi; Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù
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Testo e parafrasi del canto XXII
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Oppresso di stupore, a la mia guidaAmi volsi, come parvol che ricorreBsempre colà dove più si confida;A
Sopraffatto dallo stupore (per il grido dei beati), mi volsi verso la mia guida, come fanciullo che ricorre sempre alla madre, colei nella quale ha maggior fiducia;
Sopraffatto dallo stupore, mi rivolsi alla mia guida, come un bambino che corre sempre là dove ha più fiducia;
4
e quella, come madre che soccorreBsùbito al figlio palido e aneloCcon la sua voce, che 'l suol ben disporre,B
7
mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?Ce non sai tu che 'l cielo è tutto santo,De ciò che ci si fa vien da buon zelo?C
e Beatrice, come madre che subito viene in soccorso al figlio pallido e ansioso con le sue parole, che sogliono tranquillizzarlo, mi disse: “ Non ti ricordi che sei in paradiso? e non sai che in paradiso tutto è santo, e che tutto quello che qui si fa deriva da carità ardente?
e lei, come una madre che soccorre subito il figlio pallido e senza fiato con la sua voce, che di solito lo rassicura, mi disse: «Non sai che sei in cielo? E non sai che il cielo è tutto santo, e che ciò che vi si fa nasce da un giusto zelo?
10
Come t'avrebbe trasmutato il canto,De io ridendo, mo pensar lo puoi,Eposcia che 'l grido t'ha mosso cotanto;D
Ora, dopo che il grido dei beati ti ha tanto sconvolto, puoi comprendere quanto più ti avrebbero sconvolto il loro canto e lo splendore del mio sorriso (cfr. canto XXI, versi 58-60 e 4-12);
Come ti avrebbero sconvolto il canto e il mio sorriso, ora puoi immaginarlo, dato che il grido ti ha turbato tanto;
13
nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,Egià ti sarebbe nota la vendettaFche tu vedrai innanzi che tu muoi.E
e se tu avessi potuto capire la preghiera contenuta in quel grido, già ti sarebbe svelata la punizione divina che vedrai prima della tua morte.
e se in quel grido avessi capito le loro preghiere, ti sarebbe già nota la punizione che vedrai prima di morire.
16
La spada di qua sù non taglia in frettaFné tardo, ma' ch'al parer di coluiGche disiando o temendo l'aspetta.F
La spada della giustizia divina non colpisce né troppo presto né troppo tardi, eccetto che nel giudizio di colui che, desiderando la punizione divina o temendola per se, l’aspetta (con ansia).
La spada di quassù non colpisce né in fretta né in ritardo, se non nell'opinione di chi l'aspetta desiderandola o temendola.
Ma osserva ormai gli altri beati, perché vedrai anime molto famose, se rivolgi lo sguardo così come ti dico ”.
Ma ora rivolgiti verso gli altri; perché vedrai molti spiriti illustri, se volgi lo sguardo come io ti dico».
22
Come a lei piacque, li occhi ritornai,He vidi cento sperule che 'nsiemeIpiù s'abbellivan con mutui rai.H
Rivolsi gli occhi, come Beatrice desiderava, e vidi un numero infinito di piccole sfere che illuminandosi a vicenda splendevano più intensamente.
Come a lei piacque, rivolsi gli occhi, e vidi cento piccole sfere che si facevano più belle insieme con i loro raggi reciproci.
25
Io stava come quei che 'n sé repremeIla punta del disio, e non s'attentaJdi domandar, sì del troppo si teme;I
Io ero nello stesso stato d’animo di colui che reprime in sé lo stimolo del desiderio, e non osa domandare, tanto teme di eccedere i limiti della discrezione;
Io stavo come colui che reprime dentro di sé lo stimolo del desiderio e non osa domandare, tanto teme di essere inopportuno;
28
e la maggiore e la più luculentaJdi quelle margherite innanzi fessi,Kper far di sé la mia voglia contenta.J
e la più grande e la più luminosa di quelle gemme si fece avanti, per appagare il mio desiderio rivelandomi il suo nome.
e la più grande e la più luminosa di quelle perle si fece avanti, per soddisfare il mio desiderio riguardo a sé.
31
Poi dentro a lei udi' : «Se tu vedessiKcom'io la carità che tra noi arde,Lli tuoi concetti sarebbero espressi.K
Poi dentro la luce che l’avvolgeva udii: “Se tu conoscessi, come conosco io, la carità che arde in noi, avresti espresso il tuo pensiero (senza timore di essere inopportuno).
Poi dentro di lei udii: «Se tu vedessi come vedo io l'amore che arde tra noi, avresti espresso i tuoi pensieri.
34
Ma perché tu, aspettando, non tardeLa l'alto fine, io ti farò rispostaMpur al pensier, da che sì ti riguarde.L
Ma affinché tu, indugiando (a parlare), non debba ritardare il raggiungimento della tua alta meta (la visione di Dio nell’Empireo), risponderò alla domanda soltanto pensata che tu esiti così tanto (a tradurre in parole).
Ma perché tu, aspettando, non tardi a raggiungere l'alta meta, io risponderò anche solo al pensiero di cui sei così riguardoso.
37
Quel monte a cui Cassino è ne la costaMfu frequentato già in su la cimaNda la gente ingannata e mal disposta;M
La vetta di quel monte sulle cui pendici sorge Cassino, fu un tempo frequentata da popolazioni immerse nelle false credenze del paganesimo e restie (ad accogliere la vera fede);
Quel monte sul cui fianco si trova Cassino fu un tempo frequentato sulla cima dalla gente ingannata e mal disposta (i pagani);
40
e quel son io che sù vi portai primaNlo nome di colui che 'n terra addusseOla verità che tanto ci soblima;N
ed io sono colui che per primo diffuse in quei luoghi il nome di Cristo, colui che portò sulla terra la verità che ci innalza alla beatitudine eterna;
e io sono colui (san Benedetto) che per primo portò lassù il nome di colui che portò in terra la verità che tanto ci innalza;
43
e tanta grazia sopra me relusse,Och'io ritrassi le ville circunstantiPda l'empio cólto che 'l mondo sedusse.O
e risplendette sopra di me tanta grazia divina, che riuscii ad allontanare gli abitanti dei borghi circostanti dall’empio culto pagano che aveva attratto a sé tutto il mondo.
e su di me risplendette tanta grazia, che io distolsi i villaggi circostanti dal culto empio che sedusse il mondo.
46
Questi altri fuochi tutti contemplantiPuomini fuoro, accesi di quel caldoQche fa nascere i fiori e ' frutti santi.P
Questi altri spiriti luminosi furono nella vita tutti dediti alla contemplazione, accesi di quell’ardente carità che produce pensieri e opere sante.
Questi altri fuochi furono tutti uomini dediti alla contemplazione, accesi da quel calore che fa nascere i fiori e i frutti santi.
49
Qui è Maccario, qui è Romoaldo,Qqui son li frati miei che dentro ai chiostriRfermar li piedi e tennero il cor saldo».Q
Qui si trova Macario, qui si trova Romualdo, qui si trovano quei benedettini che rimasero fedeli alla vita del chiostro tenendosi stretti, con saldo cuore, alla regola ”.
Qui c'è Macario, qui c'è Romualdo, qui ci sono i miei confratelli che restarono dentro i chiostri e mantennero saldo il cuore».
52
E io a lui: «L'affetto che dimostriRmeco parlando, e la buona sembianzaSch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,R
55
così m'ha dilatata mia fidanza,Scome 'l sol fa la rosa quando apertaTtanto divien quant'ell'ha di possanza.S
Ed io a lui: “ La carità che dimostri rivolgendomi la parola, e la benevola espressione che vedo e osservo nello aspetto luminoso di voi tutti, hanno accresciuto la mia fiducia così come fa il sole con la rosa quando essa (al calore dei raggi) si apre in tutta la sua pienezza.
E io a lui: «L'affetto che mostri parlando con me, e l'aspetto benevolo che vedo e noto in tutte le vostre luci, hanno allargato la mia fiducia come fa il sole con la rosa, quando diventa aperta quanto più può.
58
Però ti priego, e tu, padre, m'accertaTs'io posso prender tanta grazia, ch'ioUti veggia con imagine scoverta».T
Perciò ti prego, e tu, padre, dimmi se sono degno di ottenere una grazia tanto grande, affinché possa vederti nella tua figura umana, liberata (dalla luce che la fascia)”.
Perciò ti prego, e tu, padre, assicurami se posso ricevere una grazia così grande da vederti a viso scoperto».
61
Ond'elli: «Frate, il tuo alto disioUs'adempierà in su l'ultima spera,Vove s'adempion tutti li altri e 'l mio.U
64
Ivi è perfetta, matura e interaVciascuna disianza; in quella solaWè ogne parte là ove sempr'era,V
Per cui egli rispose: “ Fratello, il tuo alto desiderio sarà soddisfatto nell’ultimo cielo (nell’Empireo, sede di Dio e reale dimora dei beati), dove tutti desideri e perciò anche il mio (che è quello di accogliere la tua richiesta) trovano il loro appagamento, Là ciascun desiderio e compiuto, giunto alla sua pienezza e senza difetti;
Per cui egli: «Fratello, il tuo alto desiderio si compirà nell'ultima sfera (l'Empireo), dove si compiono tutti gli altri e anche il mio. Lì ogni desiderio è perfetto, maturo e completo; solo in quella sfera ogni parte è sempre là dove era,
67
perché non è in loco e non s'impola;We nostra scala infino ad essa varca,Xonde così dal viso ti s'invola.W
solo in quest’ultimo cielo ogni parte è perfettamente immobile, perché (esso) non è nello spazio, e non ha i poli celesti intorno a cui girare; e la nostra scala sale fin lassù, per cui si sottrae così alla tua vista.
perché non è in un luogo e non ruota sui poli; e la nostra scala arriva fino ad essa, per cui sfugge così alla tua vista.
70
Infin là sù la vide il patriarcaXIacobbe porger la superna parte,Yquando li apparve d'angeli sì carca.X
Il patriarca Giacobbe, quando la scala gli apparve così piena di angeli (che salivano e scendevano) ne vide la cima protendersi fino all’ultimo cielo.
Il patriarca Giacobbe la vide stendere fin lassù la sua parte più alta, quando gli apparve così carica di angeli.
73
Ma, per salirla, mo nessun diparteYda terra i piedi, e la regola miaZrimasa è per danno de le carte.Y
Ma, per salirla, oggi nessuno alza i piedi da terra, e la mia regola è rimasta solo per sciupare la carta (dove viene trascritta).
Ma ora nessuno stacca i piedi da terra per salirla, e la mia regola è rimasta solo a sprecare la carta.
76
Le mura che solieno esser badiaZfatte sono spelonche, e le cocolleAAsacca son piene di farina ria.Z
I monasteri che solevano essere rifugio di santa vita sono diventati spelonche di ladroni, e le tonache monacali son simili a sacchi pieni di farina guasta.
Le mura che un tempo erano un'abbazia sono diventate covi di ladri, e le tonache sono sacchi pieni di farina guasta.
79
Ma grave usura tanto non si tolleAAcontra 'l piacer di Dio, quanto quel fruttoABche fa il cor de' monaci sì folle;AA
82
ché quantunque la Chiesa guarda, tuttoABè de la gente che per Dio dimanda;ACnon di parenti né d'altro più brutto.AB
Ma la più grave usura (frutto del denaro dato a prestito) non offende tanto profondamente la volontà di Dio, quanto l’avidità delle rendite ecclesiastiche che travia l’animo dei monaci, perché tutto ciò che la Chiesa custodisce, appartiene ai poveri che chiedono la carità in nome e per amore di Dio, non ai parenti degli ecclesiastici o ad altre persone che è preferibile non nominare (concubine e figli naturali).
Ma neppure l'usura più grave si oppone tanto alla volontà di Dio quanto quel frutto (le rendite della Chiesa) che rende così folle il cuore dei monaci; perché tutto ciò che la Chiesa custodisce appartiene alla gente che chiede in nome di Dio, non ai parenti né ad altri ancora più indegni.
85
La carne d'i mortali è tanto blanda,ACche giù non basta buon cominciamentoADdal nascer de la quercia al far la ghianda.AC
La natura umana è cosi debole, che giù nella terra un buon proposito iniziale (quale fu quello offerto dalla Regola di San Benedetto) non dura neppure per il periodo che va dalla nascita della quercia al suo fruttificare (periodo che è di circa venti anni).
La carne dei mortali è così debole che quaggiù un buon inizio non dura dal nascere della quercia al produrre la ghianda.
88
Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento,ADe io con orazione e con digiuno,AEe Francesco umilmente il suo convento;AD
San Pietro diede inizio alla comunità della Chiesa senza possedere né oro né argento, ed io diedi inizio al mio ordine con le preghiere e i digiuni, e San Francesco con la umiltà.
Pietro cominciò senza oro e senza argento, e io con preghiera e digiuno, e Francesco con umiltà il suo ordine;
91
e se guardi 'l principio di ciascuno,AEposcia riguardi là dov'è trascorso,AFtu vederai del bianco fatto bruno.AE
E se consideri il periodo iniziale di ciascuna comunità, e poi rifletti fino a che punto essa è degenerata, tu vedrai che il bianco si è mutato in nero (cioè: le virtù iniziali si sono cambiate negli opposti vizi).
e se guardi l'inizio di ciascuno e poi guardi dove è arrivato, vedrai il bianco diventato nero.
94
Veramente Iordan vòlto retrorsoAFpiù fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,AGmirabile a veder che qui 'l soccorso».AF
Tuttavia l’aver fatto retrocedere le acque del Giordano e aprire le acque del mare, quando Dio lo volle, furono cose più mirabili a vedersi di quello che sarà il rimedio divino a questa corruzione”.
In verità, il Giordano che tornò indietro e il mare che si ritirò, quando Dio volle, furono cose più straordinarie a vedersi di quanto lo sarebbe qui il soccorso (di Dio)».
97
Così mi disse, e indi si raccolseAGal suo collegio, e 'l collegio si strinse;AHpoi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.AG
Così mi parlò, e poi si riunì alla sua schiera, e questa si chiuse in un gruppo compatto; poi, come un turbine, salì roteando verso l’Empireo.
Così mi disse, e poi si riunì alla sua schiera, e la schiera si strinse; poi, come un turbine, tutta si sollevò verso l'alto.
100
La dolce donna dietro a lor mi pinseAHcon un sol cenno su per quella scala,AIsì sua virtù la mia natura vinse;AH
La mia dolce guida mi sospinse dietro a loro, su per quella scala, con un solo cenno, tanto la sua virtù riuscì a vincere il peso del mio corpo;
La dolce donna con un solo cenno mi spinse dietro di loro su per quella scala, tanto la sua virtù vinse la mia natura (pesante);
103
né mai qua giù dove si monta e calaAInaturalmente, fu sì ratto motoAJch'agguagliar si potesse a la mia ala.AI
e mai sulla terra, dove si sale e si scende con mezzi naturali vi fu un movimento così veloce da poter, si paragonare alla rapidità del mio volo.
né mai quaggiù, dove si sale e si scende secondo natura, ci fu un movimento così rapido da potersi paragonare al mio volo.
106
S'io torni mai, lettore, a quel divotoAJtriunfo per lo quale io piango spessoAKle mie peccata e 'l petto mi percuoto,AJ
109
tu non avresti in tanto tratto e messoAKnel foco il dito, in quant'io vidi 'l segnoALche segue il Tauro e fui dentro da esso.AK
Così possa io tornare, o lettore, in paradiso per meritare il quale spesso piango i miei peccati e mi percuoto il petto, (come è vero) che io vidi la costellazione dei Gemelli, che segue quella del Toro, ed entrai in essa in un tempo più breve di quello che tu avresti impiegato a mettere e trarre il dito dal fuoco.
Possa io tornare un giorno, lettore, a quel santo trionfo per il quale piango spesso i miei peccati e mi batto il petto, tu non avresti messo e tolto il dito dal fuoco nel tempo in cui io vidi la costellazione che segue il Toro (i Gemelli) e fui dentro di essa.
112
O gloriose stelle, o lume pregnoALdi gran virtù, dal quale io riconoscoAMtutto, qual che si sia, il mio ingegno,AL
115
con voi nasceva e s'ascondeva voscoAMquelli ch'è padre d'ogne mortal vita,ANquand'io senti' di prima l'aere tosco;AM
O stelle dispensatrici di gloria, o luce piena di nobile potenza, all’influsso della quale devo attribuire tutto il mio ingegno, qualunque sia il suo valore, il sole, che (con il suo calore) è sorgente di ogni vita sulla terra, nasceva e tramontava in congiunzione con voi, allorché respirai per la prima volta l’aria di Toscana;
O stelle gloriose, o luce piena di grande virtù, dalla quale riconosco di aver ricevuto tutto il mio ingegno, qualunque esso sia, con voi sorgeva e con voi si nascondeva colui che è padre di ogni vita mortale (il sole), quando io respirai per la prima volta l'aria toscana;
118
e poi, quando mi fu grazia largitaANd'entrar ne l'alta rota che vi gira,AOla vostra region mi fu sortita.AN
e poi, quando mi fu concessa la grazia di salire nel cielo (delle stelle fisse), che girando provoca anche il vostro movimento, ebbi in sorte di giungere nella parte di questo cielo da voi occupato.
e poi, quando mi fu concessa la grazia di entrare nell'alto cielo che vi fa girare, mi fu assegnata in sorte proprio la vostra regione.
121
A voi divotamente ora sospiraAOl'anima mia, per acquistar virtuteAPal passo forte che a sé la tira.AO
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«Tu se' sì presso a l'ultima salute»,APcominciò Beatrice, «che tu deiAQaver le luci tue chiare e acute;AP
127
e però, prima che tu più t'inlei,AQrimira in giù, e vedi quanto mondoARsotto li piedi già esser ti fei;AQ
130
sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondoARs'appresenti a la turba triunfanteASche lieta vien per questo etera tondo».AR
133
Col viso ritornai per tutte quanteASle sette spere, e vidi questo globoATtal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;AS
A voi ora il mio animo s’ innalza devotamente, per acquistare la forza necessaria ad affrontare l’ardua prova che lo attira a se. “Tu sei così vicino a Dio ” cominciò Beatrice, “ che i tuoi occhi devono ormai essere limpidi e penetranti: e perciò, prima che tu penetri più profondamente nella visione divina (t’inlei: riferito a ultima salute), guarda verso il basso, e osserva quanta parte del mondo ti ho ormai fatto percorrere, così che il tuo cuore si presenti lieto, quanto più gli è possibile, alle schiere trionfanti che avanzano piene di gaudio in questa sfera celeste. ” Ripercorsi con lo sguardo tutti i sette cieli (che avevo attraversato), e vidi la sfera terrestre così piccola, che sorrisi della sua meschina apparenza;
A voi ora sospira devotamente la mia anima, per acquistare forza per il passo difficile che la attende. «Sei così vicino alla salvezza finale», cominciò Beatrice, «che devi avere gli occhi limpidi e acuti; e perciò, prima che tu ti addentri di più in essa, guarda in giù, e vedi quanta parte dell'universo ti ho già messo sotto i piedi; così che il tuo cuore, quanto più può, si presenti gioioso alla schiera trionfante che viene lieta attraverso questo cielo rotondo». Con lo sguardo ripercorsi tutte quante le sette sfere, e vidi questo globo (la Terra) così piccolo che sorrisi del suo misero aspetto;
136
e quel consiglio per migliore approboATche l'ha per meno; e chi ad altro pensaAUchiamar si puote veramente probo.AT
e riconosco come migliore il giudizio di coloro che più la disprezzano; e chi pensa alle cose celesti (invece che a quelle terrene) si può chiamare veramente virtuoso.
e approvo come migliore l'opinione che lo considera di minor valore; e chi pensa ad altro (al cielo) si può chiamare davvero saggio.
139
Vidi la figlia di Latona incensaAUsanza quell'ombra che mi fu cagioneAVper che già la credetti rara e densa.AU
Vidi la luna (figlia di Latona e di Apollo, in quanto identificata, nella mitologia classica, con Diana) illuminata senza quelle macchie a causa delle quali io l’avevo ritenuta costituita da parti rare e dense.
Vidi la figlia di Latona (la Luna) illuminata, senza quelle macchie che furono per me il motivo per cui un tempo la credetti rada e densa.
142
L'aspetto del tuo nato, Iperione,AVquivi sostenni, e vidi com'si moveAWcirca e vicino a lui Maia e Dione.AV
Qui, o Iperione, riuscii a sopportare la vista del sole, tuo figlio, e vidi, o Maia e Dione, come intorno e vicino a lui si muovono i pianeti (Mercurio e Venere).
Lì sostenni la vista di tuo figlio (il Sole), o Iperione, e vidi come si muovono intorno e vicino a lui Maia (Mercurio) e Dione (Venere).
145
Quindi m'apparve il temperar di GioveAWtra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaroAXil variar che fanno di lor dove;AW
Di li mi apparve l’influsso temperatore di Giove tra Saturno, suo padre, e Marte, suo figlio; e di li vidi chiaramente il variare delle loro posizioni.
Poi mi apparve Giove, che tempera l'influsso tra il padre (Saturno) e il figlio (Marte): e da lì mi fu chiaro il variare delle loro posizioni;
148
e tutti e sette mi si dimostraroAXquanto son grandi e quanto son velociAYe come sono in distante riparo.AX
E tutti e sette i pianeti mi si mostrarono nella loro grandezza, e nella loro velocità, e nella distanza che intercorre fra la zona dell’uno e quella dell’altro.
e tutti e sette i pianeti mi mostrarono quanto sono grandi e quanto sono veloci e quanto sono distanti tra loro.
151
L'aiuola che ci fa tanto feroci,AYvolgendom'io con li etterni Gemelli,AZtutta m'apparve da' colli a le foci;AY
Mentre mi volgevo con la costellazione dei Gemelli, la terra, che, pur piccola come un’ala, ci rende tanto feroci (spingendoci gli uni contro gli altri per il possesso dei suoi efflmeri beni), mi apparve tutta, dai suoi luoghi più alti fino a quelli più bassi, dove i fiumi sfociano in mare.
La piccola aiuola (la Terra) che ci rende tanto feroci, mentre io giravo con gli eterni Gemelli, mi apparve tutta, dalle montagne alle foci dei fiumi;
154
poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.AZ
Poi rivolsi i miei occhi verso quelli luminosi di Beatrice.
poi rivolsi gli occhi agli occhi belli (di Beatrice).
Riassunto del canto XXII
Beatrice spiega al suo discepolo che il grido innalzato dalle anime del cielo di Saturno dopo l’invettiva di San Pier Damiano era una preghiera per invocare la punizione divina sulla corruzione della Chiesa e lo invita a rivolgere di nuovo la sua attenzione ai beati della settima sfera. Uno di essi, San Benedetto da Norcia, il fondatore del monachesimo occidentale nel VI secolo, dopo aver ricordato la famosa abbazia di Montecassino da lui fondata, indica a Dante le anime di due monaci, Macario e Romualdo. Allorché il Poeta chiede a San Benedetto di poterlo vedere nella sua figura umana, che ora è velata dalla luce che la circonda, il beato risponde che ciò sarà possibile solo nell’Empireo, dove tutti i desideri potranno essere appagati. Inizia poi - da parte del santo monaco - una fiera invettiva contro la corruzione dei suoi seguaci, che hanno abbandonato la pratica della regola benedettina. Dopo che i beati del cielo di Saturno sono ascesi, in un vortice di luce, all’Empireo, Beatrice spinge Dante a salire la scala sulla quale erano apparse le anime contemplanti. I due pellegrini entrano così nell’ottavo cielo, quello delle stelle fisse, e si fermano nella costellazione dei Gemelli, sotto il cui influsso Dante è nato. Invocata la protezione di queste gloriose stelle per il difficile compito che lo attende (rappresentare la visione finale del paradiso), Dante, per esortazione di Beatrice, volge lo sguardo verso il basso, allo scopo di misurare il cammino fin qui compiuto. Gli appaiono così sette pianeti e, in fondo, poco più grande d’ un punto, la terra.
In breve
Dove e chi
Cielo di Saturno: Spiriti contemplativi. Una scala d'oro che sale verso l'alto.
Cielo delle Stelle fisse: Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù. Pietro, Giacomo, Giovanni, Adamo.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
L’invettiva di Pier Damiano contro la degenerazione della Chiesa non è sembrata sufficiente a Dante, il quale non esita mai a ritornare su uno stesso tema, qualora lo ritenga essenziale per i destini dell’umanità, sviluppandolo con invenzioni narrative, descrittive, dialogiche che eliminano ogni pericolo di ripetizione e di monotonia. Nella terza cantica i problemi della Chiesa costituiscono certamente uno dei nuclei più importanti e più vitali della meditazione di Dante. Alla base di tutta la Commedia è la consapevolezza che la vita del credente è nella vita della Chiesa, è partecipazione ad un destino comune che si svolge nel cammino di tutta la città terrena verso il regno di Dio: la fede di Dante è di ordine sociale e si riflette nell’interesse del singolo individuo per la salvezza di tutta l’umanità. Tuttavia la Chiesa nella sua storia, nella sua drammatica vicenda terrena, nell’eroismo o nella bassezza dei suoi rappresentanti è entrata come protagonista solo negli ultimi canti del Purgatorio attraverso la grandiosa processione del paradiso terrestre, nel momento in cui (si noti l’importanza di questo fatto) Beatrice riappariva, come "figura" di Cristo, agli occhi del Poeta. Ma là la realtà della Chiesa era espressa in movimenti e forme simbolici (l’albero, il carro, il grifone ecc.), e tali essi rimanevano, pur nella loro ricca e vibrante drammaticità: quanto il pellegrino ha contemplato sulla montagna del purgatorio è stata una rapida visione allegorica delle cadute e delle altezze della Chiesa; quanto il pellegrino contempla attraverso i cieli paradisiaci sono i problemi essenziali della Chiesa, il suo modo di essere sulla terra, il suo modo di procedere verso il mondo sovrannaturale, il suo modo di agire, come società divina, attraverso poveri, peccatori rappresentanti. Tale contemplazione si traduce in un’alta, accorata, insistente protesta contro le deviazioni morali della sposa di Cristo. Il Getto ha puntualizzato con molta chiarezza la prospettiva nella quale Dante vede la Chiesa, osservando che " non è la Chiesa corpo mistico di Cristo, che occupa l’orizzonte speculativo e fantastico del Poeta. Questa ariosa prospettiva teologica, che aveva avuto in San Paolo il suo grande celebratore, rimane estranea alla poesia di Dante. Per lui la Chiesa è la Chiesa visibile, la Chiesa gerarchica... insomma il pathos delle somme chiavi quello che soprattutto commuove l’animo del Poeta...". Tutto ciò significa, in altre parole, la presenza continua, nell’alto dei cieli, dell’attualità terrena. Essa, nel canto XXII, si estrinseca, oltre che nell’invettiva di San Benedetto, nel comportamento stesso del grande fondatore del monachesimo occidentale e nella visione finale dell’aiuola che ci fa tanto feroci. Anche la figura di San Benedetto, come quella di San Pier Damiano, lungi dall’essere ridotta a mero simbolo di quella che dovrebbe essere, secondo Dante, la vera vita del cristiano (sintetizzata nella formula benedettina ora et labora), è lucidamente individuata dal Poeta: pur avvolto nello splendore abbagliante della sua luce, ci appare ancora la figura tutta pervasa di sollecitudine vigile, comprensiva, soccorrevole dell’abate benedettino, quale si riflette nei settantatre capitoli della sua Regola. E mentre la dura figura del cardinale Pier Damiano continuava anche nel cielo la sua fiera battaglia per la riforma della Chiesa e, come nei suoi scritti, inveiva contro la corruzione e il fasto insolente del clero, sognando di restituire alla Chiesa la primitiva purezza, lo sguardo di San Benedetto si volge, con accorato dolore, ai suoi monaci che stanno soccombendo nella lotta contro i falsi beni del mondo. Anche quando il tono della sua voce sembra farsi violento (versi 76-84), il suo rimprovero non sale alla satira e al sarcasmo, ma " si tiene nel tono di un rammarico, in cui, se è vibrato il disgusto, manifesto è anche il dolore di veder dispregiato ciò che egli ama e sentir dispersa la gioia delle anime infiammate dello stesso ideale e premiate della stessa beatitudine" (Chiari). Per questo egli non invoca la vendetta divina, ma il soccorso misericordioso (versi 94-96): in questa ultima terzina, oltre che nella terzina 85, è tutta la diversa tonalità spirituale dell’invettiva di San Benedetto rispetto a quella di San Pier Damiano. Dopo le aspre immagini dei versi 76-84 l’ira e lo sdegno non continuano, trattenuti dalla dolorosa constatazione che le lusinghe della carne sono una comune sventura. E’ lo stesso accento con il quale Dante ha confessato a Beatrice di essersi lasciato trascinare dalle presenti cose col falso lor piacer (Purgatorio XXXI, 34-35), o ha invocato le preghiere dei beati per il mondo sviato (Paradiso XVIII, 124-126) o piangerà le passioni umane (Paradiso XXVII, 121-123). Questi versi perdono ogni durezza di suono, ogni violenza d’immagine, mentre la chiarezza dello sguardo si accompagna, nei versi 85-87, ad un certo abbandono ritmico, ad un’accorata cadenza che non giudica e non colpisce. Se la partecipazione di tutti i beati del settimo cielo all’invocazione di Pier Damiano ha confortato l’animo con l’annuncio della prossima liberazione della terra dal male, l’attesa dell’Empireo (versi 61-67) e la visione della scala che varca gli spazi per proiettarsi in Dio (versi 68-69), lo rassicurano sull’approssimarsi della catarsi. Infine una biblica ascensione riporta all’Empireo le anime dei contemplanti che erano discese incontro a Dante, ricostituendo la coralità del Paradiso dopo i due momenti individuali di Pier Damiano e di Benedetto: "questa folata di beati - conclude il Momigliano - che prorompe verso l’Empireo, disegnata con una travolgente precisione di parola, è come un impetuoso preludio alla grandiosa azione scenica del canto XXIII".
vv. 133-135Col viso ritornai per tutte quantele sette spere, e vidi questo globotal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;Leggi nel testo
Salito nel cielo delle stelle fisse, Beatrice invita Dante a guardare in basso. Lui vede tutti i sette cieli che ha attraversato e, sotto di essi, la Terra, così piccola che sorride del suo «vil sembiante». La chiamerà «l'aiuola che ci fa tanto feroci»: un piccolo giardino per cui gli uomini si fanno la guerra.
Il tema del mondo visto dall'alto viene dalla letteratura classica. Nel Somnium Scipionis, la parte finale del De re publica di Cicerone, Scipione l'Emiliano sogna di vedere la Terra dall'alto dei cieli e prova vergogna per la piccolezza dell'impero romano.
Un'altra possibile fonte è il Libro della Scala, un racconto arabo del viaggio di Maometto nell'aldilà, tradotto in latino alla corte di Alfonso X di Castiglia, dove era stato ambasciatore Brunetto Latini. Ma solo in Dante lo sguardo dall'alto diventa una tappa della crescita spirituale: vedere la piccolezza della terra per staccarsene.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
San Benedetto
Ne parla la scheda «Il grido dei beati» (Par. XXI).