L'angelo dell'umiltà cancella il primo P; a terra gli esempi di superbia punita
Purgatorio · I cornice
Purgatorio, Canto XII
«Di pari, come buoi che vanno a giogo…»
In seguito all'invito del maestro, Dante, che finora aveva camminato al fianco di Oderisi, lascia la schiera dei superbi e procede oltre, osservando sul pavimento del primo girone numerosi…
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Testo e parafrasi del canto XII
Parafrasi
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1
Di pari, come buoi che vanno a giogo,Am'andava io con quell'anima carca,Bfin che 'l sofferse il dolce pedagogo.A
Io camminavo con Oderisi oppresso dal peso, curvo come lui, come procedono i buoi aggiogati, finché lo permise il mio dolce maestro; ma quando disse:
Di pari passo, come buoi che vanno appaiati sotto il giogo, io andavo con quell'anima carica (del peso), finché lo permise il dolce maestro.
4
Ma quando disse: «Lascia lui e varca;Bché qui è buono con l'ali e coi remi,Cquantunque può, ciascun pinger sua barca»;B
7
dritto sì come andar vuolsi rife'miCcon la persona, avvegna che i pensieriDmi rimanessero e chinati e scemi.C
«Lascia i superbi e procedi oltre, perché nel purgatorio è necessario che ciascuno, quanto più può, con ogni mezzo porti avanti la sua barca (cioè il suo cammino)», mi raddrizzai nella persona così come si deve fare per camminare, sebbene i miei pensieri continuassero a restare umili e privi del turgore della superbia.
Ma quando disse: «Lascialo e va' oltre; perché qui è bene che ciascuno spinga avanti la sua barca con le vele e con i remi, quanto più può»; mi raddrizzai con il corpo, come si deve camminare, benché i pensieri mi rimanessero umili e ridimensionati.
10
Io m'era mosso, e seguia volontieriDdel mio maestro i passi, e amendueEgià mostravam com'eravam leggeri;D
Io mi ero incamminato, e seguivo con gioia i passi della mia guida, ed entrambi già mostravamo (camminando spediti) quanto eravamo privi di ogni peso; ed egli mi disse:
Io mi ero mosso, e seguivo volentieri i passi del mio maestro, ed entrambi mostravamo già quanto eravamo leggeri;
13
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:Ebuon ti sarà, per tranquillar la via,Fveder lo letto de le piante tue».E
16
Come, perché di lor memoria sia,Fsovra i sepolti le tombe terragneGportan segnato quel ch'elli eran pria,F
19
onde lì molte volte si ripiagneGper la puntura de la rimembranza,Hche solo a' pii dà de le calcagne;G
22
sì vid'io lì, ma di miglior sembianzaHsecondo l'artificio, figuratoIquanto per via di fuor del monte avanza.H
«Abbassa gli occhi a terra: ti sarà utile, per distrarti dalla fatica del cammino, osservare il pavimento sul quale appoggi i piedi», Come le pietre sepolcrali a livello del suolo, per ricordare i morti, recano effigiato quello che il sepolto era prima di morire, per cui lì si torna spesso a piangerlo per la fitta dolorosa del ricordo, il quale però fa soffrire (dà delle calcagne: come il cavaliere pungola il cavallo con il calcagno che porta lo sprone) solo gli animi pietosi, allo stesso modo io potei lì osservare coperto di sculture, ma con un migliore risultato rispetto all'esecuzione artistica, tutto il piano che sporge dal monte per servire da strada.
ed egli mi disse: «Volgi gli occhi in giù: ti sarà utile, per rendere più tranquillo il cammino, vedere il suolo su cui poggiano le tue piante dei piedi». Come le tombe terragne, sopra i sepolti, portano scolpito ciò che essi erano prima, perché di loro resti memoria, per cui lì molte volte si torna a piangere a causa della puntura del ricordo, che sprona soltanto le persone pietose; così vidi io lì, ma di aspetto migliore per l'arte con cui era fatto, scolpito tutto lo spazio che sporge dal monte come strada.
25
Vedea colui che fu nobil creatoIpiù ch'altra creatura, giù dal cieloJfolgoreggiando scender, da l'un lato.I
Vedevo da una parte della via Lucifero, che fu creato più perfetto di ogni altra creatura, precipitare dal cielo come una folgore.
Vedevo da un lato colui che fu creato più nobile di ogni altra creatura (Lucifero) scendere giù dal cielo come un fulmine.
28
Vedea Briareo, fitto dal teloJcelestial giacer, da l'altra parte,Kgrave a la terra per lo mortal gelo.J
Vedevo dall'altra parte Briareo, trafitto dalla freccia divina, giacere, gravando sulla terra con il suo corpo senza vita.
Vedevo dall'altra parte Briareo, trafitto dal dardo celeste, giacere pesante sulla terra per il gelo della morte.
31
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,Karmati ancora, intorno al padre loro,Lmirar le membra d'i Giganti sparte.K
Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora con le armi in mano, guardare, stando intorno a Giove, i corpi dei giganti sparsi sul campo di battaglia.
Vedevo Timbreo (Apollo), vedevo Pallade e Marte, ancora armati, intorno al loro padre (Giove), guardare le membra sparse dei Giganti.
34
Vedea Nembròt a piè del gran lavoroLquasi smarrito, e riguardar le gentiMche 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.L
Vedevo Nembrot stare come smarrito ai piedi della grande torre, e osservare coloro che a Sennaar ebbero la sua stessa superbia.
Vedevo Nembrod ai piedi della sua grande opera (la torre di Babele), quasi smarrito, guardare le genti che nella pianura di Sennaar furono superbe insieme a lui.
37
O Niobè, con che occhi dolentiMvedea io te segnata in su la strada,Ntra sette e sette tuoi figliuoli spenti!M
O Niobe, con quali occhi pieni di dolore io ti vedevo raffigurata sulla via, tra i tuoi quattordici figli morti!
O Niobe, con che occhi addolorati vedevo te scolpita sulla strada, tra i tuoi sette e sette figli uccisi!
40
O Saùl, come in su la propria spadaNquivi parevi morto in Gelboè,Oche poi non sentì pioggia né rugiada!N
O Saul, come qui apparivi morto, ucciso dalla tua stessa spada a Gelboè, che dopo questo fatto non ebbe più il dono della pioggia e della rugiada!
O Saul, come lì apparivi morto sulla tua stessa spada sul monte Gelboe, che dopo non sentì più né pioggia né rugiada!
43
O folle Aragne, sì vedea io teOgià mezza ragna, trista in su li stracciPde l'opera che mal per te si fé.O
O folle Aracne, così io ti vedevo gìà diventata ragno per metà, (giacere) angosciata sui resti della tela che era stata da te tessuta per il tuo male.
O folle Aracne, così vedevo te, già mezza ragno, triste sopra i brandelli della tela che fu fatta per tua sventura.
46
O Roboàm, già non par che minacciPquivi 'l tuo segno; ma pien di spaventoQnel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.P
O Roboamo, davvero qui la tua figura non sembra più minacciare; ma un carro la trasporta piena di spavento, senza che alcuno la insegua.
O Roboamo, qui la tua immagine non sembra più minacciare; ma piena di spavento la porta via un carro, senza che nessuno la insegua.
49
Mostrava ancor lo duro pavimentoQcome Almeon a sua madre fé caroRparer lo sventurato addornamento.Q
Il pavimento di marmo mostrava ancora come Almeone fece sembrare pagata a caro prezzo (perché pagata con la morte) a sua madre la infausta collana.
Il duro pavimento mostrava ancora come Alcmeone fece sembrare caro a sua madre (Erifile) lo sventurato ornamento (la collana).
52
Mostrava come i figli si gittaroRsovra Sennacherìb dentro dal tempio,Se come, morto lui, quivi il lasciaro.R
Mostrava come i figli si gettarono su Sennacherib all'interno del tempio, e come lo abbandonarono lì morto.
Mostrava come i figli si gettarono sopra Sennacherib dentro il tempio, e come, una volta morto, lo lasciarono lì.
55
Mostrava la ruina e 'l crudo scempioSche fé Tamiri, quando disse a Ciro:T«Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».S
Mostrava la strage dell'esercito e il crudele scempio del cadavere di Ciro che fece Tamiri, quando gli disse: «Fosti assetato di sangue, ed io ti sazio di sangue».
Mostrava la strage e il crudele scempio che fece Tamiri, quando disse a Ciro: «Avesti sete di sangue, e io di sangue ti riempio».
58
Mostrava come in rotta si fuggiroTli Assiri, poi che fu morto Oloferne,Ue anche le reliquie del martiro.T
Mostrava come gli Assiri fuggirono sconfitti, dopo la morte di Oloferne, e (mostrava) anche i resti dello scempio fatto (relíquie del martiro: cioè il cadavere decapitato di Oloferne).
Mostrava come gli Assiri fuggirono in rotta dopo che fu ucciso Oloferne, e anche i resti di quella strage.
61
Vedeva Troia in cenere e in caverne;Uo Ilión, come te basso e vileVmostrava il segno che lì si discerne!U
Vedevo Troia ridotta in cenere e in rovine: o rocca di Ilio, come ti presentava distrutta e degna di derisione la raffigurazione che lì si vedeva!
Vedevo Troia in cenere e in rovine; o Ilio, come ti mostrava abbattuta e umiliata la scultura che lì si distingue!
64
Qual di pennel fu maestro o di stileVche ritraesse l'ombre e ' tratti ch'iviWmirar farieno uno ingegno sottile?V
Quale pittore o quale disegnatore ci fu mai che sapesse ritrarre l'aspetto e i contorni delle figure, che in quelle immagini desterebbero l'ammirazione anche dell'intenditore più raffinato?
Quale maestro di pennello o di matita ci fu che sapesse riprodurre le ombre e i lineamenti che lì farebbero stupire anche un ingegno raffinato?
67
Morti li morti e i vivi parean vivi:Wnon vide mei di me chi vide il vero,Xquant'io calcai, fin che chinato givi.W
I morti apparivano veramente morti e i vivi veramente vivi: colui che vide realmente quei fatti non vide meglio di me tutto quanto io calcai con i miei piedi, finché procedetti a capo chino.
I morti sembravano morti e i vivi sembravano vivi: chi vide la realtà non la vide meglio di me, tutto ciò che calpestai finché camminai chinato.
70
Or superbite, e via col viso altero,Xfigliuoli d'Eva, e non chinate il voltoYsì che veggiate il vostro mal sentero!X
Ora insuperbitevi, e continuate pure a camminare a testa alta, o figli d'Eva, e cercate di non meditare in modo da vedere la strada sbagliata che seguite!
Ora insuperbite, e andate avanti col viso altero, figli di Eva, e non chinate il volto per non vedere la vostra cattiva strada!
73
Più era già per noi del monte vòltoYe del cammin del sole assai più spesoZche non stimava l'animo non sciolto,Y
76
quando colui che sempre innanzi attesoZandava, cominciò: «Drizza la testa;AAnon è più tempo di gir sì sospeso.Z
Avevamo già percorso una parte del monte e avevamo speso una parte di tempo più grandi di quanto pensasse il mio animo intento (ad osservare i bassorilievi), quando Virgilio che procedeva attento a guardare sempre davanti a sé, disse: «Solleva il capo; non bisogna più camminare così assorto.
Avevamo già girato attorno al monte più di quanto pensassi, e del cammino del sole era stato percorso molto di più di quanto stimasse il mio animo, non libero (perché assorto), quando colui che andava sempre avanti attento cominciò: «Alza la testa; non è più tempo di andare così assorto.
79
Vedi colà un angel che s'apprestaAAper venir verso noi; vedi che tornaABdal servigio del dì l'ancella sesta.AA
Osserva da quella parte un angelo che si accinge a venire verso di noi; vedi che l'ora sesta se ne torna dopo aver prestato il suo servizio al giorno.
Vedi là un angelo che si prepara a venire verso di noi; vedi che la sesta ancella (la sesta ora del giorno) torna dal suo servizio.
82
Di reverenza il viso e li atti addorna,ABsì che i diletti lo 'nviarci in suso;ACpensa che questo dì mai non raggiorna!».AB
85
Io era ben del suo ammonir usoACpur di non perder tempo, sì che 'n quellaADmateria non potea parlarmi chiuso.AC
Prepara il tuo volto e il tuo atteggiamento a un sentimento di riverenza, in modo che all'angelo piaccia permetterci di salire; pensa che questo tempo non tornerà più!» Io ero talmente abituato ai suoi continui ammonimenti intorno alla necessità di non perdere il tempo, che su questo argomento non mi poteva più parlare in modo oscuro.
Adorna di riverenza il viso e i gesti, così che gli faccia piacere avviarci in su; pensa che questo giorno non torna mai più!». Io ero ben abituato ai suoi ammonimenti a non perdere tempo, così che su quell'argomento non poteva parlarmi in modo oscuro.
88
A noi venìa la creatura bella,ADbiancovestito e ne la faccia qualeAEpar tremolando mattutina stella.AD
Veniva verso di noi la bella creatura, vestita di bianco e (cosi splendente) nel volto come appare scintifiando la stella del mattino (Venere).
Veniva verso di noi la bella creatura, vestita di bianco e nel viso simile alla stella del mattino quando appare tremolante.
91
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;AEdisse: «Venite: qui son presso i gradi,AFe agevolemente omai si sale.AE
Aperse le braccia, e poi aperse le ali: disse: «Venite: qui vicino ci sono i gradini della scala, e ormai si può salire facilmente (dopo aver eliminato il peccato della superbia)».
Aprì le braccia, e poi aprì le ali; disse: «Venite: qui vicino ci sono i gradini, e ormai si sale facilmente.
94
A questo invito vegnon molto radi:AFo gente umana, per volar sù nata,AGperché a poco vento così cadi?».AF
Pochissime anime rispondono a questo invito: o uomini, creati per volare in alto, perché vi abbattete così anche davanti a poche tentazioni?
A questo invito vengono molto di rado: o genere umano, nato per volare in alto, perché cadi così per un po' di vento?».
97
Menocci ove la roccia era tagliata;AGquivi mi batté l'ali per la fronte;AHpoi mi promise sicura l'andata.AG
Ci condusse dove la roccia presentava un passaggio: qui batté con le ali la mia fronte; poi mi promise che il cammino sarebbe stato libero da impedimenti.
Ci condusse dove la roccia era tagliata; lì mi batté le ali sulla fronte; poi mi promise che il cammino sarebbe stato sicuro.
100
Come a man destra, per salire al monteAHdove siede la chiesa che soggiogaAIla ben guidata sopra Rubaconte,AH
103
si rompe del montar l'ardita fogaAIper le scalee che si fero ad etadeAJch'era sicuro il quaderno e la doga;AI
106
così s'allenta la ripa che cadeAJquivi ben ratta da l'altro girone;AKma quinci e quindi l'alta pietra rade.AJ
Come dalla parte destra, per salire al monte dove si trova la chiesa che domina Firenze (la ben guidata: detto in senso ironico) dalla parte del ponte di Rubaconte, l'ardito slancio della salita viene interrotto per mezzo di una scalinata che si fece in un tempo in cui i registri pubblici e le pubbliche misure di capacità non venivano falsificati, allo stesso modo diventa più agevole il pendio che qui scende ripidissimo dal girone superiore; ma (la scala è così stretta che) dall'una e dall'altra parte l'alta parete rocciosa sfiora (chi sale).
Come a destra, per salire sul monte dove sta la chiesa (di San Miniato) che domina la città ben governata (Firenze, detto con ironia) sopra il ponte di Rubaconte, l'audace pendenza della salita è interrotta dalle scalinate che furono fatte in un'epoca in cui erano sicuri il registro e la doga (dello staio), così si addolcisce la parete che scende lì molto ripida dall'altra cornice; ma da una parte e dall'altra l'alta roccia ti sfiora.
109
Noi volgendo ivi le nostre persone,AK'Beati pauperes spiritu!' vociALcantaron sì, che nol diria sermone.AK
Mentre noi ci volgevamo verso quella scala, una voce cantò «Beati i poveri in spirito!» con tale dolcezza, che non si potrebbe esprirnerla con nessuna parola umana.
Mentre noi ci giravamo lì per entrare, delle voci cantarono 'Beati i poveri di spirito!' in modo così dolce che le parole non potrebbero dirlo.
112
Ahi quanto son diverse quelle fociALda l'infernali! ché quivi per cantiAMs'entra, e là giù per lamenti feroci.AL
Ah quanto sono diverse queste entrate da quelle infernali! perché in queste si procede accompagnati da canti, e in quelle da gemiti di dolore e di ira.
Ah, quanto sono diversi questi passaggi da quelli infernali! Perché qui si entra tra i canti, e laggiù tra lamenti feroci.
115
Già montavam su per li scaglion santi,AMed esser mi parea troppo più lieveANche per lo pian non mi parea davanti.AM
Già noi stavamo salendo lungo i santi gradini, e mi pareva di essere molto più leggiero di quanto non mi sembrava (di esserlo) prima nella parte piana del girone. Per questo dissi:
Già salivamo per i gradini santi, e mi sembrava di essere molto più leggero di quanto mi sembrasse prima, in pianura.
118
Ond'io: «Maestro, dì, qual cosa greveANlevata s'è da me, che nulla quasiAOper me fatica, andando, si riceve?».AN
«Maestro, spiegami, quale peso mi è stato tolto, che quasi non avverto alcuna fatica, mentre procedo?» Rispose:
Per cui io: «Maestro, di', quale cosa pesante mi è stata tolta, così che camminando non provo quasi nessuna fatica?».
121
Rispuose: «Quando i P che son rimasiAOancor nel volto tuo presso che stinti,APsaranno, com'è l'un, del tutto rasi,AO
124
fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,APche non pur non fatica sentiranno,AQma fia diletto loro esser sù pinti».AP
127
Allor fec'io come color che vannoAQcon cosa in capo non da lor saputa,ARse non che ' cenni altrui sospecciar fanno;AQ
«Quando i P che sono rimasti ancora sulla tua fronte, anche se quasi svaniti, saranno completamente cancellati come (lo è stato) il primo, i tuoi piedi saranno così guidati dalla tua buona volontà, che non solo non sentiranno più fatica, ma sarà per loro una gioia essere spinti a salire», Allora mi comportai come coloro che camminano portando in testa qualcosa senza saperlo, finché i gesti degli altri li mettono in sospetto;
Rispose: «Quando le P che sono rimaste ancora sulla tua fronte, quasi sbiadite, saranno del tutto cancellate, come lo è una, i tuoi piedi saranno così vinti dalla buona volontà che non solo non sentiranno fatica, ma sarà per loro un piacere essere spinti in su». Allora io feci come quelli che vanno in giro con qualcosa sulla testa senza saperlo, se non che i cenni degli altri glielo fanno sospettare;
130
per che la mano ad accertar s'aiuta,ARe cerca e truova e quello officio adempieASche non si può fornir per la veduta;AR
per cui la mano si sforza di accertarlo, e cerca e trova e compie la funzione che non si può esercitare con la vista;
per cui si aiutano con la mano per accertarsene, e cercano e trovano e compiono quel compito che non si può svolgere con la vista;
133
e con le dita de la destra scempieAStrovai pur sei le lettere che 'nciseATquel da le chiavi a me sovra le tempie:AS
e con le dita della mano destra allargate costatai che erano solo sei i segni che l'angelo portiere mi aveva inciso sulla fronte:
e con le dita aperte della mano destra trovai soltanto sei delle lettere che colui che ha le chiavi (l'angelo portiere) mi aveva inciso sulla fronte:
136
a che guardando, il mio duca sorrise.AT
Virgilio sorrise vedendo il mio gesto.
guardando questo, la mia guida sorrise.
Riassunto del canto XII
In seguito all'invito del maestro, Dante, che finora aveva camminato al fianco di Oderisi, lascia la schiera dei superbi e procede oltre, osservando sul pavimento del primo girone numerosi bassorilievi, che rappresentano esempi di superbia punita e nei quali gli episodi sono presi alternativamente dal mondo ebraico-cristiano e da quello pagano: da Lucifero, che dopo il suo atto di ribellione precipita dal cielo, alla città di Troia, che a causa dell'orgogliosa superbia dei suoi cittadini fu dagli dei punita con la distruzione totale. Dopo aver ammirato l'arte somma con la quale le raffigurazioni sono state eseguite, Dante rimprovera con durezza la superbia degli uomini, che impedisce loro di vedere il male che compiono. I due pellegrini continuano il cammino, finché appare loro, splendente di luce, l'angelo dell'umiltà, che indica la scala per accedere al secondo girone, cancellando dalla fronte di Dante il primo dei sette P incisi dall'angelo guardiano alla porta del purgatorio, e intonando, mentre i poeti salgono una ripida scala, la prima delle beatitudini: "Beati pauperes spiritu!" Poiché Dante avverte meno fatica di prima, chiede spiegazione di questo fatto al maestro: man mano che egli avanza nel regno della penitenza, dice Virgilio, la volontà di purificazione aumenta e scompare ogni senso di difficoltà e di pena; ma il Poeta, per essere sicuro che il primo P è scomparso, ha bisogno di toccare la sua fronte, quasi incredulo di tanto miracolo.
In breve
Dove e chi
I cornice: Superbi. Camminano curvi sotto pesanti massi.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Nel canto XII le situazioni di pura fantasia e i rilievi di sostanza morale non si presentano come separate orientazioni del racconto, ma come complementari cadenze costruttive, come due aspetti tematici di un medesimo nucleo narrativo, il quale continua a riproporre, sia pure con invenzioni spirituali e stilistiche diverse, l'elogio dell'umiltà già tessuto nei due canti precedenti, con i quali il XII ha in comune anche un persistente stato d'animo di amarezza e di malinconia, che la luminosa apparizione della creatura bella, bianco vestita riuscirà solo in parte ad attenuare. La problematica della superbia, che si configura nella dolorosa storia della follia umana, quale sovvertitrice di ogni ordine morale e politico, porta il Poeta ad una ricerca dottrinale, il cui impegno gli preclude, in questo canto, ogni contatto con le singole anime, allargandosi il suo sguardo ad un esame generale delle vicende umane (la ricchezza e la varietà degli esempi ne é chiara testimonianza), per tradursi nei termini risentiti e sarcastici delle due apostrofi - riflessioni (versi 70-72 e 95-96), che concludono, con richiami precisi e con espressioni ancora più ferme e risolute, quelle del X e dell'XI canto. La presenza dell'umano, che aveva trovato una poetica individuazione nei personaggi del canto precedente, tende ora a dissolversi in due esperienze la cui sostanza non ha alcun rapporto con il contingente, se non nella misura in cui essa é percepita da Dante: la visione della volontà superiore di Dio, che con il suo intervento ristabilisce nel corso delle cose un ordine che gli uomini hanno tentato di distruggere e la visione dell'angelo che di quella volontà é, agli occhi del pellegrino, la più vistosa manifestazione. È dunque una poesia che non si regge su alcuna figura caratteristica, ma che cerca il valore rappresentativo ed emotivo su un piano misterioso, su una realtà di immutabile ed imperscrutabile giudizio con la quale l'animo del Poeta si pone in rapporto per osservare, con precisa attenzione (versi 7-9; 13-15; 70-72; 77-78; 94-96; 127-135), le reazioni della sua vita spirituale a contatto con il trascendente. Ogni scena, infatti, si deve disporre in modo coerente e rigoroso a delineare la compiuta rappresentazione di un momento particolare della storia morale dell'uomo, quello in cui scompare definitivamente il primo peccato, per intervento diretto della Grazia, preceduto però, da parte della creatura, da uno sforzo di consapevole e razionale correzione (i continui, pressanti inviti di Virgilio, la ragione naturale, sono volti, infatti, a questo fine preciso). La vera espressività del canto XII é dunque di sostanza dottrinale, alla quale conferiscono ricchezza di rilievi, di atteggiamenti e di toni le immagini e il racconto della varia vicenda, segnata, inoltre, dalla ritmata presenza di versi aspri o modulati o martellati o vigorosi che quasi ne sottolineano e ne scandiscono i tratti essenziali. Dal verso folgoreggiando scender da un lato, il quale risolve in una repentina movenza drammatica il momento di mesta commozione scaturita dalla puntura della rimembranza (che pareva costituire un incisivo, anche se fugace accenno autobiografico), a quello or superbite, e via col viso altero, nel quale trascorre, con una cadenza popolaresca, la tonalità polemica di tutta la dimostrazione; dall'ammonimento di Virgilio pensa che questo dì mai non raggiorna!, nel quale vengono sapientemente amplificate tutte le precedenti esortazioni, congiungendo la concreta storicità della figura umana di Dante con il valore perenne ed universale dell'exemplum, al contemplante indugio di fronte all'angelo nel cui volto par tremolando mattutina stella, dove il lungo procedimento narrativo degli esempi si dissolve in una ineffabile visione poetica, ricca di richiami dolcestilnovistici, nel modo prezioso e trasumanante in cui il Poeta aveva un tempo ornato l'immagine della donna amata. Il XII si presenta perciò come un canto di una notevole complessità di sviluppo e di stile, rilevabile nel prodigio delle sculture, il cui sintetico valore le rende più vive del fatto stesso che illustrano, nella esattezza minuziosa della descrizione, nel fresco abbandono all'estro della loro invenzione, nella suggestione figurativa-liturgica dell'angelo, nella varietà sottile dei passaggi, nella sapienza degli spunti, nella potenza, infine, del suo significato spirituale, che é oltre il velo di tutte quelle scene e parole, scaturendo da una visione sostanzialmente negativa della storia umana (a questo invito vegnon molto radi) e della possibilità di resistenza della creatura di fronte al peccato (perché a poco vento così cadi?). Questa pagina dantesca, che pareva, a prima vista, sostanziata solo dal virtuosismo dell'arte, diventa cos? un documento di come il Poeta riesce a chiudere, nel breve arco di un canto, il motivo della meditazione penitenziale, insistentemente condotto - secondo la formula medievale dell'insegnamento - su esempi visivi, il gusto rituale che percorre tutta la seconda cantica, il passaggio da Dante personaggio lirico, che soffre e riflette con la stessa umiltà delle anime penitenti, a Dante personaggio drammatico, che, proprio in nome di quella umiltà che potrebbe ristabilire la pace nel mondo tormentato dalla tracotanza, con l'asprezza e la epicità del profeta giudica e condanna gli uomini (versi 70-72 e 94-96), il rapporto continuo, dialetticamente vivissimo, e non marginale ed estrinseco, fra maestro e discepolo. Tale rapporto chiarifica, ravvivandoli con l'affetto del dialogo, i diversi momenti spirituali del canto fino al dolce sorriso finale di Virgilio, che sembra riacquistare solo nel XII una più decisa funzione di guida, dopo l'indecisione dell'antipurgatorio e lo smarrimento nell'accostare le prime realtà del purgatorio.
vv. 25-27Vedea colui che fu nobil creatopiù ch'altra creatura, giù dal cielofolgoreggiando scender, da l'un lato.Leggi nel testo
Sul pavimento della prima cornice sono scolpiti tredici esempi di superbia punita, da Lucifero a Nembrot, da Niobe alla città di Troia. Dante li descrive in tredici terzine costruite con un artificio: le prime quattro iniziano tutte con «Vedea», le quattro successive con «O», le altre quattro con «Mostrava». L'ultima terzina riprende le tre parole all'inizio di ogni verso.
Leggendo le iniziali si forma la parola VOM, cioè «uom», uomo. È un acrostico: una composizione in cui le lettere iniziali dei versi formano una parola. Il messaggio è chiaro: la superbia è il peccato tipico dell'uomo, quello che lo spinge a mettersi al posto di Dio.
L'acrostico è una tecnica antica, usata anche dopo Dante. Boccaccio nell'Amorosa visione ne costruì uno gigantesco con le iniziali di tutte le terzine. Durante il Risorgimento il grido «Viva VERDI» nascondeva un messaggio politico: Vittorio Emanuele Re D'Italia. Oggi la tecnica sopravvive negli acronimi.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Nembrot tra i superbi
Ne parla la scheda «Nembrot e la confusione delle lingue» (Inf. XXXI).