Bonconte da Montefeltro racconta la sua morte e la contesa tra l'angelo e il diavolo
Purgatorio · Antipurgatorio · morti per violenza
Purgatorio, Canto V
«Io era già da quell'ombre partito…»
I due pellegrini, procedendo sempre nell'antipurgatorio, lasciano la schiera delle anime negligenti, una delle quali, mostrando vivacemente la sua meraviglia nell'accorgersi che Dante è vivo, fa volgere il Poeta, che rallenta il suo passo.
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Testo e parafrasi del canto V
Parafrasi
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1
Io era già da quell'ombre partito,Ae seguitava l'orme del mio duca,Bquando di retro a me, drizzando 'l dito,A
Io mi ero ormai allontanato da quelle ombre (le anime dei negligenti), e seguivo le orme della mia guida, quando alle mie spalle, indicandomi, una di esse gridò:
Io mi ero già allontanato da quelle ombre e seguivo le orme della mia guida, quando dietro di me, puntando il dito,
4
una gridò: «Ve' che non par che lucaBlo raggio da sinistra a quel di sotto,Ce come vivo par che si conduca!».B
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Li occhi rivolsi al suon di questo motto,Ce vidile guardar per maravigliaDpur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.C
«Osserva che il raggio del sole non si vede rilucere alla sinistra (Dante e Virgilio, mentre salgono, volgono le spalle a levante e il Sole, perciò, li colpisce a destra) di quello che sta sotto (Dante infatti segue Virgilio), e come sembra si comporti come un vivente!» Quando udii queste parole volsi lo sguardo, e vidi le anime guardare con stupore me, solo me, e i raggi dei sole che erano interrotti (dal mio corpo).
una gridò: «Guarda, sembra che la luce del sole non risplenda a sinistra di quello che sta più in basso, e sembra che si comporti come un vivo!». Al suono di queste parole volsi gli occhi, e le vidi guardare con meraviglia proprio me, proprio me, e la luce che era interrotta.
10
«Perché l'animo tuo tanto s'impiglia»,Ddisse 'l maestro, «che l'andare allenti?Eche ti fa ciò che quivi si pispiglia?D
«Perché, il tuo animo si lascia distrarre a tal punto» disse il maestro, «che rallenti i tuoi passi? che importanza può avere per te ciò che queste anime mormorano?
«Perché il tuo animo si lascia distrarre tanto», disse il maestro, «da rallentare il cammino? Che ti importa di ciò che si bisbiglia qui?
13
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:Esta come torre ferma, che non crollaFgià mai la cima per soffiar di venti;E
Vieni dietro a me, e lascia parlare la gente: comportati come una torre solida, la cui cima non si muove mai per quanto i venti possano soffiare;
Vieni dietro a me, e lascia parlare la gente: sta' saldo come una torre che non piega mai la cima per quanto soffino i venti;
16
ché sempre l'omo in cui pensier rampollaFsovra pensier, da sé dilunga il segno,Gperché la foga l'un de l'altro insolla».F
poiché accade sempre che l'uomo nel quale continuamente un pensiero germoglia dall'altro, allontana da sé il raggiungimento della meta, in quanto l'impeto del nuovo pensiero indebolisce l'altro.» Che cosa potevo rispondere, se non «Io vengo»?
perché l'uomo in cui un pensiero germoglia sopra un altro allontana da sé la meta, poiché l'impeto dell'uno indebolisce l'altro».
19
Che potea io ridir, se non «Io vegno»?GDissilo, alquanto del color conspersoHche fa l'uom di perdon talvolta degno.G
Così infatti risposi, un poco soffuso di quel rossore che talvolta (quando la vergogna non induce all'ira per essere stato colto in errore e quando la colpa non è troppo grave) rende l'uomo degno di essere perdonato.
Che cosa potevo rispondere, se non «Vengo»? Lo dissi, un po' cosparso di quel rossore che talvolta rende l'uomo degno di perdono.
22
E 'ntanto per la costa di traversoHvenivan genti innanzi a noi un poco,Icantando 'Miserere' a verso a verso.H
Frattanto lungo la costa (del monte) in direzione trasversale (rispetto ai due poeti) avanzava un gruppo di anime che ci precedevano di poco, cantando il salmo «Miserere» a versetti alternati.
E intanto, di traverso lungo il pendio, veniva un po' davanti a noi una schiera di anime, cantando il «Miserere» un versetto alla volta.
25
Quando s'accorser ch'i' non dava locoIper lo mio corpo al trapassar d'i raggi,Jmutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;I
Quando si accorsero che non lasciavo passare attraverso il mio corpo i raggi del sole, il loro canto si trasformò in un «Oh!» lungo e fioco;
Quando si accorsero che io col mio corpo non lasciavo passare i raggi, cambiarono il loro canto in un «oh!» lungo e rauco;
28
e due di loro, in forma di messaggi,Jcorsero incontr'a noi e dimandarne:K«Di vostra condizion fatene saggi».J
e due di loro, in qualità di messaggeri, corsero incontro a noi e ci chiesero: «Informateci della vostra condizione». E il mio maestro:
e due di loro, come messaggeri, corsero incontro a noi e ci domandarono: «Fateci sapere qual è la vostra condizione».
31
E 'l mio maestro: «Voi potete andarneKe ritrarre a color che vi mandaroLche 'l corpo di costui è vera carne.K
34
Se per veder la sua ombra restaro,Lcom'io avviso, assai è lor risposto:Mfàccianli onore, ed essere può lor caro».L
«Voi potete ritornare e riferire a coloro che vi hanno mandato che il corpo di costui è ancora vivo. Se essi si sono fermati perché hanno visto la sua ombra, come penso, hanno avuto una sufficiente spiegazione: lo accolgano con gentilezza, perché potrà essere prezioso per loro (chiedendo preghiere ai vivi, dopo essere ritornato nel mondo)».
E il mio maestro: «Voi potete andarvene e riferire a coloro che vi hanno mandato che il corpo di costui è vera carne. Se si sono fermati per aver visto la sua ombra, come io penso, la risposta è sufficiente: gli rendano onore, e ciò potrà essere loro utile».
37
Vapori accesi non vid'io sì tostoMdi prima notte mai fender sereno,Nné, sol calando, nuvole d'agosto,M
Non vidi mai stelle cadenti fendere il cielo sereno all'inizio della notte, né, al tramonto del sole, (vidi mai) lampi fendere le nuvole d'agosto tanto rapidamente, che quelli non tornassero in minor tempo alla loro schiera;
Non ho mai visto stelle cadenti fendere così rapidamente il cielo sereno all'inizio della notte, né lampi fendere le nuvole d'agosto al tramonto,
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che color non tornasser suso in meno;Ne, giunti là, con li altri a noi dier voltaOcome schiera che scorre sanza freno.N
e, dopo esservi giunti, tornarono indietro con gli altri verso di noi come una schiera che si lancia in una corsa sfrenata.
come quelle due anime tornarono su in meno tempo; e, giunte là, si voltarono verso di noi con le altre, come una schiera che corre senza freno.
43
«Questa gente che preme a noi è molta,Oe vegnonti a pregar», disse 'l poeta:P«però pur va, e in andando ascolta».O
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«O anima che vai per esser lietaPcon quelle membra con le quai nascesti»,Qvenian gridando, «un poco il passo queta.P
«Queste anime che si accalcano intorno a noi sono numerose, e vengono per pregarti» disse Virgilio: «tuttavia tu continua a procedere e mentre cammini ascolta.» «O anima che compi questo viaggio per purificarti con quel corpo al quale fosti legata fin dalla nascita» gridavano, «arresta un poco i tuoi passi.
«Questa gente che si accalca verso di noi è molta, e vengono a pregarti», disse il poeta: «perciò continua a camminare, e ascolta mentre vai». «O anima che vai verso la beatitudine con quelle stesse membra con cui sei nata», venivano gridando, «rallenta un poco il passo.
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Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,Qsì che di lui di là novella porti:Rdeh, perché vai? deh, perché non t'arresti?Q
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Noi fummo tutti già per forza morti,Re peccatori infino a l'ultima ora;Squivi lume del ciel ne fece accorti,R
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sì che, pentendo e perdonando, foraSdi vita uscimmo a Dio pacificati,Tche del disio di sé veder n'accora».S
Guarda se mai hai visto qualcuno di noi, in modo da riportare notizie di lui sulla terra: perché cammini? perché non ti fermi? Noi un tempo fummo tutti uccisi con la violenza, e fummo peccatori fino all'ultirno istante della notra vìta: in punto di morte la grazia divina ci rese consapevoli dei nostri peccati, in modo che, pentendoci (dei nostri peccati) e perdonando (i nostri nemici), morimmo riconciliati con Dio, che ci consuma col grande desiderio di vederLo.» Ed io «Per quanto vi osservi attentamente, non riconosco alcuno di voi;
Guarda se hai mai visto qualcuno di noi, così che tu possa portare di là notizie di lui: deh, perché vai? Deh, perché non ti fermi? Noi tutti un tempo morimmo di morte violenta, e fummo peccatori fino all'ultima ora; allora una luce del cielo ci fece aprire gli occhi, così che, pentendoci e perdonando, uscimmo dalla vita in pace con Dio, che ci tormenta col desiderio di vederlo».
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E io: «Perché ne' vostri visi guati,Tnon riconosco alcun; ma s'a voi piaceUcosa ch'io possa, spiriti ben nati,T
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voi dite, e io farò per quella paceUche, dietro a' piedi di sì fatta guidaVdi mondo in mondo cercar mi si face».U
ma se voi desiderate qualcosa che io possa fare, o spiriti destinati alla salvezza, ditemelo, ed io lo farò in nome di quella pace che debbo cercare attraverso i regni dell'oltretomba seguendo questa guida» Ed uno di quegli spiriti cominciò a parlare:
E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non riconosco nessuno; ma se desiderate qualcosa che io possa fare, spiriti nati per il bene, ditelo, e io lo farò, per quella pace che mi fa cercare di mondo in mondo seguendo i passi di una tale guida».
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E uno incominciò: «Ciascun si fidaVdel beneficio tuo sanza giurarlo,Wpur che 'l voler nonpossa non ricida.V
«Ciascuno di noi si fida del tuo servigio senza bisogno di giuramenti, a meno, che una impossibilItà indipendente impedisca dì realizzare il tuo proposito.
E uno cominciò: «Ognuno di noi si fida del tuo aiuto senza bisogno di giuramento, purché l'impossibilità non tronchi la tua volontà.
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Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,Wti priego, se mai vedi quel paeseXche siede tra Romagna e quel di Carlo,W
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che tu mi sie di tuoi prieghi corteseXin Fano, sì che ben per me s'adoriYpur ch'i' possa purgar le gravi offese.X
Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai tu possa vedere la Marca Anconetana (quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo: posto a sud della Romagna e a nord del regno di Napoli, governato nel 1300 da Carlo Il d'Angìò), di essere generoso nelle tue richieste per me nella città, di Fano, cosicché per me si preghi da persone in grazia di Dio affinché possa espiare le mie gravi colpe.
Per cui io, che parlo da solo prima degli altri, ti prego, se mai vedrai quella regione che si trova tra la Romagna e il regno di Carlo (d'Angiò), di essermi generoso delle tue preghiere a Fano, così che si preghi bene per me, perché io possa purificarmi dei miei gravi peccati.
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Quindi fu' io; ma li profondi fóriYond'uscì 'l sangue in sul quale io sedea,Zfatti mi fuoro in grembo a li Antenori,Y
Nacqui in questa città, ma le ferite mortali dalle quali sgorgò il sangue nel quale risiedeva la mia anima (in sul quale io sedea: era pensiero comune, ai tempi di Dante, che il sangue fosse la sede dell'anima), mi furono prodotte nel territorio di Padova (in grembo alli Antenori: Antenore fu il troiano fondatore di Padova, secondo Virgilio - Eneide I, versi 247 sgg.).
Ero di là (di Fano); ma le ferite profonde da cui uscì il sangue in cui aveva sede la mia vita mi furono inferte nel territorio dei Padovani,
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là dov'io più sicuro esser credea:Zquel da Esti il fé far, che m'avea in iraAAassai più là che dritto non volea.Z
là dove, io ritenevo di essere più sicuro (essendo fuori del territorio estense): fui ucciso per volere di Azzo VIII, che mi aveva in odio assai più di quello che fosse giusto.
là dove credevo di essere più al sicuro: lo fece fare quello d'Este, che mi odiava molto più di quanto fosse giusto.
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Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,AAquando fu' sovragiunto ad Oriaco,ABancor sarei di là dove si spira.AA
Ma se io fossi fuggito verso Mira (borgo tra Padova e Oriago), quando fui raggiunto (dai sicari) nelle vicinanze di Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi.
Ma se fossi fuggito verso la Mira, quando fui raggiunto a Oriago, sarei ancora di là, dove si respira.
82
Corsi al palude, e le cannucce e 'l bracoABm'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid'ioACde le mie vene farsi in terra laco».AB
Invece corsi verso una palude, e le canne palustri e il fango mi avvilupparono a tal punto, che caddi; e in quel luogo vidi il mio sangue formare in terra un lago», Poi parlò un altro spirito:
Corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impigliarono tanto che caddi; e lì vidi formarsi a terra un lago del sangue delle mie vene».
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Poi disse un altro: «Deh, se quel disioACsi compia che ti tragge a l'alto monte,ADcon buona pietate aiuta il mio!AC
«Possa realizzarsi quel desiderio (il ricongiungimento a Dio) che ti porta verso l'alto monte del purgatorio, (in nome di questo augurio) cerca di aiutare il mio (che è identico al tuo) con preghiere efficaci!
Poi un altro disse: «Deh, possa compiersi quel desiderio che ti porta verso l'alto monte: con buona pietà aiuta il mio!
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Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;ADGiovanna o altri non ha di me cura;AEper ch'io vo tra costor con bassa fronte».AD
Appartenni alla casata dei Montefeltro, sono Bonconte: Giovanna (vedova di Bonconte) o altri miei parenti non si preoccupano di me; per questo cammino fra costoro a fronte bassa». E io gli risposi:
Io fui di Montefeltro, sono Bonconte; Giovanna e gli altri non si curano di me; per questo vado tra costoro con la fronte bassa».
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E io a lui: «Qual forza o qual venturaAEti traviò sì fuor di Campaldino,AFche non si seppe mai tua sepultura?».AE
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«Oh!», rispuos'elli, «a piè del CasentinoAFtraversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,AGche sovra l'Ermo nasce in Apennino.AF
«Quale forza (umana o divina) o quale caso fortuito ti trascinò così lontano da Campaldino, che non si conobbe mai la tua sepoltura?» «Oh!» rispose, «ai piedi dei monti del Casentino scorre nella valle un torrente chiamato Archiano, che nasce sull'Appennino sopra l'eremo di Camaldoli.
E io a lui: «Quale forza o quale caso ti portò così lontano da Campaldino che non si è mai saputo dove fosse la tua sepoltura?». «Oh!», rispose lui, «ai piedi del Casentino scorre di traverso un fiume che si chiama Archiano, che nasce sull'Appennino sopra l'Eremo (di Camaldoli).
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Là 've 'l vocabol suo diventa vano,AGarriva' io forato ne la gola,AHfuggendo a piede e sanguinando il piano.AG
Arrivai, ferito alla gola, nel punto in cui esso perde il suo nome ('l vocabol suo diventa vano: perché si getta nell'Arno), fuggendo a piedi e insanguinando la terra.
Là dove il suo nome si perde (sfociando nell'Arno), arrivai io con la gola trafitta, fuggendo a piedi e bagnando di sangue la pianura.
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Quivi perdei la vista e la parolaAHnel nome di Maria fini', e quiviAIcaddi, e rimase la mia carne sola.AH
Qui i miei occhi si velarono, e la mia voce si spense pronunciando il nome di Maria, e qui caddi e il mio corpo rimase inanimato.
Lì persi la vista e la parola; finii nel nome di Maria, e lì caddi, e rimase solo il mio corpo.
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Io dirò vero e tu 'l ridì tra ' vivi:AIl'angel di Dio mi prese, e quel d'infernoAJgridava: "O tu del ciel, perché mi privi?AI
Ti racconterò cose vere e tu le riferirai nel mondo dei vivi: l'angelo di Dio prese la mia anima, mentre il diavolo gridava: "Perché mi privi di quest'anima peccatrice, tu che sei un angelo del cielo?
Io dirò la verità e tu ripetila tra i vivi: l'angelo di Dio mi prese, e quello dell'inferno gridava: “O tu che vieni dal cielo, perché me lo togli?
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Tu te ne porti di costui l'etternoAJper una lagrimetta che 'l mi toglie;AKma io farò de l'altro altro governo!".AJ
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Ben sai come ne l'aere si raccoglieAKquell'umido vapor che in acqua riede,ALtosto che sale dove 'l freddo il coglie.AK
Porti via con te l'anima di costui per una lagrimuccia che me la sottrae; ma userò per il corpo (dell'altro) un trattamento ben diverso!" Tu sai con chiarezza come nell'aria si raccoglie il vapore acqueo che si trasforma di nuovo in acqua, non appena sale nella regione fredda del cielo.
Tu ti porti via la parte eterna di costui per una lacrimuccia che me lo sottrae; ma io farò dell'altra parte (il corpo) un altro trattamento!”. Sai bene come nell'aria si raccoglie quel vapore umido che torna acqua appena sale là dove il freddo lo condensa.
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Giunse quel mal voler che pur mal chiedeALcon lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l ventoAMper la virtù che sua natura diede.AL
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Indi la valle, come 'l dì fu spento,AMda Pratomagno al gran giogo coperseANdi nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,AM
Sopraggiunse il diavolo che desidera soltanto il male con il suo intelletto, e provocò il vapore acqueo e il vento con quel potere che gli proviene dalla sua natura. Poi, non appena giunse la notte, coperse di nebbia la valle (di Campaldino) dal monte Pratomagno alla Giogaia di Camaldoli;
Il diavolo unì quella volontà malvagia, che cerca solo il male, all'intelletto, e mosse il vapore e il vento con il potere che gli diede la sua natura. Poi, quando il giorno fu spento, coprì di nebbia la valle da Pratomagno fino alla grande catena dell'Appennino; e rese denso il cielo sopra,
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sì che 'l pregno aere in acqua si converse;ANla pioggia cadde e a' fossati venneAOdi lei ciò che la terra non sofferse;AN
e provocò nel cielo un così grande ammasso di vapori, che l'aria satura di nubi si convertì in acqua: cadde la pioggia e quella parte di essa che la terra non riuscì ad assorbire si raccolse nei fossi;
così che l'aria pregna si trasformò in acqua; la pioggia cadde, e nei fossati arrivò quella parte di essa che la terra non riuscì ad assorbire;
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e come ai rivi grandi si convenne,AOver' lo fiume real tanto veloceAPsi ruinò, che nulla la ritenne.AO
e quando raggiunse i torrenti, si convogliò verso l'Arno (fiume real: secondo l'espressione usata nel Medioevo per indicare i fiumi che sfociano in mare) con tanta velocità, che nessun ostacolo potè trattenerla.
e, appena si raccolse nei torrenti grandi, si precipitò verso il fiume principale (l'Arno) così veloce che niente la trattenne.
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Lo corpo mio gelato in su la foceAPtrovò l'Archian rubesto; e quel sospinseAQne l'Arno, e sciolse al mio petto la croceAP
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ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;AQvoltòmmi per le ripe e per lo fondo,ARpoi di sua preda mi coperse e cinse».AQ
L'Archiano in piena trovò il mio cadavere alla sua foce, e lo spinse nell'Arno, e sciolse dal mio petto la croce che avevo fatto delle mie braccia quando mi aveva sopraffatto il dolore del pentimento: mi voltò lungo le rive e sul fondo;
L'Archiano impetuoso trovò il mio corpo gelato presso la sua foce; e lo spinse nell'Arno, e sciolse sul mio petto la croce che avevo fatto con le braccia quando il dolore mi vinse; mi rivoltò lungo le rive e sul fondo, poi mi coprì e avvolse con i detriti che trascinava».
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«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,ARe riposato de la lunga via»,ASseguitò 'l terzo spirito al secondo,AR
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«ricorditi di me, che son la Pia:ASSiena mi fé, disfecemi Maremma:ATsalsi colui che 'nnanellata priaAS
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disposando m'avea con la sua gemma».AT
poi mi coperse e mi nascose con i suoi detriti.»«Quando sarai tornato nel mondo, e ti sarai riposato del lungo cammino», disse un altro spirito dopo il secondo, «ricordati di Pia: Siena mi diede i natali; la Maremma mi diede la morte; (come morii) lo sa colui che prima mi aveva dato l'anello nuziale prendendomi in moglie.»
«Deh, quando sarai tornato nel mondo e ti sarai riposato del lungo viaggio», continuò il terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono la Pia: Siena mi fece nascere, la Maremma mi fece morire: lo sa bene colui che prima, sposandomi, mi aveva messo al dito il suo anello con la gemma».
Riassunto del canto V
I due pellegrini, procedendo sempre nell'antipurgatorio, lasciano la schiera delle anime negligenti, una delle quali, mostrando vivacemente la sua meraviglia nell'accorgersi che Dante è vivo, fa volgere il Poeta, che rallenta il suo passo. Virgilio lo invita a non perdere di vista la propria meta, consacrando ad essa tutte le energie. Intanto lungo la costa del monte avanza, cantando il salmo «Miserere», un gruppo di anime, che notano subito l'ombra proiettata dal corpo di Dante: due di esse, come messaggeri, si accostano ai poeti per chiedere spiegazioni intorno alla loro condizione e infine tutta la schiera si lancia verso di loro in una corsa senza freno. Sono coloro che furono uccisi con la violenza e che si pentirono solo all'ultimo istante di vita: ora chiedono preghiere per affrettare la purificazione. Nella seconda parte del canto tre di queste anime narrano come avvenne la loro morte: Jacopo del Cassero fu ucciso dai sicari di Azzo VIII d'Este, signore di Ferrara, del quale era stato fiero avversario; il ghibellino Bonconte da Montefeltro scomparve durante la battaglia di Campaldino e le potenze infernali, non avendo potuto impadronirsi della sua anima, si vendicarono sul suo corpo, suscitandogli contro le forze della natura, che trascinarono il cadavere di Bonconte nell'Arno, dove fu coperto dai detriti del fiume; Pia dei Tolomei fu fatta uccidere dal marito.
In breve
Dove e chi
Antipurgatorio · morti per violenza: Pentiti all'ultimo istante. Attendono cantando il Miserere.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Vari sono i punti prospettici dai quali la considerazione critica del canto può prendere avvio, puntualizzando l'esortazione moraleggiante di Virgilio (il cui richiamo alla necessità di non indugiare nel cammino amplia quello del canto precedente, costituendo un nesso di collegamento), il rapporto psicologico fra Dante e la schiera dei morti violentemente che invocano preghiere (rapporto di particolare intensità che si prolunga nell'inizio del canto sesto), il frangersi -di tale incontro in tre figure, che esemplificano - attraverso la loro personale esperienza - la passata vicenda terrena e la presente disposizione spirituale dei loro compagni di penitenza. Ed è l'analisi del rapporto fra il mondo del peccato e quello della conversione, che per queste anime, pentitesi in punto di morte, si identifica con il mondo del purgatorio, che centralizza l'attenzione della critica, della quale una parte sottolinea il progressivo perdersi - nella speranza dell'ascesa definitiva - della presenza della vita terrena, e un'altra la persistenza di un ricordo angoscioso di violenze: concorre a mantenere questa incertezza di giudizio il linguaggio stesso, che, dopo il primo concitato colloquiò fra Dante e le anime, assume un ritmo narrativo, in cui però il tono sospeso e distaccato della rievocazione si mescola alla notazione realistica e cruda. La soluzione è dà cercarsi stella prospettiva particolare dell'antipurgatorio, dove si aggirano anime la cui vita spirituale é ancora all'inizio, il cui atteggiamento "é come quello della creatura umana in generale, spogliata dì una vivida tradizione, o come quella di ogni bambino o ragazzo che non ha ancora trovato sé stesso nel mondo" (Fergusson): esse, passando in un solo istante dal male al bene (peccatori infina all'ultima ora), non esperimentarono neppure un breve periodo di conversione, non ricordano, nella loro esistenza, nessuna tormentosa scelta di fronte al peccato, nessun dolce momento. trascorso nella preghiera, né possiedono uno spirito fortificatosi nella drammatica visione del mondo della dannazione. Per loro esiste solo la sacralità della morte, anche se essa è arrivata dall'agguato dei sicarì, dalla violenza dei nemici, dalla perfidia di un marito: la storia, raccontata tre volte, è sempre la stessa, resa drammaticamente esplicita ed esaltante la maestà della morte. Il tema della morte é l'elemento « terreno » presente nel canto ed esprime una conquista che ha a suo fondamento un dono della Grazia, ma un dono che non diventa efficiente se non per un'accettazione attiva della creatura umana. II Poeta ha voluto fermare in loro per sempre il momento in cui la creatura si apre alla Grazia, arrestando ogni ricordo del passato all'istante in cui rifluisce in essa, con lo scorrere di nuovi sentimenti, la vita spirituale, in cui inizia la riscoperta di se stessa al di sopra di ogni odio, laddove le anime dei dannati - per sempre immobilizzate nella loro tragedia terrena - vedevano la propria storia irrigidita nell'atto del peccato, trasformata in cosa, non in principio vitale, per cui la dimensione umana, ancora presente in Jacopo, Bonconte, Pia, serve ad intensificare il desiderio della espiazione. L'innestarsi del sovrannaturale non provoca in loro uno smemorante abbandono, ma li aiuta a determinare con suprema limpidezza lo svolgersi della loro esistenza, che ha trovato il suo motivo di essere solo nell'attimo in cui è stata stroncata: Manfredi si preoccupa ancora di far sapere al mondo la verità intorno alla sua morte (vadi a mia bella figlia... e dichi il vero a lei, s'altro si dice), mentre l'atteggiamento di queste tre anime rappresenta, rispetto a quello, un più fiducioso abbandono al tempo - al tempo della Provvidenza - che farà durare lungo tutte le balze del monte del purgatorio l'istante in cui hanno avvertito, attraverso la violenza subita, la presenza del sovrannaturale: esse non fuggono «dall'incubo e dallo strazio della loro fine», come afferma l'Apollonio, essendo quell'incubo e quello strazio indissolubilmente legati alla loro salvezza. Ma l'attenta psicologia di Dante, che presuppone tutta l'esperienza del dolce stil novo nelle sue direttrici fondamentali - lo studio approfondito dei moti dell'animo umano e la capacità di spiritualizzare quanto é fatto oggetto dì quell'analisi - non nasconde in una indistinta sospensione l'umanissimo reagire di queste creature di fronte all'innaturale, distruzione del legame anima-corpo, rivelando anzi, in un mesto, triplice decrescendo, la loro lotta, il loro affanno, il loro abbandono, in un bisogno di dare sfogo ad un ricordo, sotto certi aspetti, ancora doloroso. Con molta chiarezza il Sacchetto afferma che "mentre nell'Inferno l'urnanità tende all'imbestiamento, e nel Paradiso alla trasfigurazione, nel Purgatorio essa vive nella compresenza del peccato e insieme del riscatto. Solo nel Purgatorio le anime, come sulla terra, soffrono e godono, alternano turbamenti e nostalgie a speranze ed elevazioni; espiano e pregano, nell'attesa trepida della liberazione. Solo nel Purgatorio il loro dramma - che è il dramma della colpa - non si esaspera, come nell'Inferno, nella tragedia della dannazione; non si dissolve, come nel Paradiso, nella quiete immutabile della beatitudine; ma si consuma, pateticamente, in un'ombra di pianto, attraverso di cui si compie il processo consolatore della purificazione". Ancora una volta Dante riesce ad innalzare sul piano della poesia i fatti di cronaca del suo tempo, fissando in una ricchissima gamma di accenti, in cui il tono dominante è quello singolarissimo della malinconia, i due momenti essenziali dell'anima cristiana, il peccato e la redenzione, e "perciò, più che nel realismo dell'Inferno o nella metafisica del Paradiso, il tono più segreto ed autentico della poesia di Dante è, forse, nel Purgatorio, dove la particolare situazione delle anime che patiscono il castigo nella luce della salvezza dà una naturale tensione all'arco del canto» (Sacchetto).
vv. 130-136«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,e riposato de la lunga via»,seguitò 'l terzo spirito al secondo,«ricorditi di me, che son la Pia:Siena mi fé, disfecemi Maremma:salsi colui che 'nnanellata priadisposando m'avea con la sua gemma».Leggi nel testo
Il canto V del Purgatorio è il canto dei morti per violenza, che si sono pentiti all'ultimo istante. Dopo il racconto di Buonconte da Montefeltro, la cui anima è stata contesa tra un angelo e un diavolo, parla una donna con pochi versi rimasti celebri: «Ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma».
Della Pia sappiamo pochissimo. Gli antichi commentatori la identificano con una donna senese della famiglia dei Tolomei, sposata a Nello dei Pannocchieschi, che l'avrebbe uccisa nel suo castello della Maremma, forse per sposare un'altra donna. Dante non racconta la storia: lascia che sia lei ad accennarla, con discrezione.
Al contrario di Francesca, che racconta a lungo la propria passione, la Pia chiede solo di essere ricordata, e solo dopo che Dante si sarà riposato dal lungo viaggio. In pochi versi c'è tutta la sua gentilezza. Il canto V dell'Inferno e il V del Purgatorio raccontano entrambi donne uccise dal marito: una dannata, l'altra salva.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Buonconte
Ne parla la scheda «Due Montefeltro, due destini» (Inf. XXVII).