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Indice dei canti
Dall'argine di pietra di un ruscello rosso Dante si china verso un dannato che dalla sabbia infuocata gli afferra il lembo della veste; dietro, sotto una pioggia di fuoco, corre una schiera di uomini seminudi.
Brunetto Latini riconosce Dante e lo trattiene per la veste lungo l'argine del sabbione
Inferno · VII cerchio

Inferno, Canto XV

«Ora cen porta l'un de' duri margini…»

Per evitare la pioggia di fiamme i due pellegrini avanzano su uno degli argini del fiumicello che attraversa il terzo girone e s’imbattono in una schiera di anime di dannati, uno dei quali afferra Dante per il lembo della veste e manifesta la propria meraviglia nel vederlo in quel luogo.

Luogo
VII cerchio
Anime e colpe
Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte
Versi
124 · 41 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XV

Parafrasi
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1

Ora cen porta l'un de' duri margini;Ae 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,Bsì che dal foco salva l'acqua e li argini.A

Ora ci porta una delle due salde sponde; e il vapore del ruscello fa schermo, in modo da riparare dalle fiamme l’acqua e gli argini.
Ora ci porta uno dei duri argini; e il vapore del ruscello fa ombra sopra, così che protegge dal fuoco l'acqua e gli argini.
4

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,Btemendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,Cfanno lo schermo perché 'l mar si fuggia;B

7

e quali Padoan lungo la Brenta,Cper difender lor ville e lor castelli,Danzi che Carentana il caldo senta:C

10

a tale imagine eran fatti quelli,Dtutto che né sì alti né sì grossi,Equal che si fosse, lo maestro felli.D

Come la diga che i Fiamminghi, temendo la marea che si scaglia contro di loro, innalzano tra Wissant e Bruges perché il mare si ritiri, e come quella che i Padovani (innalzano) lungo il corso del Brenta, per proteggere le loro città e i loro borghi fortificati, prima che la Carinzia (comprendeva anche la Valsugana dove nasce il Brenta) senta il caldo (che, sciogliendo le nevi, fa ingrossare i fiumi), in tal modo erano costruiti quegli argini, benché l’artefice, chiunque egli fosse stato, non li avesse fatti né così alti né così larghi.
Come i Fiamminghi tra Wissant e Bruges, temendo la marea che si scaglia verso di loro, costruiscono le dighe perché il mare si ritiri; e come i Padovani lungo il Brenta, per difendere i loro villaggi e i loro castelli, prima che la Carinzia senta il caldo (e si sciolgano le nevi): allo stesso modo erano fatti quelli (gli argini), anche se il costruttore, chiunque fosse, non li fece né così alti né così spessi.
13

Già eravam da la selva rimossiEtanto, ch'i' non avrei visto dov'era,Fperch'io in dietro rivolto mi fossi,E

16

quando incontrammo d'anime una schieraFche venìan lungo l'argine, e ciascunaGci riguardava come suol da seraF

Già ci eravamo allontanati dalla selva tanto, che non avrei veduto dove essa era, anche se io mi fossi voltato indietro, quando incontrammo un gruppo di anime che camminavano lungo l’argine, e ognuna ci osservava come ci si scruta di sera nel periodo del novilunio;
Eravamo già così lontani dalla selva che non avrei visto dove fosse, anche se mi fossi girato indietro, quando incontrammo una schiera di anime che venivano lungo l'argine, e ciascuna ci guardava come di sera si è soliti
19

guardare uno altro sotto nuova luna;Ge sì ver' noi aguzzavan le cigliaHcome 'l vecchio sartor fa ne la cruna.G

e aguzzavano lo sguardo verso di noi avvicinando l’una all’altra le palpebre così come il vecchio sarto fa (nello sforzo di introdurre il filo) nella cruna dell’ago.
guardare un altro sotto la luna nuova; e aguzzavano lo sguardo verso di noi come fa il vecchio sarto nella cruna dell'ago.
22

Così adocchiato da cotal famiglia,Hfui conosciuto da un, che mi preseIper lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».H

Osservato in tal modo da questa schiera, fui riconosciuto da uno, che afferrò l’orlo della mia veste e gridò: "Quale sorpresa!
Osservato così da una tale compagnia, fui riconosciuto da uno, che mi prese per il lembo della veste e gridò: «Che meraviglia!».
25

E io, quando 'l suo braccio a me distese,Ificcai li occhi per lo cotto aspetto,Jsì che 'l viso abbrusciato non difeseI

28

la conoscenza sua al mio 'ntelletto;Je chinando la mano a la sua faccia,Krispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».J

" E io, allorché tese il suo braccio verso di me, fissai lo sguardo in quei lineamenti bruciati, in modo che il volto ustionato non impedì alla mia mente di riconoscerlo; e chinando il mio viso verso il suo, risposi:
E io, quando tese il braccio verso di me, fissai gli occhi sul suo aspetto bruciato, così che il viso ustionato non impedì al mio intelletto di riconoscerlo; e abbassando la mano verso la sua faccia, risposi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
31

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiacciaKse Brunetto Latino un poco tecoLritorna 'n dietro e lascia andar la traccia».K

"Qui vi trovate, ser Brunetto? " E quello: " Figliolo, non ti rincresca il fatto che Brunetto Latini torni un po’ indietro con te e abbandoni la schiera ". Gli dissi:
E lui: «O figlio mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latini torna un poco indietro con te e lascia andare avanti la fila».
34

I' dissi lui: «Quanto posso, ven preco;Le se volete che con voi m'asseggia,Mfaròl, se piace a costui che vo seco».L

" Ve ne prego di tutto cuore; e se volete che mi sieda con voi, lo farò, se la cosa incontra l’approvazione di costui insieme al quale cammino ".
Io gli dissi: «Ve ne prego con tutto il cuore; e se volete che mi sieda con voi, lo farò, se piace a costui con cui vado».
37

«O figliuol», disse, «qual di questa greggiaMs'arresta punto, giace poi cent'anniNsanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.M

" Figlio ", disse, " chiunque di questa schiera si ferma per un attiimo, giace poi per cento anni senza poter difendersi quando la pioggia di fuoco lo colpisce.
«O figliolo», disse, «chiunque di questo gregge si ferma anche solo un attimo, giace poi cent'anni senza potersi riparare quando il fuoco lo colpisce.
40

Però va oltre: i' ti verrò a' panni;Ne poi rigiugnerò la mia masnada,Oche va piangendo i suoi etterni danni».N

Perciò continua a procedere: io ti camminerò accanto; poi raggiungerò la mia schiera, che sconta dolorosamente la sua pena eterna.
Perciò va' avanti: io ti verrò accanto, all'altezza delle vesti; e poi raggiungerò la mia schiera, che va piangendo la sua pena eterna».
43

I' non osava scender de la stradaOper andar par di lui; ma 'l capo chinoPtenea com'uom che reverente vada.O

46

El cominciò: «Qual fortuna o destinoPanzi l'ultimo dì qua giù ti mena?Qe chi è questi che mostra 'l cammino?».P

" Io non osavo scendere dall’argine (della strada) per camminare al suo stesso livello; ma tenevo la testa china come chi cammina pieno di riverenza. Egli cominciò a parlare: "Quale caso o quale volere divino ti conduce quaggiù prima dell’ultimo giorno (prima della morte)? e chi è costui che indica la strada?
Io non osavo scendere dall'argine per camminare al suo livello; ma tenevo il capo chino come un uomo che cammina con rispetto. Lui cominciò: «Quale sorte o destino ti conduce quaggiù prima dell'ultimo giorno (della tua vita)? E chi è costui che ti mostra la strada?».
49

«Là sù di sopra, in la vita serena»,Qrispuos'io lui, «mi smarri' in una valle,Ravanti che l'età mia fosse piena.Q

" " Lassù, nel mondo luminoso " gli risposi " mi perdetti in una valle, prima che la parabola della mia vita fosse giunta al suo culmine.
«Lassù, nella vita serena», gli risposi io, «mi smarrii in una valle, prima che la mia età fosse compiuta.
52

Pur ier mattina le volsi le spalle:Rquesti m'apparve, tornand'io in quella,Se reducemi a ca per questo calle».R

Soltanto ieri mattina l’ho lasciata: costui mi si mostrò nel momento in cui stavo per rientrare in essa, e mi riconduce a casa (sulla retta via) attraverso questo cammino." Ed egli:
Proprio ieri mattina le voltai le spalle: costui mi apparve mentre io ci stavo tornando, e mi riconduce a casa per questa strada».
55

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,Snon puoi fallire a glorioso porto,Tse ben m'accorsi ne la vita bella;S

" Se tu segui l’ astro che ti guida, non puoi non approdare alla gloria, se non errai nel mio giudizio mentre ero tra i vivi;
E lui a me: «Se segui la tua stella, non puoi mancare di arrivare a un porto glorioso, se ho visto bene nella vita bella;
58

e s'io non fossi sì per tempo morto,Tveggendo il cielo a te così benigno,Udato t'avrei a l'opera conforto.T

e se io non fossi morto tanto presto, vedendo il cielo a te così favorevole, ti avrei incoraggiato e sostenuto nella tua opera.
e se io non fossi morto così presto, vedendo il cielo così favorevole a te, ti avrei dato aiuto nel tuo lavoro.
61

Ma quello ingrato popolo malignoUche discese di Fiesole ab antico,Ve tiene ancor del monte e del macigno,U

Ma quel popolo ingrato e perverso che anticamente scese da Fiesole, e ancora conserva l’indole della rupe e della pietra, diventerà, per il tuo retto agire, tuo nemìco:
Ma quel popolo ingrato e maligno che in antico discese da Fiesole, e ha ancora qualcosa della montagna e della pietra,
64

ti si farà, per tuo ben far, nimico:Ved è ragion, ché tra li lazzi sorbiWsi disconvien fruttare al dolce fico.V

ed è giusto, poiché il dolce fico non deve produrre i suoi frutti in mezzo ai sorbi aspri.
ti diventerà nemico proprio per il tuo agire bene: ed è giusto, perché tra i sorbi aspri non conviene che il dolce fico dia frutto.
67

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;Wgent'è avara, invidiosa e superba:Xdai lor costumi fa che tu ti forbi.W

Un antico detto nel mondo dei vivi li definisce ciechi; è gente avara, invidiosa e superba: fa in modo di mantenerti immune dai loro costumi.
Un'antica fama nel mondo li chiama ciechi; è gente avara, invidiosa e superba: fa' in modo di ripulirti dei loro costumi.
70

La tua fortuna tanto onor ti serba,Xche l'una parte e l'altra avranno fameYdi te; ma lungi fia dal becco l'erba.X

73

Faccian le bestie fiesolane strameYdi lor medesme, e non tocchin la pianta,Zs'alcuna surge ancora in lor letame,Y

76

in cui riviva la sementa santaZdi que' Roman che vi rimaser quandoAAfu fatto il nido di malizia tanta».Z

La tua sorte ti riserva tanto onore, che sia l’uno che l’altro partito (sia i Neri che i Bianchi) vorranno divorarti; ma l’erba sarà lontana dal caprone, Le belve discese da Fiesole facciano foraggio di loro medesime (si divorino fra di loro), e non tocchino l’albero, se in mezzo alla loro sozzura se ne eleva ancor uno, nel quale riviva il sacro seme di quei Romani che lì si fermarono allorché si costituì il covo di tanta malvagità ".
La tua sorte ti riserva tanto onore che entrambe le parti avranno fame di te; ma l'erba sarà lontana dal becco del caprone. Le bestie fiesolane facciano strame di se stesse, e non tocchino la pianta, se ne nasce ancora qualcuna nel loro letame, nella quale riviva il seme santo di quei Romani che vi rimasero quando fu costruito il nido di tanta malvagità».
79

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,AArispuos'io lui, «voi non sareste ancoraABde l'umana natura posto in bando;AA

" Se la mia preghiera fosse stata interamente esaudita " gli risposi, " voi non sareste ancora morto (dell’umana natura posto in bando: esiliato dalla vita umana).
«Se la mia preghiera fosse stata del tutto esaudita», gli risposi io, «voi non sareste ancora stato esiliato dalla natura umana (non sareste morto);
82

ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,ABla cara e buona imagine paternaACdi voi quando nel mondo ad ora ad oraAB

85

m'insegnavate come l'uom s'etterna:ACe quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivoADconvien che ne la mia lingua si scerna.AC

88

Ciò che narrate di mio corso scrivo,ADe serbolo a chiosar con altro testoAEa donna che saprà, s'a lei arrivo.AD

poiché nella mia memoria è impresso, e adesso mi addolora, il caro e buon aspetto paterno che avevate quando in vita di tanto in tanto mi insegnavate come l’uomo acquista gloria imperitura: e quanto (il vostro aspetto) mi sia gradito, è giusto che si veda attraverso le mie parole. Quello che mi raccontate sul corso della mia vita lo annoto nella memoria, e lo conservo per farlo interpretare insieme con un’altra predizione (la profezia di Farinata) da una donna (Beatrìce) che ne sarà capace, se sarò in grado di arrivare fino a lei.
perché ho fissa nella mente, e ora mi stringe il cuore, la cara e buona immagine paterna di voi quando nel mondo, di tanto in tanto, mi insegnavate come l'uomo si rende eterno: e quanto io ve ne sia grato, finché vivo è giusto che si veda nelle mie parole. Ciò che raccontate del mio futuro lo scrivo nella memoria, e lo conservo per farlo spiegare, insieme a un'altra profezia, da una donna (Beatrice) che lo saprà fare, se arriverò da lei.
91

Tanto vogl'io che vi sia manifesto,AEpur che mia coscienza non mi garra,AFche a la Fortuna, come vuol, son presto.AE

Questo soltanto voglio che sappiate: sono preparato ai colpi della Fortuna, comunque voglia colpirmi, purché la mia coscienza non mi rimproveri.
Questo soltanto voglio che vi sia chiaro, purché la mia coscienza non mi rimproveri: che io sono pronto alla Fortuna, comunque voglia.
94

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:AFperò giri Fortuna la sua rotaAGcome le piace, e 'l villan la sua marra».AF

97

Lo mio maestro allora in su la gotaAGdestra si volse in dietro, e riguardommi;AHpoi disse: «Bene ascolta chi la nota».AG

Una tale promessa non è nuova al mio udito: perciò la Fortuna giri pure la sua ruota come vuole, e il contadino la sua zappa." Virgilio si volse allora indietro verso destra, e mi fissò; poi disse: "Ascolta con profitto una cosa chi sa ricordarla ".
Una tale predizione non è nuova alle mie orecchie: perciò la Fortuna giri la sua ruota come le piace, e il contadino la sua zappa». Il mio maestro allora si voltò indietro dalla parte destra, e mi guardò; poi disse: «Ascolta bene chi ricorda ciò che ascolta».
100

Né per tanto di men parlando vommiAHcon ser Brunetto, e dimando chi sonoAIli suoi compagni più noti e più sommi.AH

Nondimeno continuo a camminare parlando con ser Brunetto, e chiedo chi siano i suoi compagni più celebri e più egregi. Ed egli:
Né per questo smetto di andare parlando con ser Brunetto, e domando chi sono i suoi compagni più noti e più importanti.
103

Ed elli a me: «Saper d'alcuno è buono;AIde li altri fia laudabile tacerci,AJché 'l tempo sarìa corto a tanto suono.AI

" E’ bene apprendere qualcosa intorno ad alcuni (di loro); degli altri sarà cosa lodevole non fare menzione, poiché il tempo non basterebbe a un discorso così lungo.
E lui a me: «È bene sapere di alcuni; degli altri sarà lodevole tacere, perché il tempo sarebbe troppo breve per un discorso così lungo.
106

In somma sappi che tutti fur cherciAJe litterati grandi e di gran fama,AKd'un peccato medesmo al mondo lerci.AJ

Sappi in breve che furono tutti ecclesiastici e dotti di grande valore e di grande rinomanza, insozzati in vita da un medesimo peccato.
In sostanza sappi che furono tutti chierici e grandi letterati, e di grande fama, macchiati nel mondo da uno stesso peccato.
109

Priscian sen va con quella turba grama,AKe Francesco d'Accorso anche; e vedervi,ALs'avessi avuto di tal tigna brama,AK

112

colui potei che dal servo de' serviALfu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,AMdove lasciò li mal protesi nervi.AL

Con quella folla infelice se ne vanno Prisciano e Francesco d’Accorso; e se avessi avuto desiderio di guardare una tale sozzura, avresti potuto vedere in essa colui che dal pontefice fu trasferito da Firenze a Vicenza, dove lasciò la sua vita peccaminosa. Parlerei più a lungo;
Prisciano se ne va con quella misera folla, e anche Francesco d'Accorso; e avresti potuto vedervi, se avessi avuto desiderio di una tale sporcizia, colui che dal servo dei servi (il papa) fu trasferito dall'Arno al Bacchiglione (da Firenze a Vicenza), dove lasciò il corpo che aveva usato per il male.
115

Di più direi; ma 'l venire e 'l sermoneAMpiù lungo esser non può, però ch'i' veggioANlà surger nuovo fummo del sabbione.AM

ma il camminare e il parlare non possono essere prolungati, poiché vedo laggiù levarsi nuova polvere dalla distesa sabbiosa.
Direi di più; ma il mio camminare e il mio discorso non possono essere più lunghi, perché vedo là alzarsi dalla sabbia un nuovo fumo.
118

Gente vien con la quale esser non deggio.ANSieti raccomandato il mio TesoroAOnel qual io vivo ancora, e più non cheggio».AN

Si avvicina una schiera alla quale non devo unirmi: ti sia raccomandato il mio Tesoro nel quale sopravvívo, e non chiedo altro ".
Arriva gente con la quale non devo stare. Ti sia raccomandato il mio Tesoro, nel quale io vivo ancora, e non ti chiedo altro».
121

Poi si rivolse, e parve di coloroAOche corrono a Verona il drappo verdeAPper la campagna; e parve di costoroAO

Poi si voltò, e sembrò uno di quelli che a Verona corrono nella campagna (gareggiando per vincere) il drappo verde;
Poi si girò, e sembrò uno di quelli che a Verona corrono per la campagna per vincere il drappo verde; e sembrò, di costoro,
124

quelli che vince, non colui che perde.AP

e sembrò quello che tra costoro vince, non quello che perde.
quello che vince, non quello che perde.

Riassunto del canto XV

Per evitare la pioggia di fiamme i due pellegrini avanzano su uno degli argini del fiumicello che attraversa il terzo girone e s’imbattono in una schiera di anime di dannati, uno dei quali afferra Dante per il lembo della veste e manifesta la propria meraviglia nel vederlo in quel luogo.

Il Poeta lo riconosce, nonostante abbia il volto devastato dal fuoco: Brunetto Latini, il suo maestro, che esprime il desiderio di affiancarsi a lui nel cammino.

Nessuno, infatti, dei violenti contro natura può interrompere il proprio andare: chi infrange questa legge è poi condannato a giacere cento anni sotto la pioggia di fuoco senza poter scuotere da sé le fiamme che lo colpiscono. Dante continua pertanto a camminare sull’argine e riceve da Brunetto la predizione della sorte che il futuro gli riserva: "Se rimani fedele ai principii che hanno fin qui ispirato le tue azioni, la tua opera ti darà la gloria ". Poi il discorso cade su Firenze e la faziosità dei Fiorentini, in massima parte discendenti dai rozzi abitanti di Fiesole, avari, invidiosi, superbi.

Sia l’uno sia l’altro Partito in cui la città è divisa - aggiunge Brunetto - cercherà di avere Dante in suo potere, ma non riuscirà in questo intento. Il Poeta a sua volta tesse l’elogio del suo maestro, dal quale ha appreso come l’uomo ottiene gloria fra i posteri, e dichiara che questa profezia, come quella di un altro spirito, Farinata, verrà sottoposta all’interpretazione di Beatrice. Per il resto si dice pronto a far fronte ai colpi del destino. Pregato dal Poeta, Brunetto nomina alcuni fra gli spiriti condannati alla sua stessa pena, quindi si accommiata, raccomandandogli la sua opera maggiore, il Tesoro, attraverso la quale sopravviverà nel ricordo degli uomini.

In breve

Dove e chi
  1. VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Nel colloquio di Dante con Ciacco il tema di Firenze si affaccia per la prima volta nella Commedia accentrato intorno a quelli che ne saranno poi i motivi fondamentali: la discordia fra i cittadini, il prevalere della faziosità sulla giustizia, dell’affarismo sull’onestà sobria delle antiche generazioni. Ivi è proposto anche il tema, ad esso complementare, del contrasto fra valutazione " laica " della figura dell’uomo politico e valutazione del credente. Da Ciacco Dante apprende che Farinata, il Tegghiaio, Jacopo Rusticucci e gli altri Fiorentini che operarono per il bene della patria si trovano tra l’anime più nere. Agli occhi di Dio l’uomo non si identifica quindi con il cittadino: le sole virtù civiche sono insufficienti a redimerlo. I

l tema politico si ripropone nell’episodio di Farínata e in quello di Pier delle Vigne: uomini politici entrambi, entrambi ghibellini, essi riscuotono l’ammirata approvazione del Poeta per il disinteresse con cui hanno servito i loro ideali in terra, ma lo lasciano dolorosamente perplesso a causa della loro insensibilità ai valori proposti all’uomo da Dio.

Il tema politico e quello del dissidio fra agire umano e sua insufficiente legittimazione etico-religiosa culminano nei canti quindicesimo e sedicesimo dell’Inferno. Qui la parola del Poeta investe in pieno gli eventi della storia di Firenze che lo hanno veduto testimone e protagonista, trasfigurandoli in una sorta di appassionata e simbolica autobiografia, mentre propone, al tempo stesso, alla nostra meditazione il dolore dei dannati, l’esempio di uomini illustri resi irriconoscibili dai segni della collera divina.

Se infatti lo sfondo ideale, nostalgico, lancinante nel ricordo, degli incontri di Dante con Brunetto Latini e con alcuni dei più cospicui esponenti del partito guelfo in

Firenze è Firenze stessa - la terra prava che induce il Poeta ad esprimersi nei modi immaginosi e solenni dei profeti d’Israele - lo sfondo reale, testimonianza incontro-

vertibile della miseria di queste grandi anime, è il sabbione infuocato, la pioggia sterile che le percuote. Al motivo profetico e a quello della gloria terrena dell’uomo

che s’etterna attraverso il ben far e sopravvive oltre la morte, nella propria opera - sieti raccomandato il mio Tesoro - si accompagna come costante sottinteso quello

della colpa umana, che solo la fede e il rispetto, ad essa conseguente, dell’ordine naturale, possono riscattare.

I critici hanno variamente cercato di interpretare la contraddizione, così stridente per noi nel canto quindicesimo dell’Inferno, fra la condanna che Dante, in veste di teologo e di moralista, infligge al suo vecchio maestro Brunetto Latini e l’aureola di dignitosa fermezza di cui la sua poesia circonda questa figura. Il Pézard, ad esempio, ha creduto di eliminare le ragioni del nostro disagio avanzando addirittura l’ipotesi, sostenuta da una ricca documentazione, che nel terzo girone le anime condannate a camminare eternamente sotto la pioggia di fuoco non siano quelle dei sodomiti, ma quelle dei "violenti contro le arti liberali". Altri, come il Pasquazi, hanno cercato di cogliere il rapporto che legherebbe, nell’episodio di Brunetto e in quello dei tre Fiorentini del canto successivo, lo splendore delle virtù civili di queste anime al vizio che alimentarono in segreto. I termini di questa contrapposizione sembrano inconciliabili, ma il Pasquazi ritiene che, nella visione rigorosamente orientata verso la trascendenza che fu quella del Poeta dopo il momento "laico" rappresentato dal Convivio e dalla sua partecipazione alla vita politica di Firenze, "autosufficienza civile e sodomia dovettero apparire a Dante come aspetti... di una medesima realtà", in quanto espressioni, sia l’una che l’altra, del peccato di superbia. "Proprio perché il suo viaggio doveva servire a collocare lui nella verità, e ogni uomo con lui, era necessario che quel fallace modo di virtù civile, di autosufficienza morale e di perfezione culturale fosse condotto alle... forme del suo più profondo squallore, della sua più significativa deformità. La superbia poteva piacergli; ma la constatata riduzione della superbia alla sodomia lo doveva guarire." In altre parole: al fondo del peccato dei grandi guelfi fiorentini che incontra in questo girone, Dante intravede, portata all’assurdo e rovesciata nel grottesco, la stessa sprezzante affermazione di autosufficienza che aveva indotto Farinata nel peccato di eresia.

Nella misura in cui oltrepassano l’ambito delle interpretazioni tradizionali e ci suggeriscono un modo più approfondito di interrogare il testo del poema, le tesi del Pézard e del Pasquazi sono ricche d’interesse, ma non appaiono senz’altro determinanti ai fini di un giudizio sulla poesia dei canti quindicesimo e sedicesimo nel loro complesso, e dell’episodio di Brunetto Latini in particolare. Essa, come ha rilevato il Bosco, consiste proprio "nel contrasto tra l’austerità morale di Brunetto e la miseria del suo peccato, tra la debolezza di cui questo è testimonianza, e la fortezza d’animo che il suo discorso e quello tonalmente concorde del suo discepolo rivelano" Brunetto Latini non è un personaggio complesso come Francesca o Farinata; in lui questo contrasto si manifesta nei modi di un delicato riserbo, senza mai prorompere in una formulazione esplicita. Dante ce lo presenta come un maestro e con l’altro maestro, Virgilio, Brunetto ha in comune la fondamentale mestízia, il tono elegiaco di chi, avendo sempre perseguito la verità e il bene, sa di esserne rimasto lontano, non meno che la nobile fermezza nell’additare al discepolo il doloroso cammino della rettitudine. Ma, mentre nel personaggio di Virgilio questi sentimenti si caricano sempre delle allusioni simboliche richieste dalla sua funzione di guida razionale, in Brunetto essi sono rappresentati nella loro più viva immediatezza. Lo splendore della profezia basata qui, più che negli episodi di Ciacco e di Farinata, su un fitto intrecciarsi di metafore, non riesce ad offuscare la cordiale familiarità, la nostalgia semplice delle sue parole.

Personaggi del canto XV

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Brunetto Latini

Inferno · VII cerchio, sodomiti

Maestro di Dante, autore del Tesoretto, che gli insegnò «come l'uom s'etterna».

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Inferno · Canto XV Liceo

Brunetto Latini, il maestro

vv. 82-87ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,la cara e buona imagine paternadi voi quando nel mondo ad ora ad oram'insegnavate come l'uom s'etterna:e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivoconvien che ne la mia lingua si scerna.Leggi nel testo

Sotto la pioggia di fuoco Dante riconosce Brunetto Latini e lo saluta con affetto: «Siete voi qui, ser Brunetto?». Brunetto era stato un importante uomo politico di Firenze e un intellettuale: aveva scritto in francese il Tresor, una enciclopedia, e in volgare il Tesoretto, un poemetto allegorico.

Dante lo ricorda come un padre che gli ha insegnato «come l'uom s'etterna», cioè come l'uomo si rende immortale con le opere e la fama. Nessun altro dannato viene trattato con tanto rispetto. Eppure Brunetto è tra i sodomiti, e Dante non nasconde la sua colpa.

Nel canto c'è anche una profezia: Brunetto annuncia a Dante che i fiorentini lo tratteranno da nemico. Secondo alcuni studiosi questo canto è il primo grande momento autobiografico del poema, e anticipa i canti di Cacciaguida nel Paradiso, dove l'esilio sarà annunciato apertamente e dove Dante troverà la sua missione.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Brunetto Latini

Ne parla la scheda «Smarrirsi in una selva prima di Dante» (Inf. I).

La profezia di Brunetto

Ne parla la scheda ««Come sa di sale lo pane altrui»» (Par. XVII).