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Indice dei canti
Un corpo decapitato, vestito di stracci insanguinati, cammina reggendo per i capelli la propria testa che parla, sollevata come una lanterna verso Dante e Virgilio; su una rupe in fondo un diavolo con una spada.
Bertran de Born porta in mano la propria testa mozzata: è la legge del contrappasso
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XXVIII

«Chi poria mai pur con parole sciolte…»

La nona bolgia appare ai due pellegrini come un immenso carnaio: nessun discorso umano potrebbe suggerire un’idea della sterminata moltitudine di feriti e mutilati che si affollano in essa.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Versi
142 · 47 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto

Testo e parafrasi del canto XXVIII

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Chi poria mai pur con parole sciolteAdicer del sangue e de le piaghe a pienoBch'i' ora vidi, per narrar più volte?A

Chi mai potrebbe sia pure in prosa parlare compiutamente del sangue e delle ferite che vidi allora, anche se le descrivesse più volte?
Chi potrebbe mai, anche in prosa, raccontare pienamente il sangue e le piaghe che io vidi allora, pur narrando più volte?
4

Ogne lingua per certo verria menoBper lo nostro sermone e per la menteCc'hanno a tanto comprender poco seno.B

Certamente ogni lingua sarebbe inadeguata a causa del nostro linguaggio e del nostro intelletto che hanno poca capacità a contenere fatti così straordinari.
Ogni lingua certamente verrebbe meno, a causa del nostro linguaggio e della nostra mente, che hanno poca capacità di comprendere tanto.
7

S'el s'aunasse ancor tutta la genteCche già in su la fortunata terraDdi Puglia, fu del suo sangue dolenteC

10

per li Troiani e per la lunga guerraDche de l'anella fé sì alte spoglie,Ecome Livio scrive, che non erra,D

13

con quella che sentio di colpi doglieEper contastare a Ruberto Guiscardo;Fe l'altra il cui ossame ancor s'accoglieE

16

a Ceperan, là dove fu bugiardoFciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,Gdove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;F

19

e qual forato suo membro e qual mozzoGmostrasse, d'aequar sarebbe nullaHil modo de la nona bolgia sozzo.G

Se anche si riunisse tutta la gente che un tempo nella fortunosa terra di Puglia si dolse delle sue ferite per opera dei Romani (Troiani: in quanto discendevano da Enea e dai suoi compagni) e a causa del lungo conflitto che fruttò un così ingente bottino di anelli, come narra Livio, il quale non sbaglia,> con quella che provò dolori di ferite riportate nell’opporsi a Roberto Guiscardo, e con l’altra le cui ossa sono tuttora raccolte a Ceprano, là dove ogni pugliese fu traditore, e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo vinse senza far uso delle armi, e ostentasse chi un suo membro trafitto e chi un suo membro mutilato, non sarebbe possibile uguagliare l’aspetto ripugnante della nona bolgia.
Se si radunasse ancora tutta la gente che un tempo, nella sventurata terra di Puglia, pianse il proprio sangue versato per opera dei Troiani (Romani) e per la lunga guerra che fece un così alto bottino di anelli, come scrive Livio, che non sbaglia, con quella che subì il dolore dei colpi per opporsi a Roberto il Guiscardo; e l'altra le cui ossa si raccolgono ancora a Ceprano, là dove ogni Pugliese fu traditore, e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo vinse senza armi; e chi mostrasse le proprie membra trafitte e chi mozzate, non sarebbe nulla in confronto all'aspetto ripugnante della nona bolgia.
22

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,Hcom'io vidi un, così non si pertugia,Irotto dal mento infin dove si trulla.H

Una botte, per il fatto che ha perduto la doga mediana o una delle laterali, non si apre certo così, come io vidi (aprirsi) un dannato, squarciato dal mento all’ano:
Una botte, perdendo la doga di mezzo o quelle laterali, non è squarciata come vidi uno, spaccato dal mento fino a dove si scorreggia.
25

Tra le gambe pendevan le minugia;Ila corata pareva e 'l tristo saccoJche merda fa di quel che si trangugia.I

gli intestini gli pendevano tra le gambe; gli si vedevano le interiora (la corata: polmoni, cuore, fegato, milza) e il lurido involucro che trasforma in sterco ciò che si inghiotte.
Tra le gambe pendevano le budella; si vedevano le interiora e il triste sacco (lo stomaco) che trasforma in merda ciò che si inghiotte.
28

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,Jguardommi, e con le man s'aperse il petto,Kdicendo: «Or vedi com'io mi dilacco!J

Mentre avidamente fissavo lo sguardo su di lui, mi guardò, e si aperse il petto con le mani, dicendo: " Vedi dunque come mi lacero!
Mentre io mi fisso tutto a guardarlo, mi guardò, e con le mani si aprì il petto, dicendo: «Ora vedi come mi squarcio!
31

vedi come storpiato è Maometto!KDinanzi a me sen va piangendo Alì,Lfesso nel volto dal mento al ciuffetto.K

vedi come è straziato Maometto! Davanti a me lagrimando cammina Alì, spaccato nel volto dal mento ai capelli.
Vedi com'è storpiato Maometto! Davanti a me se ne va piangendo Alì, spaccato nel volto dal mento alla fronte.
34

E tutti li altri che tu vedi qui,Lseminator di scandalo e di scismaMfuor vivi, e però son fessi così.L

E tutti gli altri che vedi in questo luogo, furono da vivi seminatori di discordia e di scissione, e perciò sono così spaccati.
E tutti gli altri che vedi qui furono da vivi seminatori di scandalo e di scisma, e perciò sono spaccati così.
37

Un diavolo è qua dietro che n'accismaMsì crudelmente, al taglio de la spadaNrimettendo ciascun di questa risma,M

40

quand'avem volta la dolente strada;Nperò che le ferite son richiuseOprima ch'altri dinanzi li rivada.N

Qui dietro è un diavolo che ci acconcia in modo tanto crudele, sottoponendo di nuovo ciascuno di questa turba al taglio della sua spada, quando abbiamo fatto il giro della bolgia dolorosa; poiché le ferite sono rimarginate prima che ciascuno di noi gli ritorni davanti.
Qui dietro c'è un diavolo che ci concia così crudelmente, rimettendo al taglio della spada ciascuno di questa schiera, quando abbiamo percorso il giro della strada dolorosa; perché le ferite si sono richiuse prima che si ripassi davanti a lui.
43

Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,Oforse per indugiar d'ire a la penaPch'è giudicata in su le tue accuse?».O

46

«Né morte 'l giunse ancor, né colpa 'l mena»,Prispuose 'l mio maestro «a tormentarlo;Qma per dar lui esperienza piena,P

Ma chi sei tu che ti trattieni a guardare sul ponte, forse per ritardare di andare al castigo che è assegnato in giudizio in base a ciò di cui tu stesso ti sei accusato (davanti a Minosse; cfr. canto V, versi 7-8)? " "Né morte ancora lo ha raggiunto, né lo spinge il peccato " rispose Virgilio " a subire la pena;
Ma tu chi sei che indugi a guardare sul ponte di roccia, forse per ritardare di andare alla pena che è stata decisa in base alle tue confessioni?». «Né la morte lo ha ancora raggiunto, né una colpa lo porta», rispose il mio maestro, «a essere tormentato; ma per dargli piena esperienza,
49

a me, che morto son, convien menarloQper lo 'nferno qua giù di giro in giro;Re quest'è ver così com'io ti parlo».Q

ma per dargli una conoscenza completa delle pene infernali, io, che sono morto, debbo guidarlo quaggiù attraverso l’inferno di cerchio in cerchio:
io, che sono morto, devo condurlo per l'inferno quaggiù di cerchio in cerchio; e questo è vero come è vero che ti parlo».
52

Più fuor di cento che, quando l'udiro,Rs'arrestaron nel fosso a riguardarmiSper maraviglia obliando il martiro.R

e ciò è vero com’è vero che ti sto parlando. " Furono più di cento le anime che, quando lo intesero, si fermarono nella bolgia a fissarmi dimenticando, per lo stupore. il loro tormento.
Furono più di cento quelli che, quando lo sentirono, si fermarono nel fossato a guardarmi, dimenticando per la meraviglia il tormento.
55

«Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,Stu che forse vedra' il sole in breve,Ts'ello non vuol qui tosto seguitarmi,S

58

sì di vivanda, che stretta di neveTnon rechi la vittoria al Noarese,Uch'altrimenti acquistar non sarìa leve».T

" Dì dunque, tu che forse vedrai il sole tra poco, a fra Dolcino, se non vuole seguirmi all’inferno fra breve, di provvedersi di vettovaglie, in modo che l’assedio causato dalla neve non consenta al vescovo di Novara quella vittoria, che non sarebbe facile conquistare in altro modo.
«Ora tu, che forse tra poco vedrai il sole, di' dunque a fra Dolcino che, se non vuole seguirmi presto qui, si rifornisca di viveri, così che l'assedio della neve non porti la vittoria ai Novaresi, che altrimenti non sarebbe facile da ottenere».
61

Poi che l'un piè per girsene sospese,UMaometto mi disse esta parola;Vindi a partirsi in terra lo distese.U

" Dopo che aveva sollevato uno dei piedi per andarsene, Maornetto mi disse queste parole; quindi lo riappoggiò in terra per allontanarsi.
Dopo aver sollevato un piede per andarsene, Maometto mi disse queste parole; poi lo appoggiò a terra per partire.
64

Un altro, che forata avea la golaVe tronco 'l naso infin sotto le ciglia,We non avea mai ch'una orecchia sola,V

67

ristato a riguardar per maravigliaWcon li altri, innanzi a li altri aprì la canna,Xch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,W

Un altro, che aveva la gola bucata e il naso mozzato fin sotto le ciglia, e non aveva più che un solo orecchio fermatosi a guardare per lo stupore con gli altri, prima degli altri spalancò la gola, che da ogni parte era di fuori insanguinata, e disse:
Un altro, che aveva la gola forata e il naso mozzato fin sotto le sopracciglia, e non aveva che un'orecchia sola, fermatosi a guardare per la meraviglia con gli altri, prima degli altri aprì la gola, che era rossa di sangue da ogni parte all'esterno,
70

e disse: «O tu cui colpa non condannaXe cu' io vidi su in terra latina,Yse troppa simiglianza non m'inganna,X

73

rimembriti di Pier da Medicina,Yse mai torni a veder lo dolce pianoZche da Vercelli a Marcabò dichina.Y

" O tu che nessun peccato condanna e che io conobbi in Italia, se non mi trae in inganno ricordati di Pier da Medicina, se mai torni a vedere la dolce pianura che scende da Vercelli a Marcabò.
e disse: «O tu che nessuna colpa condanna e che io vidi su in terra italiana, se una somiglianza troppo grande non mi inganna, ricordati di Pier da Medicina, se mai torni a vedere la dolce pianura che da Vercelli scende fino a Marcabò.
76

E fa saper a' due miglior da Fano,Za messer Guido e anco ad Angiolello,AAche, se l'antiveder qui non è vano,Z

79

gittati saran fuor di lor vaselloAAe mazzerati presso a la CattolicaABper tradimento d'un tiranno fello.AA

E informa i due più ragguardevoli cittadini di Fano, messer Guido e anche Angiolello, che se la preveggenza nell’inferno non è errata, saranno gettati fuori della loro nave, e affogati presso Cattolica per il tradimento di uno sleale tiranno.
E fa' sapere ai due migliori di Fano, a messer Guido e anche ad Angiolello, che, se la previsione qui non è vana, saranno gettati fuori dalla loro nave e annegati presso La Cattolica per il tradimento di un tiranno malvagio.
82

Tra l'isola di Cipri e di MaiolicaABnon vide mai sì gran fallo Nettuno,ACnon da pirate, non da gente argolica.AB

Fra le isole di Cipro e di Maiorca Nettuno non vide mai un misfatto così grande, né da parte di pirati, né da parte di Greci.
Tra l'isola di Cipro e quella di Maiorca Nettuno non vide mai un delitto così grande, né commesso da pirati né da Greci.
85

Quel traditor che vede pur con l'uno,ACe tien la terra che tale qui mecoADvorrebbe di vedere esser digiuno,AC

Quel traditore (Malatestino da Verrucchío, cieco d’un occhio) che vede soltanto con un occhio, e signoreggia la città che uno che è qui con me vorrebbe non aver mai visto, li inviterà a un abboccamento con lui;
Quel traditore che vede con un occhio solo (Malatestino), e governa la città (Rimini) che uno che è qui con me vorrebbe non aver mai visto,
88

farà venirli a parlamento seco;ADpoi farà sì, ch'al vento di FocaraAEnon sarà lor mestier voto né preco».AD

dopo farà in modo che essi non avranno più bisogno né di voti né di preghiere per scampare dal vento dei monte Focara ". E io a lui:
li farà venire a colloquio con sé; poi farà in modo che contro il vento di Focara non avranno bisogno né di voti né di preghiere».
91

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,AEse vuo' ch'i' porti sù di te novella,AFchi è colui da la veduta amara».AE

" Mostrami e spiegami, se vuoi che io rechi nel mondo notizie di te, chi è colui al quale è stata dolorosa la vista (di Rimini) ".
E io a lui: «Mostrami e spiegami, se vuoi che io porti lassù tue notizie, chi è colui per cui la vista (di Rimini) fu amara».
94

Allor puose la mano a la mascellaAFd'un suo compagno e la bocca li aperse,AGgridando: «Questi è desso, e non favella.AF

Allora appoggiò la mano sulla mascella di un suo compagno e gli aprì la bocca, gridando: " E’ proprio lui, e non parla.
Allora mise la mano sulla mascella di un suo compagno e gli aprì la bocca, gridando: «È proprio lui, e non parla.
97

Questi, scacciato, il dubitar sommerseAGin Cesare, affermando che 'l fornitoAHsempre con danno l'attender sofferse».AG

Costui, esiliato (da Roma), tolse a Cesare ogni esitazione, sostenendo che chi è preparato sempre sopporta con danno l’indugio ".
Costui, esiliato, soffocò il dubbio in Cesare, affermando che chi è pronto ha sempre sofferto danno dall'attendere».
100

Oh quanto mi pareva sbigottitoAHcon la lingua tagliata ne la strozzaAICurio, ch'a dir fu così ardito!AH

Oh quanto mi sembrava avvilito con la lingua recisa nella gola, Curione, che fu così audace nel parlare!
Oh quanto mi sembrava sbigottito, con la lingua tagliata nella gola, Curione, che fu così audace a parlare!
103

E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,AIlevando i moncherin per l'aura fosca,AJsì che 'l sangue facea la faccia sozza,AI

E uno che aveva entrambe le mani tagliate, alzando i moncherini nell’aria tenebrosa, così che il sangue gli imbrattava il volto, urlò:
E uno che aveva l'una e l'altra mano mozzata, alzando i moncherini nell'aria buia, così che il sangue gli sporcava la faccia,
106

gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca,AJche disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",AKche fu mal seme per la gente tosca».AJ

" Ti ricorderai anche del Mosca, che dissi, ahimè!, "Cosa fatta non può disfarsi, parole che furono origine di sventure per i Toscani ". E io replicai:
gridò: «Ti ricorderai anche del Mosca, che disse, ahimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu un cattivo seme per la gente toscana».
109

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;AKper ch'elli, accumulando duol con duolo,ALsen gio come persona trista e matta.AK

" E rovina della tua stirpe "; per cui egli, aggiungendo dolore a dolore, se ne andò via come una persona esacerbata e fuori di sé.
E io aggiunsi: «E morte della tua stirpe»; per cui lui, accumulando dolore su dolore, se ne andò come una persona triste e impazzita.
112

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,ALe vidi cosa, ch'io avrei paura,AMsanza più prova, di contarla solo;AL

115

se non che coscienza m'assicura,AMla buona compagnia che l'uom francheggiaANsotto l'asbergo del sentirsi pura.AM

Ma io restai a osservare fissamente la schiera dei dannati, e vidi una cosa, che avrei timore di riferire da solo, senz’altra testimonianza, ma mi rende sicuro la coscienza, che è la valente compagnia che infonde coraggio all’uomo sotto la protezione della sua purezza.
Ma io rimasi a guardare la schiera, e vidi una cosa che avrei paura anche solo di raccontare, senza altra prova; se non che mi rassicura la coscienza, la buona compagna che rende franco l'uomo sotto la corazza del sentirsi pura.
118

Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,ANun busto sanza capo andar sì comeAOandavan li altri de la trista greggia;AN

121

e 'l capo tronco tenea per le chiome,AOpesol con mano a guisa di lanterna;APe quel mirava noi e dicea: «Oh me!».AO

Senza alcun dubbio vidi, e mi pare ancora di vederlo, un tronco privo di testa camminare come camminavano gli altri dannati della sciagurata schiera e con la mano teneva sospeso per i capelli il capo mozzato come fosse stato una lanterna; e quello ci guardava, e diceva: " Ohimè!
Io vidi certamente, e ancora mi sembra di vederlo, un busto senza testa camminare così come camminavano gli altri del triste gregge; e la testa mozzata la teneva per i capelli, penzoloni in mano, come una lanterna; e quella ci guardava e diceva: «Ahimè!».
124

Di sé facea a sé stesso lucerna,APed eran due in uno e uno in due:AQcom'esser può, quei sa che sì governa.AP

" Con gli occhi della propria testa guidava il suo corpo, ed erano due parti in un corpo e un corpo in due parti: come ciò può avvenire, lo sa Dio che così dispone.
Di sé faceva lume a sé stesso, ed erano due in uno e uno in due: come possa essere, lo sa colui che così governa (Dio).
127

Quando diritto al piè del ponte fue,AQlevò 'l braccio alto con tutta la testa,ARper appressarne le parole sue,AQ

Quando si trovò proprio alla base del ponte, levò alto il suo braccio insieme con la testa, per farci giungere meglio le sue parole, che furono:
Quando fu proprio ai piedi del ponte, alzò in alto il braccio con tutta la testa, per avvicinarci le sue parole,
130

che fuoro: «Or vedi la pena molestaARtu che, spirando, vai veggendo i morti:ASvedi s'alcuna è grande come questa.AR

" Osserva dunque la pena angosciosa tu che, vivo, te ne vai guardando i morti: vedi se ce n’è una straziante come la mia.
che furono: «Ora vedi la pena tormentosa, tu che, respirando, vai a vedere i morti: guarda se ce n'è qualcuna grande come questa.
133

E perché tu di me novella porti,ASsappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelliATche diedi al re giovane i ma' conforti.AS

E affinché tu possa recare notizie di me, sappi che io sono Bertran de Born, colui che diede al Re giovane i cattivi consigli.
E perché tu porti mie notizie, sappi che io sono Bertran de Born, colui che diede al re giovane i cattivi consigli.
136

Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli:ATAchitofèl non fé più d'AbsaloneAUe di Davìd coi malvagi punzelli.AT

Feci diventare il padre e il figlio nemici tra loro: Achitofel non causò maggior danno ad Assalonne e a Davide con i suoi perfidi incitamenti.
Io resi il padre e il figlio nemici tra loro: Achitofel non fece di più con Assalonne e Davide con le sue istigazioni malvagie.
139

Perch'io parti' così giunte persone,AUpartito porto il mio cerebro, lasso!,AVdal suo principio ch'è in questo troncone.AU

142

Così s'osserva in me lo contrapasso».AV

Poiché io divisi persone così unite, reco il mio cervello diviso, misero me!, dalla sua orìgine (principio: il midollo spinale) che sta in questo busto.
Poiché divisi persone così unite, porto il mio cervello diviso, ahimè!, dalla sua origine che è in questo tronco. Così si osserva in me la legge del contrappasso».

Riassunto del canto XXVIII

La nona bolgia appare ai due pellegrini come un immenso carnaio: nessun discorso umano potrebbe suggerire un’idea della sterminata moltitudine di feriti e mutilati che si affollano in essa. I dannati fanno il giro della bolgia, in eterno; le loro piaghe, che via via si rimarginano, vengono nuovamente aperte, ad ogni nuovo giro, da un diavolo armato di spada. Davanti agli occhi dei due poeti passano dapprima Maometto, il fondatore della religione islamica, ed Alì, uno dei suoi primi seguaci. Il primo ha il corpo squarciato, il secondo la testa spaccata in due. In tal modo essi scontano, insieme agli altri peccatori della bolgia, la loro colpa: quella di aver introdotto la discordia nel mondo. Quindi un altro dannato si fa avanti: è Pier da Medicina, un contemporaneo di Dante, il quale predice la sanguinosa fine, ad opera di Malatestino da Verrucchio, signore di Rimini, di due cittadini di Fano. Poi, su richiesta del Poeta, fa il nome di un suo compagno di sventura, che, avendo la lingua recisa, non può parlare. E’ il tribuno della plebe Curione, colui che vinse le ultime esitazioni di Cesare e lo indusse ad attraversare il Rubicone, dando così inizio alla guerra civile contro Pompeo. Sopraggiunge un dannato con le mani tagliate e i moncherini grondanti sangue: è Mosca dei Lamberti, il responsabile della divisione dei Fiorentini in Guelfi e Ghibellini e della distruzione della propria famiglia. Dante vede infine avanzare l’ombra di un decapitato. Costui porta la sua testa in mano, reggendola per i capelli, come se fosse una lanterna. Giunto sotto il ponte sul quale si trovano Dante e Virgilio, leva il braccio, in modo che i due poeti possano ascoltare le sue parole, e dice: "lo sono Bertran de Born, colui che indusse Enrico III d’lnghilterra a ribellarsi al padre Enrico II; poiché ho reso nemiche due persone che un vincolo così stretto legava, porto la mia testa separata dal corpo. In tal modo è applicata, in me, la legge del contrappasso".

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il De Sanctis aveva lucidamente additato la prospettiva in cuì deve collocarsi la poesia del canto dei seminatori di discordia ed in particolare quella dell'episodio di Bertran de Born. Per l'illustre critico essenziale ìn questo canto appariva non tanto la caratterizzazione psicologica dei personaggi quanto la "descrizione della pena, immagine sensibile della colpa", in virtù della quale, ad esempio, nelle parole di Bertran de Born "vi è la colpa e il castigo; niente vi è che rívelí il suo carattere" e la poesia dell'episodio che lo ha per protagonista "non è nel colpevole, ma nella colpa e nel castigo, o piuttosto nella colpa, poiché essendo il castigo un busto dívìso dal capo ed essendo la colpa un figlio diviso dal padre, il castigo non è se non la stessa colpa rappresentata sensibilmente al di fuori e fatta poesia". Cosi definito, il canto XXVIII poteva entrare con pieno diritto nella categoria dei canti "descrittivi" di Malebolge, che il De Sanctis contrapponeva a quelli fortemente drammatici e psicologicamente scavati dell'alto e del medio inferno.

Il punto di vista del De Sanctís è stato ripreso dalla critica più recente, dopo un periodo in cui più di un tentativo è stato compiuto per arricchire di una psicologia tormentata e complessa alcuni dei personaggi che si avvicendano sulla rìbalta insanguinata della nona bolgia.

I tentativi più notevoli di dotare questi personaggi di una loro vìta ìnterìore - relativamente autonoma rispetto alla funzione di ammaestramento e di monito che sono chiamati a svolgere - sono stati compiuti da V. Rossi e dal Momigliano. Significativo in proposito è il giudizio da loro formulato sul personaggio dì Pìer da Medìcina, dopo aver pittorescamente definito (Maometto è per V. Rossi una "goffa anima volgare" e per il Momigliano, una "spregevole figura da Corte di miracolí") la figura del fondatore dell'Islamismo, sostanzialmente tragica, per quanto dal Poeta non approfondita in senso psicologico, ma, al contrario, brutalmente oggettivata attraverso il raffronto con la veggia e i singoli elementi di stile in cui tale raffronto si propone: le rime aspre e bizzarre, le perifrasi usate non al fine di innalzare l'argomento trattato, ma di accentuarne la degradazione. Per V. Rossi Pier da Medicina è senz'altro "un cattivo che si ammanta dì bontà e di dolcezza". L'analisi del Momigliano è più sfumata, ma non meno tendenziosa nel caricare di sígnificati, difficilmente deducíbili da una lettura, non orientata in senso romantico, dei versi 70-99, la figura di questo dannato. Egli ritiene addirittura, addensando su questo personaggio ombre cupamente shakespeariane, che Pier da Medicina sia "uno dei personaggi danteschi più complessi e più profondi" e giunge alla conclusione che " questo dannato... finisce per apparire il più barbaro denunziatore di compagni di pena di tutto l'inferno". Il pericolo cui vanno incontro siffatte interpretazioni è anzitutto quello di voler far dire all'autore più di quanto egli stesso abbia inteso esprimere, di costruire cioè psicologie scarsamente verificabili sul testo ed a questo, in ultima analisi, debitrici soltanto di qualche spunto di carattere tutt'altro che essenziale. La critica realisficamente íncentrata sul " personaggìo " - celebrato dai romantici nel libero dispiegarsi delle sue passioni, in quanto spontaneità irriducibile ad un sistema di norme che da essa stessa non promani - non tiene poi alcun conto di quella che era la poetica di Dante, dei fini cioè che egli si riprometteva di conseguire adeguando ad essi determinati mezzi espressivi a preferenza di altri. Dante non era né un romantico, né un naturalista: l'intera ricchezza delle umane passioni, dalle più sublimi alle più infamanti, non aveva ai suoi occhi valore o dísvalore in sé, ma si illumìnava, del fulgore di una verità immutabile, soltanto se ricondotta alle premesse indubitabili del dogma, dove ogni evento, ognì sentimento, trovavano per luì la loro esatta collocazione atemporale. Un errore della critica dì ascendenza romantìca è stato quello di attribuire all'elemento logico e a quello dogmatico una funzione paralizzante nei riguardi della poesia della Commedia. Al contrario, questa non avrebbe raggiunto - senza la ferrea matrice teorica, entro la quale attingeva di continuo nuovo vigore - quella intensità "quasi dolorosa" (Auerbach) di espressione, che fa del poema sacro un unicum nella letteratura mondiale. Reagendo all'impostazione psicologística data da V. Rossi e dal Momigliano al canto dei seminatori di discordia, il Fubini ha avanzato la proposta di un discorso critico il quale prenda come punto di partenza e criterio metodologico un'analisi diretta del dato stilistico. Dopo aver premesso che "in Malebolge meglio forse che in altra parte dell'Inferno Dante dà prova, ed è conscio di dar prova, dell'eccelsa sua capacità di artefice" e che la "materia ripugnante, sì direbbe, lo stìmola a farsene signore, a dominarla per virtù dell'arte, tanto più ardua e raffinata, quanto pìù ìl soggetto plebeo, volgare, sconcio, sembra rifiutarla", il Fubini osserva che il superiore distacco del Poeta nei rìguardì del tema trattato "non importa un affievolirsi dell'intento etico del poema, un venir meno per un dìvertìmento d'artista della sua costante, fondamentale serietá", perché anche la retorica qui "si fa strumento di un fine etico".

Per tale motivo il canto XXVIII deve proporsi all'attenzione dei lettore anzitutto come "un'altra prova e una grande prova dell'arte di Dante, di quel Dante che non diremo col De Sanctis più poeta che artista, bensì, prima ancora che poeta, artista sommo di un'arte differente da quella del classicismo rinascimentale (ai cui canoni era inconsapevolmente ancor ligio il nostro grande critico con tanti altrì romantici) e che l'arte talora risolve tutta in poesia e tal altra invece lascia trasparire nel vigore della sua costruzione, nello strenuo impegno stilístico".

Personaggi del canto XXVIII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Bertran de Born

Inferno · VIII cerchio, seminatori di discordia

Trovatore provenzale che regge la propria testa come una lanterna.

Dannato

Maometto

Inferno · VIII cerchio, seminatori di discordia

Il fondatore dell'Islam, che Dante considera autore di uno scisma: è squarciato dal mento al ventre.

Dannato

Alì

Inferno · VIII cerchio, seminatori di discordia

Cugino e genero di Maometto, quarto califfo: cammina davanti a lui con il volto spaccato.

Dannato

Mosca dei Lamberti

Inferno · VIII cerchio, seminatori di discordia

Nobile fiorentino che consigliò l'uccisione di Buondelmonte, origine delle lotte tra guelfi e ghibellini.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Inferno · Canto XXVIII Liceo

Bertran de Born e la poesia della guerra

vv. 139-142Perch'io parti' così giunte persone,partito porto il mio cerebro, lasso!,dal suo principio ch'è in questo troncone.Così s'osserva in me lo contrapasso».Leggi nel testo

Il canto dei seminatori di discordia si apre con un elenco di battaglie sanguinose e si chiude con un'immagine terribile: un uomo senza testa che regge il proprio capo per i capelli, come una lanterna. È Bertran de Born, trovatore provenzale del XII secolo, accusato di aver messo il giovane re Enrico contro suo padre, il re d'Inghilterra.

Il suo contrappasso è spiegato da lui stesso: ha diviso persone unite, padre e figlio, e ora porta il cervello separato dal corpo. È qui che compare, per la prima e unica volta nel poema, la parola «contrapasso».

Bertran era famoso come poeta della guerra: nei suoi versi celebrava gli scontri, le ferite, il sangue. Dante lo ammirava come artista, ma lo condanna come uomo. È il primo di tre trovatori nella Commedia: Arnaut Daniel nel Purgatorio e Folchetto di Marsiglia nel Paradiso. Attraverso di loro Dante prende le distanze dalla poesia guerresca e propone un nuovo ideale di poesia.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Bertran de Born

Ne parla la scheda «Arnaut Daniel e l'eredità dei trovatori» (Purg. XXVI).

I trovatori

Ne parla la scheda «Cunizza, una beata dalla vita scandalosa» (Par. IX).