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Testo e parafrasi del canto XVI
Parafrasi
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1
Già era in loco onde s'udìa 'l rimbomboAde l'acqua che cadea ne l'altro giro,Bsimile a quel che l'arnie fanno rombo,A
4
quando tre ombre insieme si partiro,Bcorrendo, d'una torma che passavaCsotto la pioggia de l'aspro martiro.B
Mi trovavo già in un luogo dal quale si udiva il fragore dell’acqua (del fiumicello) che precipitava nel cerchio seguente, simile a quel ronzio cupo che producono gli alveari, allorché tre ombre si staccarono contemporaneamente, correndo, da una schiera che passava sotto la pioggia del crudele supplizio.
Ero già in un luogo da dove si sentiva il rimbombo dell'acqua che cadeva nel cerchio successivo, simile al ronzio che fanno gli alveari, quando tre ombre si staccarono insieme, correndo, da una schiera che passava sotto la pioggia del crudele tormento.
7
Venian ver noi, e ciascuna gridava:C«Sòstati tu ch'a l'abito ne sembriDesser alcun di nostra terra prava».C
Venivano verso di noi, e ciascuna gridava: " Fermati tu che dall’abito ci sembri essere uno della nostra città malvagia ".
Venivano verso di noi, e ciascuna gridava: «Fermati, tu che dall'abito ci sembri essere uno della nostra città malvagia».
10
Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membriDricenti e vecchie, da le fiamme incese!EAncor men duol pur ch'i' me ne rimembri.D
Ahimè, quali ferite recenti e antiche, aperte dalle fiamme, vidi nelle loro membra! Ne provo ancora dolore soltanto a ricordarmene.
Ahimè, che piaghe vidi nelle loro membra, recenti e vecchie, bruciate dalle fiamme! Ne provo dolore ancora adesso, solo a ricordarmene.
13
A le lor grida il mio dottor s'attese;Evolse 'l viso ver me, e: «Or aspetta»,Fdisse «a costor si vuole esser cortese.E
Alle loro grida Virgilio fermò la propria attenzione; volse il viso verso di me, e disse: " Aspetta: bisogna essere cortesi con costoro.
Alle loro grida il mio maestro si fermò attento; volse il viso verso di me, e disse: «Ora aspetta: con costoro bisogna essere cortesi.
16
E se non fosse il foco che saettaFla natura del loco, i' dicereiGche meglio stesse a te che a lor la fretta».F
E se non fosse per le fiamme che la natura del luogo scaglia, direi che converrebbe a te più che a loro l’affrettarsi ".
E se non fosse per il fuoco che la natura del luogo scaglia, direi che la fretta sarebbe più adatta a te che a loro».
19
Ricominciar, come noi restammo, eiGl'antico verso; e quando a noi fuor giunti,Hfenno una rota di sé tutti e trei.G
22
Qual sogliono i campion far nudi e unti,Havvisando lor presa e lor vantaggio,Iprima che sien tra lor battuti e punti,H
Non appena ci fummo fermati, essi ripresero (a muoversi) nel solito modo; e quando furono giunti presso di noi, si disposero in cerchio tutti e tre, come sono soliti fare i lottatori nudi e unti, nel momento in cui cercano con gli occhi la presa più vantaggiosa, prima di colpirsi e ferirsi a vicenda;
Quando noi ci fermammo, loro ricominciarono il loro antico lamento; e quando ci furono arrivati vicino, fecero tutti e tre una ruota di sé. Come sono soliti fare i lottatori nudi e unti d'olio, studiando la presa e il vantaggio prima di venire ai colpi e alle ferite,
25
così rotando, ciascuno il visaggioIdrizzava a me, sì che 'n contraro il colloJfaceva ai piè continuo viaggio.I
e così girando, ciascuno volgeva il viso verso di me, in modo che il collo si muoveva continuamente in direzione opposta a quella dei piedi.
così, girando in tondo, ciascuno teneva il viso rivolto verso di me, così che il collo faceva continuamente un movimento opposto a quello dei piedi.
28
E «Se miseria d'esto loco solloJrende in dispetto noi e nostri prieghi»,Kcominciò l'uno «e 'l tinto aspetto e brollo,J
31
la fama nostra il tuo animo pieghiKa dirne chi tu se', che i vivi piediLcosì sicuro per lo 'nferno freghi.K
E " Se la triste condizione di questo luogo sabbioso e il nostro aspetto annerito e devastato rendono spregevoli noi e le nostre preghiere" cominciò uno di essi " la nostra fama induca il tuo animo a dirci chi sei tu, che così immune da tormenti cammini ancora vivo nell’inferno.
E uno cominciò: «Se la miseria di questo luogo sabbioso e il nostro aspetto annerito e spelacchiato rendono spregevoli noi e le nostre preghiere, la nostra fama pieghi il tuo animo a dirci chi sei tu, che muovi così sicuro i piedi da vivo per l'inferno.
34
Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,Ltutto che nudo e dipelato vada,Mfu di grado maggior che tu non credi:L
Questo, di cui mi vedi calpestare le orme, benché cammini nudo e spellato, fu di condizione più elevata di quanto tu possa credere:
Costui, di cui mi vedi calpestare le orme, benché vada nudo e spelato, fu di condizione più alta di quanto tu creda:
37
nepote fu de la buona Gualdrada;MGuido Guerra ebbe nome, e in sua vitaNfece col senno assai e con la spada.M
40
L'altro, ch'appresso me la rena trita,Nè Tegghiaio Aldobrandi, la cui voceOnel mondo sù dovrìa esser gradita.N
43
E io, che posto son con loro in croce,OIacopo Rusticucci fui; e certoPla fiera moglie più ch'altro mi nuoce».O
46
S'i' fossi stato dal foco coperto,Pgittato mi sarei tra lor di sotto,Qe credo che 'l dottor l'avrìa sofferto;P
fu nipote della virtuosa Gualdrada; ebbe nome Guido Guerra, e nella sua vita si distinse per ingegno e valore, Se io fossi stato al riparo dal fuoco, mi sarei lanciato di sotto in mezzo a loro, e credo che Virgilio lo avrebbe permesso;
fu nipote della buona Gualdrada; si chiamò Guido Guerra, e in vita fece molto con il senno e con la spada. L'altro, che calpesta la sabbia dietro di me, è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce lassù nel mondo dovrebbe essere apprezzata. E io, che sono messo in croce insieme a loro, fui Iacopo Rusticucci; e certo la moglie bisbetica mi danneggia più di ogni altra cosa». Se fossi stato riparato dal fuoco, mi sarei gettato giù in mezzo a loro, e credo che il maestro me lo avrebbe permesso;
49
ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,Qvinse paura la mia buona vogliaRche di loro abbracciar mi facea ghiotto.Q
ma poiché sarei stato arso dalle fiamme, il timore prevalse sul mio lodevole desiderio che mi rendeva bramoso di abbracciarli. Poi cominciai:
ma poiché mi sarei bruciato e cotto, la paura vinse il mio buon desiderio che mi rendeva avido di abbracciarli.
52
Poi cominciai: «Non dispetto, ma dogliaRla vostra condizion dentro mi fisse,Stanta che tardi tutta si dispoglia,R
55
tosto che questo mio segnor mi disseSparole per le quali i' mi pensaiTche qual voi siete, tal gente venisse.S
"La condizione nella quale vi trovate non ha suscitato in me disprezzo, ma un dolore tanto grande che passerà molto tempo prima che io me ne liberi completamente, allorché Virgilio mi disse parole dalle quali argomentai che si avvicinassero anime grandi quali voi siete.
Poi cominciai: «Non disprezzo, ma dolore mi fissò dentro la vostra condizione, tanto grande che si scioglierà del tutto solo tardi, appena questo mio signore mi disse parole per le quali io pensai che stesse arrivando gente come voi.
58
Di vostra terra sono, e sempre maiTl'ovra di voi e li onorati nomiUcon affezion ritrassi e ascoltai.T
Appartengo alla vostra città, e ho sempre appreso e ascoltato le vostre opere e i vostri nomi onorati con commozione.
Sono della vostra città, e sempre ho ricordato e ascoltato con affetto le vostre opere e i vostri nomi onorati.
61
Lascio lo fele e vo per dolci pomiUpromessi a me per lo verace duca;Vma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi».U
Lascio l’amarezza del peccato e mi dirigo verso i dolci frutti del bene a me promessi dalla mia guida (Virgilio) veritiera; ma occorre che io precipiti prima fino al centro (della terra) ".
Lascio l'amaro (del peccato) e vado verso i dolci frutti promessi a me dalla guida verace; ma prima devo scendere fino al centro».
64
«Se lungamente l'anima conducaVle membra tue», rispuose quelli ancora,W«e se la fama tua dopo te luca,V
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cortesia e valor dì se dimoraWne la nostra città sì come suole,Xo se del tutto se n'è gita fora;W
"Possa tu vivere a lungo" rispose ancora quello, " e la tua fama risplendere dopo la tua morte, ma di’ se nella nostra città abitano ancora cortesia e valore così come solevano, o se sono completamente scomparsi;
«Possa l'anima guidare a lungo le tue membra», rispose ancora quello, «e possa la tua fama risplendere dopo di te: dicci se la cortesia e il valore abitano nella nostra città come una volta, o se se ne sono andati del tutto;
70
ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duoleXcon noi per poco e va là coi compagni,Yassai ne cruccia con le sue parole».X
73
«La gente nuova e i sùbiti guadagniYorgoglio e dismisura han generata,ZFiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».Y
poiché Guglielmo Borsiere, il quale da poco soffre qui con noi, e cammina là con i compagni, ci addolora molto con le sue parole." " La gente nuova (pervenuta di recente alle cariche politiche e arrivata in gran parte dal contado) e gli improvvisi guadagni hanno prodotto superbia e sfrenatezza, in te, Firenze, tanto che già te ne duoli." Così gridai a testa alta;
perché Guglielmo Borsiere, che soffre con noi da poco tempo e va là con i compagni, ci addolora molto con le sue parole». «La gente venuta da poco e i guadagni improvvisi hanno generato in te, Firenze, superbia ed eccessi, tanto che tu già ne piangi».
76
Così gridai con la faccia levata;Ze i tre, che ciò inteser per risposta,AAguardar l'un l'altro com'al ver si guata.Z
e i tre, che interpretarono queste parole come una risposta, si guardarono l’un l’altro come ci si guarda quando si ode una verità (che rattrista).
Così gridai con il viso alzato; e i tre, che capirono che quella era la risposta, si guardarono l'un l'altro come si guarda di fronte alla verità.
79
«Se l'altre volte sì poco ti costa»,AArispuoser tutti «il satisfare altrui,ABfelice te se sì parli a tua posta!AA
" Se ti costa sempre così poco sforzo " risposero tutti " accontentare gli altri, te fortunato se riesci ad esprimerti così bene!
«Se anche le altre volte ti costa così poco», risposero tutti, «accontentare gli altri, beato te che parli così come vuoi!
82
Però, se campi d'esti luoghi buiABe torni a riveder le belle stelle,ACquando ti gioverà dicere "I' fui",AB
85
fa che di noi a la gente favelle».ACIndi rupper la rota, e a fuggirsiADali sembiar le gambe loro isnelle.AC
Perciò, possa tu scampare a questi luoghi oscuri e tornare a rivedere le belle stelle, quando ti sarà dolce dire "Io fui (nell’inferno)", (in nome di questo augurio) fa in modo di parlare alla gente di noi. " Quindi ruppero il cerchio, e le loro agili gambe sembrarono ali nel fuggire.
Perciò, se ti salvi da questi luoghi bui e torni a rivedere le belle stelle, quando ti farà piacere dire “Io fui (là)”, fa' in modo di parlare di noi alla gente». Poi ruppero la ruota, e nel fuggire le loro gambe veloci sembrarono ali.
88
Un amen non saria potuto dirsiADtosto così com'e' fuoro spariti;AEper ch'al maestro parve di partirsi.AD
Non si sarebbe potuto pronunciare un amen così rapidamente come essi sparirono; e perciò Virgilio giudicò opportuno che ci allontanassimo.
Non si sarebbe potuto dire un amen così in fretta come loro furono spariti; per cui al maestro sembrò opportuno partire.
91
Io lo seguiva, e poco eravam iti,AEche 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,AFche per parlar saremmo a pena uditi.AE
lo lo seguivo, ed avevamo percorso poco cammino, quando il fragore dell’acqua ci fu così vicino, che se avessimo parlato ci saremmo uditi appena.
Io lo seguivo, e avevamo fatto poca strada, quando il suono dell'acqua era così vicino che, se avessimo parlato, ci saremmo sentiti appena.
94
Come quel fiume c'ha proprio camminoAFprima dal Monte Viso 'nver' levante,AGda la sinistra costa d'Apennino,AF
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che si chiama Acquacheta suso, avanteAGche si divalli giù nel basso letto,AHe a Forlì di quel nome è vacante,AG
100
rimbomba là sovra San BenedettoAHde l'Alpe per cadere ad una scesaAIove dovea per mille esser recetto;AH
103
così, giù d'una ripa discoscesa,AItrovammo risonar quell'acqua tinta,AJsì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.AI
Come quel fiume che, per primo (per chi guarda) dal Monviso verso levante, ha (tra i fiumi che nascono) dal versante sinistro dell’Appennino, un corso interamente suo, il quale nella parte superiore si chiama Acquacheta, prima di scendere nel suo alveo in pianura, e a Forlì non ha più quel nome rimbomba sopra San Benedetto dell’Alpe per il fatto che precipita attraverso una sola cascata ove dovrebbe essere ricevuto da mille (cascate), così trovammo che rimbombava quell’acqua oscura, riversandosi attraverso un pendio ripido, in modo tale che avrebbe in poco tempo danneggiato l’udito.
Come quel fiume che per primo, dal Monviso verso oriente, ha un proprio corso sul versante sinistro dell'Appennino, che lassù si chiama Acquacheta, prima di scendere giù nella pianura, e a Forlì non ha più quel nome, rimbomba là sopra San Benedetto dell'Alpe precipitando in un'unica cascata, dove avrebbe dovuto essere accolto da mille (cascatelle); così, giù da una parete scoscesa, trovammo che quell'acqua scura risuonava così forte che in poco tempo avrebbe danneggiato l'udito.
106
Io avea una corda intorno cinta,AJe con essa pensai alcuna voltaAKprender la lonza a la pelle dipinta.AJ
Io avevo una corda legata intorno (ai fianchi), e con essa avevo pensato una volta di catturare la lonza dal manto screziato.
Io avevo una corda legata intorno alla vita, e con essa una volta pensai di catturare la lonza dalla pelle maculata.
109
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,AKsì come 'l duca m'avea comandato,ALporsila a lui aggroppata e ravvolta.AK
Dopo essermi completamente slegato, così come mi aveva ordinato Virgilio, gliela porsi stretta e avvolta.
Dopo che me la fui tolta del tutto, come la guida mi aveva ordinato, gliela porsi aggrovigliata e avvolta.
112
Ond'ei si volse inver' lo destro lato,ALe alquanto di lunge da la spondaAMla gittò giuso in quell'alto burrato.AL
Per cui egli si volse verso destra, e la gettò giù in quel profondo precipizio alquanto lontano dalla sponda.
Per cui lui si girò verso il lato destro, e la gettò giù, a una certa distanza dalla sponda, in quell'alto burrone.
115
'E' pur convien che novità risponda'AMdicea fra me medesmo 'al novo cennoANche 'l maestro con l'occhio sì seconda'.AM
" Eppure occorre che qualcosa di nuovo appaia " dicevo fra me stesso " in risposta al segnale inusitato che Vìrgìlio segue con lo sguardo così attentamente.
“Bisogna pure che qualcosa di nuovo risponda”, dicevo fra me, “al segnale insolito che il maestro segue così attentamente con lo sguardo”.
118
Ahi quanto cauti li uomini esser diennoANpresso a color che non veggion pur l'ovra,AOma per entro i pensier miran col senno!AN
" Ahi quanto prudenti devono essere gli uommi davanti a coloro che non vedono soltanto le azioni, ma penetrano con l’ inteffigenza dentro i pensieri! Egli mi disse:
Ah, quanto devono essere cauti gli uomini vicino a coloro che non vedono soltanto le azioni, ma con l'intelligenza guardano dentro i pensieri!
121
El disse a me: «Tosto verrà di sovraAOciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:APtosto convien ch'al tuo viso si scovra».AO
124
Sempre a quel ver c'ha faccia di menzognaAPde' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,AQperò che sanza colpa fa vergogna;AP
" Fra poco salirà ciò che attendo e che il tuo pensiero confusamente immagina: fra poco dovrà apparire alla tua vista ". L’uomo deve sempre tacere, finché può, quella verità che ha apparenza di menzogna (per il fatto che è incredibile), poiché essa, senza che egli ne abbia colpa, lo pone nella condizione di vergognarsi;
Lui mi disse: «Presto verrà su ciò che io aspetto e che il tuo pensiero immagina: presto bisogna che si mostri ai tuoi occhi». Di fronte a quella verità che ha l'aspetto di una menzogna l'uomo deve sempre tenere le labbra chiuse finché può, perché, pur senza colpa, procura vergogna;
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ma qui tacer nol posso; e per le noteAQdi questa comedìa, lettor, ti giuro,ARs'elle non sien di lunga grazia vòte,AQ
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ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuroARvenir notando una figura in suso,ASmaravigliosa ad ogne cor sicuro,AR
133
sì come torna colui che va giusoAStalora a solver l'àncora ch'aggrappaATo scoglio o altro che nel mare è chiuso,AS
136
che 'n sù si stende, e da piè si rattrappa.AT
ma a questo punto non posso tacere (la verità); e sui versi di questa commedia, o lettore, ti giuro, così possano essi non essere privi di accoglienza gradita che duri a lungo, che vidi attraverso quell’aria densa e tenebrosa venire nuotando verso l’alto una figura, tale da destare sgomento in ogni animo forte, così come torna alla superficie colui che scende talvolta a disincagliare l’ancora impigliata o in uno scoglio o in altra cosa chiusa nel mare, il quale si tende nella parte superiore del corpo, e si rattrappisce in quella inferiore.
ma qui non posso tacerla; e per i versi di questa commedia, lettore, ti giuro, possano non essere privi di un lungo favore, che io vidi venire su nuotando, attraverso quell'aria densa e scura, una figura che avrebbe meravigliato ogni cuore anche coraggioso, come ritorna colui che a volte scende giù a liberare l'ancora che si è impigliata in uno scoglio o in altro che è nascosto nel mare, che si distende verso l'alto e ritrae i piedi.
Riassunto del canto XVI
Mentre i due pellegrini continuano a camminare sull’argine del fiumicello, da una schiera di sodomiti si staccano tre ombre e corrono verso di loro. Poiché aI violenti contro natura non è concesso neppure un attimo di sosta, questi dannati si dispongono in cerchio, in modo da continuare a camminare senza allontanarsi da Dante e Virgilio.
Uno di loro, Jacopo Rusticucci, si rivolge al Poeta, parlando di sé e dei suoi compagni, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi. Furono cittadini illustri di Firenze e contribuirono, in pace e in guerra alla prosperità della loro patria.
Dante esprime il proprio dolore per averli incontrati fra i reprobi del settimo cerchio e il profondo rispetto che nutre per la loro memoria; poi dichiara che in Firenze non albergano più le virtù di un tempo: orgoglio e intemperanza hanno sostituito, nel cuore dei suoi abitanti, cortesia e valore.
Dileguatisi i tre, Dante prosegue con il maestro verso l’orlo del ripiano, dove le acque del Flegetonte precipitano nel cerchio ottavo. Il Poeta consegna una corda che gli cinge i fianchi a Virgilio, il quale la getta nel profondo abisso che si apre ai loro piedi. Poco dopo ecco salire dalla buia voragine una figura simile, nel suoi movimenti a quella del marinaio che torna a galla dopo aver disincagliato l’ancora della nave.
In breve
Dove e chi
VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Il canto non ha unità d’argomento. La prima parte di esso versi (1-90) si presenta come una continuazione dell’episodio di Brunetto Latini: tema dominante è qui la decadenza civile e morale di Firenze a seguito dei rivolgimenti politici e dell’avvento al potere di una classe socíale avida e rapace, non legata al rispetto della tradizíone, ma intenta solamente ad arricchirsi. Accanto a questo tema si colloca, come nel canto precedente, quello della colpa privata, che nessuna carità di patria, per quanto fervida e pura, può riscattare. Ma nell’epìsodio dei tre magnanimi guelfi il motivo della condanna divina è messo in maggior risalto, con un’attenzione impietosa che impedisce quella fusione di toni, quel gioco di ombre e luci delicatissime che rendono così patetica la figura di Brunetto. Dante non ha conosciuto di persona Guido Guerra, Jacopo Rusticucci, Tegghiaio Aldobrandi. Egli ha davanti a sé dei personaggi già idealízzati, già collocati dalla voce pubblica in un limbo di spiriti eccelsi. L’affetto che prova per loro non può quindi essere quello semplice e spontaneo che lo lega all’autore del Tesoro e che nasce da una considerazione umana, prima che teologica, della figura di questo peccatore. I tre Fiorentini del canto sedicesimo, nella presentazione che ne fa uno di loro, appaiono già isolati su un piedistallo di gloria indiscutibile, remoti da ogni affetto che non sia quello, esemplare e nobilitato da una tradizione illustre, che definisce il buon cittadino: l’amore di patria. E’ questo il sentimento che li rende poeticamente vivi, ma anche, rispetto a figure più complesse come Farinata o Brunetto, monocordi. La carità del natìo loco non ha in essi nulla di paludato, di austero. Se la presentazione delle loro figure è epigrafica ed obbedisce ad un canone quello che, fin dall’antichità classica, ha stabilito, attraverso Plutarco, le qualità dell’uomo politico buono in opposizione schematica alla figura del tiranno, le manifestazioni del loro attaccamento a Firenze sono di una immediatezza non riscontrabile altrove se non nella Commedia. La patria non è per essi un concetto, un ideale fermo e solenne, ma un essere concreto e vivo, soggetto all’errore e bisognoso di aiuto. C’è, nelle loro parole, una sollecitudine quasi materna per le sorti di Firenze, la quale smentisce in pieno la sobria rigidità delle loro biografie. Soltanto Dante è riuscito ad esprimere con tanta semplicità di mezzi e al di fuori di ogni considerazione astratta o moraleggiante la pietas che ci lega al luogo dove siamo nati e che, lungi dal richiedere una spiegazione razionale, appare come il fondamento di tutto il nostro modo di vedere, interpretare e razionalizzare le cose.
Il processo di idealizzazione dei protagonisti della storia più recente di Firenze, iniziato con Farinata, culmina nei tre personaggi di questo canto. Il principio della carità, che in Farinata emergeva faticosamente dal buio della superbia e dei risentimenti, è in essi, fin dal loro primo apparire, luminoso, operante, purissimo. Ma la santità del loro sentire e operare è stata - nella misura in cui si è circoscritta ad una realtà umana non integrata nel divino - parziale, imperfetta ed incapace di salvarli. Ecco quindi che la loro collocazione fra i numi tutelari della patria ha la sua controparte nel grottesco del castigo infernale: ai sentimenti da loro espressi, manifestazioni di un volere apparentemente ancora libero, si contrappongono in modo stridente i movimenti che sono costretti a compiere, le parole che impiegano per designare la loro condizione attuale. La similitudine della rota sintetizza la medesima degradazione dell’umano accennata, alla fine del canto precedente, nell’evocazione della gara del drappo verde, di quest’ultima riproponendo il senso complessivo e alcune forme: possiamo notare, ad esempio, come una residua affermazione dell’umano, pur nell’ambito di una valutazione tendente a destituire di ogni umanità colui che ha peccato, sia contenuta tanto nell’immagine dei campion, quanto in quella del vincitore del drappo (quelli che vince, non colui che perde). Anche il rilievo dato al particolare fisico, veduto non in quanto espressione di un atteggiamento morale o di uno stato d’animo, ma in sé, nella sua compatta, inspiegabile gratuità, mira a mettere in luce, al di là dei loro meriti, lo stato di perdizione in cui queste anime si trovano. Per il Malagoli in tutto l’episodio "una crosta di sovrumano avvolge costantemente le note umane; e queste servono solo di contrappunto alla pittura dello spettacolo sovrannaturale". Questo giudizio è formulato in modo forse troppo perentorio, ma coglie sostanzialmente quello che è il senso profondo di questa prima parte del canto. Qui infatti l’accento è posto, assai più che in altre pagine di argomento affine (Farinata, Brunetto), sul tema della condanna, tanto che un altro critico, il Pasquazi, non ha esitato a sostenere (ma anche questa opinione chiede di essere, almeno in parte, rettificata) che nella scena dell’incontro di Dante con i tre Fiorentini non "c’è vera pietà per queste tre ombre, né per Firenze".
Se nella prima parte del canto il sovrannaturale si contrappone in modo così esplicito e violento all’umano, da poter dare l’impressione di soverchiarlo, nella seconda esso domina incontrastato. L’ascesa di Gerione è preparata da un gesto rituale (il lancio della corda) che Dante commenta con espressioni analoghe a quelle usate davanti alla porta di Dite, mentre i due poeti sono in attesa dell’arrivo del messo celeste. La figura che sale dall’abisso, docilmente obbedendo al richiamo, s’impone alla nostra fantasia senza determinarsi. Una circonIocuzione (colui che va gíuso) sembra volerla definire, ma essa è riferita interamente al mondo degli uomini e della non meglio precisata figura individua soltanto l’elemento miracoloso, accentuando in tal modo, anziché disperderlo, il senso di mistero che la circonda.
vv. 67-72cortesia e valor dì se dimorane la nostra città sì come suole,o se del tutto se n'è gita fora;ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duolecon noi per poco e va là coi compagni,assai ne cruccia con le sue parole».Leggi nel testo
Tre nobili fiorentini, sodomiti come Brunetto, girano in tondo sotto la pioggia di fuoco: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci. Chiedono a Dante se a Firenze dimorino ancora «cortesia e valor», le virtù civili della generazione precedente. Dante risponde con amarezza: la gente nuova e i guadagni rapidi hanno generato superbia ed eccessi.
Questa domanda crea un legame con gli altri due canti XVI. Nel Purgatorio, Marco Lombardo spiega che il mondo è corrotto perché ha perso la cortesia, e che la colpa non è delle stelle ma degli uomini. Nel Paradiso, Cacciaguida descrive la Firenze antica, sobria e onesta, e la confronta con quella attuale.
È una simmetria meno evidente di quella dei canti VI, ma significativa: per tre volte, alla stessa altezza di ogni cantica, Dante si interroga sulla decadenza dei costumi e sulla perdita dei valori che rendono possibile una buona vita civile.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Cortesia e valore
Ne parla la scheda «Marco Lombardo e il libero arbitrio» (Purg. XVI).