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Testo e parafrasi del canto XIV
Parafrasi
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1
Poi che la carità del natio locoAmi strinse, raunai le fronde sparte,Be rende'le a colui, ch'era già fioco.A
Poiché l’amore di patria mi riempì di commozione, raccolsi le fronde disperse, e le restituii a quell’anima, che ormai era muta.
Poiché l'amore per la mia città natale mi commosse, raccolsi le foglie sparse e le restituii a colui che ormai aveva la voce fioca.
4
Indi venimmo al fine ove si parteBlo secondo giron dal terzo, e doveCsi vede di giustizia orribil arte.B
Giungemmo quindi al confine dove il secondo girone si separa dal terzo, e dove si contempla una spaventosa opera della giustizia.
Poi giungemmo al confine dove il secondo girone si separa dal terzo, e dove si vede un'orribile forma della giustizia.
7
A ben manifestar le cose nove,Cdico che arrivammo ad una landaDche dal suo letto ogne pianta rimove.C
10
La dolorosa selva l'è ghirlandaDintorno, come 'l fosso tristo ad essa:Equivi fermammo i passi a randa a randa.D
Per spiegare bene le cose qui vedute per la prima volta, dico che arrivammo presso una pianura che respinge dalla sua superficie ogni forma di vegetazione. La triste foresta (dei suicidi) la circonda, come il fiume di sangue circonda quest’ultima:
Per spiegare bene le cose mai viste, dico che arrivammo in una pianura che respinge ogni pianta dal suo suolo. La selva dolorosa le fa da ghirlanda tutt'intorno, come la triste fossa (di sangue) fa alla selva: lì fermammo i passi proprio sull'orlo.
13
Lo spazzo era una rena arida e spessa,Enon d'altra foggia fatta che coleiFche fu da' piè di Caton già soppressa.E
qui ci arrestammo sul margine. Il terreno era una sabbia asciutta e compatta, non dissimile da quella che fu calpestata un tempo da Catone.
Il suolo era una sabbia arida e densa, fatta non diversamente da quella che un tempo fu calpestata dai piedi di Catone.
16
O vendetta di Dio, quanto tu deiFesser temuta da ciascun che leggeGciò che fu manifesto a li occhi miei!F
O castigo di Dio, quanto devi essere temuto da chiunque legge ciò che apparve ai miei occhi!
O vendetta di Dio, quanto devi essere temuta da chiunque legge ciò che apparve chiaramente ai miei occhi!
19
D'anime nude vidi molte greggeGche piangean tutte assai miseramente,He parea posta lor diversa legge.G
Vidi molte schiere di dannati indifesi che piangevano tutte con grande strazio, e appariva imposta a ciascuna una diversa punizione.
Vidi molte schiere di anime nude che piangevano tutte in modo molto misero, e sembrava che fossero sottoposte a leggi diverse.
22
Supin giacea in terra alcuna gente,Halcuna si sedea tutta raccolta,Ie altra andava continuamente.H
Alcuni (i bestemmiatori) giacevano in terra in posizione supina; altri (gli usurai) sedevano tutti rannicchiati, altri ancora (i sodomiti) camminavano senza posa.
Alcuni giacevano supini a terra, alcuni sedevano tutti rannicchiati, e altri camminavano senza sosta.
25
Quella che giva intorno era più molta,Ie quella men che giacea al tormento,Jma più al duolo avea la lingua sciolta.I
Quelli che camminavano girando intorno erano più numerosi, mentre quelli che sostenevano il castigo distesi erano in minor numero, ma più pronti a manifestare il dolore.
Quelli che andavano in giro erano i più numerosi, e meno numerosi quelli che giacevano nel tormento, ma avevano la lingua più sciolta al lamento.
28
Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,Jpiovean di foco dilatate falde,Kcome di neve in alpe sanza vento.J
Sulla distesa dì sabbia, per tutta la sua ampiezza, scendevano lentamente, larghe falde di fuoco, come (falde) di neve su una montagna senza vento.
Sopra tutto il sabbione cadevano lentamente larghe falde di fuoco, come quelle di neve in montagna quando non c'è vento.
31
Quali Alessandro in quelle parti caldeKd'India vide sopra 'l suo stuoloLfiamme cadere infino a terra salde,K
34
per ch'ei provide a scalpitar lo suoloLcon le sue schiere, acciò che lo vaporeMmei si stingueva mentre ch'era solo:L
Come le fiamme che nelle calde regioni dell’India Alessandro vide cadere compatte fino a terra sul suo esercito, e perciò fece calpestare il terreno dalle schiere, perché il fuoco si spegneva meglio, finché era isolato, allo stesso modo, scendeva il fuoco eterno;
Come le fiamme che Alessandro, in quelle regioni calde dell'India, vide cadere sopra il suo esercito intatte fino a terra, per cui egli provvide a far calpestare il suolo dalle sue schiere, perché le fiamme si spegnevano meglio mentre erano isolate:
37
tale scendeva l'etternale ardore;Monde la rena s'accendea, com'escaNsotto focile, a doppiar lo dolore.M
e perciò la sabbia si infiammava, come materia infiammabile sotto l’acciarino, per raddoppiare la sofferenza.
così scendeva il fuoco eterno; per cui la sabbia si accendeva, come l'esca sotto l'acciarino, per raddoppiare il dolore.
40
Sanza riposo mai era la trescaNde le misere mani, or quindi or quinciOescotendo da sé l'arsura fresca.N
Il movimento frenetico delle misere mani era incessante, nello scostare dai corpi il fuoco appena caduto. Cominciai a parlare:
La danza delle misere mani era sempre senza riposo, ora di qua ora di là, scuotendo via da sé le nuove fiamme.
43
I' cominciai: «Maestro, tu che vinciOtutte le cose, fuor che ' demon duriPch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,O
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chi è quel grande che non par che curiPlo 'ncendio e giace dispettoso e torto,Qsì che la pioggia non par che 'l marturi?».P
49
E quel medesmo, che si fu accortoQch'io domandava il mio duca di lui,Rgridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.Q
" Maestro, tu che superi ogni difficoltà, tranne i diavoli ostinati che ci uscirono incontro mentre stavamo per entrare attraverso la porta (di Dite), chi è quel grande che non sembra tenere in considerazione le fiamme e giace sprezzante e torvo, in modo che la pioggia (di fuoco) non sembra fiaccarlo?" E quello stesso accortosi che chiedevo di lui a Virgilio, gridò: " Come fui da vìvo, così sono da morto.
Io cominciai: «Maestro, tu che vinci ogni ostacolo, tranne i demoni ostinati che all'entrata della porta (di Dite) ci uscirono contro, chi è quel grande che sembra non curarsi dell'incendio e giace sdegnoso e bieco, così che la pioggia non sembra tormentarlo?». E proprio lui, che si era accorto che io chiedevo di lui alla mia guida, gridò: «Come fui da vivo, così sono da morto.
52
Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cuiRcrucciato prese la folgore agutaSonde l'ultimo dì percosso fui;R
Anche se Giove facesse lavorare fino all’esaurimento delle forze il suo fabbro (Vulcano) dal quale adirato prese il fulmine acuminato con cui mi colpì nell’ultimo giorno della mia vita;
Anche se Giove sfinisse il suo fabbro, dal quale, adirato, prese il fulmine appuntito con cui fui colpito l'ultimo giorno;
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o s'elli stanchi li altri a muta a mutaSin Mongibello a la focina negra,Tchiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",S
anche se facesse stancare gli altri (i Ciclopi), un gruppo dopo l’altro, nella nera fucina dentro l’Etna, invocando: "Esperto Vulcano.
o se stancasse gli altri a turno nella nera fucina dell'Etna, gridando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
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sì com'el fece a la pugna di Flegra,Te me saetti con tutta sua forza,Unon ne potrebbe aver vendetta allegra».T
Aiuto, aiuto!", così come fece durante la battaglia di Flegra (combattuta tra i giganti che tentavano di scalare l’Olimpo e gli dei), e mi fulminasse con tutta la sua forza, non potrebbe gioire della sua vendetta".
come fece nella battaglia di Flegra, e mi colpisse con tutta la sua forza, non potrebbe averne una vendetta soddisfacente».
61
Allora il duca mio parlò di forzaUtanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:V«O Capaneo, in ciò che non s'ammorzaU
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la tua superbia, se' tu più punito:Vnullo martiro, fuor che la tua rabbia,Wsarebbe al tuo furor dolor compito».V
Allora Virgilio parlò con tanta veemenza, come non lo avevo udito mai fino allora: " O Capaneo, proprio nel fatto che non si modera la tua superbia, tu sei maggiormente punito: nessun supplizio, all’infuori della tua rabbia, sarebbe una sofferenza adeguata al tuo furore ".
Allora la mia guida parlò con tanta forza che non l'avevo mai sentito parlare così forte: «O Capaneo, proprio perché la tua superbia non si spegne tu sei punito di più: nessun tormento, tranne la tua rabbia, sarebbe un dolore adeguato al tuo furore».
67
Poi si rivolse a me con miglior labbiaWdicendo: «Quei fu l'un d'i sette regiXch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbiaW
Poi si rivolse verso di me con viso più sereno dicendo: "Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; ed ebbe e sembra abbia Dio in dispregio, e sembra che poco lo stimi;
Poi si rivolse a me con un'espressione più serena, dicendo: «Quello fu uno dei sette re che assediarono Tebe; ed ebbe, e sembra che abbia ancora,
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Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;Xma, com'io dissi lui, li suoi dispettiYsono al suo petto assai debiti fregi.X
ma, come gli dissi, i suoi atteggiamenti di disprezzo sono ornamenti assai appropriati al suo animo.
Dio in disprezzo, e sembra che lo stimi poco; ma, come gli ho detto, i suoi insulti sono ornamenti ben adatti al suo petto.
73
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,Yancor, li piedi ne la rena arsiccia;Zma sempre al bosco tien li piedi stretti».Y
Seguimi adesso, e stai attento, anche ora, a non mettere i piedi nella sabbia bruciata; ma tieni sempre i piedi a contatto col suolo del bosco ".
Ora vienimi dietro, e fa' attenzione a non mettere ancora i piedi nella sabbia rovente; ma tieni sempre i piedi stretti al bosco».
76
Tacendo divenimmo là 've spicciaZfuor de la selva un picciol fiumicello,AAlo cui rossore ancor mi raccapriccia.Z
In silenzio giungemmo, nel punto dove scaturisce dalla selva un fiumicello, il cui colore rosso ancora mi fa raccapricciare.
In silenzio arrivammo là dove sgorga fuori dalla selva un piccolo ruscello, il cui colore rosso mi fa ancora rabbrividire.
79
Quale del Bulicame esce ruscelloAAche parton poi tra lor le peccatrici,ABtal per la rena giù sen giva quello.AA
Come dal Bulicame esce un ruscello che le pettinatrici (della canapa) dividono poi fra di loro, similmente quello scorreva attraverso la sabbia.
Come dal Bulicame esce il ruscello che poi le peccatrici si dividono tra loro, così quello se ne andava giù per la sabbia.
82
Lo fondo suo e ambo le pendiciABfatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;ACper ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.AB
Il suo letto ed entrambe le sponde erano fatti di pietra, come pure gli argini laterali; e perciò mi accorsi che lì era il passaggio (attraverso la sabbia infuocata).
Il suo fondo ed entrambi gli argini, e anche i bordi ai lati, erano fatti di pietra; per cui mi accorsi che il passaggio era lì.
85
«Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,ACposcia che noi intrammo per la portaADlo cui sogliare a nessuno è negato,AC
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cosa non fu da li tuoi occhi scortaADnotabile com'è 'l presente rio,AEche sovra sé tutte fiammelle ammorta».AD
" Fra tutte le altre cose che ti ho mostrato, dopo che entrammo attraverso la porta (dell’inferno) il cui ingresso non è precluso a nessuno, i tuoi occhi non videro nessuna cosa notevole come questo corso d’acqua, che sopra di sé smorza tutte le fiammelle.
«Fra tutte le altre cose che ti ho mostrato, da quando entrammo per la porta la cui soglia non è negata a nessuno, i tuoi occhi non hanno visto nulla di così notevole come il presente ruscello, che spegne sopra di sé tutte le fiammelle».
91
Queste parole fuor del duca mio;AEper ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pastoAFdi cui largito m'avea il disio.AE
" Queste furono le parole della mia guida; perciò la pregai che mi concedesse il cibo di cui mi aveva dato il desiderio (che mi spiegasse le cose che, dopo il suo accenno, desideravo sapere).
Queste parole furono della mia guida; per cui lo pregai che mi desse abbondantemente il cibo di cui mi aveva dato abbondantemente il desiderio.
94
«In mezzo mar siede un paese guasto»,AFdiss'elli allora, «che s'appella Creta,AGsotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.AF
" In mezzo al mare si trova una terra desolata " disse Virgilio allora, " che si chiama Creta, sotto il cui re un tempo il mondo fu virtuoso.
«In mezzo al mare c'è un paese in rovina», disse lui allora, «che si chiama Creta, sotto il cui re il mondo fu un tempo innocente.
97
Una montagna v'è che già fu lietaAGd'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:AHor è diserta come cosa vieta.AG
Vi si trova una montagna una volta allietata da acque e vegetazione, il cui nome fu Ida: ora è abbandonata come cosa vecchia.
Lì c'è una montagna che un tempo fu ricca di acque e di vegetazione, che si chiamava Ida: ora è deserta come una cosa vecchia e abbandonata.
100
Rea la scelse già per cuna fidaAHdel suo figliuolo, e per celarlo meglio,AIquando piangea, vi facea far le grida.AH
Rea la scelse una volta come nascondiglio sicuro per suo figlio, e per celarlo meglio, quando piangeva, ordinava di gridare.
Rea la scelse un tempo come culla sicura per suo figlio, e per nasconderlo meglio, quando piangeva, vi faceva fare grida.
103
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,AIche tien volte le spalle inver' DammiataAJe Roma guarda come suo speglio.AI
106
La sua testa è di fin oro formata,AJe puro argento son le braccia e 'l petto,AKpoi è di rame infino a la forcata;AJ
Dentro il monte sta eretto un gran vecchio, che tiene le spalle volte verso Damiata (Damietta, su una delle foci del Nilo: indica qui l’Oriente) e guarda Roma come fosse il suo specchio, Il suo capo è fatto di oro puro, le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino al punto in cui le gambe si biforcano;
Dentro il monte sta in piedi un grande vecchio, che tiene le spalle rivolte verso Damietta e guarda Roma come il suo specchio. La sua testa è fatta di oro fino, e le braccia e il petto sono d'argento puro, poi è di rame fino all'inforcatura delle gambe;
109
da indi in giuso è tutto ferro eletto,AKsalvo che 'l destro piede è terra cotta;ALe sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.AK
da questo punto in giù è tutto di ferro scelto, eccetto il piede destro che è di terracotta; e si appoggia più su questo che sull’altro piede.
da lì in giù è tutto di ferro scelto, tranne il piede destro che è di terracotta; e sta in piedi poggiando più su quello che sull'altro.
112
Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rottaALd'una fessura che lagrime goccia,AMle quali, accolte, foran quella grotta.AL
Ogni parte, fuorché quella d’oro, è incisa da una fessura che stilla lagrime, le quali, raccolte insieme, perforano la roccia.
Ogni parte, tranne l'oro, è spaccata da una fessura che gocciola lacrime, le quali, raccolte insieme, forano quella grotta.
115
Lor corso in questa valle si diroccia:AMfanno Acheronte, Stige e Flegetonta;ANpoi sen van giù per questa stretta docciaAM
118
infin, là ove più non si dismontaANfanno Cocito; e qual sia quello stagnoAOtu lo vedrai, però qui non si conta».AN
Esse precipitano di roccia in roccia in questo abisso: formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono attraverso questo stretto canale fino al punto ove più non si scende: formano il Cocito; e che aspetto abbia quella palude, lo vedrai; perciò adesso non ne parlo." E io:
Il loro corso scende di roccia in roccia in questa valle: formano l'Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi se ne vanno giù per questo stretto canale fino al punto dove non si scende più, e formano il Cocito; e quale sia quello stagno lo vedrai tu, perciò qui non lo descrivo».
121
E io a lui: «Se 'l presente rigagnoAOsi diriva così dal nostro mondo,APperché ci appar pur a questo vivagno?».AO
" Se questo fiumicello scaturisce quindi dalla terra, perché ci si mostra soltanto su questo margine? " E Virgilio: "Tu sai che questo luogo ha forma circolare;
E io a lui: «Se il presente ruscello deriva così dal nostro mondo, perché ci appare soltanto su questo margine?».
124
Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;APe tutto che tu sie venuto molto,AQpur a sinistra, giù calando al fondo,AP
benché, scendendo verso il fondo, tu ti sia inoltrato parecchio procedendo sempre a sinistra, non hai ancora compiuto un giro intero:
E lui a me: «Tu sai che il luogo è rotondo; e benché tu sia venuto molto avanti, sempre verso sinistra, scendendo verso il fondo,
127
non se' ancor per tutto il cerchio vòlto:AQper che, se cosa n'apparisce nova,ARnon de' addur maraviglia al tuo volto».AQ
perciò, se appare una cosa nuova, essa non deve apportare un’espressione di stupore sul tuo volto ". E io ancora:
non hai ancora percorso tutto il cerchio: per cui, se ci appare qualcosa di nuovo, non deve portare meraviglia al tuo volto».
130
E io ancor: «Maestro, ove si trovaARFlegetonta e Letè? ché de l'un taci,ASe l'altro di' che si fa d'esta piova».AR
" Maestro, dove si trovano il Flegetonte e il Letè? poiché di uno di questi non parli, e dell’altro dici che ha origine da questa pioggia (di lagrime)".
E io ancora: «Maestro, dove si trovano il Flegetonte e il Lete? Perché dell'uno taci, e dell'altro dici che si forma da questa pioggia (di lacrime)».
133
«In tutte tue question certo mi piaci»,ASrispuose; «ma 'l bollor de l'acqua rossaATdovea ben solver l'una che tu faci.AS
" In tutte le tue domande riscuoti certamente la mia approvazione " rispose; "ma il ribollire dell’acqua rossa doveva ben risolvere uno dei due quesiti che proponi.
«In tutte le tue domande certo mi piaci», rispose; «ma il bollore dell'acqua rossa doveva ben risolvere una delle domande che fai.
136
Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,ATlà dove vanno l'anime a lavarsiAUquando la colpa pentuta è rimossa».AT
Vedrai il Letè, ma fuori di questo abisso, là dove le anime vanno a detergersi quando ogni peccato di cui si sono pentite è cancellato. " Quindi disse:
Il Lete lo vedrai, ma fuori da questa fossa (l'Inferno), là dove le anime vanno a lavarsi quando la colpa, di cui si sono pentite, è stata cancellata».
139
Poi disse: «Omai è tempo da scostarsiAUdal bosco; fa che di retro a me vegne:AVli margini fan via, che non son arsi,AU
142
e sopra loro ogne vapor si spegne».AV
" Ormai è tempo di allontanarsi dal bosco; fa in modo di seguire i miei passi: gli argini, che non sono bruciati dal fuoco, indicano la strada, e sopra di loro ogni fiamma si spegne ".
Poi disse: «Ormai è tempo di allontanarsi dal bosco; fa' in modo di venirmi dietro: gli argini, che non sono bruciati, fanno da strada, e sopra di loro ogni fiamma si spegne».
Riassunto del canto XIV
Dopo aver radunato le fronde intorno al cespuglio del suo concittadino, Dante giunge insieme a Virgilio, sul limitare del terzo girone. In questa parte del settimo cerchio una lenta, inesorabile pioggia di fiamme si riversa sopra una distesa di sabbia infuocata. Tre gruppi di anime soggiacciono a tre diversi tormenti: i bestemmiatori, violenti contro Dio, supini, espongono tutto il loro corpo al fuoco che cade; gli usurai, violenti contro l’arte, stanno seduti, i sodomiti, violenti contro natura, devono camminare senza tregua. I bestemmiatori sono i meno numerosi, ma i loro lamenti soverchiano quelli degli altri.
Fra loro spicca una figura gigantesca, che sembra incurante del castigo divino. E’ Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, ucciso per la sua empietà dalla folgore di Giove. Egli non ha perduto la sua arroganza e sfida, deridendolo, il signore dell’Olimpo a colpirlo ancora una volta con le armi forgiate da Vulcano e dal Ciclopi, ma Virgilio lo redarguisce duramente.
I due poeti proseguono il loro cammino finché arrivano nel punto in cui dalla selva dei suicidi esce un fiumicello rosso e bollente. I fiumi infernali hanno la loro origine - spiega Virgilio - in terra. In mezzo al Mediterraneo c’è un’isola, un tempo ricca di vegetazione e felice, ora deserta: Creta. Ivi, in una grotta all’interno del monte Ida, c’è l’enorme statua di un vecchio, che volge le spalle all’Egitto e tiene lo sguardo fisso in direzione di Roma. La sua testa è d’oro, il petto d’argento, il ventre di rame, le gambe di ferro, il piede destro, sul quale il simulacro poggia, di terracotta. All’infuori del capo, ogni altra parte della statua presenta fessure dalle quali sgorgano lagrime. Il pianto di questa statua forma i fiumi infernali e lo stagno Cocito.
Il canto si conclude con i chiarimenti che Virgilio dà al discepolo sull’ubicazione del Flegetonte, il fiume di sangue che occupa il primo girone e dal quale il fiumicello deriva, prendendone anche il nome, e del Lete, il fiume dell’oblio, le cui acque bagnano il paradiso terrestre, in cima al monte del purgatorio.
In breve
Dove e chi
VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Tre sono i motivi fondamentali del canto: quello della ribellione del bestemmiatore (Capaneo), quello del pianto dell’umanità colpevole che forma i fiumi infernali (il Veglio di Creta), quello, paesistico, della pioggia di fuoco, che fa da sfondo agli altri due.
Il motivo del paesaggio inumano è incominciato non appena i due poeti hanno varcato la soglia di Dite. Fin lì la natura era stata quella terrestre, ma proiettata nello smisurato.
Era quasi un’immagine visiva del loro peccato quella che, attraverso forme elementari di contrappasso, puniva gli incontinenti: fenomeni atmosferici (lussuriosi e golosi), ineluttabilità insita nel ripetersi di uno stesso movimento (avari e prodighi) e, per contrapposto, la stasi assoluta di una palude (iracondi). Ma già nella città delle arche la presenza del peccato è inscindibile dal paesaggio: la natura vi appare umanizzata, ma in senso negativo; non è più soltanto natura terribile, manifestazione di una potenza superiore all’uomo, ma giusta. Corrotta nel suo intimo dal male, la natura è qui al tempo stesso strumento della giustizia divina, espressione diretta della colpa: la terra è crivellata di sepolcri, impura, contaminata dalla presenza nel suo grembo degli eretici; il fuoco fa la sua prima comparsa, emblema di una catarsi che afferma, al di là della morte, la perenne vita dello spirito. Il dato naturale (la pianura) non è qui determinante; il paesaggio assume un significato soltanto per l’inclusione in esso del dato umano (le tombe). Questo, a sua volta, è come riassorbito nella manifestazione terribile dell’ira divina (il fuoco). Considerazioni analoghe possono farsi per il paesaggio nei tre gironi del cerchio dei violenti. Non l’acqua, come nell’alto inferno, riempie il letto del Flegetonte: è il sangue, principio di vita, che infuria su coloro che lo hanno versato, mentre nella selva dei suicidi le forme della vita appaiono come svuotate di linfa, ripiegate su se stesse, chiuse al futuro. La contraddizione che il male introduce nell’universo non è più qui un rapporto fra due dati in opposizione reciproca (l’umanità peccatrice da un lato, la natura, manifestazione del Dio vindice, dall’altro): le piante aride e contorte sono esse stesse i peccatori. La natura appare stravolta, i principii dell’umana esperienza negati, anche nel terzo girone: il fuoco, che abbiamo sempre veduto dirigersi verso l’alto (la stessa scienza medievale riconosceva in esso il più leggiero e, simbolicamente, per lo stretto legame che univa fisica e metafisica, il più spirituale degli elementi), qui è attratto dalla forza di gravità, calamitato verso il posto occupato da Lucifero. Possiamo misurare tutto il divario che corre tra un peccato di incontinenza e un peccato di violenza, mettendo a confronto la pioggia del cerchio dei golosi con quella che tormenta i violenti contro Dio. Là il fenomeno atmosferico non è essenzialmente diverso da quelli cui siamo avvezzi sulla terra, qui la struttura
stessa del fenomeno smentisce, sia in senso empirico sia in senso simbolico, la sua manifestazione visibile: dall’alto, su una landa deserta, non scende il principio della vita, ma quello della consunzione violenta.
E ancora: non possiamo immaginare il fuoco altrimenti che animato da un movimento rapido, insaziato, impaziente.
Qui, perché i dannati possono soffrire non solo la pena che è in atto, ma anche quella che si prepara a colpirli, la discesa del fuoco è lenta, maestosa, riposata.
Per alcuni critici, la contraddittorietà che caratterizza il paesaggio del canto quattordicesimo è presente, ma con una sottolineatura comica, anche nel personaggio di Capaneo. Nella figura di questo ribelle, sotto la suggestione di un’analisi del De Sanctis, è stata riscontrata una divergenza tra forza apparente e fiacchezza interiore, per cui Capaneo sarebbe soltanto un vanaglorioso. In realtà, alla esatta interpretazione di questa figura nuoce il parallelo che viene di solito istituito fra essa e Farinata. Indubbiamente nel magnanimo eretico c’è una complessità di motiví che qui manca: i suoi sentimenti si manifestano a poco a poco, dolorosamente emergendo dalla compattezza del suo atteggiamento iniziale; c’è in essi un pudore e un senso delle sfumature che sono del tutto ignoti al bestemmiatore del settimo cerchio. Questo non autorizza tuttavia una caratterizzazione negativa di Capanco. Dante lo ammira, pur condannandolo, come si può ammirare lo spettacolo di una indomita forza della natura. In Capaneo l’affermazione esclusiva e prepotente di sé non è né grottesca né comica; riflette piuttosto quell’eroismo esuberante e ingenuo che spinge i guerrieri omerici, o quelli che in una tragedia di Eschilo muovono all’assalto di Tebe (e qualcosa dello spirito di Eschilo è indubbiamente giunto sino a Dante attraverso Stazio), a vantare le proprie forze prima di iniziare il duello con l’avversario.
Il terzo motivo del canto, è quello dell’inesorabile decadimento dell’umanità attraverso le successive fasi della sua storia.
Nella landa arroventata, ecco d’improvviso un ruscello. Ma questo ruscello non è innocente, non ha nulla della freschezza dei ruscelletti del Casentino, così amorevolmente carezzati dalla parola di maestro Adamo nella decima bolgia (Inferno XXX, 64-69), né è destinato a portare la vita: due argini di pietra provvedono ad impedire che le sue acque fecondino la sabbia.
E’ anch’esso un’immagine di desolazione: convoglia nell’abisso del dolore il pianto dell’umanità colpevole e infelice. L’acqua, nel deserto, non è stata un miraggio; ma si è trattato di acqua inquinata, espressione di un morbo irriducibile, non dell’acqua che lava i peccati e restituisce la vita. Nel precipitare di roccia in roccia dei fiumi infernali il significato del pianto non può essere che quello di un progressivo convertirsi del dolore nella disperazione: il ghiaccio di Cocito è l’espressione ultima di questo irrigidimento dello spirito.
vv. 103-111Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,che tien volte le spalle inver' Dammiatae Roma guarda come suo speglio.La sua testa è di fin oro formata,e puro argento son le braccia e 'l petto,poi è di rame infino a la forcata;da indi in giuso è tutto ferro eletto,salvo che 'l destro piede è terra cotta;e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.Leggi nel testo
Virgilio spiega l'origine dei fiumi infernali. Dentro il monte Ida, a Creta, sta in piedi un'enorme statua, il Veglio. Ha la testa d'oro, le braccia e il petto d'argento, il ventre di rame, le gambe di ferro e un piede di terracotta, su cui poggia più che sull'altro. Ogni parte tranne l'oro è spaccata, e dalle fessure scendono lacrime che scavano la roccia e formano i fiumi dell'Inferno.
L'immagine viene dalla Bibbia: nel libro di Daniele il re Nabucodonosor sogna una statua fatta degli stessi metalli, distrutta da una pietra che la colpisce ai piedi di argilla. Le parti rappresentano le età dell'umanità, dall'età dell'oro in poi, sempre più corrotte.
Dante aggiunge le lacrime: la sofferenza accumulata dall'umanità nella storia diventa l'acqua che alimenta Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito. Il dolore del mondo e il dolore dell'Inferno hanno la stessa origine.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il Bulicame citato di nuovo
Ne parla la scheda «Il Bulicame di Viterbo» (Inf. XII).