Usciti dal fumo, l'angelo della pace indica la scala; in cielo gli esempi d'ira punita
Purgatorio · III cornice / IV cornice
Purgatorio, Canto XVII
«Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe…»
A Dante, uscito con Virgilio dal denso fumo che avvolge le anime degli iracondi, mentre è ormai prossimo il tramonto, compaiono in visione tre esempi di ira punita, che gli presentano per prima la vicenda di Progne, mutata in uccello per aver imbandito al marito le carni del figlio in un eccesso di folle gelosia.
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Testo e parafrasi del canto XVII
Parafrasi
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1
Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpeAti colse nebbia per la qual vedessiBnon altrimenti che per pelle talpe,A
4
come, quando i vapori umidi e spessiBa diradar cominciansi, la speraCdel sol debilemente entra per essi;B
Cerca di ricordare, o lettore, se mai fosti sorpreso in montagna dalla nebbia, attraverso la quale tu vedessi come vede la talpa attraverso la membrana che vela i suoi occhi (per pelle: era opinione comune nel Medioevo, come già nell'antichità, che la talpa fosse completamente cieca), come, allorché i vapori umidi e densi della nebbia cominciano a diradarsi, la luce del sole penetra attraverso di essi debolmente:
Ricordati, lettore, se mai in montagna ti sorprese la nebbia, attraverso la quale vedevi non diversamente da come vedono le talpe attraverso la pelle, come, quando i vapori umidi e densi cominciano a diradarsi, il disco del sole penetra debolmente attraverso di essi;
7
e fia la tua imagine leggeraCin giugnere a veder com'io rividiDlo sole in pria, che già nel corcar era.C
e allora la tua immaginazione ti aiuterà agevolmente ad arrivare a percepire in che modo io (uscendo dal fumo) in un primo momento rividi il sole, che già era vicino a tramontare.
e la tua immaginazione arriverà facilmente a vedere come io rividi all'inizio il sole, che era già al tramonto.
10
Sì, pareggiando i miei co' passi fidiDdel mio maestro, usci' fuor di tal nubeEai raggi morti già ne' bassi lidi.D
Così, andando di pari passo col mio fidato maestro uscii fuori da quella nube, alla vista dei raggi solari ormai scomparsi daIle parti basse della montagna.
Così, adeguando i miei passi a quelli fidati del mio maestro, uscii fuori da quella nube ai raggi (del sole) già spenti sulle spiagge in basso.
13
O imaginativa che ne rubeEtalvolta sì di fuor, ch'om non s'accorgeFperché dintorno suonin mille tube,E
16
chi move te, se 'l senso non ti porge?FMoveti lume che nel ciel s'informa,Gper sé o per voler che giù lo scorge.F
O fantasia che talvolta ci sottrai a tal punto alle impressioni esteriori, che non ci si accorge anche se intorno a noi squillano mille trombe, che cosa mai ti stimola ad operare, se le percezioni dei sensi non ti offrono le immagini? Certo ti muove una luce che prende forma, in cielo, per forza propria o per volontà di Dio che guida tale luce sulla terra.
O immaginazione, che a volte ci rapisci così fuori di noi che non ci si accorge di nulla anche se intorno suonano mille trombe, chi ti muove, se i sensi non ti offrono niente? Ti muove una luce che prende forma nel cielo, da sé o per volontà (di Dio) che la guida quaggiù.
19
De l'empiezza di lei che mutò formaGne l'uccel ch'a cantar più si diletta,Hne l'imagine mia apparve l'orma;G
22
e qui fu la mia mente sì ristrettaHdentro da sé, che di fuor non venìaIcosa che fosse allor da lei ricetta.H
Nella mia fantasia apparve l'immagine dell'atto empio di Progne, che mutò la sua forma umana in quella dell'uccello che più di tutti si diletta nel canto:be su questa visione la mia mente a tal punto si concentrò in sé, che dalla realtà esteriore non giungeva impressione alcuna che fosse da lei accolta.
Nella mia immaginazione apparve l'immagine della crudeltà di colei (Procne) che fu trasformata nell'uccello che più ama cantare (l'usignolo); e qui la mia mente fu così raccolta in sé stessa che da fuori non veniva nessuna cosa che allora fosse accolta da lei.
25
Poi piovve dentro a l'alta fantasiaIun crucifisso dispettoso e feroJne la sua vista, e cotal si morìa;I
28
intorno ad esso era il grande Assuero,JEstèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,Kche fu al dire e al far così intero.J
Poi nella mia fantasia ormai sublimata apparve l'immagine di un uomo, crocifisso, sdegnoso e fiero nell'aspetto, e in quell'atteggiamento lo vedevo morire:battorno a lui stavano il grande Assuero, la sua sposa Ester e il giusto Mardocheo, che fu così onesto nelle parole e nelle opere.
Poi piovve nell'alta fantasia un crocifisso, sprezzante e fiero nell'aspetto, e così moriva; intorno a lui c'erano il grande Assuero, Ester sua sposa e il giusto Mardocheo, che fu così integro nel parlare e nell'agire.
31
E come questa imagine rompeoKsé per sé stessa, a guisa d'una bullaLcui manca l'acqua sotto qual si feo,K
34
surse in mia visione una fanciullaLpiangendo forte, e dicea: «O regina,Mperché per ira hai voluto esser nulla?L
E non appena questa visione si dissolse da sé, come si dissolve una bolla d'aria quando si rompe il velo d'acqua entro il quale si è formata,sorse nella mia fantasia la visione di una fanciulla che piangeva disperatamente, e diceva: «O regina, perché per un impeto d'ira hai voluto annientarti?
E appena questa immagine si dissolve da sé, come una bolla a cui manca l'acqua sotto la quale si era formata, sorse nella mia visione una fanciulla (Lavinia) che piangeva forte, e diceva: «O regina, perché per l'ira hai voluto annientarti?
37
Ancisa t'hai per non perder Lavina;Mor m'hai perduta! Io son essa che lutto,Nmadre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina».M
Ti sei uccisa per non perdere la tua Lavinia: ora mi hai perduta davvero! Sono proprio io ora che piango, o madre, per la tua morte prima che per quella di Turno».
Ti sei uccisa per non perdere Lavinia; ora mi hai perduta! Io sono colei che piango, madre, per la tua morte prima che per quella di un altro».
40
Come si frange il sonno ove di buttoNnova luce percuote il viso chiuso,Oche fratto guizza pria che muoia tutto;N
43
così l'imaginar mio cadde giusoOtosto che lume il volto mi percosse,Pmaggior assai che quel ch'è in nostro uso.O
Come si rompe il sonno, quando d'improvviso una luce nuova percuote gli occhi chiusi, il quale però, sebbene interrotto, persiste un poco prima di dileguarsi del tutto, allo stesso modo la mia visione disparve non appena colpì il mio volto una luce, assai più intensa di quella (la luce del sole) che siamo abituati a vedere.
Come il sonno si interrompe quando all'improvviso una luce nuova colpisce gli occhi chiusi, e interrotto guizza ancora prima di svanire del tutto; così la mia immaginazione cadde giù appena una luce mi colpì il viso, molto più intensa di quella a cui siamo abituati.
46
I' mi volgea per veder ov'io fosse,Pquando una voce disse «Qui si monta»,Qche da ogne altro intento mi rimosse;P
49
e fece la mia voglia tanto prontaQdi riguardar chi era che parlava,Rche mai non posa, se non si raffronta.Q
Io mi guardavo attorno per vedere dove fossi, quando una voce disse: «Si sale da questa parte», la quale distolse la mia mente da ogni altro pensiero, e rese il mio desiderio tanto impaziente di vedere chi era colui che aveva parlato, che non si sarebbe placato, se non venendo di fronte a ciò che desiderava.
Mi voltavo per vedere dove fossi, quando una voce disse «Qui si sale», che mi distolse da ogni altro pensiero; e rese il mio desiderio di guardare chi era che parlava così vivo come quello che non si placa mai finché non si trova davanti (all'oggetto desiderato).
52
Ma come al sol che nostra vista gravaRe per soverchio sua figura vela,Scosì la mia virtù quivi mancava.R
55
«Questo è divino spirito, che ne laSvia da ir sù ne drizza sanza prego,Te col suo lume sé medesmo cela.S
Ma come accade di fronte al sole che abbaglia l'occhio umano e che per l'eccesso della sua luce si rende invisibile, non diversamente la mia capacità visiva era li vinta (dallo splendore dell'angelo). «Questo è un angelo, che senza essere pregato ci indirizza per la via che sale, e si nasconde nella propria luce.
Ma come davanti al sole, che appesantisce la nostra vista e nasconde la sua figura col suo eccesso di luce, così lì la mia capacità visiva veniva meno. «Questo è uno spirito divino, che ci indirizza sulla via per salire senza che lo preghiamo, e nasconde sé stesso con la sua luce.
58
Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;Tché quale aspetta prego e l'uopo vede,Umalignamente già si mette al nego.T
Si comporta con noi con la stessa prontezza con cui l'uomo soddisferebbe i suoi desideri; perché chi vede la necessità e aspetta di essere pregato, si dispone già con malignità a rifiutare l'aiuto.
Fa con noi come l'uomo fa con sé stesso; perché chi aspetta di essere pregato e vede il bisogno si dispone già malignamente al rifiuto.
61
Or accordiamo a tanto invito il piede;Uprocacciam di salir pria che s'abbui,Vché poi non si poria, se 'l dì non riede».U
64
Così disse il mio duca, e io con luiVvolgemmo i nostri passi ad una scala;We tosto ch'io al primo grado fui,V
Ora accordiamo i nostri passi a un cosi autorevole invito: cerchiamo di salire prima che diventi buio, perché poi non sarebbe più possibile, finché non ritorna la luce del giorno (secondo la legge del purgatorio: cfr. canto VII, versi 43-60).» Così disse la mia guida, ed insieme ci dirigemmo verso una scala;
Ora accordiamo il passo a un così grande invito; cerchiamo di salire prima che faccia buio, perché poi non si potrebbe più, finché non torna il giorno». Così disse la mia guida, e io con lui volgemmo i nostri passi verso una scala; e appena fui sul primo gradino,
67
senti'mi presso quasi un muover d'alaWe ventarmi nel viso e dir: 'BeatiXpacifici che son sanz'ira mala!'.W
e appena fui sul primo gradino, sentii vicino a me come il muoversi di un'ala e sul mio viso un soffio di vento e udii dire: «Beati i pacifici, che sotto privi dell'ira irragionevole!».
sentii vicino a me come un movimento d'ali e un soffio sul viso e (una voce) dire: 'Beati i pacifici, che sono senza ira malvagia!'.
70
Già eran sovra noi tanto levatiXli ultimi raggi che la notte segue,Yche le stelle apparivan da più lati.X
Gli ultimi raggi del sole ai quali succede la notte, si erano già tanto ritirati sopra di noi (il sole, cioè, è già sceso sotto l'orizzonte), che da più parti apparivano le stelle.
Ormai gli ultimi raggi, a cui segue la notte, erano saliti così in alto sopra di noi che le stelle apparivano da più parti.
73
'O virtù mia, perché sì ti dilegue?',Yfra me stesso dicea, ché mi sentivaZla possa de le gambe posta in triegue.Y
Ed io, sentendo che mi era venuta a mancare temporaneamente la forza delle gambe, andavo dicendo fra me: «O mio vigore, perché ti dilegui così?
'O forza mia, perché ti dilegui così?', dicevo tra me e me, perché sentivo la forza delle gambe come messa in tregua.
76
Noi eravam dove più non salivaZla scala sù, ed eravamo affissi,AApur come nave ch'a la piaggia arriva.Z
Noi eravamo giunti alla sommità della scala, ed eravamo immobili, proprio come una nave che giunge a riva.
Eravamo dove la scala non saliva più, ed eravamo fermi proprio come una nave che arriva alla spiaggia.
79
E io attesi un poco, s'io udissiAAalcuna cosa nel novo girone;ABpoi mi volsi al maestro mio, e dissi:AA
Stetti un poco in ascolto, se mai udissi qualcosa nel nuovo girone; quindi mi volsi al mio maestro, e dissi:
E io attesi un poco, per vedere se udissi qualcosa nella nuova cornice; poi mi voltai verso il mio maestro, e dissi:
82
«Dolce mio padre, dì , quale offensioneABsi purga qui nel giro dove semo?ACSe i piè si stanno, non stea tuo sermone».AB
«Dolce padre, dimmi, che peccato si sconta qui nel girone dove ci troviamo? Anche se i piedi devono restare immobili, non s'arresti il tuo parlare» Ed egli mi rispose:
«Dolce padre mio, di', quale colpa si purifica qui nella cornice dove siamo? Se i piedi stanno fermi, non stia fermo il tuo discorso».
85
Ed elli a me: «L'amor del bene, scemoACdel suo dover, quiritta si ristora;ADqui si ribatte il mal tardato remo.AC
«Proprio qui si ripara l'accidia, che è amore del bene inferiore a quello che dovrebbe essere; qui si batte con maggior lena il remo che era stato mosso con dannosa lentezza (il mal tardato remo: si ripara con la sollecitudine la tiepidezza con cui in vita si agì nei confronti dei beni spirituali).
Ed egli a me: «L'amore del bene, che è stato inferiore al suo dovere, qui proprio si reintegra; qui si torna a battere il remo che fu lento.
88
Ma perché più aperto intendi ancora,ADvolgi la mente a me, e prenderaiAEalcun buon frutto di nostra dimora».AD
Ma perché tu intenda ancora più chiaramente, volgi a me la tua attenzione, e raccoglierai qualche buon frutto da questa nostra sosta». Cominciò:
Ma perché tu capisca ancora più chiaramente, rivolgi la mente a me, e trarrai qualche buon frutto da questa nostra sosta».
91
«Né creator né creatura mai»,AEcominciò el, «figliuol, fu sanza amore,AFo naturale o d'animo; e tu 'l sai.AE
«Figliolo, né il Creatore né alcuna creatura furono mai senza amore, o istintivo, o per libera scelta; e tu lo sai bene.
«Né il creatore né una creatura», cominciò egli, «figlio, furono mai senza amore, o naturale o d'elezione; e tu lo sai.
94
Lo naturale è sempre sanza errore,AFma l'altro puote errar per malo obiettoAGo per troppo o per poco di vigore.AF
L'amore istintivo è sempre esente da errore, ma l'altro può errare o perché si volge a un oggetto cattivo oppure (quando si volge a un oggetto buono) perché vi tende con vigore superiore a quello giusto o con vigore troppo scarso.
Quello naturale è sempre senza errore, ma l'altro può sbagliare per un cattivo oggetto, o per troppa o per troppo poca intensità.
97
Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,AGe ne' secondi sé stesso misura,AHesser non può cagion di mal diletto;AG
Finché l'amore d'elezione si dirige a Dio, primo Bene, e verso i beni creati si mantiene nei giusti limiti, non può essere causa di un piacere colpevole;
Finché esso è rivolto al bene primo (Dio), e nei beni secondari misura sé stesso, non può essere causa di un piacere peccaminoso;
100
ma quando al mal si torce, o con più curaAHo con men che non dee corre nel bene,AIcontra 'l fattore adovra sua fattura.AH
ma quando si volge al male, o corre al bene creato con vigore maggiore o minore del giusto, allora la creatura opera contro il suo Fattore.
ma quando si volge al male, o corre verso il bene con più zelo o con meno di quanto deve, la creatura agisce contro il suo creatore.
103
Quinci comprender puoi ch'esser conveneAIamor sementa in voi d'ogne virtuteAJe d'ogne operazion che merta pene.AI
106
Or, perché mai non può da la saluteAJamor del suo subietto volger viso,AKda l'odio proprio son le cose tute;AJ
Da qui puoi comprendere come in voi uomini necessariamente l'amore sia il germe di ogni opera virtuosa e di ogni opera che merita punizione. Ora, siccome l'amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene di colui che è il soggetto dell'amore stesso (cioè ogni creatura non può che volere il proprio bene), ne segue che tutti gli esseri sono immuni dall'odio contro se stessi;
Da qui puoi comprendere che l'amore deve essere in voi il seme di ogni virtù e di ogni azione che merita punizione. Ora, poiché l'amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene di colui che ama, tutte le cose sono al sicuro dall'odio verso sé stesse;
109
e perché intender non si può diviso,AKe per sé stante, alcuno esser dal primo,ALda quello odiare ogne effetto è deciso.AK
e poiché nessun essere può venire concepito per sé stante e diviso da Dio, Essere primo, ne segue che ogni creatura è distolta dall'odiare l'Essere primo.
e poiché non si può concepire alcun essere separato dal primo (Dio) e che esista per sé stesso, ogni creatura è esclusa dall'odiare lui.
112
Resta, se dividendo bene stimo,ALche 'l mal che s'ama è del prossimo; ed essoAMamor nasce in tre modi in vostro limo.AL
Se ragionando per distinzioni giudico rettamente, resta che quando si ama un male, questo è il male del prossimo; e questo amore del male può nascere in tre modi nella vostra natura impastata. di fango.
Resta, se distinguo bene, che il male che si ama è quello del prossimo; e questo amore nasce in tre modi nella vostra natura fatta di fango.
115
co chi, per esser suo vicin soppresso,AMspera eccellenza, e sol per questo bramaANch'el sia di sua grandezza in basso messo;AM
Vi è il superbo che spera di eccellere per il fatto che il suo prossimo è umiliato, e solo per questo brama che il prossimo sia abbattuto dalla sua grandezza:
C'è chi spera di eccellere grazie all'abbassamento del suo vicino, e soltanto per questo desidera che egli sia fatto cadere dalla sua grandezza (superbia);
118
è chi podere, grazia, onore e famaANteme di perder perch'altri sormonti,AOonde s'attrista sì che 'l contrario ama;AN
c'è poi l'invidioso che teme di perdere potenza, favori, onore e gloria per il fatto che altri lo superi, e per questo si rattrista tanto da desiderare che gli altri subiscano il contrario;
c'è chi teme di perdere potere, favore, onore e fama perché un altro lo supera, per cui si rattrista tanto da amare il contrario (invidia);
121
ed è chi per ingiuria par ch'aonti,AOsì che si fa de la vendetta ghiotto,APe tal convien che 'l male altrui impronti.AO
e c'è l'iracondo che per l'ingiuria ricevuta appare adirarsi, tanto da diventare avido di vendetta, e divenuto tale è indotto necessariamente a preparare il male agli altri.
e c'è chi sembra sentirsi offeso per un'ingiuria, così che diventa avido di vendetta, e costui deve per forza preparare il male altrui (ira).
124
Questo triforme amor qua giù di sottoAPsi piange; or vo' che tu de l'altro intende,AQche corre al ben con ordine corrotto.AP
Queste tre forme di amore del male sono scontate nei gironi inferiori: ora voglio che tu conosca l'altro amore che si rivolge al bene in modo disordinato.
Questo amore in tre forme si sconta quaggiù sotto di noi; ora voglio che tu capisca l'altro, che corre verso il bene in modo disordinato.
127
Ciascun confusamente un bene apprendeAQnel qual si queti l'animo, e disira;ARper che di giugner lui ciascun contende.AQ
Ogni uomo vagheggia in modo confuso e desidera un bene sommo nel quale l'animo trovi la sua pace; per questo ciascuno di sforza di raggiungerlo.
Ciascuno coglie confusamente un bene nel quale l'animo trovi pace, e lo desidera; per cui ciascuno si sforza di raggiungerlo.
130
Se lento amore a lui veder vi tiraARo a lui acquistar, questa cornice,ASdopo giusto penter, ve ne martira.AR
Se à conoscere o a conseguire questo sommo bene (che é Dio stesso) vi spinge un amore debole, questa cornice, dopo il dovuto pentimento, vi darà la pena adeguata.
Se un amore lento vi spinge a vederlo o a conquistarlo, questa cornice, dopo un giusto pentimento, ve ne punisce.
133
Altro ben è che non fa l'uom felice;ASnon è felicità, non è la buonaATessenza, d'ogne ben frutto e radice.AS
Vi sono altri beni (quelli terreni e perciò limitati) che non rendono l'uomo felice; essi non sono la felicità, non sono il bene per essenza, il quale è compimento e principio d'ogni bene.
C'è un altro bene che non rende l'uomo felice; non è la felicità, non è la buona essenza (Dio), frutto e radice di ogni bene.
136
L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,ATdi sovr'a noi si piange per tre cerchi;AUma come tripartito si ragiona,AT
L'amore che si abbandona con troppo vigore a questi beni, viene espiato nei tre cerchi superiori; ma come questo amore si può dividere mediante il ragionamento in tre specie;
L'amore che si abbandona troppo a esso si sconta sopra di noi in tre cornici; ma in che modo si distingue in tre parti,
139
tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».AU
tralascio di dirtelo, affinché tu lo ricerchi da te stesso».
lo taccio, affinché tu lo cerchi da solo».
Riassunto del canto XVII
A Dante, uscito con Virgilio dal denso fumo che avvolge le anime degli iracondi, mentre è ormai prossimo il tramonto, compaiono in visione tre esempi di ira punita, che gli presentano per prima la vicenda di Progne, mutata in uccello per aver imbandito al marito le carni del figlio in un eccesso di folle gelosia. Appare poi la figura di Aman, ministro del re persiano Assuero, che fu crocifisso dopo aver tramato la distruzione totale degli Ebrei, contro cui era adirato, e subito dopo Dante vede Lavinia che piange sul cadavere della madre Amata, suicidatasi in un impeto d'ira, per non vedere la figlia andare in sposa ad Enea. Scomparse all'improvviso queste visioni. il Poeta ode la voce dell'angelo della pace che indica la strada per salire al quarto girone e che gli cancella dalla fronte la terza P, cantando la beatitudine evangelica «Beati pacifici ». Frattanto i due pellegrini giungono sul ripiano deserto della quarta cornice, e Virgilio, in seguito a una domanda precisa del discepolo, spiega le caratteristiche del peccato che, lì viene espiato, l'accidia. L'ultima parte del canto è occupata dall'esposizione, da parte del poeta latino, della dottrina dell'amore nella sua duplice forma - naturale (o istintivo) e voluto con libera scelta dalla volontà e dall'intelletto - e della struttura morale del purgatorio.
In breve
Dove e chi
III cornice: Iracondi. Avvolti in un fumo denso e acre.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
È possibile individuare nel canto XVII, non diversamente che nel XV, due nuclei di spiccato interesse ai fini del definirsi della complessa poesia della parte centrale del Purgatorio: quello delle visioni e quello dell'esposizione didattica di Virgilio. Nel canto XVI invece, al dialettico contrapporsi dell'insegnamento razionale, impartito dal poeta latino, all'immediatezza delle verità infuse, per intervento della Grazia, nell'anima itinerante si era sostituito un interesse esclusivo per le cose del mondo: guida di Dante era stato, nelle tenebre avviluppanti dell'ira, un uomo di corte, fervente seguace, come lui, dell'idea imperiale: al magistero di Virgilio si era sostituito il teorizzare - sfociante nella concitazione di una passione non ancora rischiarata, in acerbi accenti polemici - di Marco Lombardo sui rapporti tra spada e pasturale. Nel canto XVII Dante si affida nuovamente a Virgilio per saziare la sua sete di conoscere, sete che la ragione, impersonata dal poeta latino, potrà solo parzialmente placare. Virgilio ha sempre dato voce, fino a questo punto, ad un superiore principio razionale, reso caldo di umano fervore da una illimitata dedizione al suo compito di maestro. Tuttavia, data l'immaturità del discepolo a penetrare i sensi meno ovvii che presiedono al dispiegarsi apparentemente dispersivo delle cose, questo principio razionale si é fin qui manifestato in interventi di ancora angusta portata, in formule gnomiche ed ortative, per cui l'insegnamento del mantovano é potuto apparire - a chi non avesse tenuto conto delle necessità postulate dalla narrazione di quell'itinerario spirituale che é la Commedia - qua e là irrisorio e banale, inadeguato alla drammaticità delle prospettive che si aprono agli occhi del protagonista. A partire dal canto XV, invece, Virgilio affronta i temi di una meditazione organica e superiore, per lui, tuttavia, lontana dalla possibilità di tradursi in esiti di indiscussa evidenza, data la sua estraneità nei riguardi di un pensiero che la fede definisce e rischiara. L'esposizione della topografia morale del secondo regno (versi 91-139) é stata concordemente giudicata positiva dalla critica, che ne ha messo in rilievo l'ampio, sereno respiro, entro il rigoroso concatenarsi delle deduzioni, che una terminologia astrattamente scolastica avrebbe rischiato, in un poeta di meno ricco sentire, di precludere ad ogni forma di trasfigurazione in senso lirico. Il procedere della dimostrazione, ricondotta ad un unico motivo ispiratore, al fondamento luminoso e centrale dell'amore - concepito come principio motore di ogni manifestazione del reale e del quale sono partecipi le creature non meno del loro Creatore - esprime un sicuro equilibrio, quasi un senso di trionfo per l'immancabile scaturire di ogni singola proposizione da quelle che, in funzione di premesse, la precedono. L'impalcatura scolastica che appesantiva la digressione didascalica del canto XI dell'Inferno non nuoce qui al ritmo limpido che scandisce il succedersi delle argomentazioni. Ciò é dovuto forse proprio all'emozione che, illuminando, interiorizza il dire di Virgilio ogni volta che torna a proporsi il motivo dell'amore, nel quale tutti gli svolgimenti concettuali che da esso discendono tendono a riassorbirsi, dopo aver enunciato ciascuno la propria verità parziale, quasi diretti ad un fulcro di verità ancora insondata, ad una scaturigine per troppa luce fasciata del proprio mistero. Nel canto XV il discorso di Virgilio sull'amore che aumenta in proporzione diretta al numero di coloro che ad esso partecipano, si era sollevato a canto nello svolgersi metaforico e sublime del tema della luce. Qui il suo dire si distende in cadenze più riposate, ma non si può in alcun modo parlare in proposito di astratto didascalismo, bensì di una poesia animata da un forte, anche se contenuto, pathos metafisico, da un'ansia profonda e segreta di penetrare nei moventi concettuali e morali che presiedono all'ordinata architettura delle cose. Gli esempi di ira punita, costituenti il momento di più accesa e ricca individuazione poetica del canto, presentano - se, considerati nella staticità dei singoli quadri proposti, vengono messi a raffronto con gli opposti esempi di mansuetudine del canto XV - una chiusura alla dimensione dell'infinito, una limitatezza nel definirsi dei sentimenti di quelli che ne sono i personaggi, chiusura e limitatezza che si traducono in una meno intensa evidenza lirica nella resa di queste scene. Ciò é dovuto al fatto che l'interesse del Poeta nel canto XVII é incentrata soprattutto sulle modalità del proporsi delle visioni, sul loro immotivato accamparsi al centro dell'anima in se stessa raccolta - evasa, sia pure per la durata di attimi, dagli orizzonti del mondo - sul loro improvviso svanire, per cui i momenti più alti della rappresentazione poetica non sono espressi dai quadri successivi che le visioni stesse presentano, ma riguardano la dinamica del loro prorompere nella coscienza del soggetto. All'ancora generico nell'imagine mia apparve l'orma, che suggella il proporsi del primo esempio, fanno seguito, nell'intensificarsi del rapimento interiore, il poi piovve dentro all'alta fantasia, che introduce - fermata in una eternità ottusa e statica - l'ira grandiosa di Aman, e infine, in contrapposizione logica non meno che tonale a quest'ultimo verso, il surse... piangendo forte dei versi 34-35, anticipato dal concretissimo "rompersi" riferito all'astratta imagine, e riecheggiante nella similitudine della bulla. Il motivo del rompersi della bulla é ripreso in quello del "frangersi" del sonno (verso 40), svolto secondo le linee di un incontenibile dinamismo (si frange... percuote) che riesce ad una fortissima animazione del dato generico. II sonno acquista qui una vitalità animale (guizza), quasi un sussulto atterrito prima di essere abolito dal tempo che gli prescrive di "morire". Da quest'attenzione portata dal Poeta sulle modalità del vedere interiore scaturisce la travolgente apostrofe iniziale all'imaginativa.
vv. 1-9Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpeti colse nebbia per la qual vedessinon altrimenti che per pelle talpe,come, quando i vapori umidi e spessia diradar cominciansi, la speradel sol debilemente entra per essi;e fia la tua imagine leggerain giugnere a veder com'io rividilo sole in pria, che già nel corcar era.Leggi nel testo
Il canto XVII si apre con un'invocazione: «Ricorditi, lettor». Dante chiede al lettore di ricordare quando, in montagna, è stato sorpreso dalla nebbia e ha visto il sole riapparire debolmente. Solo così potrà immaginare la sua uscita dal fumo degli iracondi.
Il critico tedesco Erich Auerbach ha studiato questi appelli al lettore, che nella Commedia sono una ventina. Ha osservato che riprendono le forme dell'apostrofe classica e della preghiera, ma sono una novità assoluta. Nessun poeta prima di Dante si era rivolto al lettore in questo modo in un grande poema in volgare.
Secondo Auerbach il loro tono è simile a quello dei profeti biblici verso i loro ascoltatori: Dante parla con l'autorità di chi ha ricevuto una missione, ma anche con l'affetto di chi vuole che il lettore lo segua fino alla fine. Il lettore diventa così un compagno di viaggio, chiamato a partecipare all'esperienza.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Gli accidiosi
Ne parla la scheda «Belacqua, il pigro simpatico» (Purg. IV).