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Testo e parafrasi del canto XXIII
Parafrasi
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1
Come l'augello, intra l'amate fronde,Aposato al nido de' suoi dolci natiBla notte che le cose ci nasconde,A
4
che, per veder li aspetti disiatiBe per trovar lo cibo onde li pasca,Cin che gravi labor li sono aggrati,B
7
previene il tempo in su aperta frasca,Ce con ardente affetto il sole aspetta,Dfiso guardando pur che l'alba nasca;C
10
così la donna mia stava erettaDe attenta, rivolta inver' la plagaEsotto la quale il sol mostra men fretta:D
Come l’uccello, in mezzo alle fronde amate (perché tra esse vi è il suo nido), dopo aver riposato presso il nido delle sue dolci creature durante la notte che ci nasconde tutte le cose, il quale, per poter vedere le care sembianze dei suoi nati e cercare il cibo con cui nutrirli, ricerca nella quale gli sono gradite (anche) le più dure fatiche, previene il sorgere dell’alba (fuori dal nido) posato su un ramo scoperto, e attende con vivo desiderio l’apparire del sole, guardando fissamente solo se spunti l’ alba, così Beatrice stava eretta e attenta, rivolta verso quella parte del cielo dove il sole sembra rallentare il suo corso:
Come l'uccello, tra le amate fronde, posato sul nido dei suoi dolci piccoli durante la notte che ci nasconde le cose, che, per vedere l'aspetto desiderato (dei figli) e per trovare il cibo con cui nutrirli, fatiche pesanti che però gli sono gradite, anticipa il momento salendo su un ramo scoperto, e con ardente affetto aspetta il sole, guardando fisso finché nasca l'alba; così la mia donna stava ritta e attenta, rivolta verso la zona del cielo sotto la quale il sole sembra andare più lento (il mezzogiorno):
13
sì che, veggendola io sospesa e vaga,Efecimi qual è quei che disiandoFaltro vorria, e sperando s'appaga.E
così che, vedendola assorta e ansiosa, il mio stato d’animo divenne uguale a quello di colui che desidera ciò che ancora non ha, e acquieta il suo animo con la speranza (di poter ottenere l’oggetto del suo desiderio).
tanto che io, vedendola sospesa e desiderosa, divenni come colui che, desiderando, vorrebbe qualcos'altro e si accontenta della speranza.
16
Ma poco fu tra uno e altro quando,Fdel mio attender, dico, e del vedereGlo ciel venir più e più rischiarando;F
Ma poco tempo trascorse tra l’uno e I altro momento, tra il momento dell’attesa, dico, e quello in cui vidi il cielo che si veniva sempre più rischiarando.
Ma passò poco tempo tra l'uno e l'altro momento, cioè tra il mio attendere e il vedere il cielo farsi sempre più luminoso;
19
e Beatrice disse: «Ecco le schiereGdel triunfo di Cristo e tutto 'l fruttoHricolto del girar di queste spere!».G
22
Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,He li occhi avea di letizia sì pieni,Iche passarmen convien sanza costrutto.H
E Beatrice disse: “ Ecco le schiere delle le anime redente dal sacrificio di Cristo e tutto il frutto Mi sembrava che il suo volto si illuminasse di un fulgore vivissimo, e i suoi occhi erano così pieni di letizia, che sono costretto a procedere oltre senza parlarne.
e Beatrice disse: «Ecco le schiere del trionfo di Cristo e tutto il frutto raccolto dal girare di queste sfere!». Mi sembrava che il suo viso ardesse tutto, e aveva gli occhi così pieni di gioia che devo passare oltre senza descriverli.
25
Quale ne' plenilunii sereniITrivia ride tra le ninfe etterneJche dipingon lo ciel per tutti i seni,I
28
vid'i' sopra migliaia di lucerneJun sol che tutte quante l'accendea,Kcome fa 'l nostro le viste superne;J
Come nei pleniluni sereni la luna (Trivia: accanto a quelli di Ecate e di Diana, è il nome solitamente usato nella mitologia per indicare la luna) splende in mezzo alle stelle che dipingono con le loro luci il cielo in ogni sua parte, così vidi sopra migliaia di anime luminose uno splendore abbagliante (Cristo), che con la sua luce le accendeva tutte quante, come il nostro sole accende le stelle;
Come nei pleniluni sereni la luna (Trivia) sorride tra le stelle eterne che dipingono il cielo in ogni sua parte, io vidi, sopra migliaia di luci, un sole (Cristo) che le accendeva tutte quante, come fa il nostro sole con le stelle lassù;
31
e per la viva luce traspareaKla lucente sustanza tanto chiaraLnel viso mio, che non la sostenea.K
e attraverso l’intensa luce (che si irradiava) traspariva la fulgidissima persona di Cristo tanto luminosa ai miei occhi, che essi non potevano sostenerla.
e attraverso quella viva luce traspariva la sostanza luminosa (il corpo glorioso di Cristo) così splendente ai miei occhi che non riuscivano a sostenerla.
34
Oh Beatrice, dolce guida e cara!LElla mi disse: «Quel che ti sobranzaMè virtù da cui nulla si ripara.L
Oh Beatrice mia dolce e amata guida! Ella mi disse: “ Ciò che vince la tua facoltà visiva è una forza a cui nessun altra può resistere.
Oh Beatrice, dolce e cara guida! Lei mi disse: «Quello che ti sopraffà è una potenza da cui nulla si può difendere.
37
Quivi è la sapienza e la possanzaMch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,Nonde fu già sì lunga disianza».M
In questa luce è Cristo, la sapienza e la potenza che aprì (agli uomini) la via per salire dalla terra al cielo, via che in passato fu lungamente desiderata ”.
Qui c'è la sapienza e la potenza (Cristo) che aprì le strade tra il cielo e la terra, cosa che fu desiderata così a lungo».
40
Come foco di nube si diserraNper dilatarsi sì che non vi cape,Oe fuor di sua natura in giù s'atterra,N
43
la mente mia così, tra quelle dapeOfatta più grande, di sé stessa uscìo,Pe che si fesse rimembrar non sape.O
Come la folgore si sprigiona dalla nube (in cui è rinchiusa) poiché si dilata in modo tale da non potere più esservi contenuta, e contrariamente alla sua natura (che la porterebbe a salire) precipita verso terra, così la mia mente, dilatatasi in mezzo a quei cibi spirituali, uscì di se stessa, e non è in grado di ricordare quello che allora abbia fatto. “ Riapri gli occhi e guardami in tutto il mio splendore:
Come il fulmine si sprigiona dalla nube perché si dilata tanto da non starci più, e contro la sua natura (che è salire) si abbatte a terra, così la mia mente, diventata più grande tra quei cibi (spirituali), uscì da se stessa, e non sa ricordare che cosa divenne.
46
«Apri li occhi e riguarda qual son io;Ptu hai vedute cose, che possenteQse' fatto a sostener lo riso mio».P
49
Io era come quei che si risenteQdi visione oblita e che s'ingegnaRindarno di ridurlasi a la mente,Q
52
quand'io udi' questa proferta, degnaRdi tanto grato, che mai non si stingueSdel libro che 'l preterito rassegna.R
tu hai veduto tali cose, che (ora) sei dotato di forza sufficiente a sostenere la luce del mio sorriso. ” Io ero nella stessa condizione di colui che si risveglia da una visione subito dimenticata e che invano si sforza di richiamarla alla memoria, quando udii l’invito di Beatrice, degno di tanta gratitudine (da parte mia), che non potrà mai cancellarsi dalla memoria, il libro che registra il passato.
«Apri gli occhi e guarda come sono io; tu hai visto cose che ti hanno reso capace di sostenere il mio sorriso». Io ero come colui che si risveglia da una visione dimenticata e che si sforza inutilmente di riportarsela alla mente, quando udii questo invito, degno di tanta gratitudine che non si cancellerà mai dal libro che registra il passato (la memoria).
55
Se mo sonasser tutte quelle lingueSche Polimnia con le suore feroTdel latte lor dolcissimo più pingue,S
58
per aiutarmi, al millesmo del veroTnon si verria, cantando il santo risoUe quanto il santo aspetto facea mero;T
Se ora incominciassero a cantare tutti quei poeti che Polimnia (musa della poesia lirica) e le altre Muse sue sorelle nutrirono in abbondanza con il loro latte dolcissimo (la poesia), per aiutarmi, non si arriverebbe neppure a descrivere la millesima parte del vero, tentando di cantare il santo sorriso di Beatrice e come esso fosse reso più luminoso dalla divina presenza di Cristo;
Se ora risuonassero tutte quelle lingue (dei poeti) che Polimnia e le sue sorelle (le Muse) resero più ricche del loro dolcissimo latte, per aiutarmi, non si arriverebbe alla millesima parte del vero, cantando il santo sorriso e quanto esso rendeva luminoso il santo volto;
61
e così, figurando il paradiso,Uconvien saltar lo sacrato poema,Vcome chi trova suo cammin riciso.U
e così, nel descrivere il paradiso, è necessario che il poema sacro passi oltre (quelle parti che non possono essere espresse con parole), come colui che trova il suo cammino tagliato da qualche ostacolo (e perciò è costretto a saltare per poter continuare la sua strada).
e così, raffigurando il paradiso, il sacro poema deve fare un salto, come chi trova il proprio cammino interrotto.
64
Ma chi pensasse il ponderoso temaVe l'omero mortal che se ne carca,Wnol biasmerebbe se sott'esso trema:V
Ma chi considerasse la difficoltà del tema e le deboli forze delle spalle mortali che si caricano di esso, non potrebbe biasimare se queste spalle tremano sotto il suo peso.
Ma chi pensasse al tema così pesante e alla spalla mortale che se ne carica, non la biasimerebbe se trema sotto di esso:
67
non è pareggio da picciola barcaWquel che fendendo va l'ardita prora,Xné da nocchier ch'a sé medesmo parca.W
70
«Perché la faccia mia sì t'innamora,Xche tu non ti rivolgi al bel giardinoYche sotto i raggi di Cristo s'infiora?X
Non è una rotta che possa essere percorsa da una piccola barca quella che la mia ardita nave va seguendo, né adatta a nocchiero che vuole risparmiare le proprie forze. “ Perché il mio volto ti attira a sé con tanta forza, che tu non ti volgi più a guardare le schiere delle anime beate che sbocciano, come fiori, sotto i raggi della luce di Cristo?
non è un tratto di mare per una piccola barca quello che la mia audace prua va solcando, né per un timoniere che risparmi se stesso. «Perché il mio volto ti innamora tanto che non ti volgi al bel giardino che fiorisce sotto i raggi di Cristo?
73
Quivi è la rosa in che 'l verbo divinoYcarne si fece; quivi son li gigliZal cui odor si prese il buon cammino».Y
In questo giardino si trova la rosa(la Vergine Maria) nella quale il Verbo divino s’incarnò; qui sono i gigli (gli apostoli), sotto la cui guida gli uomini intrapresero il cammino della vera fede.” Così disse Beatrice;
Qui c'è la rosa (Maria) in cui il Verbo divino si fece carne; qui ci sono i gigli (gli apostoli) al cui profumo si prese la buona strada».
76
Così Beatrice; e io, che a' suoi consigliZtutto era pronto, ancora mi rendeiAAa la battaglia de' debili cigli.Z
ed io, che ero completamente disposto a seguire i suoi consigli, ritornai a mettere alla prova i miei deboli occhi (volgendoli di nuovo verso la figura di Cristo, che già li aveva abbagliati; cfr. verso 33).
Così disse Beatrice; e io, che ero del tutto pronto ai suoi consigli, mi rimisi ancora alla battaglia dei miei deboli occhi.
79
Come a raggio di sol che puro meiAAper fratta nube, già prato di fioriABvider, coverti d'ombra, li occhi miei;AA
82
vid'io così più turbe di splendori,ABfolgorate di sù da raggi ardenti,ACsanza veder principio di folgóri.AB
85
O benigna vertù che sì li 'mprenti,ACsù t'essaltasti, per largirmi locoADa li occhi lì che non t'eran possenti.AC
88
Il nome del bel fior ch'io sempre invocoADe mane e sera, tutto mi ristrinseAEl'animo ad avvisar lo maggior foco;AD
91
e come ambo le luci mi dipinseAEil quale e il quanto de la viva stellaAFche là sù vince come qua giù vinse,AE
94
per entro il cielo scese una facella,AFformata in cerchio a guisa di corona,AGe cinsela e girossi intorno ad ella.AF
Come talvolta (sulla terra) i miei occhi, prima coperti d’ombra (perché il sole, velato dalle nubi, non li feriva), videro un prato fiorito illuminato improvvisamente da un raggio di sole che filtrava limpido attraverso lo squarcio di una nube, allo stesso modo vidi numerose schiere di anime splendenti, illuminate dall’alto da raggi fulgenti (quelli di Cristo), senza che potessi scorgere la sorgente di questi raggi, O divina potenza di Cristo, che imprimi il sigillo della tua luce sui beati, ti sollevasti verso l’Empireo, per concedere ai miei occhi che non erano capaci di sostenere il tuo fulgore la possibilità di vedere li (osservando le luci meno intense delle anime trionfanti), Il nome della rosa, il bel fiore che io sempre invoco nella mie preghiere al mattino e alla sera, fece concentrare ogni mia facoltà nello sforzo di ravvisare (fra le luci dei beati, dopo che Cristo era asceso all’Empireo) lo splendore più intenso (quello di Maria), Non appena l’intensità e la quantità della luce di Maria, che in cielo supera lo splendore dei beati, come in terra superò in virtù ogni altra creatura, si riflessero nei miei occhi, scese attraverso il cielo uno splendore di forma circolare simile a una corona, e cinse la luce di Maria girandole intorno.
Come i miei occhi, riparati dall'ombra, hanno già visto un prato di fiori sotto un raggio di sole che passa puro attraverso una nube squarciata, così io vidi molte schiere di splendori, illuminate dall'alto da raggi ardenti, senza vedere la fonte di quei fulgori. O benigna potenza (Cristo) che così le illumini, ti sei innalzata lassù per lasciare spazio ai miei occhi, che lì non erano capaci di sostenerti. Il nome del bel fiore (Maria) che io invoco sempre, mattina e sera, mi concentrò tutto l'animo a guardare la luce più grande; e quando entrambi i miei occhi mi ebbero rappresentato la qualità e la grandezza della viva stella (Maria) che vince lassù come vinse quaggiù, dall'interno del cielo scese una fiammella, a forma di cerchio come una corona, e la cinse e le girò intorno.
97
Qualunque melodia più dolce suonaAGqua giù e più a sé l'anima tira,AHparrebbe nube che squarciata tona,AG
100
comparata al sonar di quella liraAHonde si coronava il bel zaffiroAIdel quale il ciel più chiaro s'inzaffira.AH
103
«Io sono amore angelico, che giroAIl'alta letizia che spira del ventreAJche fu albergo del nostro disiro;AI
Qualunque melodia che sulla terra risuoni più dolcemente e avvinca a sé con più forza l’animo (degli ascoltatori), sembrerebbe un fragore di tuono, a paragone del canto di Gabriele, che faceva corona alla Vergine, la gemma più preziosa di cui si adorna il cielo più luminoso (I’Empireo). “ Io sono un angelo ardente d’amore che corono, girandovi intorno, la beatitudine che emana dal grembo che fu dimora di Cristo, supremo desiderio degli angeli e degli uomini;
Qualunque melodia suona più dolce quaggiù e più attira a sé l'anima, sembrerebbe una nube squarciata che tuona, paragonata al suono di quella lira di cui si incoronava il bel zaffiro (Maria) del quale si colora di zaffiro il cielo più luminoso. «Io sono amore angelico, che giro intorno all'alta gioia che spira dal grembo che fu dimora del nostro desiderio (Cristo);
106
e girerommi, donna del ciel, mentreAJche seguirai tuo figlio, e farai diaAKpiù la spera suprema perché lì entre».AJ
109
Così la circulata melodiaAKsi sigillava, e tutti li altri lumiALfacean sonare il nome di Maria.AK
e continuerò a girare, o signora (donna: dal latino domina, “ padrona ”) del cielo, fino a che seguirai tuo figlio (già asceso all’Empireo), e renderai più splendente il cielo più alto per il fatto che tu vi ritorni. ” Così si chiudeva il canto dell’angelo che girava intorno alla Vergine, e tutti gli altri beati facevano eco ripetendo il nome di Maria.
e girerò, signora del cielo, finché seguirai tuo figlio e renderai più divina la sfera suprema, perché tu vi entri». Così si concludeva la melodia che girava in cerchio, e tutte le altre luci facevano risuonare il nome di Maria.
112
Lo real manto di tutti i volumiALdel mondo, che più ferve e più s'avvivaAMne l'alito di Dio e nei costumi,AL
115
avea sopra di noi l'interna rivaAMtanto distante, che la sua parvenza,ANlà dov'io era, ancor non appariva:AM
Il nono cielo, che avvolge come in un regale mantello le altre sfere che ruotano intorno alla terra, e che più arde di desiderio e che più riceve vita dallo spirito e dalle leggi di Dio, aveva la sua faccia interna tanto distante dal luogo in cui noi eravamo, che il suo aspetto da dove mi trovavo, non era ancora visibile:
Il manto regale di tutti i cieli del mondo (il Primo Mobile), che più arde e più si ravviva nel soffio e nell'azione di Dio, aveva sopra di noi la sua superficie interna così lontana che, là dov'ero io, non si vedeva ancora:
118
però non ebber li occhi miei potenzaANdi seguitar la coronata fiammaAOche si levò appresso sua semenza.AN
e perciò (a causa di questa distanza) i miei occhi non poterono seguire la luce di Maria incoronata da (Gabriele, che si innalzò (verso l’Empireo) seguendo il figlio.
perciò i miei occhi non ebbero la forza di seguire la fiamma incoronata (Maria) che salì dietro a suo figlio.
121
E come fantolin che 'nver' la mammaAOtende le braccia, poi che 'l latte prese,APper l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;AO
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ciascun di quei candori in sù si steseAPcon la sua cima, sì che l'alto affettoAQch'elli avieno a Maria mi fu palese.AP
E come il bambino che, dopo aver preso il latte, tende le braccia verso la mamma, per l’amore che si manifesta anche negli atteggiamenti esteriori, così ciascuna di quelle anime fulgenti si protese verso l’alto con la sua luce, dimostrandomi chiaramente il profondo affetto che nutrivano per Maria.
E come un bambino che tende le braccia verso la mamma, dopo aver preso il latte, per l'affetto che si accende fino a mostrarsi fuori, ciascuno di quei candori si allungò verso l'alto con la sua cima, così che mi fu chiaro l'alto affetto che avevano per Maria.
127
Indi rimaser lì nel mio cospetto,AQ'Regina celi' cantando sì dolce,ARche mai da me non si partì 'l diletto.AQ
Poi rimasero lì al mio cospetto, cantando “ Regina del cielo ” con tanta dolcezza, che mai scomparve dal mio animo il senso di gioia che provai (ascoltando quell’inno).
Poi rimasero lì davanti a me, cantando «Regina coeli» così dolcemente che il piacere non mi si è mai allontanato.
130
Oh quanta è l'ubertà che si soffolceARin quelle arche ricchissime che fuoroASa seminar qua giù buone bobolce!AR
Oh quanta è l’abbondanza di beatitudine che si raccoglie in quelle anime simili ad arche ricchissime di frumento, che quaggiù nel mondo furono buone seminatrici!
Oh quanta è l'abbondanza che è contenuta in quei granai ricchissimi, che furono quaggiù buoni seminatori!
133
Quivi si vive e gode del tesoroASche s'acquistò piangendo ne lo essilioATdi Babillòn, ove si lasciò l'oro.AS
In paradiso si vive e si gode dei meriti che l’uomo ha acquistato con le sofferenze e con il disprezzo delle ricchezze durante l’esilio terreno.
Qui si vive e si gode del tesoro che si guadagnò piangendo nell'esilio di Babilonia (la vita terrena), dove si disprezzò l'oro.
136
Quivi triunfa, sotto l'alto FilioATdi Dio e di Maria, di sua vittoria,AUe con l'antico e col novo concilio,AT
139
colui che tien le chiavi di tal gloria.AU
In paradiso, accanto a Cristo e ai santi dell’Antico e del Nuovo Testamento, trionfa della vittoria (riportata sul male e sulle tentazioni del mondo) San Pietro, colui che custodisce 1e chiavi del paradiso.
Qui trionfa della sua vittoria, sotto l'alto Figlio di Dio e di Maria, insieme all'antico e al nuovo concilio (i santi dell'Antico e del Nuovo Testamento), colui che tiene le chiavi di tale gloria (san Pietro).
Riassunto del canto XXIII
Rivolta verso la parte orientale del cielo, Beatrice si prepara ad assistere allo spettacolo del trionfo di Cristo e dei santi del paradiso. La figura di Cristo appare come un sole dalla luce sfolgorante che illumina sotto di sé migliaia di altri splendori, i beati. Abbagliato da questa visione, il Poeta cade in un mistico rapimento, dal quale lo riscuote Beatrice per invitarlo a guardarla in tutto il fulgore della sua bellezza: ormai le forze visive ed intellettuali di Dante ne possiedono la capacità. La bellezza di Beatrice è così grande che il Poeta, ancora una volta, è costretto a procedere oltre senza descriverla. Esortato dalla donna amata Dante distoglie il suo sguardo da lei per volgerlo allo spettacolo che gli presenta l’ottavo cielo. Appare così la figura della Vergine Maria, circondata dagli apostoli. Mentre Cristo risale verso l’Empireo per non abbagliare ancora la vista di Dante, una luce discende dall’alto per disporsi, in forma di cerchio, intorno alla Vergine. E’ l’arcangelo Gabriele, che innalza un inno di lode a Maria, imitato subito da tutti i beati. In un secondo momento anche la Vergine, seguendo il Figlio, ascende all’Empireo, mentre la luce dei singoli beati si protende verso l’alto, quasi volesse seguire la rosa in che il verbo divino carne si fece. Il canto del "Regina coeli" chiude quest’ultima visione.
In breve
Dove e chi
Cielo delle Stelle fisse: Trionfo di Cristo e di Maria; esami sulle virtù. Pietro, Giacomo, Giovanni, Adamo.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Secondo il Momigliano, a partire dai colloqui con Cacciaguida fino al termine del canto XXVII, ci troviamo di fronte a una serie di ben coordinati motivi (celebrazione della giustizia nel cielo di Giove, salita nella costellazione dei Gemelli, visione del trionfo di Cristo, della Vergine, dei beati e triplice esame sulle virtù teologali) che mirano alla celebrazione dell’ascesa che ha sollevato il pellegrino sulle miserie della terra e alla consacrazione della sua dignità a salire alla presenza di Dio. Tuttavia il centro di questo ampio giro di scene e di avvenimenti è il canto XXIII, nel quale la consacrazione di Dante è resa mirabilmente solenne dal trionfo di Cristo e di Maria alla presenza di tutte le schiere del paradiso. Questo momento particolarissimo della vicenda spirituale del Poeta non può non richiamare, per complessità di motivi, per altezza e sincerità d’intonazione, un altro momento, ugualmente importante, ugualmente decisivo: quando, nel paradiso terrestre, Beatrice rivolge a Dante l’aspro rimprovero per il suo passato traviamento e Dante, riconosciutosi colpevole, ottiene, alla presenza della Chiesa trionfante, il perdono definitivo e quindi la possibilità di accedere alla gloria celeste. Orchestrato sullo spettacolo che si rivela a Dante nel cielo ottavo, il canto XXIII ha uno sviluppo prevalentemente visivo (quasi una mistica scenografia), nel quale si traduce l’esperienza dell’anima che, opposta alla visione di Cristo, della Vergine, di tutti i beati del paradiso, sperimenta il suo trasalire e il suo venir meno davanti all’ineffabile. All’intensità di queste emozioni fa riscontro, nel Poeta, una stupefatta e smarrita adorazione (versi 42-45; 58-60) e una momentanea rinuncia a qualsiasi volontà espressiva (versi 61-63). A proposito di quest’ultimo fatto si impone un rilievo necessario: le proteste d’impotenza descrittiva da parte del Poeta non sono semplici modi retorici, o, come vorrebbe il Croce, inutili "iperboli negative", ma si caricano di un profondo valore emotivo - gioia e ansia dell’inesprimibile, sgomento della parola che non dice - e culturale. Infatti alle spalle di queste espressioni c’è tutta una "mistica negativa" che, a partire da San Paolo, attraverso la patristica latina (ad esempio Sant’Agostino) e quella greca (ad esempio lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita) fino al mondo medioevale, testimonia questo atteggiamento particolare del cuore e dell’intelletto: di Dio si può parlare solo per via indiretta, attraverso il riconoscimento dell’impossibilità di parlarne. Tale riconoscimento, tuttavia, non comporta, per Dante, una rinuncia assoluta e definitiva, bensì uno sforzo "epico" per conferire una voce, e una voce poetica, a una sovrumana esperienza della propria anima. Per ottenere questo risultato Dante - e lo svolgimento del canto XXIII lo dimostra ampiamente - aveva a sua disposizione un ricco linguaggio metaforico e analogico, anche questo collaudato da una lunga tradizione di mistici e teologi. Il momento in cui l’anima "s’india" nella gloria è cantato - spiega il Getto - "attraverso un perpetuo soccorso di simboli, i quali, lungi da ogni artificiale e intellettualistico allegorismo e sull’autorizzazione delle spontanee metafore della teologia e della mistica, si muovono lungo un’ideale tastiera che va dalle spirituali emozioni relative alla vita dell’intelligenza, alle verità corporee delle figure della luce e del cielo, dei fiori e delle più pure parvenze della terra, ai sensi fantastici della musica e della bellezza, del moto e dell’abisso". Per questo non è possibile definire il canto XXIII solo suggestivo e paesistico come può sembrare a critici di sensibilità crepuscolare, poiché ogni immagine è rigorosamente pensata e costruita. Per il Vossler, ad esempio, il trionfo di Cristo sarebbe simile ad un suggestivo e tempestoso fenomeno naturale, che ha la solennità di una cerimonia sacra, " una festa vertiginosa di luci, di voci, di melodie, di quadri e di pensieri che nei rapidissimi mutamenti non riescono ad attuarsi in forma, una magica fantasmagoria che si può dichiarare in parole, ma non descrivere né farne altri partecipi". Per controbattere tale posizione, basti pensare che per due volte la rappresentazione di Cristo trionfante è resa perspicua mediante la spiritualizzazione di fenomeni naturali (quale ne’ pleniluni sereni... come a raggio di sol che puro mai), il secondo dei quali appare legato ad una osservazione fin troppo attenta e precisa, freddamente analitica. Ma proprio in questi due momenti il Poeta corona il suo sforzo di comunicare, se non una diffusa rappresentazione dell’ineffabile, almeno l’eco, la vibrazione sentimentale che esso suscita nell’animo. Il sentimento che accompagna Dante in questo canto è un’ebbrezza di godimento e di gioia, una gioia fisica e spirituale nello stesso tempo, di fronte a quanto con la battaglia de’ debili cigli egli può osservare e con l’entusiasmo della sua anima può gustare. Secondo il Croce questa luce e questa gioia che il Poeta vorrebbe pensare e rappresentare sono così pure, perfette e sante, così assolute, che si convertono in astrattezza e, come tali, non possono né essere pensate né essere rappresentate. A questa affermazione, che non solo impedisce di afferrare la profonda poesia del canto XXIII, ma preclude la comprensione di tutto il Paradiso, ha risposto egregiamente il Santini: "la luce che illumina il canto non è puro simbolo come altrove. Essa va dal dolce crepuscolo dell’alba e di pleniluni sereni in una notte tempestosa di stelle al fulgore di migliaia di lucerne, al raggio luminosissimo che piove dall’alto, a infiammati candori in immenso armonico disegno dipinto dalla fantasia del Poeta. Se la vista se ne abbaglia, se trema l’omero di Dante sotto il poderoso tema, nulla sen perde dell’effusione di gaudio, che sa valorizzare con arte sovrana dolci ricordi terreni, luci di finestre a rosa di cattedrali gotiche, ampie fiorite primaverili e quanto di più luminoso e prezioso v’ha nell’aiuola terrena".
vv. 1-9Come l'augello, intra l'amate fronde,posato al nido de' suoi dolci natila notte che le cose ci nasconde,che, per veder li aspetti disiatie per trovar lo cibo onde li pasca,in che gravi labor li sono aggrati,previene il tempo in su aperta frasca,e con ardente affetto il sole aspetta,fiso guardando pur che l'alba nasca;Leggi nel testo
Il canto XXIII si apre con una similitudine delicata: Beatrice attende il trionfo di Cristo come un uccello che, tra le foglie, ha passato la notte nel nido accanto ai piccoli e prima dell'alba si sposta su un ramo aperto per aspettare il sole e andare a cercare cibo.
Nel Paradiso le similitudini con gli uccelli sono molto frequenti. Esprimono la leggerezza e la libertà delle anime beate, il loro movimento verso l'alto, e usano immagini familiari per descrivere ciò che è soprannaturale. Spesso Dante sceglie specie precise: il falcone che esce dal cappuccio, la cicogna che nutre i piccoli, l'allodola che canta e poi tace, le cornacchie che si scaldano al mattino.
Queste similitudini si intensificano dal cielo di Giove in poi, a partire dall'aquila formata dai giusti. Forse è stata proprio l'aquila a suggerire a Dante questa scelta. Ma è soprattutto la scelta di un poeta: dare vita alle anime, che ormai sono pura luce, attraverso il movimento degli esseri viventi.