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Indice dei canti
Un gigante barbuto si china dall'orlo di un pozzo di roccia e con l'enorme mano cala verso il basso Dante e Virgilio stretti l'uno all'altro; ai lati altri giganti incatenati sporgono dalla parete sotto un cielo cupo.
Anteo depone Dante e Virgilio sul fondo del pozzo, fra gli altri giganti incatenati
Inferno · Pozzo dei giganti

Inferno, Canto XXXI

«Una medesma lingua pria mi morse…»

Mentre i due pellegrini, voltate le spalle all’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, si avviano in silenzio verso l’orlo del pozzo in cui sono puniti i fraudolenti contro chi si fida, alto, terribile, lacera l’aria il suono di un corno.

Luogo
Pozzo dei giganti
Anime e colpe
Giganti
Personaggi
Virgilio, Nembrot
Versi
145 · 48 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · MalebolgePozzo dei gigantiIX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXXI

Parafrasi
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1

Una medesma lingua pria mi morse,Asì che mi tinse l'una e l'altra guancia,Be poi la medicina mi riporse;A

Una stessa lingua (quella di Virgilio) dapprima mi rimproverò, in modo da farmi arrossire, e poi mi ridiede conforto:
La stessa lingua prima mi ferì, così che mi fece arrossire l'una e l'altra guancia, e poi mi porse la medicina;
4

così od'io che solea far la lanciaBd'Achille e del suo padre esser cagioneCprima di trista e poi di buona mancia.B

così sento dIre che la lancia di Achille e di Peleo soleva essere causa in un primo tempo di una offerta dolorosa e in un secondo tempo di una offerta buona.
così sento dire che la lancia di Achille e di suo padre era solita essere causa prima di un triste dono (la ferita) e poi di un buon dono (la guarigione).
7

Noi demmo il dosso al misero valloneCsu per la ripa che 'l cinge dintorno,Dattraversando sanza alcun sermone.C

10

Quiv'era men che notte e men che giorno,Dsì che 'l viso m'andava innanzi poco;Ema io senti' sonare un alto corno,D

13

tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,Eche, contra sé la sua via seguitando,Fdirizzò li occhi miei tutti ad un loco.E

Noi voltammo le spalle alla decima bolgia lungo!’argine che la circonda, attraversandolo senza parlare. Qui era meno buio ché di notte e meno chiaro che di giorno, così che la mia vista si spingeva avanti di poco; ma udii un corno dal suono così fragoroso, che avrebbe fatto sembrare debole qualunque tuono, il quale suono, continuando a percorrere il suo cammino, fece rivolgere attentamente la mia vista verso un unico punto in direzione opposta a quella da cui proveniva.
Voltammo le spalle alla misera valle, su per l'argine che la circonda tutt'intorno, attraversandolo senza dire una parola. Lì era meno che notte e meno che giorno, così che la vista mi arrivava poco avanti; ma io sentii suonare un corno potente, tanto forte che avrebbe reso fioco ogni tuono, e che, seguendo a ritroso la sua direzione, rivolse i miei occhi tutti verso un unico punto.
16

Dopo la dolorosa rotta, quandoFCarlo Magno perdé la santa gesta,Gnon sonò sì terribilmente Orlando.F

Dopo la grave disfatta, quando Carlo Magno perdette i paladini della fede, non suonò in modo così terribile Orlando.
Dopo la dolorosa sconfitta, quando Carlo Magno perse la santa schiera dei paladini, Orlando non suonò il corno in modo così terribile.
19

Poco portai in là volta la testa,Gche me parve veder molte alte torri;Hond'io: «Maestro, di', che terra è questa?».G

Avevo per poco tempo tenuto la testa volta in quella direzione, allorché mi sembrò di scorgere numerose alte torri; per cui dissi: "Maestro, dimmi, che città è questa? " E Virgilio a me:
Tenni la testa rivolta da quella parte per poco tempo, e mi sembrò di vedere molte alte torri; per cui dissi: «Maestro, dimmi, che città è questa?».
22

Ed elli a me: «Però che tu trascorriHper le tenebre troppo da la lungi,Iavvien che poi nel maginare abborri.H

" Poiché tu ti spingi con lo sguardo attraverso il buio troppo da lontano, accade poi che tu confonda nel raffigurarti ciò che vedi.
E lui a me: «Poiché attraverso le tenebre spingi lo sguardo troppo lontano, accade che poi sbagli nell'immaginare.
25

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,Iquanto 'l senso s'inganna di lontano;Jperò alquanto più te stesso pungi».I

Tu vedrai bene, se arriverai in quel luogo, quanto il senso (della vista) possa errare da lontano; perciò sprona maggiormente te stesso".
Vedrai bene, se arrivi là, quanto i sensi si ingannano da lontano; perciò affrettati un po' di più».
28

Poi caramente mi prese per mano,Je disse: «Pria che noi siamo più avanti,Kacciò che 'l fatto men ti paia strano,J

31

sappi che non son torri, ma giganti,Ke son nel pozzo intorno da la ripaLda l'umbilico in giuso tutti quanti».K

Poi mi prese affettuosamente per mano, e disse: " Prima che noi giungiamo più innanzi, affinché la cosa ti appaia meno sorprendente, devi sapere che non sono torri, bensì giganti, e che stanno tutti nel pozzo lungo la sua parete circolare dall’ombelico in giù ".
Poi mi prese affettuosamente per mano e disse: «Prima di andare più avanti, perché la cosa ti sembri meno strana, sappi che non sono torri, ma giganti, e sono nel pozzo intorno all'argine dall'ombelico in giù, tutti quanti».
34

Come quando la nebbia si dissipa,Llo sguardo a poco a poco raffiguraMciò che cela 'l vapor che l'aere stipa,L

37

così forando l'aura grossa e scura,Mpiù e più appressando ver' la sponda,Nfuggiemi errore e cresciemi paura;M

Come quando la nebbia si dissolve, l’occhio gradatamente distingue quello che nasconde il vapore che rende densa l’aria, così, penetrando con lo sguardo nell’aria spessa e buia, a mano a mano che mi avvicinavo all’orlo del pozzo, si dileguava il mio errore e aumentava la mia paura;
Come quando la nebbia si dissolve, lo sguardo a poco a poco distingue ciò che nasconde il vapore che addensa l'aria, così, penetrando con lo sguardo l'aria densa e scura, avvicinandomi sempre più verso l'orlo, l'errore mi sfuggiva e mi cresceva la paura;
40

però che come su la cerchia tondaNMontereggion di torri si corona,Ocosì la proda che 'l pozzo circondaN

43

torreggiavan di mezza la personaOli orribili giganti, cui minacciaPGiove del cielo ancora quando tuona.O

poiché come il castello di Montereggioni è cinto di torri nella cerchia delle mura che lo circondano, così la sponda che gira intorno al pozzo soverchiavano come torri con metà del loro corpo i mostruosi giganti, che Giove sembra ancora minacciare col tuono dal cielo.
perché come Monteriggioni sulla sua cinta di mura circolare si corona di torri, così sull'orlo che circonda il pozzo torreggiavano con metà del corpo gli orribili giganti, che Giove minaccia ancora dal cielo quando tuona.
46

E io scorgeva già d'alcun la faccia,Ple spalle e 'l petto e del ventre gran parte,Qe per le coste giù ambo le braccia.P

E io già di uno di costoro intravedevo il viso, le spalle e il petto e gran parte del ventre, e le due braccia abbandonate lungo i fianchi.
E io già distinguevo la faccia di uno, le spalle e il petto e gran parte del ventre, e lungo i fianchi entrambe le braccia.
49

Natura certo, quando lasciò l'arteQdi sì fatti animali, assai fé beneRper tòrre tali essecutori a Marte.Q

Certamente la natura, quando smise di produrre simili esseri viventi, fece cosa molto buona, perché sottrasse a Marte (il dio della guerra) tali esecutori (delle sue volontà).
La natura, certamente, quando smise l'arte di creare simili esseri, fece molto bene, per togliere tali esecutori a Marte (alla guerra).
52

E s'ella d'elefanti e di baleneRnon si pente, chi guarda sottilmente,Spiù giusta e più discreta la ne tene;R

E se la natura non si pente degli elefanti e delle balene. chi riflette con attenzione, la giudica per questo più giusta e più assennata;
E se non si pente di creare elefanti e balene, chi guarda con attenzione la considera per questo più giusta e più saggia;
55

ché dove l'argomento de la menteSs'aggiugne al mal volere e a la possa,Tnessun riparo vi può far la gente.S

poiché nei casi in cui lo strumento della ragione si aggiunge alla volontà di nuocere e alla forza fisica, gli uomini non possono opporre alcuna difesa.
perché dove la capacità di ragionare si aggiunge alla cattiva volontà e alla forza, la gente non vi può opporre alcuna difesa.
58

La faccia sua mi parea lunga e grossaTcome la pina di San Pietro a Roma,Ue a sua proporzione eran l'altre ossa;T

La faccia di quel gigante mi sembrava lunga, e grossa come la pigna di San Pietro in Roma (questa figura di bronzo ai tempi di Dante si trovava nell’atrio di San Pietro; oggi invece è all’interno del Vaticano, nel cortile detto della, Pigna), e le altre membra erano proporzionate ad essa;
La sua faccia mi sembrava lunga e grossa come la pigna di San Pietro a Roma, e in proporzione erano le altre ossa;
61

sì che la ripa, ch'era perizomaUdal mezzo in giù, ne mostrava ben tantoVdi sovra, che di giugnere a la chiomaU

64

tre Frison s'averien dato mal vanto;Vperò ch'i' ne vedea trenta gran palmiWdal loco in giù dov'omo affibbia 'l manto.V

così che la sponda, che gli serviva da veste dalla metà del corpo in giù, lasciava vedere tanto della parte superiore del suo corpo, che di arrivargli ai capelli tre abitanti della Frisia (rinomati per la loro alta statura) difficilmente avrebbero potuto vantarsi; poiché ne scorgevo trenta palmi (poco più di sette metri) abbondanti dal collo in giù.
così che l'argine, che gli faceva da perizoma dalla vita in giù, ne mostrava sopra una parte così grande che di arrivare ai capelli tre Frisoni si sarebbero vantati invano; perché io ne vedevo trenta grandi palmi dal punto in giù dove si allaccia il mantello.
67

«Raphél maì amèche zabì almi»,Wcominciò a gridar la fiera bocca,Xcui non si convenia più dolci salmi.W

"Raphél may améch zabi almì" cominciò a gridare la mostruosa bocca, alla quale non si addicevano discorsi più gradevoli.
«Raphèl maì amèche zabì almi», cominciò a gridare la bocca feroce, a cui non si addicevano canti più dolci.
70

E 'l duca mio ver lui: «Anima sciocca,Xtienti col corno, e con quel ti disfogaYquand'ira o altra passion ti tocca!X

E Virgilio, rivolgendosi a lui: " Spirito sciocco, accontentati del corno, e sfogati con quello quando ti prende l’ira o un’altra passione!
E la mia guida verso di lui: «Anima stolta, tieniti al corno, e sfogati con quello quando l'ira o un'altra passione ti prende!
73

Cércati al collo, e troverai la sogaYche 'l tien legato, o anima confusa,Ze vedi lui che 'l gran petto ti doga».Y

Cerca intorno al tuo collo, e troverai la cinghia che lo tiene legato, o anima ottenebrata, e guardalo come attraversa il tuo petto possente ". Poi mi disse:
Cercati al collo, e troverai la cinghia che lo tiene legato, o anima confusa, e guardalo, che ti attraversa il grande petto».
76

Poi disse a me: «Elli stessi s'accusa;Zquesti è Nembrotto per lo cui mal cotoAApur un linguaggio nel mondo non s'usa.Z

" Da solo rivela chi egli sia; costui è Nembrot per il cui empio pensiero nel mondo non si usa più un unico linguaggio.
Poi disse a me: «Lui stesso si accusa; costui è Nembrot, per il cui malvagio pensiero nel mondo non si usa una lingua sola.
79

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;AAché così è a lui ciascun linguaggioABcome 'l suo ad altrui, ch'a nullo è noto».AA

Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente; perché per lui ogni linguaggio è tale (così: cioè incomprensibile) come per altri è il suo, che non è conosciuto da nessuno.
Lasciamolo stare e non parliamo a vuoto; perché per lui ogni linguaggio è come il suo per gli altri, che non è conosciuto da nessuno».
82

Facemmo adunque più lungo viaggio,ABvòlti a sinistra; e al trar d'un balestro,ACtrovammo l'altro assai più fero e maggio.AB

Percorremmo dunque un più lungo cammino, diretti verso sinistra; ed a un tiro di balestra incontrammo l’altro (gigante) molto più crudele nell’aspetto e più grande.
Facemmo dunque un cammino più lungo, voltati a sinistra; e alla distanza di un tiro di balestra trovammo l'altro, molto più feroce e più grande.
85

A cigner lui qual che fosse 'l maestro,ACnon so io dir, ma el tenea soccintoADdinanzi l'altro e dietro il braccio destroAC

88

d'una catena che 'l tenea avvintoADdal collo in giù, sì che 'n su lo scopertoAEsi ravvolgea infino al giro quinto.AD

Chi fosse l’artefice che lo legò, non so dire, ma egli aveva piegato davanti il braccio sinistro e dietro il braccio destro per mezzo di una catena che lo teneva legato dal collo in giù, in modo che essa gli si avvolgeva intorno per cinque giri nella parte visibile del corpo.
Chi sia stato il maestro che lo legò, non lo so dire, ma teneva legati il braccio sinistro davanti e il destro dietro con una catena che lo teneva avvinto dal collo in giù, così che sulla parte scoperta si avvolgeva fino al quinto giro.
91

«Questo superbo volle esser espertoAEdi sua potenza contra 'l sommo Giove»,AFdisse 'l mio duca, «ond'elli ha cotal merto.AE

"Questo superbo volle sperimentare la sua forza contro l’altissimo Giove " disse Virgilio, " per cui ha una simile ricompensa.
«Questo superbo volle mettere alla prova la sua forza contro il sommo Giove», disse la mia guida, «per cui ha questa ricompensa.
94

Fialte ha nome, e fece le gran proveAFquando i giganti fer paura a' dèi;AGle braccia ch'el menò, già mai non move».AF

Il suo nome è Fialte, e mostrò la sua grande forza al tempo in cui i giganti fecero paura agli dei: ora non muove. più le braccia che egli mosse. " E io a lui:
Si chiama Fialte, e fece le grandi imprese quando i giganti fecero paura agli dèi; le braccia che agitò, non le muove più».
97

E io a lui: «S'esser puote, io vorreiAGche de lo smisurato BriareoAHesperienza avesser li occhi miei».AG

"Se fosse possibile, vorrei che i miei occhi vedessero l’ immane Briareo", Per cui Virgilio rispose:
E io a lui: «Se è possibile, vorrei che i miei occhi potessero vedere lo smisurato Briareo».
100

Ond'ei rispuose: «Tu vedrai AnteoAHpresso di qui che parla ed è disciolto,AIche ne porrà nel fondo d'ogne reo.AH

" Tu vedrai qui vicino Anteo, che sa esprimersi e non è legato, il quale ci deporrà sul fondo dell’inferno.
Per cui rispose: «Vedrai Anteo, qui vicino, che parla ed è slegato, che ci porterà nel fondo di ogni male.
103

Quel che tu vuo' veder, più là è molto,AIed è legato e fatto come questo,AJsalvo che più feroce par nel volto».AI

Quello che tu vuoi vedere é molto più distante, ed è incatenato e ha la stessa corporatura di Fialte, tranne che appare più terribile nel volto ".
Quello che vuoi vedere è molto più in là, ed è legato e fatto come questo, tranne che sembra più feroce nel volto».
106

Non fu tremoto già tanto rubesto,AJche scotesse una torre così forte,AKcome Fialte a scuotersi fu presto.AJ

Mai vi fu terremoto tanto violento, che scuotesse una torre con lo stesso impeto con il quale fu pronto a scuotersi Fialte.
Non ci fu mai un terremoto così violento da scuotere una torre con tanta forza, come Fialte fu rapido a scuotersi.
109

Allor temett'io più che mai la morte,AKe non v'era mestier più che la dotta,ALs'io non avessi viste le ritorte.AK

Allora più che mai ebbi paura della morte, e non vi sarebbe stato bisogno d’altro oltre la paura (perché io morissi), se non avessi veduto le catene.
Allora temetti la morte più che mai, e non ci sarebbe voluto altro che la paura (a farmi morire), se non avessi visto le catene.
112

Noi procedemmo più avante allotta,ALe venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,AMsanza la testa, uscia fuor de la grotta.AL

Allora proseguimmo nel nostro cammino, e giungemmo presso Anteo, che sovrastava la parete rocciosa di oltre sei metri, se non si teneva conto della testa.
Allora procedemmo più avanti, e arrivammo ad Anteo, che usciva fuori dal pozzo ben cinque alle (misura di lunghezza), senza contare la testa.
115

«O tu che ne la fortunata valleAMche fece Scipion di gloria reda,ANquand'Anibàl co' suoi diede le spalle,AM

118

recasti già mille leon per preda,ANe che, se fossi stato a l'alta guerraAOde'tuoi fratelli, ancor par che si credaAN

121

ch'avrebber vinto i figli de la terra;AOmettine giù, e non ten vegna schifo,APdove Cocito la freddura serra.AO

"O tu che nella fortunosa valle che fece Scipione erede di gloria, quando Annibale fu volto in fuga col suo esercito, portasti un giorno innumerevoli leoni catturati, e che se avessi preso parte alla grande guerra dei tuoi fratelli, ancora vi è chi potrebbe credere che avrebbero vinto i giganti (i figli della terra), deponici, e non sdegnare di farlo, dove il freddo congela le acque di Cocito.
«O tu che nella valle fortunata che fece Scipione erede di gloria, quando Annibale con i suoi voltò le spalle, portasti un tempo come preda mille leoni, e per il quale sembra che ancora si creda che, se tu fossi stato nella grande guerra dei tuoi fratelli, i figli della terra avrebbero vinto; mettici giù, e non ti dispiaccia, dove il freddo fa gelare il Cocito.
124

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:APquesti può dar di quel che qui si brama;AQperò ti china, e non torcer lo grifo.AP

Non ci fare andare né da Tizio né da Tifo (il primo di questi due giganti fu fulminato da Apollo per aver tentato di sedurre Latona, il secondo da Giove):
Non farci andare da Tizio né da Tifeo: costui può dare ciò che qui si desidera (la fama); perciò chinati, e non storcere il muso.
127

Ancor ti può nel mondo render fama,AQch'el vive, e lunga vita ancor aspettaARse 'nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».AQ

130

Così disse 'l maestro; e quelli in frettaARle man distese, e prese 'l duca mio,ASond'Ercule sentì già grande stretta.AR

il mio compagno può darti ciò che nell’inferno è desiderato (la fama tra i vivi); perciò abbassati, e non volgere altrove il viso. Egli ti può ancora dare, gloria nel mondo. poiché egli vive, e attende ancora di vivere a lungo se la grazia divina non lo chiama a sé prima dei tempo. " Così parlò Virgilio; e Anteo stese sollecito le mani, di cui Ercole aveva sentito una volta la stretta poderosa, e afferrò la mia guida.
Ti può ancora dare fama nel mondo, perché è vivo, e si aspetta ancora una lunga vita, se la grazia non lo chiama a sé prima del tempo». Così disse il maestro; e quello in fretta stese le mani, da cui un tempo Ercole sentì una grande stretta, e prese la mia guida.
133

Virgilio, quando prender si sentio,ASdisse a me: «Fatti qua, sì ch'io ti prenda»;ATpoi fece sì ch'un fascio era elli e io.AS

Virgilio, quando si sentì afferrare, mi disse: "Avvicinati, così che io possa prenderti"; poi fece in modo che egli ed io formassimo un solo fascio.
Virgilio, quando si sentì prendere, mi disse: «Vieni qua, così che io ti prenda»; poi fece in modo che lui e io fossimo un solo fascio.
136

Qual pare a riguardar la CarisendaATsotto 'l chinato, quando un nuvol vadaAUsovr'essa sì, ched ella incontro penda;AT

139

tal parve Anteo a me che stava a badaAUdi vederlo chinare, e fu tal oraAVch'i' avrei voluto ir per altra strada.AU

Come appare la Garisenda (la minore delle due famose torri di Bologna) quando la si guarda dalla parte in cui è inclinata, allorché una nuvola passa sopra ad essa, in direzione contraria alla sua pendenza (sì, che ella incontro penda: sembra allora che la nuvola sia ferma e la torre stia per piombare a terra), così apparve Anteo a me che facevo attenzione per vederlo nell’atto del suo piegarsi, e fu un momento tale che avrei voluto andare per un’altra strada.
Come appare la Garisenda a chi la guarda dal lato in cui pende, quando una nuvola le passa sopra in direzione contraria, così che sembra che sia lei a cadere, così mi sembrò Anteo mentre stavo attento a vederlo chinarsi, e fu un momento in cui avrei voluto andare per un'altra strada.
142

Ma lievemente al fondo che divoraAVLucifero con Giuda, ci sposò;AWné sì chinato, lì fece dimora,AV

145

e come albero in nave si levò.AW

Ma dolcemente ci depose sul fondo che imprigiona Lucifero e Giuda; né, così chinato, lì indugiò, ma si levò diritto come in una nave l’ albero.
Ma ci depose delicatamente sul fondo che divora Lucifero con Giuda; e non rimase lì così chinato, e si sollevò come l'albero di una nave.

Riassunto del canto XXXI

Mentre i due pellegrini, voltate le spalle all’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, si avviano in silenzio verso l’orlo del pozzo in cui sono puniti i fraudolenti contro chi si fida, alto, terribile, lacera l’aria il suono di un corno. Dante volge lo sguardo nella direzione dalla quale il suono è provenuto; crede di vedere molte torri, per cui domanda al maestro verso quale città si stiano dirigendo. Virgilio risponde che quelle che a Dante sembrano, da lontano, le torri di una cerchia di mura sono in realtà le forme immani dei corpi dei giganti; questi sovrastano con la parte superiore del corpo l’orlo del pozzo dei traditori. I due poeti s’imbattono dapprima in Nembrot, l’ideatore della torre di Babele, per la cui colpa gli uomini non parlano più la medesima lingua. Poiché le parole da lui pronunciate sono incomprensibili, Virgilio lo schernisce, esortandolo a sfogare la sua ira con il corno che porta appeso al collo. Alla distanza di un tiro di balestra da Nembrot si trova, saldamente avvinto da una catena, un altro gigante: è Fialte, distintosi nella lotta dei titani contro gli dei; ora non può più muovere le braccia che si avventarono contro i signori dell’Olimpo. Allorché i due giungono presso Anteo, Virgilio si rivolge cortesemente a questo gigante, adulandolo: gli ricorda i leoni innumerevoli catturati nella valle poi divenuta insigne per la vittoria di Scipione su Annibale e ne elogia la forza. Il poeta latino prega quindi Anteo di deporre lui e il suo discepolo sulla superficie ghiacciata di Cocito, promettendogli in cambio fama nel mondo dei vivi. Senza pronunciare parola il gigante acconsente alla richiesta di Virgilio. Nell’attimo in cui si china per afferrare i due pellegrini, la sua figura richiama alla mente di Dante l’immagine della torre della Garisenda, minacciosamente incombente su chi la contempla dal basso; ma delicato è il movimento eseguito dalla sua mano per posarli sul fondo della voragine infernale.

In breve

Dove e chi
  1. Pozzo dei giganti: Giganti. Incatenati attorno al pozzo.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

I titani simboleggiavano, nella concezione greca del sorgere e definirsi del cosmo, lo smisurato, il difforme, ciò che non può inquadrarsi in uno schema concettuale o visivo: errore logico e metafisico, ripugnante tanto ai dettami dell’evidenza - la quale prescrive a cose o idee un contorno tale da racchiuderle nella loro identità - quanto alla necessità che spinge l’uomo a trasferire in miti, metafore, simboli il contenuto dei propri concetti, onde trovare un accordo tra l’unitario dispiegarsi del pensiero e la multiforme accidentalità del percepire. Insieme ai titani, derivati dalla tradizione classica torreggia nell’Inferno, a custodia del pozzo dei traditori, Nembrot, la cui colpa, per la pretesa di raggiungere la volta celeste, sede del Dio degli Ebrei, corrispose - nei moventi e nei mezzi posti in opera per attuarla - al tentativo di dare l’assalto all’Olimpo degli smisurati figli della terra. Nel canto XXXI pertanto i giganti esprimono la medesima idea balenante nei miti greci e nel racconto biblico della costruzione della torre di Babele: idea morale, fondata su un religioso consenso dall’uomo accordato all’ordine dell’universo, e quindi assai lontana da quelle che sono alla base delle creazioni di un Cervantes, di un Rabelais, di uno Swift, volte a satireggiare amabilmente gli errori in cui può indurci una fede acritica nella nostra soggettività, senza peraltro destituire quest’ultima dei suoi diritti di legislatrice assoluta del reale. Collocati fuori del tempo, i giganti danteschi non propongono alla nostra attenzione l’attimo del loro libero, fremente insorgere; immobili, convertiti in oggetti, simboleggiano la punizione che li ha annientati, la divina onnipotenza assai più che un loro personale modo di essere. Mentre in Malebolge ciascun peccatore appariva così pervicacemente legato alla propria individualità, da riuscire a dimenticare persino la propria condizione di dannato, concedendosi alla battuta scherzosa per il puro gusto di scherzare (gli alchimisti del canto XXIX) o, sul piano di una più drammatica e ferma caratterizzazione, all’insulto Fine a se stesso (Sinone e maestro Adamo nel canto XXX), i giganti esprimono uno stato di totale sottomissione alla sentenza che li ha colpiti, in ciò attuandosi una forma evidente di contrappasso, per cui, quanto più alta si tese la loro presunzione, tanto più prostrata appare, nell’al di là, l’energia che li travolse a peccare. Nulla hanno di smisurato le loro moli, pur travalicando i confini della nostra quotidiana percezione. Il Poeta infatti ne determina le dimensioni, riducendole, attraverso un processo di scomposizione, ad una somma di elementi eterogenei (i tre Frison, la pina di San Pietro). Conferisce un sapore di distaccata ironia all’insieme della rappresentazione l’accostamento livellatore dell’essere vivente (determinato peraltro attraverso una connotazione - Prison - che lo inquadra in un genere, anziché farne risaltare l’individualità) al manufatto (I’architettura fornisce in questo canto i termini più appropriati di confronto, imponendo alla nostra immaginazione la staticità pesante e maestosa di forme che il principio vitale sembra aver interamente disertato). Nessuna tensione tragica turba l’impassibile solennità di queste torri, nulla essendovi in esse di michelangiolesco, contrariamente a quanto sostenuto, più per enfasi che attraverso un controllo diretto del testo, dal Ghignoni. Alle affermazioni del Ghignoni opportunamente si contrappongono i seguenti rilievi del Frascino: "Nelle creazioni di Michelangelo è la vita che domina la massa, qui è la massa che opprime e quasi annulla la vita. I colossi michelangioleschi tendono spasmodicamente le loro membra, indomiti, nello sforzo di spezzare, quasi, delle invisibili catene avvincenti il loro corpo. I giganti di Dante sono, invece, i vinti che soggiacciono, domati, al peso delle loro catene; non li scuote lo spirito della epica lotta di Flegra, bensì qualche accesso di fraterna gelosia! Essi adempiono, nell’inferno dantesco, ad una funzione più che altro decorativa, adornando tuttt’intorno, nella loro statuaria monumentalità, la reggia ghiacciata di Lucifero. La stessa immobilità forzata, cui sono costretti, è una necessità della decorazione, non meno che della pena". La verticalità di queste masse abitate da intelligenze infantili (le convulsioni di Fialte, la docilità di Anteo esprimono una medesima aderenza agli aspetti più esteriori del reale, una medesima acribia, una vanità scoperta e candida) se, nell’ambito di uno sguardo d’assieme, suggerisce l’idea di una forza compatta ed elegante (la corona di torri sugli spalti di Montereggioni, l’incombere vertiginoso della Garisenda sullo sfondo di un cielo percorso da nuvole in fuga propongono questa soluzione), risulta, ad un’analisi più attenta, materialità inerte, che il Poeta considera "sempre secondo la forza di gravità, dall’alto in basso: dall’umbilico in giuso tutti quanti - e per le coste giù ambo le braccia - dal luogo in giù dov’uomo affibbia il manto" (Frascino). Lo stato d’animo di Dante di fronte a queste creazioni della sua fantasia non è di dura polemica, come quella che lo ha opposto ai maliziosi del cerchio ottavo, né di odio esplicito, come quello che proromperà nei suoi incontri con i traditori, ma di riposata tensione, di quasi serena (nella misura in cui tali attributi possono applicarsi all’arte della Commedia) contemplazione. Pur ricordandone il misfatto, egli considera i giganti come forze della natura prima che come esseri responsabili e li contempla quindi con curiosità e stupore, né l’ironico distacco che isola queste figure nella loro estrema impotenza appare esente da una sfumatura di cordialità indulgente e bonaria: la lode rivolta alla natura "per aver smesso tal sorta di generazione non significa affatto rimprovero per aver voluto dare, una volta tanto, tale saggio della sua potenza" (Frascino).

Personaggi del canto XXXI

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Nembrot

Inferno · pozzo dei giganti

Il gigante della torre di Babele, che parla una lingua incomprensibile.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Lingua
Inferno · Canto XXXI Liceo

Nembrot e la confusione delle lingue

vv. 67-69«Raphél maì amèche zabì almi»,cominciò a gridar la fiera bocca,cui non si convenia più dolci salmi.Leggi nel testo

Nel pozzo che porta all'ultimo cerchio stanno i giganti. Il primo è Nembrot, che grida parole senza senso: «Raphèl maì amècche zabì almi». Virgilio spiega che nessuno può capirlo, e che lui non capisce nessuno: è il gigante che, secondo la tradizione, volle costruire la torre di Babele per sfidare il cielo.

Per punire quell'atto di superbia Dio confuse le lingue degli uomini, che non riuscirono più a intendersi. Nembrot ne paga la pena: è chiuso nella sua lingua incomprensibile. Il suo verso, costruito da Dante con suoni che somigliano all'ebraico, è ancora oggi oggetto di tentativi di traduzione, ma probabilmente non vuole dire nulla.

Dante riprenderà il tema della prima lingua nel Paradiso, quando Adamo gli spiegherà che la lingua parlata nell'Eden si era già spenta prima di Babele, perché ogni lingua umana cambia nel tempo. È un'idea molto moderna, diversa da quella che lo stesso Dante aveva sostenuto in un'opera precedente.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Nembrot

Ne parla la scheda «L'acrostico nascosto: VOM» (Purg. XII).

Il Libro della Scala

Ne parla la scheda «Il mondo visto dall'alto» (Par. XXII).

Nembrot

Ne parla la scheda «La lingua di Adamo» (Par. XXVI).