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Indice dei canti
Dante cammina a occhi bassi, sorretto da Virgilio, su una scala di roccia; nelle nubi tre scene: una donna con un fanciullo fra i dottori, un re che perdona un giovane, un diacono lapidato.
Le visioni di mansuetudine: Maria nel tempio, Pisistrato, il martirio di santo Stefano
Purgatorio · III cornice

Purgatorio, Canto XV

«Quanto tra l'ultimar de l'ora terza…»

Mancano tre ore al tramonto del sole e i due pellegrini procedono sempre nel secondo girone, allorché una luce improvvisa colpisce con particolare intensità gli occhi di Dante: appare l'angelo…

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Testo e parafrasi del canto XV

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Quanto tra l'ultimar de l'ora terzaAe 'l principio del dì par de la speraBche sempre a guisa di fanciullo scherza,A

4

tanto pareva già inver' la seraBessere al sol del suo corso rimaso;Cvespero là, e qui mezza notte era.B

Quanto percorso compie il sole che (oscillando nel suo moto apparente fra i due tropici) pare sempre giocare come un fanciullo, tra l'inizio del giorno e la fine dell'ora terza, altrettanta parte del suo cammino, sembrava ormai gli fosse rimasta per arrivare al tramonto; nel purgatorio era il vespero, e in Italia era mezzanotte.
Quanto della sfera (del cielo) che si muove sempre come un fanciullo che gioca si vede tra la fine dell'ora terza e l'inizio del giorno, tanto sembrava ormai che restasse al sole del suo corso verso la sera (tre ore); là (in Purgatorio) era il vespro, e qui (in Italia) era mezzanotte.
7

E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,Cperché per noi girato era sì 'l monte,Dche già dritti andavamo inver' l'occaso,C

10

quand'io senti' a me gravar la fronteDa lo splendore assai più che di prima,Ee stupor m'eran le cose non conte;D

E i raggi del sole ci colpivano in pieno viso, perché avevamo percorso (da oriente ad occidente) tanta parte del monte, che ora camminavamo verso occidente in linea retta, allorché sentii i miei occhi abbassarsi di fronte alla luminosità (dell'angelo) molto più di prima (davanti alla luce del sole), e questa cosa nuova mi era motivo di stupore:
E i raggi ci colpivano in pieno viso, perché avevamo girato il monte in modo tale che già andavamo diritti verso occidente, quando io sentii la fronte oppressa dallo splendore molto più di prima, e quelle cose sconosciute mi riempivano di stupore;
13

ond'io levai le mani inver' la cimaEde le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,Fche del soverchio visibile lima.E

per cui portai le mani all'altezza dei miei occhi, e mi riparai dal sole, con un gesto che attenua l'eccesso della luce.
per cui alzai le mani sopra le sopracciglia e mi feci schermo dal sole, cosa che riduce l'eccesso di luce.
16

Come quando da l'acqua o da lo specchioFsalta lo raggio a l'opposita parte,Gsalendo su per lo modo parecchioF

19

a quel che scende, e tanto si diparteGdal cader de la pietra in igual tratta,Hsì come mostra esperienza e arte;G

22

così mi parve da luce rifrattaHquivi dinanzi a me esser percosso;Iper che a fuggir la mia vista fu ratta.H

Come quando un raggio di sole (che è stato riflesso) rimbalza dalI'acqua o dallo specchio, nella parte opposta (a quella da cui era venuto), risalendo in base alla stessa leggeper cui era disceso, e si allontana dalla perpendicolare di uno spazio uguale a quello di cui si era allontanato cadendo, secondo quanto dimostrano l'esperienza e la scienza, con la stessa intensità di quel raggìo mi sembrò di essere colpito da una luce riflessa che si trovava dinanzi a me;
Come quando da una superficie d'acqua o da uno specchio il raggio rimbalza nella direzione opposta, risalendo nello stesso modo in cui scende, e si allontana dalla linea di caduta di una pietra di uno spazio uguale, come dimostrano l'esperienza e la scienza; così mi sembrò di essere colpito lì davanti a me da una luce riflessa; per cui la mia vista fu rapida a distogliersi.
25

«Che è quel, dolce padre, a che non possoIschermar lo viso tanto che mi vaglia»,Jdiss'io, «e pare inver' noi esser mosso?».I

28

«Non ti maravigliar s'ancor t'abbagliaJla famiglia del cielo», a me rispuose:K«messo è che viene ad invitar ch'om saglia.J

per la qual cosa i miei occhi furono pronti a sottrarvisi. «Che luce è, dolce Virgilio, quella da cui non posso difendere la vista in modo da poterla sostenere» dissi, «e che sembra avanzare verso di noi?» «Non ti stupire, se gli angeli ti abbagliano ancora (non essendo completa la tua purificazione)» mi rispose: «è un messaggero celeste che giunge ad invitare all'ascesa.
«Che cos'è quello, dolce padre, da cui non riesco a ripararmi gli occhi abbastanza, e che sembra venire verso di noi?», dissi io. «Non meravigliarti se ancora ti abbaglia la famiglia del cielo (gli angeli)», mi rispose: «è un messaggero che viene a invitare a salire.
31

Tosto sarà ch'a veder queste coseKnon ti fia grave, ma fieti dilettoLquanto natura a sentir ti dispuose».K

34

Poi giunti fummo a l'angel benedetto,Lcon lieta voce disse: «Intrate quinciMad un scaleo vie men che li altri eretto».L

Presto accadrà che non ti sarà più faticosa la vista di queste cose, ma ti sarà piacevole nella misura in cui le tue facoltà naturali ti permetteranno di sentire.» Dopo che giungemmo davanti all'angelo benedetto, egli con voce lieta ci disse: «Procedete da questa parte», per una scala meno ripida delle altre due. Noi salivamo, dopo esserci già allontanati da lì, quando dietro a noi l'angelo cantò:
Presto vedere queste cose non ti sarà più gravoso, ma ti darà tanto piacere quanto la natura ti ha reso capace di provarne». Dopo che fummo giunti presso l'angelo benedetto, con voce lieta disse: «Entrate di qua, per una scala molto meno ripida delle altre».
37

Noi montavam, già partiti di linci,Me 'Beati misericordes!' fueNcantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.M

«Beati i misericordiosi!» e «Godi tu che vinci (il peccato)!» Nel secondo girone, quello degli invidiosi, viene cantata la quinta beatitudine del discorso della montagna (Matteo V. 7), contrapponendo all'invidia la misericordia;
Noi salivamo, già partiti da lì, e dietro di noi fu cantato 'Beati i misericordiosi!' e 'Rallegrati tu che vinci!'.
40

Lo mio maestro e io soli amendueNsuso andavamo; e io pensai, andando,Oprode acquistar ne le parole sue;N

l'espressione Godi tu che vinci è da alcuni commentatori rìferita alla seconda parte della beatitudine ("perché otterranno misericordia"), da altri, e più giustamente, alle parole conclusive di tutte le beatitudini: "rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieIi" (Matteo V, 12). Il mio maestro, ed io, soli, salivamo entrambi; ed io pensai, mentre continuavo a camminare, di trarre profitto mediante le sue parole;
Il mio maestro e io, soli tutti e due, andavamo in su; e io pensai, camminando, di trarre profitto dalle sue parole;
43

e dirizza'mi a lui sì dimandando:O«Che volse dir lo spirto di Romagna,Pe 'divieto' e 'consorte' menzionando?».O

allora mi rivolsi a lui con questa domanda: «Che cosa volle dire l'anima del romagnolo Guido del Duca, accennando a "divieto" e "partecipazione"?» Per cui egIi:
e mi rivolsi a lui domandando così: «Che cosa ha voluto dire lo spirito di Romagna, parlando di “divieto” e di “consorte”?».
46

Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagnaPconosce il danno; e però non s'ammiriQse ne riprende perché men si piagna.P

«Ora conosce gli effetti dannosi del suo peccato principale (di sua maggior magagna, cioè l'invidia); e perciò non sia motivo di meraviglia se egli rimprovera gli uomini affinché ne possano piangere dì meno le conseguenze.
Per cui egli a me: «Conosce il danno del suo peccato più grave; e perciò non ci si deve meravigliare se lo rimprovera perché se ne pianga di meno.
49

Perché s'appuntano i vostri disiriQdove per compagnia parte si scema,Rinvidia move il mantaco a' sospiri.Q

L'invidia vi fa sospirare, perché i vostri desideri si rivolgono verso i beni terreni dove per il fatto che altri vi parteciparlo diminuisce la parte che tocca a ciascuno.
Poiché i vostri desideri si rivolgono a beni che diminuiscono quando vengono condivisi, l'invidia muove il mantice dei sospiri.
52

Ma se l'amor de la spera suppremaRtorcesse in suso il disiderio vostro,Snon vi sarebbe al petto quella tema;R

55

ché, per quanti si dice più lì 'nostro',Stanto possiede più di ben ciascuno,Te più di caritate arde in quel chiostro».S

58

«Io son d'esser contento più digiuno»,Tdiss'io, «che se mi fosse pria taciuto,Ue più di dubbio ne la mente aduno.T

Ma se l'amore dei beni spirituali piegasse verso l'alto i vostri desideri, nel vostro cuore non vi sarebbe quel timore (di essere privati dagli altri di una parte dei vostri beni materiali), poiché, in paradiso, quanto più numerosi sono coloro che posseggono il bene comune (per quanti si dice più... "nostro": quanto più numerosi sono coloro che dicono "nostro"), tanta più grande è la quantità di bene che possiede ciascuno, e tanto più intenso è l'amore che arde in quella comunità». «Sono più insoddisfatto» risposi, «di quanto sarei se prima avessi taciuto, perché la mia mente ha ora dubbi più grandi.
Ma se l'amore per la sfera più alta (l'Empireo) rivolgesse in su il vostro desiderio, non avreste nel petto quella paura; perché lassù, quanti più sono quelli che dicono “nostro”, tanto più bene possiede ciascuno, e tanta più carità arde in quel chiostro». «Sono più digiuno di soddisfazione», dissi io, «che se avessi taciuto prima, e raccolgo più dubbi nella mente.
61

Com'esser puote ch'un ben, distributoUin più posseditor, faccia più ricchiVdi sé, che se da pochi è posseduto?».U

Come può avvenire che un bene distribuito fra più possessori li renda possessori di una quantità più grande, che non se viene diviso fra pochi?» Ed egli mi rispose:
Come può essere che un bene, distribuito tra più possessori, renda più ricchi di sé che se è posseduto da pochi?».
64

Ed elli a me: «Però che tu rificchiVla mente pur a le cose terrene,Wdi vera luce tenebre dispicchi.V

«Per il fatto che tu continui a tenere rivolta la mente solo ai beni terreni, raccogli solo tenebre dalla luce di verità delle mie parole.
Ed egli a me: «Poiché tu rivolgi di nuovo la mente soltanto alle cose terrene, dalla vera luce ricavi tenebre.
67

Quello infinito e ineffabil beneWche là sù è, così corre ad amoreXcom'a lucido corpo raggio vene.W

Dio, quel bene infinito ed indicibile che è nei cieli, si concede prontamente all'anima che arde d'amore così come un raggio di sole corre verso un corpo capace di rifletterlo.
Quell'infinito e ineffabile bene (Dio) che è lassù corre verso l'amore come il raggio va verso un corpo lucente.
70

Tanto si dà quanto trova d'ardore;Xsì che, quantunque carità si stende,Ycresce sovr'essa l'etterno valore.X

Tanto più si concede quanto più grande è l'ardore (dell'anima verso di Lui); così che, nella misura in cui l'amore si dispiega nell'anima, cresce sopra di essa la luce divina.
Si dona tanto quanto trova d'ardore; così che, quanto più si estende la carità, tanto più cresce su di essa l'eterna potenza (divina).
73

E quanta gente più là sù s'intende,Ypiù v'è da bene amare, e più vi s'ama,Ze come specchio l'uno a l'altro rende.Y

E quanto più numerosi sono coloro che in paradiso si amano, tanto più si crea la possibilità di un santo amore, e tanto più si amano tra di loro, e l'uno riflette sull'altro la luce ricevuta da Dio come uno specchio.
E quanta più gente lassù è rivolta (a Dio), tanto più ci sono beni da amare, e tanto più si ama, e come uno specchio l'uno riflette (l'amore) sull'altro.
76

E se la mia ragion non ti disfama,Zvedrai Beatrice, ed ella pienamenteAAti torrà questa e ciascun'altra brama.Z

E se il mio ragionamento non ti soddisfa vedrai Beatrice, ed ella scioglierà completamente questo e qualsiasi altro dubbio.
E se il mio ragionamento non sazia la tua fame (di sapere), vedrai Beatrice, ed ella ti toglierà pienamente questo e ogni altro desiderio.
79

Procaccia pur che tosto sieno spente,AAcome son già le due, le cinque piaghe,ABche si richiudon per esser dolente».AA

Cerca in ogni modo che ti siano presto cancellati, come lo sono già stati i primi due, i cinque segni. che si rimarginano solo con il dolore del pentimento».
Cerca soltanto che presto siano cancellate, come lo sono già le prime due, le cinque ferite (le P) che si rimarginano col pentimento».
82

Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',ABvidimi giunto in su l'altro girone,ACsì che tacer mi fer le luci vaghe.AB

Nel momento in cui volevo dire "Mi hai persuaso", mi accorsi di essere giunto nell'altro girone, per cui il desiderio di vedere mi fece tacere.
Mentre stavo per dire 'Tu mi appaghi', mi vidi arrivato sull'altra cornice, così che gli occhi desiderosi (di vedere) mi fecero tacere.
85

Ivi mi parve in una visioneACestatica di sùbito esser tratto,ADe vedere in un tempio più persone;AC

88

e una donna, in su l'entrar, con attoADdolce di madre dicer: «Figliuol mioAEperché hai tu così verso noi fatto?AD

Lì mi parve di essere improvvisamente rapito in estasi, e di vedere numerose persone raccolte in un tempio;e (mi parve di vedere) una donna, sulla soglia che con il tenero atteggiamento di una madre diceva: «Figlio mio, perché hai agito tosi verso di noi?
Lì mi sembrò di essere rapito all'improvviso in una visione estatica, e di vedere più persone in un tempio; e una donna, sull'entrata, con un dolce atteggiamento di madre, dire: «Figlio mio, perché ti sei comportato così con noi?
91

Ecco, dolenti, lo tuo padre e ioAEti cercavamo». E come qui si tacque,AFciò che pareva prima, dispario.AE

Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti stavamo cercando». E non appena la voce a questo punto tacque: la prima visione scomparve.
Ecco, addolorati, tuo padre e io ti cercavamo». E appena qui tacque, ciò che prima appariva scomparve.
94

Indi m'apparve un'altra con quell'acqueAFgiù per le gote che 'l dolor distillaAGquando di gran dispetto in altrui nacque,AF

Poi mi apparve un'altra donna con il volto rigato dalle lagrime che il dolore suscita quando (nell'animo) nasce un grande sdegno verso gli altri, e diceva:
Poi mi apparve un'altra donna con quelle lacrime giù per le guance che il dolore fa scendere quando nasce da un grande sdegno contro qualcuno,
97

e dir: «Se tu se' sire de la villaAGdel cui nome ne' dèi fu tanta lite,AHe onde ogni scienza disfavilla,AG

100

vendica te di quelle braccia arditeAHch'abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».AIE 'l segnor mi parea, benigno e mite,AH

«Se tu sei signore della città per il cui nome gli dei gareggiarono accanitamente tra loro, e dalla quale risplende nel mondo ogni scienza,vendicati, o Pisistrato, di quelle braccia che osarono stringere nostra figlia».
e (la sentii) dire: «Se tu sei signore della città (Atene) per il cui nome ci fu tanta contesa tra gli dèi, e da cui risplende ogni scienza, vendicati di quelle braccia audaci che abbracciarono nostra figlia, o Pisistrato». E il signore mi sembrava, benevolo e mite,
103

risponder lei con viso temperato:AI«Che farem noi a chi mal ne disira,AJse quei che ci ama è per noi condannato?»,AI

106

Poi vidi genti accese in foco d'iraAJcon pietre un giovinetto ancider, forteAKgridando a sé pur: «Martira, martira!».AJ

E vedevo il sovrano, benevolo e mite,risponderle con volto atteggiato a moderazione: «Che cosa faremo a chi desidera il nostro male, se condanniamo chi ci ama?» Poi vidi un gruppo di persone accecate dall'ira che lapidavano un giovanetto, gridandosi forte, reciprocamente:
risponderle con viso pacato: «Che cosa faremo a chi ci vuole del male, se condanniamo chi ci ama?». Poi vidi gente infiammata dal fuoco dell'ira uccidere a sassate un giovinetto (santo Stefano), gridando forte tra loro soltanto: «Uccidi, uccidi!».
109

E lui vedea chinarsi, per la morteAKche l'aggravava già, inver' la terra,ALma de li occhi facea sempre al ciel porte,AK

112

orando a l'alto Sire, in tanta guerra,ALche perdonasse a' suoi persecutori,AMcon quello aspetto che pietà diserra.AL

115

Quando l'anima mia tornò di foriAMa le cose che son fuor di lei vere,ANio riconobbi i miei non falsi errori.AM

«.Uccidi, uccidí!» E lo vedevo accasciarsi, per la morte che già gli era sopra a terra, ma teneva gli occhi sempre aperti verso il cielo, pregando Dio, in tanta sofferenza, di perdonare ai suoi persecutori, con quell'atteggiamento che suscita la pietà.Quando la mia anima ritornò a percepire le cose che fuori di essa hanno una loro realtà, compresi che le visioni erano irreali (errori: cioè non esistenti di per sé), ma effettivamente viste.
E lo vedevo piegarsi verso terra, per la morte che già lo opprimeva, ma dei suoi occhi faceva sempre porte verso il cielo, pregando l'alto Signore, in un tale tormento, che perdonasse ai suoi persecutori, con quell'espressione che suscita la pietà. Quando la mia anima tornò fuori, alle cose che sono vere fuori di lei, io riconobbi che le mie visioni erano errori non falsi.
118

Lo duca mio, che mi potea vedereANfar sì com'om che dal sonno si slega,AOdisse: «Che hai che non ti puoi tenere,AN

121

ma se' venuto più che mezza legaAOvelando li occhi e con le gambe avvolte,APa guisa di cui vino o sonno piega?».AO

La mia guida, che mi poteva vedere nello stesso atteggiamento di un uomo che si scioglie dal sonno, disse; «Che hai che non puoi reggerti bene,ma per più di mezza lega hai camminato con gli occhi semichiusi e con le gambe quasi legate, come un uomo vinto dal vino o dal sonno?» «O dolce Virgilio, se tu mi presti ascolto, io ti descriverò» dissi,«ciò che.
La mia guida, che poteva vedermi fare come un uomo che si libera dal sonno, disse: «Che cos'hai, che non riesci a reggerti in piedi, ma hai camminato per più di mezza lega con gli occhi socchiusi e le gambe che si intrecciavano, come chi è piegato dal vino o dal sonno?».
124

«O dolce padre mio, se tu m'ascolte,APio ti dirò», diss'io, «ciò che m'apparveAQquando le gambe mi furon sì tolte».AP

127

Ed ei: «Se tu avessi cento larveAQsovra la faccia, non mi sarian chiuseARle tue cogitazion, quantunque parve.AQ

mi apparve quando mi fu a quel modo tolto l'uso normale delle gambe.» Ed egli: «Anche se tu avessi il volto celato da cento maschere, i tuoi pensieri, per quanto piccoli, non mi resterebbero nascosti. Le visioni apparvero affinché tu non rifiuti di aprire il tuo cuore al sentimento di mansuetudine che sgorga dalla fonte eterna di Dio.
«O dolce padre mio, se mi ascolti, io ti dirò», dissi io, «ciò che mi apparve quando le gambe mi furono così tolte». Ed egli: «Anche se tu avessi cento maschere sul viso, i tuoi pensieri, per quanto piccoli, non mi sarebbero nascosti.
130

Ciò che vedesti fu perché non scuseARd'aprir lo core a l'acque de la paceASche da l'etterno fonte son diffuse.AR

133

Non dimandai "Che hai?" per quel che faceASchi guarda pur con l'occhio che non vede,ATquando disanimato il corpo giace;AS

Non, ho chiesto "Che cos'hai" per la ragione per la quale lo domanda colui che, quando un altro giace col corpo privo di forze, vede solo con l'occhio materiale (l'occhio che non vede, cioè l'occhio capace di cogliere solo gli aspetti esteriori, ma non quelli interiori, delle cose e che; in questo caso, non può capire il motivo per cui il corpo è disanìmato);
Ciò che hai visto ti è stato mostrato perché tu non rifiuti di aprire il cuore alle acque della pace (la mansuetudine) che sgorgano dalla fonte eterna (Dio). Non ti ho domandato “Che hai?” per il motivo per cui lo fa chi guarda soltanto con l'occhio del corpo, che non vede quando il corpo giace privo di sensi;
136

ma dimandai per darti forza al piede:ATcosì frugar conviensi i pigri, lentiAUad usar lor vigilia quando riede».AT

ma ho fatto quella domanda per spronare il tuo piede: così è necessario stimolare i pigri, che sono lenti a riprendere la loro attività quando essa (dopo un periodo di sonno o di smarrimento) ritorna».
ma l'ho domandato per dare forza al tuo passo: così bisogna spronare i pigri, lenti a usare la loro veglia quando ritorna».
139

Noi andavam per lo vespero, attentiAUoltre quanto potean li occhi allungarsiAVcontra i raggi serotini e lucenti.AU

Noi procedevamo nella sera, intenti a guardare davanti a noi per quanto potevano spingersi lontano i nostri occhi che avevano di fronte gli ultimi ma luminosi raggi del sole.
Noi camminavamo attraverso il vespro, guardando avanti quanto più gli occhi potevano spingersi contro i raggi luminosi della sera.
142

Ed ecco a poco a poco un fummo farsiAVverso di noi come la notte oscuro;AWné da quello era loco da cansarsi.AV

Ed ecco avvicinarsi a noi a poco a poco un fumo scuro come la notte; e non c'era un luogo dove ripararsida quello:
Ed ecco a poco a poco formarsi verso di noi un fumo oscuro come la notte; e non c'era un luogo dove ripararsi da esso.
145

Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.AW

questo fumo ci tolse la vista delle cose e l'aria pura.
Questo ci tolse la vista e l'aria pura.

Riassunto del canto XV

Mancano tre ore al tramonto del sole e i due pellegrini procedono sempre nel secondo girone, allorché una luce improvvisa colpisce con particolare intensità gli occhi di Dante: appare l'angelo guardiano del terzo girone, quello degli iracondi, il quale indica ai due poeti la scala per salire, e li accompagna con il canto di « Beati rnisericordes » e « Godi tu che vinci! ». Dante, per mettere a profitto il tempo del cammino, chiede al maestro chiarimenti intorno all'uso dei due termini, divieto e consorte, fatto da Guido del Duca nel canto precedente. Ha inizio una lunga spiegazione filosofica, nella quale Virgilio dimostra che l'invidia nasce dall'amore dei beni terreni, mentre coloro che ormai hanno conquistato, in paradiso, quelli spirituali, sono uniti da un profondo affetto reciproco, nel quale si riflette l'infinita carità di Dio verso le sue creature. Giunti nel terzo girone, appaiono in visione a Dante tre scene di mansuetudine:- il ritrovamento di Gesù nel tempio mentre discute con i dottori, l'episodio che ha per protagonisti il tiranno Pisistrato e la moglie, la lapidazione di Santo Stefano. Il canto termina con un'esortazione di Virgilio al discepolo, affinché questi, dopo essersi riscosso dalle visioni, affretti il suo passo, mentre avanza sempre più verso di loro un denso fumo, quello che avvolge le anime degli iracondi.

In breve

Dove e chi
  1. III cornice: Iracondi. Avvolti in un fumo denso e acre.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Il canto XV, dopo essere stato giudicato nel suo complesso di scarso rilievo ai fini di una considerazione dei valori poetici, in quanto prevalentemente dottrinario - attinente alla struttura didascalica del poema più, che alla sua poesia - è stato fatto oggetto, segnatamente da parte del Marti, di un'analisi volta a temi che questa struttura vìvificano, ponendola come inscindibile dal momento lirico che la pervade. Entro tale prospettiva il XV del Purgatorio è stato definito il canto della luce. "Nella continua e sempre rinnovantesi - scrive il critico - prospettiva di luci é di ombre - dalla spera che a guisa di fanciullo scherza, alla luce abbarbagliante dell'angelo; dalla luce d'ardore e di carità del primo paesaggio paradisiaco a quella tutta interiore delle visioni estatiche; dalla luce serotina e trepida di tramonto al preannunziato buio d'inferno - la cosiddetta struttura dimostra tutta intera la sua natura poetica, mitologica, fantastica, insomma; e il canto riacquista una sua funzione ed una sua autonomia." Anche una considerazione tuttavia che, come quest'ultima, insista prevalentemente sull'elémento sensibile e metaforico della luce, assunto a momento determinante la complessiva fisionomia poetica del canto, rischia di apparire in fondo ancora astratta e di esaurirsi in una serie di citazioni isolate. Essa infatti convalida il diffuso preconcetto secondo il quale, ovunque nella Commedia affiori in maniera esplicita il pensiero filosofico o teologico dei tempi del Poeta, ci troviamo in presenza dí passi aridamente scolastici, i quali, per essere accetti al nostro palato, avrebbero bisogno una integrazione lirica. Questo equivale a perdere di vista che, a mano a mano che la mente del protagonista si avvicina al regno dell'assoluta evidenza, le discussioni teoriche acquistano una dimensione sempre più eminentemente drammatica e tesa, a prescindere, dalle oasi liriche, dense di un più circoscritto peso di affetti, che in esse si schiudono. È stato scritto in proposito (Montano) che nella Commedia "i vari personaggi, e Dante e Virgilio prima di tutti, si esprimono ed agiscono in conformità con le diverse situazioni di peccato e di redenzione", onde "la discussione teologica non è minimamente nel poema; il frutto di un intendimento didascalico e di un intervento del teologo nella storia, ma nasce, anche essa, sempre dall'interno della rappresentazione e ne esprime uno dei momenti" ed in particolare, per quanto riguarda il gruppo dei grandi canti dottrinali dal XV al XIX della seconda cantica, che questi ultimi, mentre rappresentano l'apoteosi del lumen naturale impersonato da Virgilio, al tempo stesso ne denunciano gli insopprimibili limiti. Già a partire dal XV, infatti, la ragione si mostra imperfettamente capace di far propri i motivi che la realtà del secondo regno le propone. Virgilio spiega ricorrendo a poetiche analogie; il suo insegnamento si commisura con temi, come i paradossi della carità (com'esser puote ch'un ben distributo in più posseditor faccia più ricchi di sé, che se da pochi è posseduto?), che la sua crepuscolare, serena sapienza non è in grado se non di illuminare suggestivamente, da lontano (com'a lucido corpo raggio vene). L'amore di cui egli parla adombra, come in un mito; la vissuta concretezza della carità; non è ad un'esperienza sofferta in prima persona che egli fa riferimento, ma soltanto ad un postulato, esigenza insoddisfatta dell'essere dell'uomo, fermo, all'apogeo della cultura classica, nei limiti della suprema tra le facoltà naturali. Presago della dimensione del trascendente, ma sanza speme, in perpetuo; insaziato disio, non è dato a Virgilio di accedere ad -essa. Di qui, in armonia con quella ché è l'intonazione generale del Purgatorio, il colore trepido, l'arcana malinconia delle sue parole, nota grave, ovunque percepibile in queste pagine. Il trascendente si mostra, tuttavia prefigurato qui, non meno che negli altri gironi del monte, anche per via non razionale, entro la percezione diretta del pellegrino, nelle visioni che lo mettono in presenza di esempi di mansuetudine. Assai più che negli esempi di virtù fin qui apparsi è sottolineato, nelle visioni del canto XV - quasi in risposta alla discussione teorica che ne occupa la parte centrale è nella quale la guida razionale del poeta latino ha svelato un principio di difficoltà inerente alla sua stessa finitezza (com'esser puote) - il carattere miracoloso, gratuito. I bassorilievi del girone dei superbi, al confronto, albergavano già in sé il miracolo, ma miracolosa era in essi soltanto la perfezione della esecuzione artistica, non le caratteristiche materiali (marmo) o formali (arte del rilievo) che li definivano come prodotti dì una tecnica sostanzialmente ancora umana. Qui Dio si serve invece, per rivelarsi, di uno strumento che é esso stesso inspiegabile, sacro: la visione che folgora profeti e santi. Essa impone alla nostra percezione una verità che non consente quegli.apprezzamenti critici e quei confronti che il Poeta era stato ancora in grado di formulare di fronte agli esempi scolpiti del canto XI. Donde l'immediatezza nella resa stilistica di queste visioni: essa poggia su mezzi elementari (il nesso paratattico, la ripetizione di parole e forme grammaticali, l'impiego dell'annominatio, il frequente uso di sostantivi scarsamente individualizzanti o del pronome indefinito), che avvicinano questo brano del canto al realismo dei libri sacri o di certa umile epica medievale. Gli esempi di mansuetudine vengono così a pausare felicemente l'elaborata struttura strofica e sintattica caratterizzante il canto nel suo complesso, dalla determinazione astronomica iniziale, attraverso la complessa fenomenologia della luce (assunta ora in senso naturalistico ora in senso metaforico), che commenta il tema itinerale e il teorizzare. di Virgilio, fino alla decisa risoluzione di quest'ultima nel verso di ch iusura, che ormai individua con fermezza la tematica del canto successivo.

Personaggi del canto XV

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

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Teologia
Purgatorio · Canto XV Approfondito

Un bene che cresce dividendolo

vv. 49-57Perché s'appuntano i vostri disiridove per compagnia parte si scema,invidia move il mantaco a' sospiri.Ma se l'amor de la spera supprematorcesse in suso il disiderio vostro,non vi sarebbe al petto quella tema;ché, per quanti si dice più lì 'nostro',tanto possiede più di ben ciascuno,e più di caritate arde in quel chiostro».Leggi nel testo

Uscito dalla cornice degli invidiosi, Dante non ha capito una frase di Guido del Duca e chiede spiegazioni a Virgilio. La risposta riguarda la differenza tra i beni terreni e i beni spirituali.

I beni terreni, come il denaro o il potere, diminuiscono quando vengono divisi: se uno ne ha di più, un altro ne ha di meno. Per questo nasce l'invidia. I beni spirituali, invece, funzionano al contrario: più persone li condividono, più crescono. In Paradiso, più anime ci sono che amano, più amore c'è, e ognuna riflette la luce dell'altra come specchi.

Virgilio aggiunge che la sua spiegazione è solo l'inizio: Beatrice gliela completerà. È un esempio di come il Purgatorio sia anche un viaggio di conoscenza, in cui Dante impara progressivamente. Il canto si chiude con le visioni di esempi di mansuetudine e con l'arrivo del fumo degli iracondi.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Un bene che cresce

Ne parla la scheda «Piccarda: «E 'n la sua volontade è nostra pace»» (Par. III).