I due angeli verdi mettono in fuga il serpente nella valletta dei principi
Purgatorio · Valletta dei principi
Purgatorio, Canto VIII
«Era già l'ora che volge il disio…»
Mentre scende il crepuscolo una delle anime della "valletta fiorita" intona l'inno « Te lucis ante terminum », subito seguita da tutte le altre, che volgono i loro occhi verso il cielo.
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Testo e parafrasi del canto VIII
Parafrasi
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1
Era già l'ora che volge il disioAai navicanti e 'ntenerisce il coreBlo dì c'han detto ai dolci amici addio;A
Era ormai l'ora (l'ultima della sera) che fa tornare un senso di nostalgia nel cuore dei naviganti e ne riempie l'animo di commozione ricordando il giorno nel quale hanno detto addio alle persone care;
Era già l'ora che fa tornare il desiderio (di casa) ai naviganti e intenerisce il cuore il giorno in cui hanno detto addio ai cari amici;
4
e che lo novo peregrin d'amoreBpunge, se ode squilla di lontanoCche paia il giorno pianger che si more;B
7
quand'io incominciai a render vanoCl'udire e a mirare una de l'almeDsurta, che l'ascoltar chiedea con mano.C
era l'ora che fa sentire più struggente l'amore al pellegrino che ha appena abbandonato la sua terra, mentre ode il suono lontano d'una campana che sembra piangere il giorno che muore, quando io cominciai a non udire più la voce di Sordello e il canto dei principi e cominciai a fissare una delle anime che, levatasi in piedi, chiedeva con un cenno della mano che tutte l'ascoltassero.
e che trafigge d'amore il pellegrino appena partito, se ode da lontano una campana che sembri piangere il giorno che muore; quando io cominciai a non ascoltare più e a guardare una delle anime che si era alzata e chiedeva con la mano di essere ascoltata.
10
Ella giunse e levò ambo le palme,Dficcando li occhi verso l'oriente,Ecome dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.D
Essa congiunse ed elevò al cielo le mani, rivolgendo lo sguardo intento verso l'oriente, nell'atteggiamento di chi dice a Dio: "Nient'altro mi preme".
Essa congiunse e alzò entrambe le palme, fissando gli occhi verso oriente, come se dicesse a Dio: «Non m'importa d'altro».
13
'Te lucis ante' sì devotamenteEle uscìo di bocca e con sì dolci note,Fche fece me a me uscir di mente;E
Dalle sue labbra l'inno «Te lucis ante» uscì con tale devota e modulata dolcezza, che mi rapì in estasi;
Il «Te lucis ante» le uscì di bocca così devotamente e con note così dolci che mi fece dimenticare me stesso;
16
e l'altre poi dolcemente e devoteFseguitar lei per tutto l'inno intero,Gavendo li occhi a le superne rote.F
poi tutte le altre anime dolcemente e con devozione la seguirono cantando tutto l'inno, tenendo gli occhi fissi alle sfere celesti.
e poi le altre la seguirono dolcemente e devotamente per tutto l'inno intero, tenendo gli occhi rivolti ai cieli.
19
Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,Gché 'l velo è ora ben tanto sottile,Hcerto che 'l trapassar dentro è leggero.G
O lettore, qui aguzza bene gli occhi della tua intelligenza a ciò che veramente voglio sìgnificare, poiché il velo (che copre il senso nascosto di quanto ora segue) è così sottile che certamente non ti costerà fatica il penetrarlo esattamente.
Lettore, aguzza bene qui gli occhi per vedere la verità, perché il velo (dell'allegoria) ora è davvero così sottile che passarvi dentro è facile.
22
Io vidi quello essercito gentileHtacito poscia riguardare in sùeIquasi aspettando, palido e umìle;H
Finito il canto, io vidi quella nobile schiera di anime guardare intensamente verso l'alto, pallide ed umili, come chi aspetta qualcosa;
Io vidi poi quella schiera nobile guardare in alto in silenzio, quasi in attesa, pallida e umile;
25
e vidi uscir de l'alto e scender giùeIdue angeli con due spade affocate,Jtronche e private de le punte sue.I
e vidi uscire dall'alto del cielo e scendere in basso due angeli, ciascuno con una spada fiammeggiante, tronca e priva della punta.
e vidi uscire dall'alto e scendere giù due angeli con due spade infuocate, spezzate e prive delle loro punte.
28
Verdi come fogliette pur mo nateJerano in veste, che da verdi penneKpercosse traean dietro e ventilate.J
Erano verdi come foglioline appena spuntate le vesti che essi portavano fluenti, percosse e agitate dal vento delle verdi ali.
Erano vestiti di verde come foglioline appena nate, e trascinavano dietro di sé le vesti, mosse e sventolate dalle ali verdi.
31
L'un poco sovra noi a star si venne,Ke l'altro scese in l'opposita sponda,Lsì che la gente in mezzo si contenne.K
Uno degli angeli venne a posarsi poco più in alto di noi, l'altro invece scese sulla sponda opposta (della valletta), in modo che le anime furono racchiuse tra loro due.
Uno venne a fermarsi poco sopra di noi, e l'altro scese sulla sponda opposta, così che la gente si trovò in mezzo.
34
Ben discernea in lor la testa bionda;Lma ne la faccia l'occhio si smarria,Mcome virtù ch'a troppo si confonda.L
37
«Ambo vegnon del grembo di Maria»,Mdisse Sordello, «a guardia de la valle,Nper lo serpente che verrà vie via».M
40
Ond'io, che non sapeva per qual calle,Nmi volsi intorno, e stretto m'accostai,Otutto gelato, a le fidate spalle.N
Scorgevo distintamente la loro testa bionda; ma nel fulgore del volto l'occhio si smarriva, come ogni facoltà sensitiva si confonde di fronte a un oggetto superiore alle sue capacità, «Vengono entrambi dal cielo Empireo, dove sta Maria» disse Sordello «per far la guardia alla valle, a causa del serpente che verrà da un momento all'altro.» Perciò io, che non sapevo da che parte (sarebbe venuto il serpente), mi guardai intorno, e tutto gelido per la paura, mi strinsi al fianco del mio fidato maestro. Poi Sordello soggiunse:
Distinguevo bene in loro la testa bionda; ma nel volto lo sguardo si smarriva, come una facoltà che si confonde per l'eccesso. «Vengono tutti e due dal grembo di Maria», disse Sordello, «a guardia della valle, contro il serpente che verrà fra poco». Per cui io, che non sapevo da quale parte (sarebbe venuto), mi guardai intorno e mi strinsi, tutto gelato, alle spalle fidate (di Virgilio).
43
E Sordello anco: «Or avvalliamo omaiOtra le grandi ombre, e parleremo ad esse;Pgrazioso fia lor vedervi assai».O
«Ora scendiamo nella valle in mezzo alle grandi ombre, e parleremo ad esse: sarà loro assai gradito vedervi».
E Sordello aggiunse: «Ora scendiamo ormai nella valle tra le grandi ombre, e parleremo con loro; sarà loro molto gradito vedervi».
46
Solo tre passi credo ch'i' scendesse,Pe fui di sotto, e vidi un che miravaQpur me, come conoscer mi volesse.P
Credo di esser disceso soltanto di tre passi. e mi trovai in basso, e vidi un'ombra che guardava con insistenza verso di me, come se mi volesse riconoscere.
Credo di essere sceso solo tre passi, e mi trovai giù, e vidi uno che guardava solo me, come se volesse riconoscermi.
49
Temp'era già che l'aere s'annerava,Qma non sì che tra li occhi suoi e ' mieiRnon dichiarisse ciò che pria serrava.Q
In quel momento l'aria già si faceva buia, ma non tanto che a breve distanza non lasciasse scorgere chiaramente ciò che prima rendeva invìsibile.
Era già l'ora in cui l'aria si oscurava, ma non tanto che tra i suoi occhi e i miei non rendesse chiaro ciò che prima teneva nascosto.
52
Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:Rgiudice Nin gentil, quanto mi piacqueSquando ti vidi non esser tra ' rei!R
Egli si portò verso di me, e io andai verso di lui: o nobile giudice Nino, quanta gioia provai quando vidi che non eri tra i dannati!
Si avvicinò a me, e io mi avvicinai a lui: nobile giudice Nino, quanto mi fece piacere vederti non tra i dannati!
55
Nullo bel salutar tra noi si tacque;Spoi dimandò: «Quant'è che tu venistiTa piè del monte per le lontane acque?».S
58
«Oh!», diss'io lui, «per entro i luoghi tristiTvenni stamane, e sono in prima vita,Uancor che l'altra, sì andando, acquisti».T
Nessuna affettuosa espressione di saluto fu risparmiata fra noi; poi egli chiese: «Da quanto tempo sei giunto nell'antipurgatorio attraverso l'oceano?» «Oh!» gli risposi, «sono giunto questa mattina attraverso l'inferno, e sono ancora vivo, sebbene, facendo questo viaggio, io cerchi di guadagnare la vita eterna».
Non tralasciammo nessun bel saluto tra noi; poi domandò: «Quanto tempo è che arrivasti ai piedi del monte attraverso le acque lontane?». «Oh!», gli dissi io, «sono venuto stamattina passando dentro i luoghi tristi (l'inferno), e sono nella prima vita, anche se, andando così, mi guadagno l'altra».
61
E come fu la mia risposta udita,USordello ed elli in dietro si raccolseVcome gente di sùbito smarrita.U
All'udire la mia risposta, Sordello e Nino si ritrassero come chi è colto da improvviso smarrimento.
E appena fu udita la mia risposta, Sordello e lui si tirarono indietro come persone smarrite all'improvviso.
64
L'uno a Virgilio e l'altro a un si volseVche sedea lì, gridando:«Sù, Currado!Wvieni a veder che Dio per grazia volse».V
Sordello si volse a Virgilio e Nino Visconti a uno che stava seduto lì accanto, gridando: «Su, Corrado! vieni a vedere quale mirabile cosa Dio volle per grazia speciale».
Uno si voltò verso Virgilio e l'altro verso uno che sedeva lì, gridando: «Su, Corrado! Vieni a vedere ciò che Dio ha voluto per sua grazia».
67
Poi, vòlto a me: «Per quel singular gradoWche tu dei a colui che sì nascondeXlo suo primo perché, che non lì è guado,W
70
quando sarai di là da le larghe onde,Xdì a Giovanna mia che per me chiamiYlà dove a li 'nnocenti si risponde.X
Poi, rivolto a me, disse: «Per quella particolare gratitudine che tu devi a Dio che tiene così occulte le ragioni ultime del suo operare, che non esiste possibilità per l'uomo di giungere mai a comprenderle. quando ritornerai sulla terra, di' a Giovanna che preghi per me il cielo dove vengono esaudite le invocazioni delle anime innocenti.
Poi, voltato verso di me: «Per quella singolare gratitudine che devi a colui (Dio) che nasconde così il suo primo perché che non c'è modo di arrivarci, quando sarai al di là delle vaste acque, di' alla mia Giovanna che preghi per me là dove si dà ascolto agli innocenti.
73
Non credo che la sua madre più m'ami,Yposcia che trasmutò le bianche bende,Zle quai convien che, misera!, ancor brami.Y
Non credo che sua madre mi ami più, dopo che passò a seconde nozze (trasmutò le bianche bende: le vedove portavano veli bianchi su vesti nere), anche se accadrà che, infelice!, debba rimpiangere il suo primitivo stato vedovile.
Non credo che sua madre mi ami più, dopo che ha cambiato le bianche bende (vedovili), che, misera!, dovrà ancora rimpiangere.
76
Per lei assai di lieve si comprendeZquanto in femmina foco d'amor dura,AAse l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.Z
Dal suo esempio facilmente si comprende quanto poco duri in una donna il fuoco dell'amore, se di continuo non sia tenuto acceso dalla vista o dalla presenza dell'amato.
Attraverso di lei si capisce assai facilmente quanto duri in una donna il fuoco dell'amore, se la vista o il contatto non lo riaccendono spesso.
79
Non le farà sì bella sepulturaAAla vipera che Melanesi accampa,ABcom'avria fatto il gallo di Gallura».AA
82
Così dicea, segnato de la stampa,ABnel suo aspetto, di quel dritto zeloACche misuratamente in core avvampa.AB
L'insegna del biscione intorno alla quale i Milanesi sogliono porre il campo in tempo di guerra, quando sarà scolpita sul suo sepolcro non lo renderà così bello, come l'avrebbe reso il gallo di Gallura» Così parlava Nino, avendo impresso sul volto, quel giusto sdegno che senza eccedere gli ardeva nel cuore.
La vipera che i Milanesi portano in campo (lo stemma dei Visconti) non le farà una sepoltura così bella come le avrebbe fatto il gallo di Gallura». Così diceva, con il volto segnato dall'impronta di quel giusto sdegno che arde nel cuore con misura.
85
Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,ACpur là dove le stelle son più tarde,ADsì come rota più presso a lo stelo.AC
I miei occhi, avidi di novità, si volgevano con insistenza al cielo, sempre verso il polo dove le stelle girano più lente, allo stesso modo che i raggi di una ruota (si muovono più lenti) nella parte più vicina all'asse.
I miei occhi avidi andavano sempre al cielo, proprio là dove le stelle sono più lente, come una ruota nella parte più vicina all'asse.
88
E 'l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».ADE io a lui: «A quelle tre facelleAEdi che 'l polo di qua tutto quanto arde».AD
E la mia guida mi domandò: «Figliolo, che cosa quardi lassu?» Io gli risposi: «Guardo quelle tre piccole luci che illuminano tutto quanto il polo antartico». Perciò egli replicò:
E la mia guida: «Figliolo, che cosa guardi lassù?». E io a lui: «Quelle tre piccole fiaccole di cui questo polo è tutto illuminato».
91
Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelleAEche vedevi staman, son di là basse,AFe queste son salite ov'eran quelle».AE
«Le quattro stelle luminose che vedevi stamattina sono già scese sotto l'orizzonte, e queste sono salite al loro posto».
Per cui lui a me: «Le quattro stelle luminose che vedevi stamattina sono basse dall'altra parte, e queste sono salite dove erano quelle».
94
Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasseAFdicendo:«Vedi là 'l nostro avversaro»;AGe drizzò il dito perché 'n là guardasse.AF
Mentre Virgilio parlava, ecco che Sordello lo attirò a sé dicendo: «Vedi là il nostro avversario»; e indicò col dito il punto dove guardare.
Mentre parlava, Sordello lo tirò a sé dicendo: «Vedi là il nostro avversario»; e puntò il dito perché guardasse da quella parte.
97
Da quella parte onde non ha riparoAGla picciola vallea, era una biscia,AHforse qual diede ad Eva il cibo amaro.AG
Dal lato dove la valletta non è chiusa da alcuna sponda, c'era un serpente, simile forse a quello che diede a Eva il frutto, causa di tante amarezze.
Da quella parte dove la piccola valle non ha riparo c'era una biscia, forse come quella che diede a Eva il cibo amaro.
100
Tra l'erba e ' fior venìa la mala striscia,AHvolgendo ad ora ad or la testa, e 'l dossoAIleccando come bestia che si liscia.AH
Il serpe maligno veniva strisciando tra l'erba e i fiori, volgendo il capo ora a destra ora a sinistra, e leccandosi il dorso come una bestia che si liscia (con la lingua il pelo).
Tra l'erba e i fiori veniva il rettile malvagio, girando di tanto in tanto la testa, e leccandosi il dorso come una bestia che si liscia.
103
Io non vidi, e però dicer non posso,AIcome mosser li astor celestiali;AJma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.AI
Non riuscii a vedere, e perciò non posso dire, come spiccarono il volo i due angeli; ma vidi bene l'uno e l'altro dopo che si furono mossi.
Io non vidi, e perciò non posso dire, come si mossero gli astori celesti (gli angeli); ma vidi bene l'uno e l'altro in movimento.
106
Sentendo fender l'aere a le verdi ali,AJfuggì 'l serpente, e li angeli dier volta,AKsuso a le poste rivolando iguali.AJ
Al solo udire il rumore delle verdi ali che fendevano l'aria, il serpente fuggì, e allora gli angeli si voltarono, ritornando con volo concorde in alto ai loro posti di guardia.
Sentendo le ali verdi fendere l'aria, il serpente fuggì, e gli angeli si voltarono, tornando a volo insieme ai loro posti.
109
L'ombra che s'era al giudice raccoltaAKquando chiamò, per tutto quello assaltoALpunto non fu da me guardare sciolta.AK
L'anima che s'era accostata al giudice Nino, quando questi l'aveva chiamata durante tutto l'assalto (degli angeli contro il serpente) non si era per nulla distolta dal guardarmi.
L'ombra che si era avvicinata al giudice quando lui l'aveva chiamata, per tutto quell'assalto non smise un attimo di guardarmi.
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«Se la lucerna che ti mena in altoALtruovi nel tuo arbitrio tanta ceraAMquant'è mestiere infino al sommo smalto»,AL
115
cominciò ella, «se novella veraAMdi Val di Magra o di parte vicinaANsai, dillo a me, che già grande là era.AM
«Possa la grazia divina che ti è guida verso l'alto, trovare nella tua libera volontà tanta corrispondenza, quanta ne occorre per salire fino alla vetta del monte smaltata di verde» cominciò a dire, «se hai notizie certe della Val di Magra (in Lunigiana) o dei paesì vicini, dimmele, poiché un tempo io ero potente in quei luoghi.
«Possa la lampada (la grazia) che ti conduce in alto trovare nel tuo libero arbitrio tanta cera quanta ne serve per arrivare fino alla cima fiorita», cominciò quella, «se sai notizie vere della Val di Magra o di una zona vicina, dille a me, che un tempo là ero potente.
118
Fui chiamato Currado Malaspina;ANnon son l'antico, ma di lui discesi;AOa' miei portai l'amor che qui raffina».AN
121
«Oh!», diss'io lui, «per li vostri paesiAOgià mai non fui; ma dove si dimoraAPper tutta Europa ch'ei non sien palesi?AO
Mi chiamai Corrado Malaspina; non sono Corrado Malaspina il vecchio, ma da lui sono disceso: alla mia famiglia e alla sua potenza portai un amore che qui si purifica d'ogni scoria.» «Oh!» gli dissi, «non sono mai stato nei vostri paesi; ma vi può essere un luogo in tutta Europa dove essi non siano noti?
Mi chiamai Corrado Malaspina; non sono l'antico, ma discendo da lui; ai miei portai l'amore che qui si purifica». «Oh!», gli dissi io, «non sono mai stato nelle vostre terre; ma dove si abita, in tutta Europa, che esse non siano famose?
124
La fama che la vostra casa onora,APgrida i segnori e grida la contrada,AQsì che ne sa chi non vi fu ancora;AP
La fama che onora la vostra casata, esalta i signori e gli abitanti di tutta la regione, in modo tale che viene conosciuta anche da chi non è ancora passato per quei luoghi.
La fama che onora la vostra casata proclama i signori e proclama la regione, così che ne sa qualcosa anche chi non c'è mai stato;
127
e io vi giuro, s'io di sopra vada,AQche vostra gente onrata non si sfregiaARdel pregio de la borsa e de la spada.AQ
E vi giuro, così possa io salire fino alla vetta del monte, che la vostra nobile famiglia continua a fregiarsi delle virtù della liberalità e della prodezza.
e io vi giuro, così possa io andare in alto, che la vostra stirpe onorata non si priva del pregio della generosità e del valore in armi.
130
Uso e natura sì la privilegia,ARche, perché il capo reo il mondo torca,ASsola va dritta e 'l mal cammin dispregia».AR
L'abitudine alla virtù e l'indole naturale la pongono in una condizione così privilegiata, che, per quanto la cattiva guida del Papa e dell'Imperatore faccia deviare il mondo dalla retta via, essa sola continua nella strada della perfezione e disprezza il male.» Ed egli: «Ora va;
L'abitudine e la natura la privilegiano tanto che, anche se il capo malvagio (Roma o il papa) svia il mondo, essa sola va diritta e disprezza la cattiva strada».
133
Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorcaASsette volte nel letto che 'l MontoneATcon tutti e quattro i piè cuopre e inforca,AS
136
che cotesta cortese oppinioneATti fia chiavata in mezzo de la testaAUcon maggior chiovi che d'altrui sermone,AT
139
se corso di giudicio non s'arresta».AU
il sole non tornerà sette volte in quel tratto dell'eclittica che la costellazione dell'Ariete (con la quale il sole è ora in congiunzione) copre e cavalca con tutte e quattro le zampe ripiegate (cioè non passeranno sette anni), che questa gentile opinione (sulla mia famiglia) ti sarà fissata nella mente con argomenti più persuasivi che non siano i discorsi della gente, a meno che non si arresti il corso dei decreti divini».
E lui: «Ora va'; perché il sole non tornerà sette volte a coricarsi nel letto che l'Ariete copre e inforca con tutte e quattro le zampe, prima che questa tua cortese opinione ti sia inchiodata in mezzo alla testa con chiodi più forti delle parole altrui, se il corso del giudizio divino non si ferma».
Riassunto del canto VIII
Mentre scende il crepuscolo una delle anime della "valletta fiorita" intona l'inno « Te lucis ante terminum », subito seguita da tutte le altre, che volgono i loro occhi verso il cielo. Dante, seguendo la direzione di quello sguardo, scorge due angeli splendenti che si dirigono verso l'orlo della valle, ciascuno con una spada fiammeggiante e priva della punta. Sordello, dopo avere spiegato ai due pellegrini che essi provengono dal cielo per difendere quel gruppo di penitenti dall'assalto del demonio che fra poco li tenterà, invita Dante e Virgilio a scendere in mezzo ai principi. Un'anima osserva fissamente il Poeta: è il pisano Nino Visconti, al quale egli fu legato da affettuosa amicizia. A lui Dante rivela di essere ancora vivo, suscitando l'attonito stupore di tutte le anime, mentre Nino invita uno dei principi ad avvicinarsi ai due pellegrini, per osservare da vicino quel prodigio; poi, rivolto all'amico, lo prega di ricordarlo alla figlia Giovanna, dal momento che troppo presto la moglie si è dimenticata di lui, passando a seconde nozze. Ad un certo momento Sordello indica a Virgilio il serpente tentatore che avanza nella valle, ma i due angeli, calando come sparvieri, lo mettono in fuga. Parla poi l'ombra che Nino aveva chiamato accanto a sé. È Corrado Malaspina, signore della Lunigiana, che chiede notizie della sua famiglia, offrendo a Dante l'occasione di esaltarne la liberalità e la prodezza. Il canto si chiude con la solenne profezia dell'esilio del Poeta fatta dal Malaspina.
In breve
Dove e chi
Valletta dei principi: Principi negligenti. Attendono nella valle fiorita.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
La molteplicità di sentimenti e di immagini, di cui è ricco il canto, appare spontaneamente orientarsi verso un motivo centrale, con un processo di chiarificazione nel quale quei sentimenti e quelle immagini acquistano una loro organica e vivente unità, perché alla soglia del purgatorio vero e proprio l'anima si abbandona a una trepida e delicata rievocazione della vita passata, unita ad una rinascente e profonda gioia di vita spirituale, scandita dall'intervento delle potenze celesti. Queste, aiutando il generoso sforzo delle anime penitenti, iniziano un preludio circondato di mistero che introduce al mistero della visione e del sogno del canto seguente. Il motivo della vita umana come peregrinatio, che aveva avuto non uno sviluppo marginalmente didascalico o episodicamente lirico, ma una sicura e vivida tensione fin dai primi canti (cfr. in particolare il richiamo di Catone nel canto II, versi 120 sgg.), si arricchisce particolarmente, nel canto VIII, del sentimento dell'«esilio » dalla vera patria - il cielo - sentimento colto e descritto non nella sua immediatezza più inquieta e più tormentosa, ma attraverso la lucida proiezione nelle anime dell'antipurgatorio. Il desiderio di ritrovare sulla vetta del monte l'innocenza di un tempo, l'ansia di rigenerazione spirituale che anticipa l'ardore di carità dei beati, il concetto di speranza che informa tutti i gironi del purgatorio costituiscono, infatti, lo specchio della disposizione interiore di Dante, nel 'quale l'idea di questo esilio celeste si fonde con quello dalla sua patria terrena, in una rispondenza sentimentale che aderisce perfettamente al continuo alternarsi di attaccamento e di distacco dalla vita, che è uno dei motivi propulsori della seconda cantica. La similitudine iniziale, la preghiera dei principi, il sopraggiungere degli angeli e del serpente, l'incontro con Nino Visconti e Corrado Malaspina sono momenti sagacemente costruiti dal Poeta. Il suo occhio è fisso sulla bellezza letteraria dell'espressione e la sua mente si prepara ad alimentarsi delle sublimi conoscenze del purgatorio, senza abbandonare le care immagini della vita passata, senza respingere le esperienze di un tempo, distendendo anzi i suoi ricordi nella concretezza dell'esistenza terrena, ma accrescendoli e ampliandoli in una tonalità nuova, che nasce da quel particolare sentimento del tempo nel quale, secondo il Sanguineti, si cela e si esprime, insieme, il respiro stesso della poesia della Commedia. Nel marinaio e nel viandante, nei quali il passato e il presente si sovrappongono in una spirituale vibrazione, nell'anima che da sempre pare ripetere "d'altro non calme", nel canto liturgico che da secoli la Chiesa innalza, nella lotta fra le potenze del bene e la forza del male che riassume in un breve episodio il dramma continuo dell'umanità, il tempo sensibile si trasforma in tempo morale, in una misura cioè che non segna più il trascorrere degli anni, il susseguirsi delle generazioni, l'alternarsi della vita e della morte, ma definisce il ritmo di stati d'animo, di verità assolute che si manifestano nella realtà temporale per rimandare costantemente a quella eterna. Un canto dunque "il cui fascino più segreto e profondo è, forse, questo: una irreale sospensione fra la terra e il cielo, l'una ancor « presente e viva » e l'altro, già imminente, ma solo intravveduto e non ancora attinto. Un momento inesprimibile, in cui l'anima sta come tra due età: quella da cui si è distaccata e quella verso cui si muove; così che del mondo da cui si è dipartita reca ancora il ricordo; e forse il rimpianto; e del mondo al quale si avvia non ha che il presentimento dolce e, oserei dire, l'ineffabile sgomento. Un attimo, trepido e supremo, in cui le cose terrene stanno per venir meno per sempre e di quelle divine c'è solo nell'aria il misterioso preannuncio" (Sacchetto). L'accostamento e l'accordo dei diversi momenti del canto sono realizzati più con una combinazione di motivi musicali e figurativi che con un commento sentenzioso o moralistico, perché anche la profezia dell'esilio, rivelata attraverso l'ampia visione del sol che non si ricorca sette volte nel letto che 'l Montone con tutti e quattro i piè cuopre ed inforca, allontana ogni motivo più terreno e urgente - la visione del capo reo che porta il mondo verso il mal cammin - in una sfera di contemplativa e ascetica severità, dove la realtà delle debolezze umane e l'ostinato chinarsi dell'uomo verso il suo avversano rivelano la povera meschinità di una terra che ha come termine di confronto l'orizzonte del cielo con l'armonia delle sue rotazioni. Alcuni critici, pur rilevando l'estrema varietà di motivi di questo canto, tendono a considerarlo staccato dai due che lo precedono, perché la meditazione politica è dimenticata, mentre le quattro stelle, simbolo delle virtù cardinali, lasciano il posto alle tre facelle, emblema di quelle teologali, invitando il Poeta "a salire dal mondo della rettitudine naturale e delle virtù morali a quello presieduto dalla Grazia" (Fallani). Così il Croce afferma che "fresca risorge la poesia del cuore, quando Dante, rendendo vano l'udire di cose politiche, distornandosi dai discorsi di Sordello, s'immerge nella scena che gli si forma attorno e assiste a un mistero dell'anima, dell'anima che trepida e prega e invoca da Dio l'aiuto nelle tentazioni del male". In realtà si attua - attraverso il tono accorato della rassegna di Sordello - non un rovesciamento di contenuto, ma un passaggio ad un motivo di più scoperto colore sentimentale, dal mondo della violenza, della discordia, dell'errore alla pensosa figura dell'esule che quel mondo giudica e supera, perché si è ormai identificato nell'anima che giunse e levò ambo le palme... come dicesse a Dio: "D'altro non calme": "tra le modulazioni più intense, i toni acerbi e mordenti della rampogna trovano un correttivo e corrispettivo specialmente nell'elegia, nel rimpianto e compianto, in note di pathos niente affatto retorico, di nostalgica rammemorazione" (Grana).
vv. 1-6Era già l'ora che volge il disioai navicanti e 'ntenerisce il corelo dì c'han detto ai dolci amici addio;e che lo novo peregrin d'amorepunge, se ode squilla di lontanoche paia il giorno pianger che si more;Leggi nel testo
Il canto VIII si apre con una delle descrizioni più famose del tramonto in tutta la letteratura italiana. È l'ora che fa tornare il desiderio ai naviganti e intenerisce il cuore il giorno in cui hanno salutato gli amici, l'ora in cui il pellegrino appena partito sente una campana lontana che sembra piangere il giorno che muore.
In questi sei versi non succede nulla, ma c'è un sentimento preciso: la nostalgia di chi è lontano da casa. È lo stato d'animo delle anime del Purgatorio, in viaggio verso la loro vera patria, ed è anche quello di Dante esule, che aveva lasciato Firenze per sempre.
Subito dopo inizia una scena liturgica. Un'anima intona l'inno della sera, «Te lucis ante», e tutte le altre la seguono guardando il cielo. Due angeli con spade di fuoco spuntate scendono a proteggere la valletta, e quando il serpente arriva lo mettono in fuga. Il Purgatorio è un luogo in cui il tempo è scandito dalla preghiera, come in un monastero.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il serpente e gli angeli
Ne parla la scheda «La valletta dei principi» (Purg. VII).