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Indice dei canti
Dante e Virgilio, da un ponte di roccia, ascoltano una grande fiamma in cui si distingue un volto barbuto; in alto, come in una visione, un frate con l'aureola e un diavolo nero si contendono l'anima di un morente.
Guido da Montefeltro parla dalla fiamma: alla sua morte san Francesco e il diavolo si contesero l'anima
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XXVII

«Già era dritta in sù la fiamma e queta…»

Appena l’Ulisse ha finito di parlare, un’altra fiamma attira l’attenzione dei due poeti, agitandosi e rumoreggiando.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Versi
136 · 45 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
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Testo e parafrasi del canto XXVII

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Già era dritta in sù la fiamma e quetaAper non dir più, e già da noi sen giaBcon la licenza del dolce poeta,A

4

quand'un'altra, che dietro a lei venia,Bne fece volger li occhi a la sua cimaCper un confuso suon che fuor n'uscia.B

La fiamma si era già raddrizzata e stava ferma perché più non parlava, e già si allontanava da noi col permesso del caro Virgilio, quando un’altra, che sopraggiungeva dietro di lei, ci fece volgere lo sguardo verso la sua punta a causa di un mormorio che da essa proveniva.
Ormai la fiamma era dritta verso l'alto e quieta, per non dire altro, e già si allontanava da noi con il permesso del dolce poeta, quando un'altra, che veniva dietro di lei, ci fece volgere gli occhi verso la sua cima per un suono confuso che ne usciva.
7

Come 'l bue cicilian che mugghiò primaCcol pianto di colui, e ciò fu dritto,Dche l'avea temperato con sua lima,C

10

mugghiava con la voce de l'afflitto,Dsì che, con tutto che fosse di rame,Epur el pareva dal dolor trafitto;D

13

così, per non aver via né forameEdal principio nel foco, in suo linguaggioFsi convertian le parole grame.E

Come il toro siciliano che muggì per la prima volta, e ciò fu cosa giusta, con il lamento di colui che l’aveva costruito con i suoi arnesi, muggiva con il gemito del martirizzato, tanto che, sebbene fosse fatto di rame, sembrava che lui stesso soffrisse, così, non trovando all’inizio né una via né un’apertura attraverso il fuoco, le parole dolorose si mutavano nel suono di quest’ultimo.
Come il toro siciliano, che muggì per la prima volta con il pianto di colui che l'aveva forgiato con la sua lima, e ciò fu giusto, muggiva con la voce della vittima, così che, sebbene fosse di bronzo, sembrava tuttavia trafitto dal dolore; così, poiché all'inizio non avevano una via né un'apertura nel fuoco, le parole dolorose si trasformavano nel linguaggio del fuoco.
16

Ma poscia ch'ebber colto lor viaggioFsu per la punta, dandole quel guizzoGche dato avea la lingua in lor passaggio,F

19

udimmo dire: «O tu a cu' io drizzoGla voce e che parlavi mo lombardo,Hdicendo "Istra ten va, più non t'adizzo",G

Ma dopo che ebbero trovato la loro via verso l’alto attraverso la punta, comunicandole quella vibrazione che la lingua aveva loro impresso mentre passavano, udimmo dire: " O tu al quale rivolgo la parola e che or ora parlavi in dialetto lombardo, dicendo "Adesso vattene;
Ma dopo che ebbero trovato la loro strada su per la punta, dandole quella vibrazione che la lingua aveva dato loro nel passaggio, udimmo dire: «O tu a cui rivolgo la voce e che poco fa parlavi lombardo, dicendo “Ora vattene, non ti sollecito più”,
22

perch'io sia giunto forse alquanto tardo,Hnon t'incresca restare a parlar meco;Ivedi che non incresce a me, e ardo!H

più non ti sprono a parlare", sebbene io sia arrivato forse un po’ tardi, non ti dispiaccia rimanere a parlare con me: vedi che a me non rincresce, eppure brucio!
sebbene io sia arrivato forse un po' tardi, non ti dispiaccia fermarti a parlare con me; vedi che non dispiace a me, e brucio!
25

Se tu pur mo in questo mondo ciecoIcaduto se' di quella dolce terraJlatina ond'io mia colpa tutta reco,I

28

dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;Jch'io fui d'i monti là intra OrbinoKe 'l giogo di che Tever si diserra».J

Se tu proprio ora sei precipitato nell’inferno da quella amata terra italiana dalla quale ho portato tutti i miei peccati, dimmi se i Romagnoli sono in pace o in guerra; perché io nacqui nei monti là tra Urbino e il giogo da cui scaturisce il Tevere ".
Se proprio adesso sei caduto in questo mondo cieco da quella dolce terra italiana da cui porto tutta la mia colpa, dimmi se i Romagnoli sono in pace o in guerra; perché io fui dei monti là tra Urbino e il giogo da cui scaturisce il Tevere».
31

Io era in giuso ancora attento e chino,Kquando il mio duca mi tentò di costa,Ldicendo: «Parla tu; questi è latino».K

Stavo ancora attento e chinato verso il fondo, allorché Virgilio mi toccò nel fianco (tentò di costa), dicendo: " Parla tu; costui è italiano (latino) ".
Io ero ancora chinato verso il basso e attento, quando la mia guida mi toccò al fianco, dicendo: «Parla tu; costui è italiano».
34

E io, ch'avea già pronta la risposta,Lsanza indugio a parlare incominciai:M«O anima che se' là giù nascosta,L

37

Romagna tua non è, e non fu mai,Msanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;Nma 'n palese nessuna or vi lasciai.M

Ed io, che ero già preparato a rispondere, presi a parlare senza indugio: " O anima che sei celata laggiù, la tua Romagna non è, e non è mai stata, in pace nel cuore dei suoi signori; ma ora non vi lasciai alcun conflitto manifesto.
E io, che avevo già pronta la risposta, cominciai a parlare senza indugio: «O anima che sei nascosta laggiù, la tua Romagna non è, e non fu mai, senza guerra nei cuori dei suoi tiranni; ma guerra aperta, ora, non ne ho lasciata nessuna.
40

Ravenna sta come stata è molt'anni:Nl'aguglia da Polenta la si cova,Osì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.N

Ravenna si trova nella condizione in cui è stata per molti anni: l’aquila dei da Polenta se la custodisce, in modo da coprire con le ali anche Cervia.
Ravenna sta come è stata per molti anni: l'aquila dei da Polenta la cova, tanto che copre anche Cervia con le sue ali.
43

La terra che fé già la lunga provaOe di Franceschi sanguinoso mucchio,Psotto le branche verdi si ritrova.O

La città (la terra: Forlì) che già sostenne il lungo assedio e fece una strage di Francesi. è ora sotto il dominio degli artigli verdi (degli Ordelaffi).
La città che sostenne già il lungo assedio e fece dei Francesi un mucchio sanguinoso (Forlì) si trova sotto le zampe verdi (degli Ordelaffi).
46

E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,Pche fecer di Montagna il mal governo,Qlà dove soglion fan d'i denti succhio.P

E il vecchio Malatesta da Verrucchio e suo figlio, che fecero strazio di Montagna, là (a Rimini e nelle terre vicine) dove sono soliti farlo usano i denti a mo’ di succhiello.
E il mastino vecchio e quello nuovo da Verrucchio (i Malatesta), che fecero cattivo governo di Montagna, là dove sono soliti affondano i denti.
49

Le città di Lamone e di SanternoQconduce il lioncel dal nido bianco,Rche muta parte da la state al verno.Q

Le città bagnate dal Lamone (Faenza) e dal Santerno (Imola) sono governate dal piccolo leone in campo bianco, che cambia partito da una stagione all’altra.
Le città sul Lamone e sul Santerno (Faenza e Imola) le governa il leoncello in campo bianco, che cambia partito dall'estate all'inverno.
52

E quella cu' il Savio bagna il fianco,Rcosì com'ella sie' tra 'l piano e 'l monteStra tirannia si vive e stato franco.R

E Cesena che è bagnata dal Savio, così com’è sistemata tra la pianura e l’ Appennino, vive tra la tirannide e la libertà. Ora ti prego di raccontarci chi sei:
E quella a cui il Savio bagna il fianco (Cesena), così come si trova tra la pianura e il monte, vive tra tirannide e libertà.
55

Ora chi se', ti priego che ne conte;Snon esser duro più ch'altri sia stato,Tse 'l nome tuo nel mondo tegna fronte».S

non essere restio a parlare più che non lo sia stato io, se vuoi che il tuo nome abbia nel mondo una fama duratura ".
Ora ti prego di raccontarci chi sei; non essere più restio di quanto sia stato un altro (io con te), così che il tuo nome nel mondo resista a lungo».
58

Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiatoTal modo suo, l'aguta punta mosseUdi qua, di là, e poi diè cotal fiato:T

Dopo che la fiamma ebbe alquanto rumoreggiato com’era solita fare, mosse la cima aguzza di qua e di là, e poi pronunciò tali parole:
Dopo che il fuoco ebbe rumoreggiato un po' a modo suo, mosse la punta aguzza di qua e di là, e poi emise queste parole:
61

«S'i' credesse che mia risposta fosseUa persona che mai tornasse al mondo,Vquesta fiamma staria sanza più scosse;U

" Se io pensassi che la mia risposta fosse data a una persona che prima o poi tornasse sulla terra, questa fiamma sarebbe silenziosa;
«Se io credessi di rispondere a una persona che dovesse mai tornare nel mondo, questa fiamma resterebbe senza più muoversi;
64

ma però che già mai di questo fondoVnon tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,Wsanza tema d'infamia ti rispondo.V

ma poiché da questo abisso mai alcuno ritornò vivo, se è vero ciò che mi si dice, ti rispondo senza timore d’essere coperto d’infamia.
ma poiché nessuno è mai tornato vivo da questo fondo, se sento il vero, ti rispondo senza paura del disonore.
67

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,Wcredendomi, sì cinto, fare ammenda;Xe certo il creder mio venìa intero,W

70

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,Xche mi rimise ne le prime colpe;Ye come e quare, voglio che m'intenda.X

Fui guerriero, e poi frate francescano, ritenendo che, cinto da quel cordiglio, avrei riparato (alle mie colpe); e sicuramente ciò che io credevo si sarebbe avverato del tutto, se non fosse stato per il papa, che mal gliene incolga!, che mi ece ricadere nei peccati di prima; e voglio che tu ascolti in qual modo e perché.
Io fui uomo d'armi, e poi fui frate francescano, credendo, cinto del cordone, di espiare i peccati; e certamente la mia speranza si sarebbe avverata, se non fosse stato per il gran prete (il papa), che gli venga un malanno!, che mi rimise nelle colpe di prima; e come e perché, voglio che tu lo sappia.
73

Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpeYche la madre mi diè, l'opere mieZnon furon leonine, ma di volpe.Y

Finché fui il principio informativo (forma lui: in quanto anima, nel significato solito della Scolastica) del corpo che mi diede mia madre (cioè: finché fui vivo), le mie azioni non furono il risultato della forza, ma dell’astuzia (di volpe).
Finché fui la forma (l'anima) di ossa e carne che mia madre mi diede, le mie azioni non furono da leone, ma da volpe.
76

Li accorgimenti e le coperte vieZio seppi tutte, e sì menai lor arte,AAch'al fine de la terra il suono uscie.Z

Io conobbi tutte le astuzie e tutti i raggiri, e li usai così bene, che la loro fama raggiunse i confini del mondo.
Conobbi tutte le astuzie e le vie nascoste, e ne praticai l'arte in modo tale che la fama arrivò fino ai confini della terra.
79

Quando mi vidi giunto in quella parteAAdi mia etade ove ciascun dovrebbeABcalar le vele e raccoglier le sarte,AA

82

ciò che pria mi piacea, allor m'increbbe,ABe pentuto e confesso mi rendei;ACahi miser lasso! e giovato sarebbe.AB

Quando mi accorsi di essere arrivato a quell’età (la vecchiaia) in cui ognuno dovrebbe ammainare le vele e radunare le sartie, quello che prima mi era piaciuto, allora mi dispiacque, e dopo essermi pentito e confessato mi feci frate; ah povero infelice!, e ciò mi avrebbe giovato.
Quando mi vidi giunto a quella parte della mia età in cui ciascuno dovrebbe calare le vele e raccogliere le corde, ciò che prima mi piaceva allora mi dispiacque, e pentito e confessato mi feci frate; ahimè misero! E mi sarebbe servito.
85

Lo principe d'i novi Farisei,ACavendo guerra presso a Laterano,ADe non con Saracin né con Giudei,AC

88

ché ciascun suo nimico era cristiano,ADe nessun era stato a vincer AcriAEné mercatante in terra di Soldano;AD

91

né sommo officio né ordini sacriAEguardò in sé, né in me quel capestroAFche solea fare i suoi cinti più macri.AE

Il capo (Bonifacio VIII) dei Farisei dei nostri giorni, conducendo una guerra vicino a Roma, e non contro Saraceni né contro Ebrei (cioè contro i nemici della religione cattolica), giacché ogni suo avversario era cristiano, ma nessuno era stato a conquistare Acri né a commerciare nel paese dei Sultano, non rispettò in sé né l’elevato incarico né gli ordini sacerdotali, né in me quel cordone francescano che rendeva un tempo più magro chi se ne cingeva.
Il principe dei nuovi Farisei (papa Bonifacio VIII), avendo una guerra vicino al Laterano, e non con Saraceni né con Giudei, perché ciascun suo nemico era cristiano, e nessuno era stato a conquistare Acri né a commerciare nella terra del sultano; non rispettò in sé né il sommo ufficio né gli ordini sacri, né in me quel cordone che un tempo rendeva più magri quelli che ne erano cinti.
94

Ma come Costantin chiese SilvestroAFd'entro Siratti a guerir de la lebbre;AGcosì mi chiese questi per maestroAF

97

a guerir de la sua superba febbre:AGdomandommi consiglio, e io tacettiAHperché le sue parole parver ebbre.AG

Ma come l’imperatore Costantino mandò a chiamare dalla grotta dei monte Soratte papa Silvestro I per essere guarito dalla lebbra, così quegli mi fece andare da lui come medico per guarirlo dalla febbre della sua superbia: mi chiese consiglio, e io tacqui, perché le sue parole mi sembrarono dissennate. Egli poi disse: "Non aver timore;
Ma come Costantino chiamò Silvestro dal monte Soratte per guarirlo dalla lebbra, così costui mi chiamò come maestro per guarirlo dalla sua febbre di superbia: mi chiese consiglio, e io tacqui perché le sue parole mi sembrarono da ubriaco.
100

E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;AHfinor t'assolvo, e tu m'insegna fareAIsì come Penestrino in terra getti.AH

t’assolvo fin d’ora, e tu indicami il modo di abbattere Palestrina. E’ in mio potere chiudere e aprire. come tu ben sai, il regno dei cieli;
E poi disse ancora: “Il tuo cuore non abbia timore; fin d'ora ti assolvo, e tu insegnami a fare in modo di abbattere Palestrina.
103

Lo ciel poss'io serrare e diserrare,AIcome tu sai; però son due le chiaviAJche 'l mio antecessor non ebbe care".AI

perciò due sono le chiavi che il mio predecessore (Celestino V, che rinunciò al trono pontificio) rifiutò ".
Io posso chiudere e aprire il cielo, come sai; perciò sono due le chiavi che il mio predecessore (Celestino V) non ebbe care”.
106

Allor mi pinser li argomenti graviAJlà 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,AKe dissi: "Padre, da che tu mi laviAJ

109

di quel peccato ov'io mo cader deggio,AKlunga promessa con l'attender cortoALti farà triunfar ne l'alto seggio".AK

Allora i fondati argomenti mi spinsero là dove il silenzio mi parve la risoluzione peggiore, per cui dissi: "Padre, giacché tu mi assolvi da quella colpa in cui ora devo cadere, promettere molto e mantenere poco ti faranno trionfare (sui tuoi nemici) nell’eccelso tuo trono".
Allora gli argomenti gravi mi spinsero là dove mi parve che tacere fosse la cosa peggiore, e dissi: “Padre, dal momento che mi lavi di quel peccato in cui ora devo cadere, promettere molto e mantenere poco ti farà trionfare sull'alto seggio”.
112

Francesco venne poi com'io fu' morto,ALper me; ma un d'i neri cherubiniAMli disse: "Non portar: non mi far torto.AL

Giunse poi San Francesco, non appena fui spirato, per prendere la mia anima; ma uno dei diavoli gli disse: "Non portarla via con te: non farmi torto.
Poi, appena fui morto, san Francesco venne a prendermi; ma uno dei neri cherubini (un diavolo) gli disse: “Non portarlo via: non farmi torto.
115

Venir se ne dee giù tra ' miei meschiniAMperché diede 'l consiglio frodolente,ANdal quale in qua stato li sono a' crini;AM

Egli deve venire nell’inferno tra i miei sudditi perché ha dato il consiglio ingannatore, dopo il quale sono stato sempre pronto ad afferrarlo per i capelli;
Deve venire giù tra i miei dannati perché diede il consiglio fraudolento, dal quale fino a ora gli sono stato attaccato ai capelli;
118

ch'assolver non si può chi non si pente,ANné pentere e volere insieme puossiAOper la contradizion che nol consente".AN

non si può infatti assolvere chi non si pente. né è possibile pentirsi e peccare al tempo stesso perché è cosa contraddittoria ". Oh misero me!
perché non si può assolvere chi non si pente, né ci si può pentire e volere (il peccato) allo stesso tempo, per la contraddizione che non lo permette”.
121

Oh me dolente! come mi riscossiAOquando mi prese dicendomi: "ForseAPtu non pensavi ch'io loico fossi!".AO

come trasalii quando mi ghermì dicendomi: "Forse non pensavi che io fossi logico!" Mi condusse da Minosse;
Oh me sventurato! Come trasalii quando mi prese dicendomi: “Forse non pensavi che fossi un logico!”.
124

A Minòs mi portò; e quelli attorseAPotto volte la coda al dosso duro;AQe poi che per gran rabbia la si morse,AP

e quello avvolse otto volte la coda intorno al suo duro dorso; e dopo essersela morsicata per la grande ira, disse:
Mi portò da Minosse; e lui attorcigliò otto volte la coda intorno al dorso duro; e dopo essersela morsa per la gran rabbia,
127

disse: "Questi è d'i rei del foco furo";AQper ch'io là dove vedi son perduto,ARe sì vestito, andando, mi rancuro».AQ

" Costui è uno dei peccatori che il fuoco sottrae alla vista"; perciò io sono dannato nel luogo che vedi, e così avvolto dalle fiamme, camminando, mi cruccio.
disse: “Costui è dei peccatori del fuoco che nasconde”; per cui sono dannato là dove mi vedi, e così vestito, camminando, mi tormento».
130

Quand'elli ebbe 'l suo dir così compiuto,ARla fiamma dolorando si partio,AStorcendo e dibattendo 'l corno aguto.AR

" Quando ebbe così finito di parlare, la fiamma si allontanò gemendo di dolore, torcendo e dibattendo la punta aguzza.
Quando ebbe così finito il suo discorso, la fiamma se ne andò dolorante, torcendo e agitando la punta aguzza.
133

Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,ASsu per lo scoglio infino in su l'altr'arcoATche cuopre 'l fosso in che si paga il fioAS

136

a quei che scommettendo acquistan carco.AT

Noi proseguimmo oltre, sia io che Virgilio, su per il ponte fino al successivo che copre la bolgia nella quale è scontata la pena da parte di coloro che, suscitando discordia, si gravano del peso della colpa.
Noi passammo oltre, io e la mia guida, su per il ponte di roccia fino all'altro arco che copre la fossa in cui pagano la pena quelli che, seminando discordia, si caricano di colpa.

Riassunto del canto XXVII

Appena l’Ulisse ha finito di parlare, un’altra fiamma attira l’attenzione dei due poeti, agitandosi e rumoreggiando. Quando infine il sibilo riesce a trasformarsi in parole, la fiamma chiede a Virgilio, che ha riconosciuto per italiano dal modo di parlare, notizie sulla Romagna. Su invito del maestro, Dante delinea un quadro delle condizioni politiche di quella regione, dominata da tiranni sempre pronti alla guerra; poi chiede al peccatore chi egli sia. E quello si fa conoscere, certo di parlare a chi mai potrà tornare fra i vivi, per riferire intorno alla sua pena eterna. "Fui guerriero - dice - e poi frate francescano, credendo in tal modo di riparare al male da me fatto. E non sarei qui fra i dannati, se non fosse stato il pontefice stesso a farmi ricadere nella vita malvagia alla quale avevo voltato le spalle. Nel periodo in cui, con somma ipocrisia, aveva bandito una crociata contro gli stessi cristiani (la famiglia romana dei Colonna), senza alcun ritegno, fattomi chiamare, Bonifacio VIII mi chiese che gli suggerissi il modo migliore per impadronirsi della roccaforte di Palestrina. Le sue parole mi parvero quelle di un uomo fuori di senno. Tacqui. Allora, dopo avermi ricordato che era in suo potere aprire e chiudere le porte del cielo, mi assolse dal peccato che avrei commesso dandogli il consiglio richiesto. Fu così che gli suggerii di promettere molto ai suoi nemici per poi non tenere fede alle promesse. Quando morii, San Francesco venne per portare la mia anima in cielo, ma il diavolo lo fermò con queste parole: "Quest’anima deve seguirmi nel regno dell’eterna dannazione, poiché è contraddittorio che ci si possa pentire di una colpa che si ha l’intenzione di compiere. Io sono uno spirito logico". Quando fui davanti a Minosse questi avvolse otto volte la coda intorno al suo corpo, destinandomi in tal modo nel cerchio ottavo." Ciò detto, la fiamma si allontana. I due pellegrini procedono oltre e giungono sul ponte che sovrasta la bolgia dei seminatori di discordia.

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

L’episodio di Ulisse e quello di Guido da Montefeltro, i due grandi fraudolenti dell’ottava bolgia, si contrappongono l’uno all’altro come le due parti di un dittico. Da un lato il Poeta ci presenta l’antichità pagana in una delle sue più alte manifestazioni, dall’altro la cronaca dei suoi tempi, imbevuti di spirito cristiano e consapevoli, a differenza dell’umanità incarnata da Ulisse, della ineliminabile imperfezione della natura umana. L’episodio di Ulisse è svolto nello stile dell’alta tragedia, di Guido avanza esplicitamente, fin dall’inizio, la soluzione del plurilinguismo (e che parlavi mo lombardo, dicendo "Istra ten va; più non t’adizzo"): mescolanza di stili che appare originarsi in una concezione del sublime opposta a quella degli antichi ed ha, come ha mostrato l’Auerbach, il suo modello nella Sacra Scrittura: è a questa mescolanza di stili che compete, secondo quanto Dante stesso ha dichiarato nell’Epistola a Cangrande della Scala, I’appellativo di "commedia". La tragedia di Ulisse rimane estranea al peccato che ha condannato l’eroe nella bolgia dei consiglieri fraudolenti; quella di Guido al contrario si identifica interamente con questo peccato (perché diede il consiglio frodolente). La figura di Ulisse, perché possa inquadrarsi nella cornice teologica che regge l’intero poema, deve essere fatta oggetto di una interpretazione moralizzata in senso "simbolico-figurale" (cfr. in proposito le osservazioni del Mattalia: canto XXVI, versi 109-111); quella di Guido non ha bisogno di una siffatta moralizzazione: Guido infatti analizza con una lucidità ed un rigore concettuale inconcepibili anteriormente all’affermarsi della Scolastica (e come e quare) le fasi ed il senso della propria perdizione. Il linguaggio di Ulisse, proprio perché l’eroe greco ignora Dio e il rimorso, è di una semplicità estrema, volto a rendere conto unicamente dei fatti; quello di Guido è contraddittorio e complesso, fin dalle sue prime parole: pesa sul montefeltrano il carico delle proprie colpe, egli è consapevole di aver trasgredito una legge superiore a quella degli uomini, superiore agli stessi suggerimenti del vicario di Dio in terra. La sua è una consapevolezza tanto più dolorosa, quanto più cauto è stato il coordinarsi delle sue azioni in vista del fine che si è proposto di raggiungere, quanto più prudente il significato da lui attribuito ad esse. Questo guerriero non ha smentito, nemmeno negli ultimi anni di vita, la sua fama di uomo astuto: ha saputo spogliarsi dell’armatura e cingersi di un umile cordiglio nel momento ritenuto più opportuno (ove ciascun dovrebbe...) per una tale conversione. Mai la sua volontà di dominio ha conosciuto un cedimento, una caduta nella spontaneità, nella fede genuina, mai ha saputo fare sacrificio di sé a Dio, mai Guido ha chiesto al Redentore di redimerlo dalla cupidigia di affermarsi al disopra e a danno degli altri, di riscattarlo dal desiderio di una gloria effimera. Quando comprese di dover fare i conti, oltre che con gli uomini, con Dio, da buon calcolatore, da esperta volpe, si illuse di poter usare anche con Dio quell’astuzia che lo aveva reso potente ed invidiato fra gli uomini (e sì menai lor arte, ch’al fine della terra il suono uscìe). È questa l’origine del suo peccato, la ragione profonda per la quale si indusse ad aderire alla richiesta formulata con ebbre parole da Bonifacio VIII.La sua conversione era stata soltanto formale, dettata dall’opportunità, dalla convenienza, il cordiglio francescano non aveva cinto un uomo nuovo. Perciò, di fronte alla proposta di Bonifacio, egli è colto sì da un senso di smarrimento e di orrore, ma questo smarrimento e questo orrore palesano unicamente la sua paura di mettere a repentaglio la salvezza della propria anima, per la quale ha tanto penato, non considerano l’empietà di questa proposta in sé, per quanto essa contiene di antitetico al messaggio cristiano. Guido da Montefeltro trova in Bonifacio VIII un essere più di lui assetato di potere, più di lui smaliziato nel gioco dei compromessi con le coscienze. Dall’alto del suo seggio il principe de’ novi Farisei sembra aver perduto la nozione che un Dio esiste indipendentemente dalle affermazioni e dai capricci umani (lo ciel poss’io serrare e diserrare), che esiste un ordine giusto che non può essere costretto nei cavilli e nelle scappatoie di una formula di assoluzione dettata dall’odio e dalla sete di vendetta. Guido è tratto in inganno da Bonifacio VIII perché costui rappresenta, nel male, un termine di perfezione irraggiungibile. Gli scrupoli che ostacolano lo emergere nella coscienza di Guido del suo essere di sempre - spregiudicato circa i mezzi da usare per vincere ogni volta che non abbia a soffrirne la propria persona o la proiezione di esse nel mondo (il potere, la fama) - sembrano non aver mai sfiorato l’animo del suo beffardo antagonista e signore. Di fronte a questa fermezza inumana e grandiosa - che nessuna esitazione morale, nessun sospetto metafisico riescono a scalfire - Guido, il razionalizzatore, capitola, come preso nelle spire di un fascino che lo restituisce interamente alla sua natura peccaminosa. Secondo una suggestiva osservazione del Mattalia, nel drammatico colloquio che lo oppone al pontefice, Guido, proprio perché è rimasto l’uomo di sempre, irretito negli appetiti del mondo anche quando ha calcolato di liberarsene - anzi, maggiormente irretito in essi proprio nell’atto in cui ha voluto dare ad intendere, alla sua coscienza e a Dio, di essersene liberato - appare "incapace di realizzare in sé l’unione del candore della colomba e della prudenza del serpente consigliata dal noto precetto evangelico"; la sua anima non è infatti "né sufficientemente candida né, per neutralizzante effetto del candore, sufficientemente astuta quando pur le avrebbe giovato esser tale per conservare il tesoro del suo stesso candore".

Personaggi del canto XXVII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Dannato

Guido da Montefeltro

Inferno · VIII cerchio, consiglieri fraudolenti

Condottiero ghibellino ingannato da Bonifacio VIII con un'assoluzione anticipata.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Inferno · Canto XXVII Liceo

Due Montefeltro, due destini

vv. 112-120Francesco venne poi com'io fu' morto,per me; ma un d'i neri cherubinili disse: "Non portar: non mi far torto.Venir se ne dee giù tra ' miei meschiniperché diede 'l consiglio frodolente,dal quale in qua stato li sono a' crini;ch'assolver non si può chi non si pente,né pentere e volere insieme puossiper la contradizion che nol consente".Leggi nel testo

Guido da Montefeltro, celebre condottiero ghibellino, a fine vita si era fatto frate francescano. Ma papa Bonifacio VIII gli chiese un consiglio per conquistare la città di Palestrina, promettendogli in anticipo il perdono. Guido diede il consiglio fraudolento. Quando morì, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un diavolo lo fermò: non si può essere assolti prima di peccare e pentirsi insieme, «per la contradizion che nol consente».

Nel canto V del Purgatorio Dante incontra suo figlio Buonconte, morto nella battaglia di Campaldino. Le due scene sono costruite in modo speculare. Anche lì angelo e diavolo si contendono un'anima, ma vince l'angelo, perché Buonconte, prima di morire, ha pianto sinceramente invocando Maria. Al diavolo resta solo il corpo.

Dante va contro l'opinione comune: Guido era considerato un uomo convertito, Buonconte un peccatore. Il messaggio è che contano solo la sincerità del pentimento e la libertà della coscienza, non l'abito religioso né le promesse della Chiesa.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La lingua di fuoco

Ne parla la scheda «Ulisse e il folle volo» (Inf. XXVI).

Guido da Montefeltro

Ne parla la scheda «Manfredi e la bontà infinita» (Purg. III).

Guido, padre di Buonconte

Ne parla la scheda ««Ricorditi di me, che son la Pia»» (Purg. V).