Nella selva dei suicidi il ramo spezzato fa sanguinare e parlare Pier delle Vigne
Inferno · VII cerchio
Inferno, Canto XIII
«Non era ancor di là Nesso arrivato…»
I due poeti si addentrano nel secondo girone del settimo cerchio, in un bosco di piante secche, contorte e spinose, abitato dalle mostruose Arpie, uccelli dal volto umano.
Luogo
VII cerchio
Anime e colpe
Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte
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Testo e parafrasi del canto XIII
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Non era ancor di là Nesso arrivato,Aquando noi ci mettemmo per un boscoBche da neun sentiero era segnato.A
Nesso non era, ancora arrivato di là (dal guado), quando noi entrammo in un bosco che non aveva alcuna traccia di sentieri.
Nesso non era ancora arrivato dall'altra parte, quando noi ci incamminammo in un bosco che non era segnato da alcun sentiero.
4
Non fronda verde, ma di color fosco;Bnon rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;Cnon pomi v'eran, ma stecchi con tòsco:B
Non c’erano foglie verdi, ma di colore scuro; non rami lisci e diritti, ma nodosi e contorti; non frutti, ma spine con veleno:
Non c'erano foglie verdi, ma di colore scuro; non rami diritti, ma nodosi e contorti; non c'erano frutti, ma spine velenose:
7
non han sì aspri sterpi né sì foltiCquelle fiere selvagge che 'n odio hannoDtra Cecina e Corneto i luoghi cólti.C
quegli animali selvaggi che (in Maremma) tra il fiume Cecina e la località di Corneto odiano i luoghi coltivati, non hanno (per loro dimora) macchie così irte e pungentì e così folte.
le bestie selvagge che tra Cecina e Corneto odiano i luoghi coltivati non hanno sterpaglie così aspre né così fitte.
10
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,Dche cacciar de le Strofade i TroianiEcon tristo annunzio di futuro danno.D
Qui fanno i loro nidi le sozze Arpie, che costrinsero alla fuga dalle isole Strofadi i Troiani con la funesta profezia di mali futuri.
Qui fanno i loro nidi le orribili Arpie, che cacciarono i Troiani dalle isole Strofadi con il triste annuncio di una sventura futura.
13
Ali hanno late, e colli e visi umani,Epiè con artigli, e pennuto 'l gran ventre;Ffanno lamenti in su li alberi strani.E
Hanno ali larghe, colli e facce di esseri umani, piedi con artigli, e il grande ventre coperto di penne; si lamentano, in modo strano, sugli alberi. E il valente maestro:
Hanno ali larghe, colli e volti umani, piedi con artigli e il grande ventre coperto di piume; lanciano lamenti sopra gli alberi strani.
16
E 'l buon maestro «Prima che più entre,Fsappi che se' nel secondo girone»,Gmi cominciò a dire, «e sarai mentreF
19
che tu verrai ne l'orribil sabbione.GPerò riguarda ben; sì vederaiHcose che torrien fede al mio sermone».G
" Prima che tu ti inoltri, sappi che sei nel secondo girone " cominciò a dirmi, " e vi starai fino a quando tu arriverai all’orribile distesa sabbiosa: perciò guarda ripetutamente e con attenzione; così facendo vedrai cose tali che toglierebbero credito alle mie parole".
E il buon maestro cominciò a dirmi: «Prima che tu entri più avanti, sappi che sei nel secondo girone, e ci sarai finché non arriverai all'orribile distesa di sabbia. Perciò guarda bene; così vedrai cose che, se te le raccontassi, toglierebbero credibilità alle mie parole».
22
Io sentia d'ogne parte trarre guai,He non vedea persona che 'l facesse;Iper ch'io tutto smarrito m'arrestai.H
lo sentivo da ogni parte emettere lamenti acuti, e non vedevo nessuno che li facesse; per questo tutto smarrito mi fermai.
Io sentivo da ogni parte levarsi lamenti, e non vedevo nessuno che li facesse; per cui mi fermai tutto smarrito.
25
Cred'io ch'ei credette ch'io credesseIche tante voci uscisser, tra quei bronchiJda gente che per noi si nascondesse.I
28
Però disse 'l maestro: «Se tu tronchiJqualche fraschetta d'una d'este piante,Kli pensier c'hai si faran tutti monchi».J
Ritengo che Virgilio pensasse che io credessi che voci così numerose uscissero, (passando) tra quegli alberi secchi, da gente che si nasc:ondesse a noi. Perciò il maestro disse: " Se tu spezzi un qualsiasi ramoscello di una di queste piante, i tuoi pensieri si dimostreranno tutti erronei ".
Io credo che lui credette che io credessi che tante voci uscissero, tra quei rami, da persone che si nascondessero per causa nostra. Perciò il maestro disse: «Se spezzi qualche rametto di una di queste piante, i pensieri che hai si interromperanno tutti».
31
Allor porsi la mano un poco avante,Ke colsi un ramicel da un gran pruno;Le 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».K
Allora stesi la mano un poco in avanti, e colsi un ramoscello da un grande albero spinoso; e il suo tronco gridò: " Perché mi schianti?
Allora allungai un poco la mano in avanti, e colsi un rametto da un grande pruno; e il suo tronco gridò: «Perché mi spezzi?».
34
Da che fatto fu poi di sangue bruno,Lricominciò a dir: «Perché mi scerpi?Mnon hai tu spirto di pietade alcuno?L
" Poi, dopo che si coprì di sangue, ricominciò a dire: " Perché mi strappi? non hai tu alcun senso di pietà?
Dopo che si fu macchiato di sangue scuro, ricominciò a dire: «Perché mi strappi? Non hai alcun sentimento di pietà?
37
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:Mben dovrebb'esser la tua man più pia,Nse state fossimo anime di serpi».M
Fummo uomini, e ora siamo trasformati in piante selvatiche: la tua mano dovrebbe essere anche più pietosa, se fossimo state anime di serpi ".
Fummo uomini, e ora siamo diventati sterpi: la tua mano dovrebbe essere ben più pietosa, anche se fossimo state anime di serpenti».
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Come d'un stizzo verde ch'arso siaNda l'un de'capi, che da l'altro gemeOe cigola per vento che va via,N
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sì de la scheggia rotta usciva insiemeOparole e sangue; ond'io lasciai la cimaPcadere, e stetti come l'uom che teme.O
Come da un tizzone verde al quale ad una estremità sia appiccato il fuoco, che dall’altra stilla gocce di umore e stride a causa dell’arla interna che ne esce, allo stesso modo dal ramo rotto uscivano insieme parole e sangue; perciò io lasciai cadere il ramoscello, e rimasi immobile come chi ha paura.
Come da un tizzone verde che sia acceso da una delle estremità, che dall'altra gocciola e sfrigola per l'aria che esce, così dal ramo spezzato uscivano insieme parole e sangue; per cui io lasciai cadere la punta del ramo, e restai come l'uomo che ha paura.
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«S'elli avesse potuto creder prima»,Prispuose 'l savio mio, «anima lesa,Qciò c'ha veduto pur con la mia rima,P
"Se egli avesse potuto credere senza provare" rispose il saggio Virgilio: "o anima ferita, ciò che ha veduto soltanto per mezzo della mia poesia, non avrebbe stesa la mano contro di te;
«Se lui avesse potuto credere prima, anima ferita», rispose il mio saggio, «ciò che ha visto soltanto nei miei versi,
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non averebbe in te la man distesa;Qma la cosa incredibile mi feceRindurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.Q
ma la cosa, in sé incredibile, mi spinse a indurlo a compiere un atto che rincresce a me per primo.
non avrebbe steso la mano su di te; ma la cosa incredibile mi fece spingerlo a un'azione che pesa a me stesso.
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Ma dilli chi tu fosti, sì che 'n veceRd'alcun'ammenda tua fama rinfreschiSnel mondo sù, dove tornar li lece».R
Ma digli chi tu fosti, cosicché invece di un qualche risarcimento ravvivi la tua fama nel mondo dei vivi, dove gli è lecito ritornare. " E il tronco (disse):
Ma digli chi fosti, così che, come risarcimento, ravvivi la tua fama nel mondo di lassù, dove gli è concesso tornare».
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E 'l tronco: «Sì col dolce dir m'adeschi,Sch'i' non posso tacere; e voi non graviTperch'io un poco a ragionar m'inveschi.S
" Mi attiri, con l’esca delle tue dolci parole in modo tale, che io non posso tacere; e a voi non pesi se io mi trattengo un poco a discorrere.
E il tronco: «Mi attiri tanto con le tue dolci parole che non posso tacere; e a voi non dispiaccia se io mi lascio prendere un poco dal parlare.
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Io son colui che tenni ambo le chiaviTdel cor di Federigo, e che le volsi,Userrando e diserrando, sì soavi,T
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che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:Ufede portai al glorioso offizio,Vtanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.U
Io sono colui, che tenni tutte e due le chiavi del cuore di Federico, e che le girai, aprendo e chiudendo, così delicatamente, che esclusi quasi ogni altra persona dalla sua intimità: fui tanto fedele al mio glorioso incarico, che a causa di ciò perdetti la quiete e la salute.
Io sono colui (Pier delle Vigne) che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico, e che le girai, chiudendo e aprendo, con tanta dolcezza che allontanai quasi tutti gli altri dalla sua confidenza: fui fedele al glorioso incarico, tanto che ne persi il sonno e la salute.
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La meretrice che mai da l'ospizioVdi Cesare non torse li occhi putti,Wmorte comune e de le corti vizio,V
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infiammò contra me li animi tutti;We li 'nfiammati infiammar sì Augusto,Xche ' lieti onor tornaro in tristi lutti.W
L’invidia, rovina di tutti è male delle corti, che mai ha distolto il suo sguardo disonesto dalla corte imperiale, aizzò tutti gli animi contro di me; e gli aizzati aizzarono tanto l’imperatore, che le gloriose onorificenze si convertirono in cupi dolori.
La prostituta (l'invidia) che non distolse mai gli occhi disonesti dalla dimora di Cesare (dalla corte imperiale), rovina di tutti e vizio delle corti, infiammò contro di me tutti gli animi; e quelli infiammati infiammarono a tal punto l'imperatore che i lieti onori si trasformarono in tristi lutti.
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L'animo mio, per disdegnoso gusto,Xcredendo col morir fuggir disdegno,Yingiusto fece me contra me giusto.X
Il mio animo, per sprezzante compiacimento, credendo che con la morte si sarebbe sottratto al disprezzo, mi rese ingiusto contro me stesso (che ero invece) giusto.
Il mio animo, per un sentimento di sdegno, credendo di sfuggire al disprezzo con la morte, mi rese ingiusto contro me stesso, che ero giusto.
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Per le nove radici d'esto legnoYvi giuro che già mai non ruppi fedeZal mio segnor, che fu d'onor sì degno.Y
Per le mostruose radici di questo albero vi giuro che mai venni meno alla fedeltà verso il mio signore, che fu tanto degno di rispetto.
Per le strane radici di questo legno vi giuro che non tradii mai il mio signore, che fu così degno di onore.
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E se di voi alcun nel mondo riede,Zconforti la memoria mia, che giaceAAancor del colpo che 'nvidia le diede».Z
E se l’uno o l’altro di voi torna nel mondo, renda giustizia alla mia memoria, che è ancora prostrata per il colpo che l’invidia le inferse ".
E se qualcuno di voi ritorna nel mondo, risollevi la mia memoria, che giace ancora a terra per il colpo che le diede l'invidia».
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Un poco attese, e poi «Da ch'el si tace»,AAdisse 'l poeta a me, «non perder l'ora;ABma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».AA
Virgilio attese un poco, e poi mi disse: " Dal momento che egli tace non perdere tempo; ma parla, rivolgigli domande, se hai piacere di sapere di più ". Perciò io dissi a lui:
Aspettò un poco, e poi il poeta mi disse: «Poiché lui tace, non perdere il momento; ma parla e chiedigli, se vuoi sapere altro».
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Ond'io a lui: «Domandal tu ancoraABdi quel che credi ch'a me satisfaccia;ACch'i' non potrei, tanta pietà m'accora».AB
" Domanda ancora tu ciò che credi possa appagarmi; perché io non potrei, da così grande pietà sono toccato nel cuore! " Perciò riprese:
Per cui io a lui: «Domandagli tu ancora quello che credi che possa soddisfarmi; perché io non potrei, tanta è la pietà che mi stringe il cuore».
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Perciò ricominciò: «Se l'om ti facciaACliberamente ciò che 'l tuo dir priega,ADspirito incarcerato, ancor ti piacciaAC
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di dirne come l'anima si legaADin questi nocchi; e dinne, se tu puoi,AEs'alcuna mai di tai membra si spiega».AD
" Se ti verrà fatto spontaneamente il favore che le tue parole chiedono in tono di preghìera, spirito prigioniero, ti sia gradito ancora di dirci in che modo l’anima si rapprende in questi duri nodi; e rivelaci, se puoi, se mai qualche anima si libera da simili membra.
Perciò ricominciò: «Possa quest'uomo fare per te volentieri ciò che le tue parole chiedono, spirito imprigionato, ma ti piaccia ancora di dirci come l'anima si lega in questi nodi; e dicci, se puoi, se qualcuna si libera mai da tali membra».
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Allor soffiò il tronco forte, e poiAEsi convertì quel vento in cotal voce:AF«Brievemente sarà risposto a voi.AE
Allora il tronco soffiò forte, e poi quel soffio si convertì in tali parole " Vi sarà data una risposta breve.
Allora il tronco soffiò forte, e poi quel soffio si trasformò in queste parole: «Vi sarà risposto in breve.
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Quando si parte l'anima feroceAFdal corpo ond'ella stessa s'è disvelta,AGMinòs la manda a la settima foce.AF
Quando l’anima crudele (contro il corpo) si separa dal corpo dal quale essa stessa si è strappata, Minosse la manda al settimo cerchio.
Quando l'anima crudele si separa dal corpo da cui lei stessa si è strappata, Minosse la manda al settimo cerchio.
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Cade in la selva, e non l'è parte scelta;AGma là dove fortuna la balestra,AHquivi germoglia come gran di spelta.AG
Cade nella selva, e non le è prescelto il luogo; ma là dove il caso la scaglia, qui germoglia come seme di frumento.
Cade nella selva, e non le viene assegnato un posto preciso; ma là dove la sorte la scaglia, lì germoglia come un chicco di farro.
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Surge in vermena e in pianta silvestra:AHl'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,AIfanno dolore, e al dolor fenestra.AH
Cresce in forma di virgulto e di pianta selvatica: poi le Arpie, pascendosi delle sue foglie, le procurano dolore, e un varco alle manifestazioni di esso.
Spunta come un germoglio e poi diventa una pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie, le provocano dolore, e aprono una via al dolore.
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Come l'altre verrem per nostre spoglie,AIma non però ch'alcuna sen rivesta,AJché non è giusto aver ciò ch'om si toglie.AI
Come le altre (anime) verremo (nella valle di Giosafàt) a riprendere i nostri corpi, ma non per questo alcuna di noi se ne rivestirà, poiché non è giusto avere ciò di cui ci si è privati.
Come le altre anime verremo a riprendere i nostri corpi, ma non per questo nessuna se ne rivestirà, perché non è giusto riavere ciò che uno si toglie.
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Qui le trascineremo, e per la mestaAJselva saranno i nostri corpi appesi,AKciascuno al prun de l'ombra sua molesta».AJ
Trascinererno penosamente i nostri corpi (fin qui), ed essi saranno appesi nella mesta selva, ciascuno alla pianta in cui è chiusa la sua anima nemica a se stessa ".
Le trascineremo qui, e per la triste selva saranno appesi i nostri corpi, ciascuno al pruno della propria ombra ostile».
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Noi eravamo ancora al tronco attesi,AKcredendo ch'altro ne volesse dire,ALquando noi fummo d'un romor sorpresi,AK
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similemente a colui che venireALsente 'l porco e la caccia a la sua posta,AMch'ode le bestie, e le frasche stormire.AL
Noi eravamo ancora tutti intenti all’albero, credendo che ci volesse dire altre cose, quando fummo sorpresi da un rumore, come colui che sente arrivare il cinghiaie e i cani e i cacciatori al luogo dove si è appostato, e ode le bestie e lo stormire delle fronde.
Noi stavamo ancora attenti al tronco, credendo che volesse dirci altro, quando fummo sorpresi da un rumore, come colui che sente arrivare il cinghiale e la caccia verso il suo posto di appostamento, e ode le bestie e le frasche agitarsi.
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Ed ecco due da la sinistra costa,AMnudi e graffiati, fuggendo sì forte,ANche de la selva rompieno ogni rosta.AM
Ed ecco apparire due dal lato sinistro, nudi e pieni di graffi, che scappavano così in fretta, da rompere ogni fronda del bosco.
Ed ecco due dal lato sinistro, nudi e graffiati, che fuggivano così veloci da spezzare ogni ramo della selva.
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Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».ANE l'altro, cui pareva tardar troppo,AOgridava: «Lano, sì non furo accorteAN
Quello (che correva) davanti (gridava): " Presto corrimi in aiuto, corrimi in aiuto, o morte! " E l’altro, che si accorgeva di restare pericolosamente indietro, gridava:
Quello davanti (gridava): «Ora accorri, accorri, morte!». E l'altro, a cui sembrava di essere troppo lento, gridava: «Lano, non furono così svelte
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le gambe tue a le giostre dal Toppo!».AOE poi che forse li fallia la lena,APdi sé e d'un cespuglio fece un groppo.AO
" Lano, non furono così abili le tue gambe nella battaglia del Toppo! " E poiché forse gli mancava il fiato, di sé e di un cespuglio fece un viluppo annodato strettamente.
le tue gambe alla battaglia della Pieve al Toppo!». E poi, forse perché gli mancava il fiato, fece un groviglio di sé e di un cespuglio.
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Di rietro a loro era la selva pienaAPdi nere cagne, bramose e correntiAQcome veltri ch'uscisser di catena.AP
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In quel che s'appiattò miser li denti,AQe quel dilaceraro a brano a brano;ARpoi sen portar quelle membra dolenti.AQ
Dietro di loro c’era la selva piena di nere cagne, bramose e veloci come cani da caccia sguinzagliati in quel momento, Azzannarono quello che si era nascosto (nel cespuglio), e lo lacerarono pezzo per pezzo; poi se ne andarono portando (con sé) quelle membra dolenti.
Dietro a loro la selva era piena di cagne nere, affamate e veloci come levrieri appena liberati dalla catena. Affondarono i denti in quello che si era nascosto, e lo sbranarono pezzo per pezzo; poi portarono via quelle membra doloranti.
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Presemi allor la mia scorta per mano,ARe menommi al cespuglio che piangea,ASper le rotture sanguinenti in vano.AR
Allora la mia guida mi prese per mano, e mi condusse al cespuglio che piangeva inutilmente attraverso gli squarci sanguinanti. Diceva il cespuglio:
Allora la mia guida mi prese per mano e mi condusse al cespuglio che piangeva inutilmente dalle ferite sanguinanti.
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«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,ASche t'è giovato di me fare schermo?ATche colpa ho io de la tua vita rea?».AS
" O Giacomo da Sant’Andrea, a che ti è servito farti scudo di me? che colpa ho io della tua vita colpevole?
«O Iacopo da Sant'Andrea», diceva, «a che cosa ti è servito farti scudo di me? Che colpa ho io della tua vita malvagia?».
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Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,ATdisse «Chi fosti, che per tante punteAUsoffi con sangue doloroso sermo?».AT
" Quando il maestro si fermò presso di lui, disse: " Chi fosti, che attraverso tante ferite emetti parole dolorose insieme a sangue? " Ed egli (rispose) a noi:
Quando il maestro si fu fermato sopra di lui, disse: «Chi fosti, che da tante ferite soffi insieme al sangue parole di dolore?».
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Ed elli a noi: «O anime che giunteAUsiete a veder lo strazio disonestoAVc'ha le mie fronde sì da me disgiunte,AU
" O anime che siete arrivate per vedere lo strazio indecoroso che ha staccato con tanta violenza le mie fronde da me stesso, radunatele ai piedi del cespuglio miserevole.
E lui a noi: «O anime che siete venute a vedere lo strazio vergognoso che ha staccato da me così le mie foglie,
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raccoglietele al piè del tristo cesto.AVI' fui de la città che nel BatistaAWmutò il primo padrone; ond'ei per questoAV
Io fui della città (Firenze) che mutò il primo patrono (Marte) con il Battista (San Giovanni Battista);
raccoglietele ai piedi del misero cespuglio. Io fui della città (Firenze) che cambiò il suo primo protettore (Marte) con il Battista; per cui lui per questo
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sempre con l'arte sua la farà trista;AWe se non fosse che 'n sul passo d'ArnoAXrimane ancor di lui alcuna vista,AW
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que' cittadin che poi la rifondarnoAXsovra 'l cener che d'Attila rimase,AYavrebber fatto lavorare indarno.AX
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Io fei gibbetto a me de le mie case».AY
onde egli (Marte) a causa di ciò sempre la affliggerà con la sua arte (la guerra); e se non fosse che sul ponte dell’Arno rimane ancora un’immagine di lui, quei cittadini che più tardi la fondarono nuovamente sulle ceneri rimaste dopo Attila, avrebbero fatto fare il lavoro inutilmente. Io mi impiccai nella mia casa ".
la renderà sempre infelice con la sua arte (la guerra); e se non fosse che sul ponte dell'Arno rimane ancora qualche immagine di lui, quei cittadini che poi la ricostruirono sulla cenere lasciata da Attila avrebbero lavorato inutilmente. Io feci delle mie case la mia forca.
Riassunto del canto XIII
I due poeti si addentrano nel secondo girone del settimo cerchio, in un bosco di piante secche, contorte e spinose, abitato dalle mostruose Arpie, uccelli dal volto umano. Non si vedono anime di peccatori, ma se ne odono i lamenti. Esortato dal maestro, Dante stacca un ramoscello da un grande pruno e questo, attraverso la ferita, incomincia a sanguinare e a parlare. Virgilio scusa il suo discepolo ed invita l’anima imprigionata nell’albero a rivelare il suo nome. E il tronco parla: fu Pier delle Vigne, ministro dell’imperatore Federico II; si uccise perché, ingiustamente accusato dai cortigiani invidiosi del suo ascendente sul sovrano, era caduto in disgrazia. Davanti a Dante, che in terra potrà riabilitarne la memoria, giura che mai tradì la fiducia in lui riposta dal suo sovrano. Poi narra come le anime dei suicidi, dopo essere cadute nella selva, trasformatesi in piante, vengano crudelmente dilaniate dalle Arpie.
Dopo il Giudizio Universale i corpi di questi peccatori saranno appesi ciascuno all’albero nel quale è incarcerata la loro anima.
Il discorso di Pier delle Vigne è interrotto dall’apparizione delle ombre di due scialacquatori e, dietro loro, di una muta di nere cagne fameliche. Mentre uno di questi due dannati. riesce a sottrarsi alla caccia, l’altro, esausto, cerca riparo in un cespuglio, ma le cagne, non tardano a scoprirlo e lo sbranano ferocemente. La loro violenza non risparmia neppure il cespuglio, dal quale una voce si leva a protestarle contro tanto scempio. Quella che adesso parla è l’anima di un suicida fiorentino: prega i due pellegrini di raccogliere ai piedi del suo corpo vegetale le fronde di cui è stato mutilato e lamenta le sventure abbattutesi sulla sua città.
In breve
Dove e chi
VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
La selva deI suicidi è l’espressione tangibile dell’innaturalezza del loro peccato, dell’empietà, radicata nella superbia, che condusse questi infelici a disprezzare il dolore, a disperare della giustizia che ripara ogni torto, al di là dell’ingiustizia degli uomini. Per gli antichi il suicidio non rappresentava un atto moralmente riprovevole; l’uomo era considerato padrone della sua vita fino al punto di potersela togliere, e responsabile di essa soltanto nei confronti di se stesso. Tutta una tradizione letteraria ha esaltato le figure di quegli stoici che, ostacolati dalla tirannide nell’esercizio della libertà, preferirono darsi la morte anziché riconoscersi soggetti ad un’autorità che non fosse quella della loro coscienza. Ma il Cristianesimo ha dato all’idea di libertà una dimensione ignorata dagli antichi, trasferendola, dal piano esclusivamente umano - sul quale essa finiva per identificarsi con la libertà politica - al piano dei rapporti dell’uomo con Dio, fonte e fondamento di tutti i valori.
L’uomo, per il cristiano, deve svolgere nel mondo un compito che non si esaurisce nell’ambito dei doveri verso lo stato. Egli non appartiene solo a se stesso o alla comunità dei suoi simili, né può disporre a suo piacimento di ciò che non è opera sua, ma dono, gratuito ed inestimabile, di Dio, la più alta espressione della sua potenza creatrice e del suo spirito d’amore: la vita.
Nel canto tredicesimo la metamorfosi dell’uomo in pianta, già ampiamente trattata dagli autori latini, diviene, per Dante, cristiano, consapevole all’estremo della dignità umana, quel qualcosa di tragico e di irrimediabile che è la degradazione dell’umano nelle forme di un ordine inferiore.
Scrive lo Spitzer: "là dove Ovidio dispiega al nostro sguardo la ricchezza della natura organica, Dante mostra l’inorganico, l’ibrido... il peccaminoso, il dannato". E, ancora, precisando: "Però una metamorfosi di Ovidio, pur essendo presentata come " naturale ", è forse meno " reale " di quella di Dante. Ovidio tratta una tradizione leggendaria che ripete come se vi credesse; le sue favole si svolgono in un remoto passato ed hanno una patina di leggenda. Invece i due protagonisti della metamorfosi di Dante, Pier delle Vigne ed il suicida anonimo, erano quasi contemporanei del Poeta: figurano nel poema in quanto appartengono all’eterno presente ed illustrano il giudizio di Dio che è universalmente vero: de te fabula narratur".
Per quel che riguarda lo spunto che il Poeta può aver tratto, nell’immaginare il bosco dei suicidi, da Virgilio, già il De Sanctis aveva notato come la figurazione dantesca si origini in una disposizione di spirito che è agli antipodi di quella del suo modello latino. Nessun indugio, in Dante, nell’analisi delle proprie impressioni; nessuna concessione a quella levigatezza di trapassi che, in Virgilio, riesce a rendere "elegante anche l’orrore". Il motivo dell’albero che sanguina - pittoresco prima ancora che tragico nel terzo libro dell’Eneide, subordinato com’è al flusso ampio della narrazione, confinato nella funzione di illustrare il carattere di un paese inospite, dal quale gli dei vogliono che Enea si allontani al più presto - si isola, in Dante, come una delle espressioni più vigorose e coerenti di quella logica del male che è alla base delle figurazioni sia plastiche sia psicologiche dell’Inferno.
Nel bosco lacerato dalle Arpie, percorso dalla caccia furente e disumana in cui la preda è l’uomo (gli scialacquatori) e gli inseguitori sono animali, il discorso di Pier delle Vigne sembra riportare la misura dell’umano, creare come un’isola di tregua, trascendere l’orrore di questa condanna senza appello. Per un attimo dimentichiamo quasi che colui che parla è ridotto a un tronco inerte e trae faticosamente le sue parole da una sanguinante lacerazione. Ci chiediamo: "e dov’è più l’inferno? dov’è il tronco? noi siamo in Napoli, nella corte di re Federico, innanzi ad un cancelliere" (De Sanctis).
Ma, a guardar meglio, la rievocazione del sereno mondo dei vivi ad opera del protonotaro imperiale appare forzata e come costretta anch’essa in forme innaturali. La sua parola diventa schietta ed esprime una profonda emozione solo quando proclama la propria innocenza, e giura sulle sue radici. Ma proprio queste, legandolo alla terra - lui così eccitabile nei moti del suo animo (sì col dolce dir m’adeschi...), così lontano, nel suo parlare fiorito, da ogni forma di raccordo con il reale -appaiono come il simbolo supremo della sua estraneazione dall’umano. Il linguaggio di Pier delle Vigne riflette compiutamente - nel compiaciuto gioco di antitesi e parallelismi, nel gusto per la circonIocuzione studiata, nel "tragico e grottesco grandinar di metafore" (Apollonio) che lo caratterizza - da un lato quello che doveva essere stato il carattere di questo uomo di corte, tutto inteso, in vita, al suo glorioso offizio, dall’altro, per contrasto, l’innaturale coercizione della sua condizione attuale, il suo peccato irrigidito e reso eterno dalla sentenza di quel giudice che egli non seppe considerare come padre e fratello. Non è esatto scorgere, nel modo di parlare di Pier delle Vigne, soltanto la manifestazione di un carattere debole o vanitoso o insincero, secondo i punti di vista espressi dal De Sanctis e, recentemente, dall’ApolIonio, e neppure soltanto un ritratto "linguistico" dell’elegante stilista capuano, secondo la tesi del Novati.
Dante, pur così ricco di determinazioni realistiche, non intende mai darci una copia di ciò che possiamo vedere coi nostri occhi in terra. La sua non è una poetica naturalistica; i suoi " ritratti ", tutti orientati nel senso della caratterizzazione morale, sono in funzione di un significato che li trascende.
vv. 58-63Io son colui che tenni ambo le chiavidel cor di Federigo, e che le volsi,serrando e diserrando, sì soavi,che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:fede portai al glorioso offizio,tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.Leggi nel testo
Nella selva dei suicidi Dante spezza un ramo e il tronco sanguina e parla: è Pier delle Vigne. Nato a Capua intorno al 1190 e formato a Bologna, divenne il più potente funzionario dell'imperatore Federico II, tanto da dire di sé: «Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo».
Era anche un raffinato scrittore e un poeta della Scuola siciliana, la prima esperienza di poesia in volgare italiano. Dante gli dà un linguaggio elegante, pieno di figure retoriche, come se il personaggio parlasse con lo stile della sua cancelleria.
Nel 1249 Pier fu arrestato, accecato e imprigionato con l'accusa di tradimento. Si uccise poco dopo. Dante lo considera innocente, vittima dell'invidia dei cortigiani, e gli fa giurare di non aver mai tradito il suo signore. Il suo destino somigliava a quello di Dante: un uomo leale rovinato da una falsa accusa.
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I suicidi
Ne parla la scheda «Catone, un pagano suicida a guardia del Purgatorio» (Purg. I).