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Indice dei canti
Dante attraversa un fiume rosso di sangue in groppa a un centauro, con Virgilio a fianco; dannati emergono urlando dalla corrente, un vecchio centauro si scosta la barba con una freccia e altri tendono gli archi.
Nesso porta Dante oltre il Flegetonte dei violenti, sotto gli occhi di Chirone
Inferno · VII cerchio

Inferno, Canto XII

«Era lo loco ov'a scender la riva…»

I due poeti scendono per un dirupo dal sesto al settimo cerchio.

Luogo
VII cerchio
Anime e colpe
Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte
Versi
139 · 46 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XII

Parafrasi
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1

Era lo loco ov'a scender la rivaAvenimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,Btal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.A

4

Qual è quella ruina che nel fiancoBdi qua da Trento l'Adice percosse,Co per tremoto o per sostegno manco,B

7

che da cima del monte, onde si mosse,Cal piano è sì la roccia discoscesa,Dch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:C

10

cotal di quel burrato era la scesa;De 'n su la punta de la rotta laccaEl'infamia di Creti era distesaD

Il luogo in cui giungemmo per scendere lungo il dirupo era scosceso e, per di più a causa di ciò che in esso si trovava (il Minotauro), tale, che ogni sguardo lo avrebbe evitato. Quale è la frana che a valle di Trento colpì in una delle sue rive l’Adige, o a causa di un terremoto o per l’erosione del terreno sottostante, in modo che il pendio dalla vetta della montagna, dalla quale la frana si staccò, alla pianura è così inclinato, da offrire una via di discesa a chi si trovasse in alto, tale era la discesa di quel burrone;
Il luogo dove giungemmo per scendere la parete era roccioso e, per quello che c'era inoltre, tale che ogni sguardo lo avrebbe evitato. Come quella frana che colpì nel fianco l'Adige di qua da Trento, o per un terremoto o per mancanza di sostegno, per cui dalla cima del monte, da dove si staccò, fino alla pianura la roccia è così scoscesa che darebbe qualche via a chi fosse lassù: tale era la discesa di quel burrone; e sull'orlo del dirupo franato era disteso il disonore di Creta (il Minotauro)
13

che fu concetta ne la falsa vacca;Ee quando vide noi, sé stesso morse,Fsì come quei cui l'ira dentro fiacca.E

e nella parte superiore della Costa franata giaceva distesa la vergogna, dei Cretesi che fu concepita nella finta vacca; e quando ci vide, morse se stesso, come colui che è sopraffatto internamente dall’ira.
che fu concepito nella finta vacca; e quando ci vide, morse se stesso, come colui che l'ira consuma dentro.
16

Lo savio mio inver' lui gridò: «ForseFtu credi che qui sia 'l duca d'Atene,Gche sù nel mondo la morte ti porse?F

19

Pàrtiti, bestia: ché questi non veneGammaestrato da la tua sorella,Hma vassi per veder le vostre pene».G

Il mio saggio maestro gli si rivolse gridando: " Pensi forse di trovarti in presenza del signore d’Atene, che sulla terra ti diede la morte? Allontanati, bestia: costui non giunge infatti guidato da tua sorella, ma si reca a vedere i vostri tormenti".
Il mio saggio maestro gridò verso di lui: «Forse credi che qui ci sia il duca di Atene (Teseo), che lassù nel mondo ti diede la morte? Vattene, bestia: perché questi non viene istruito da tua sorella (Arianna), ma va per vedere le vostre pene».
22

Qual è quel toro che si slaccia in quellaHc'ha ricevuto già 'l colpo mortale,Iche gir non sa, ma qua e là saltella,H

25

vid'io lo Minotauro far cotale;Ie quello accorto gridò: «Corri al varco:Jmentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».I

Come fa il toro che si scioglie dai nodi che lo legano nell’istante in cui, mortalmente colpito, non è più capace di camminare, ma barcolla qua e là, tale io vidi diventare il Minotauro; e il sagace Virgilio gridò: " Corri al punto di discesa; è bene che tu scenda, mentre è infuriato ".
Come quel toro che si slega nel momento in cui ha già ricevuto il colpo mortale, e non sa camminare, ma saltella qua e là, così vidi fare il Minotauro; e quello (Virgilio), accorto, gridò: «Corri al passaggio: mentre è infuriato, è bene che tu scenda».
28

Così prendemmo via giù per lo scarcoJdi quelle pietre, che spesso moviensiKsotto i miei piedi per lo novo carco.J

Così ci avviammo attraverso l’ammasso di quelle pietre, che si muovevano spesso sotto i miei piedi per l’insolito peso. Procedevo meditabondo; e Virgilio disse:
Così prendemmo la via giù per quel cumulo di pietre, che spesso si muovevano sotto i miei piedi per il peso insolito.
31

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensiKforse a questa ruina ch'è guardataLda quell'ira bestial ch'i' ora spensi.K

"Tu pensi forse a questa frana custodita da quella belva irosa che ora ho reso inoffensiva.
Io andavo pensieroso; e lui disse: «Tu pensi forse a questa frana che è sorvegliata da quell'ira bestiale che io ora ho spento.
34

Or vo' che sappi che l'altra fiataLch'i' discesi qua giù nel basso inferno,Mquesta roccia non era ancor cascata.L

Voglio dunque che tu sappia che la volta precedente, allorché scesi nella parte inferiore dell’inferno, questo pendio non era ancora franato.
Ora voglio che tu sappia che l'altra volta che scesi quaggiù nel basso inferno questa roccia non era ancora crollata.
37

Ma certo poco pria, se ben discerno,Mche venisse colui che la gran predaNlevò a Dite del cerchio superno,M

40

da tutte parti l'alta valle fedaNtremò sì, ch'i' pensai che l'universoOsentisse amor, per lo qual è chi credaN

Ma, se non mi inganno, senza dubbio poco prima della venuta di colui che tolse a Satana il glorioso bottino del limbo, il profondo abisso immondo tremò in ogni sua parte tanto, che io credetti che l’ universo fosse preso da quell’amore, a causa del quale alcuni ritengono che più di una volta il mondo sia ritornato nel caos;
Ma certo poco prima, se ricordo bene, che arrivasse colui (Cristo) che portò via a Dite la grande preda del cerchio più alto (il Limbo), l'alta valle puzzolente tremò da ogni parte, così che io pensai che l'universo sentisse l'amore, per il quale c'è chi crede
43

più volte il mondo in caòsso converso;Oe in quel punto questa vecchia rocciaPqui e altrove, tal fece riverso.O

e allora questa antica rupe subì, in questo luogo e altrove (nella bolgia degli ipocriti; Inferno XXI, 106-108), tale franamento.
che il mondo sia ritornato più volte nel caos; e in quel momento questa vecchia roccia, qui e altrove, crollò in questo modo.
46

Ma ficca li occhi a valle, ché s'approcciaPla riviera del sangue in la qual bolleQqual che per violenza in altrui noccia».P

Ma guarda attentamente in basso, poiché si avvicina il fiume di sangue bollente in cui è immerso chiunque rechi danno ad altri con la violenza ".
Ma volgi gli occhi giù a valle, perché si avvicina il fiume di sangue nel quale bolle chiunque danneggi gli altri con la violenza».
49

Oh cieca cupidigia e ira folle,Qche sì ci sproni ne la vita corta,Re ne l'etterna poi sì mal c'immolle!Q

O irragionevole avidità e ira sconsiderata, che a tal punto ci stimoli nella breve vita terrena, e poi in tanto dolore ci immergi in quella eterna!
Oh cieca avidità e ira folle, che ci spingete così tanto nella breve vita, e poi in quella eterna ci immergete in modo così crudele!
52

Io vidi un'ampia fossa in arco torta,Rcome quella che tutto 'l piano abbraccia,Ssecondo ch'avea detto la mia scorta;R

Vidi un largo fossato circolare, in quanto cinge tutto il piano (del settimo cerchio), secondo quello che aveva detto il mio accompagnatore;
Io vidi un'ampia fossa curvata ad arco, tale da abbracciare tutta la pianura, secondo quanto aveva detto la mia guida;
55

e tra 'l piè de la ripa ed essa, in tracciaScorrien centauri, armati di saette,Tcome solien nel mondo andare a caccia.S

e tra la base del dirupo e questo fossato, dei centauri correvano raccolti in gruppo, armati di frecce, come solevano fare sulla terra quando andavano a caccia.
e tra il piede della parete e la fossa correvano in fila centauri, armati di frecce, come erano soliti andare a caccia nel mondo.
58

Veggendoci calar, ciascun ristette,Te de la schiera tre si dipartiroUcon archi e asticciuole prima elette;T

Vedendoci scendere, ciascuno si fermò, e tre di loro si separarono dalla schiera con archi e frecce scelte in precedenza; e uno gridò da lontano:
Vedendoci scendere, ciascuno si fermò, e dalla schiera se ne staccarono tre con archi e frecce scelte prima;
61

e l'un gridò da lungi: «A qual martiroUvenite voi che scendete la costa?VDitel costinci; se non, l'arco tiro».U

" Verso quale pena vi dirigete voi che scendete il pendio? Ditelo dal punto in cui vi trovate; altrimenti tendo l’arco ". Virgilio disse:
e uno gridò da lontano: «A quale tormento venite voi che scendete il pendio? Ditelo da lì; altrimenti tiro con l'arco».
64

Lo mio maestro disse: «La rispostaVfarem noi a Chirón costà di presso:Wmal fu la voglia tua sempre sì tosta».V

" Risponderemo a Chirone quando vi saremo vicini: con tuo danno la tua volontà fu sempre così impulsiva ". Poi mi toccò, e disse:
Il mio maestro disse: «La risposta la daremo a Chirone, quando saremo lì vicino: il tuo desiderio è sempre stato, per tua sfortuna, così impulsivo».
67

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,Wche morì per la bella DeianiraXe fé di sé la vendetta elli stesso.W

"Quello è Nesso, che perdette la vita per amore della bella Deianira e vendicò da sé la propria morte.
Poi mi toccò e disse: «Quello è Nesso, che morì per la bella Deianira, e lui stesso si vendicò di sé.
70

E quel di mezzo, ch'al petto si mira,Xè il gran Chirón, il qual nodrì Achille;Yquell'altro è Folo, che fu sì pien d'ira.X

E quello che sta In mezzo, e tiene lo sguardo abbassato, è il grande Chirone, che educò Achille; l’altro è Folo, che fu così iroso.
E quello in mezzo, che si guarda il petto, è il grande Chirone, che allevò Achille; quell'altro è Folo, che fu così pieno d'ira.
73

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,Ysaettando qual anima si svelleZdel sangue più che sua colpa sortille».Y

Girano a migliaia intorno al fossato, colpendo con frecce qualsiasi dannato si trae fuori dal sangue più di quanto il suo peccato gli diede in sorte ".
Vanno intorno alla fossa a migliaia, colpendo con le frecce ogni anima che emerge dal sangue più di quanto le assegnò la sua colpa».
76

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:ZChirón prese uno strale, e con la coccaAAfece la barba in dietro a le mascelle.Z

Ci avvicinammo a quegli animali ve1oci: Chirone prese una freccia, e con la cocca trasse indietro la barba sulle mascelle.
Noi ci avvicinammo a quelle bestie veloci: Chirone prese una freccia, e con la cocca spinse indietro la barba sulle mascelle.
79

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,AAdisse a' compagni: «Siete voi accortiABche quel di retro move ciò ch'el tocca?AA

Quando la grande bocca fu completamente libera disse ai compagni: "Vi siete accorti che colui che sta di dietro è un essere vivente?
Quando si fu scoperto la grande bocca, disse ai compagni: «Vi siete accorti che quello dietro muove ciò che tocca?
82

Così non soglion far li piè d'i morti».ABE 'l mio buon duca, che già li er'al petto,ACdove le due nature son consorti,AB

E Virgilio, che già gli era di fronte, e arrivava all’altezza del suo petto, là dove le due nature (di uomo e di cavallo) si uniscono, rispose:
I piedi dei morti non fanno così di solito». E la mia buona guida, che ormai gli era davanti al petto, dove le due nature (umana ed equina) si uniscono,
85

rispuose: «Ben è vivo, e sì solettoACmostrar li mi convien la valle buia;ADnecessità 'l ci 'nduce, e non diletto.AC

" E’ veramente vivo, e a lui, a lui solo, devo mostrare l’inferno: ci spinge a ciò la necessità, non il piacere.
rispose: «È proprio vivo, e così da solo devo mostrargli la valle buia; ve lo conduce la necessità, non il piacere.
88

Tal si partì da cantare alleluiaADche mi commise quest'officio novo:AEnon è ladron, né io anima fuia.AD

Dal cielo si mosse qualcuno che mi affidò questo straordinario incarico: non è un ladrone, né io sono l’anima di un ladro.
Una tale (Beatrice), che mi ha affidato questo incarico insolito, si allontanò dal cantare alleluia: lui non è un ladro, né io un'anima ladra.
91

Ma per quella virtù per cu' io movoAEli passi miei per sì selvaggia strada,AFdanne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,AE

94

e che ne mostri là dove si guadaAFe che porti costui in su la groppa,AGché non è spirto che per l'aere vada».AF

Ma in nome di quel potere divino, ad opera del quale percorro un cammino cosi impervio, dacci uno dei tuoi, a cui possiamo stare vicini, e che ci indichi il punto dove il fiume può essere attraversato e trasporti costui sulla sua groppa, poiché egli non è uno spirito che possa volare ".
Ma per quella virtù per cui io muovo i miei passi per una strada così selvaggia, dacci uno dei tuoi, a cui stiamo accanto, che ci mostri il punto dove si passa a guado e che porti costui sulla groppa, perché non è uno spirito che possa andare per l'aria».
97

Chirón si volse in su la destra poppa,AGe disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,AHe fa cansar s'altra schiera v'intoppa».AG

Chirone si volse a destra, e parlò a Nesso: "Volgiti indietro, e fa loro da guida, e fa scansare qualunque altra schiera s’imbatta in voi".
Chirone si girò sulla destra, e disse a Nesso: «Torna indietro, e guidali così, e falli scansare se un'altra schiera vi viene incontro».
100

Or ci movemmo con la scorta fidaAHlungo la proda del bollor vermiglio,AIdove i bolliti facieno alte strida.AH

103

Io vidi gente sotto infino al ciglio;AIe 'l gran centauro disse: «E' son tiranniAJche dier nel sangue e ne l'aver di piglio.AI

Ci avviammo dunque insieme col sicuro accompagnatore lungo la sponda del sangue bollente, nel quale i dannatì emettevano grida laceranti. Vidi una rnoltitudine immersa fino agli occhi; e Nesso spiegò: "Essi sono tiranni che uccisero e depredarono.
Allora ci muovemmo con la guida fidata lungo la riva del bollore rosso, dove i bolliti lanciavano alte grida. Io vidi gente sommersa fino alle sopracciglia; e il grande centauro disse: «Sono tiranni che misero le mani sul sangue e sui beni (altrui).
106

Quivi si piangon li spietati danni;AJquivi è Alessandro, e Dionisio fero,AKche fé Cicilia aver dolorosi anni.AJ

Qui si sconta il male arrecato agli altri senza pietà; qui si trovano Alessandro, e il crudele Dionisio, che fu causa alla Sicilia di anni dolorosi.
Qui si piangono i danni spietati; qui c'è Alessandro, e il feroce Dionisio, che fece vivere alla Sicilia anni di dolore.
109

E quella fronte c'ha 'l pel così nero,AKè Azzolino; e quell'altro ch'è biondo,ALè Opizzo da Esti, il qual per veroAK

112

fu spento dal figliastro sù nel mondo».ALAllor mi volsi al poeta, e quei disse:AM«Questi ti sia or primo, e io secondo».AL

E quella fronte coperta di così neri capelli, è (la fronte) di Ezzelino; quello biondo è invece Obizzo d’Este, il quale davvero fu ucciso in terra dal figlio snaturato ". Allora mi rivolsi a Virgilio, ed egli disse: " Nesso sia ora la tua guida, io verrò secondo ".
E quella fronte che ha i capelli così neri è Ezzelino; e quell'altro che è biondo è Obizzo d'Este, che in verità fu ucciso lassù nel mondo dal figliastro». Allora mi rivolsi al poeta, e lui disse: «Ora sia lui la tua prima guida, e io la seconda».
115

Poco più oltre il centauro s'affisseAMsovr'una gente che 'nfino a la golaANparea che di quel bulicame uscisse.AM

118

Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,ANdicendo: «Colui fesse in grembo a DioAOlo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».AN

Poco più oltre il Centauro si arrestò presso una moltitudine che appariva immersa in quel bollore fino alla gola. Ci indicò un’ombra isolata in un angolo e disse: " Quel dannato trafisse in chiesa il cuore che è ancora venerato a Londra ". Guido, conte di Montfort, vicario in Toscana di Carlo I d'Angiò, pugnalò nel 1272, in una chiesa di Viterbo, Arrigo, cugìno del re d'Inghilterra Edoardo I, che gli aveva ucciso il padre. Sulla tomba di Arrigo, posta sul ponte del Tamigi a Londra, una statua dorata, secondo quanto riferisce un antico commentatore, Benvenuto da ImoIa, reggeva un calice contenente il suo cuore imbalsamato.
Poco più avanti il centauro si fermò sopra una gente che sembrava uscire fino alla gola da quel sangue bollente. Ci mostrò un'ombra in disparte, da sola, dicendo: «Costui trafisse in grembo a Dio (in chiesa) il cuore che è ancora venerato sul Tamigi».
121

Poi vidi gente che di fuor del rioAOtenean la testa e ancor tutto 'l casso;APe di costoro assai riconobb'io.AO

Vidi in seguito una moltitudine che teneva fuori del fiume il capo ed anche tutto il petto; e riconobbi parecchi di costoro.
Poi vidi gente che teneva fuori dal fiume la testa e anche tutto il busto; e di costoro ne riconobbi molti.
124

Così a più a più si facea bassoAPquel sangue, sì che cocea pur li piedi;AQe quindi fu del fosso il nostro passo.AP

A questo modo il livello del sangue andava sempre più diminuendo, fino a bruciare soltanto i piedi; qui guadammo il fossato.
Così quel sangue diventava sempre più basso, tanto che cuoceva soltanto i piedi; e lì fu il nostro passaggio della fossa.
127

«Sì come tu da questa parte vediAQlo bulicame che sempre si scema»,ARdisse 'l centauro, «voglio che tu crediAQ

130

che da quest'altra a più a più giù premaARlo fondo suo, infin ch'el si raggiungeASove la tirannia convien che gema.AR

" Così come vedi che il liquido bollente si abbassa progressivamente da questa parte " disse il Centauro, " voglio che tu sappia che dalla parte opposta il suo alveo diventa sempre più profondo, finché si ricongiunge al punto dove è giusto che i tiranni espiino.
«Come tu vedi da questa parte il sangue bollente che diminuisce sempre», disse il centauro, «voglio che tu creda che da quest'altra parte il suo fondo scende sempre più in basso, finché si ricongiunge al punto dove è giusto che la tirannia gema.
133

La divina giustizia di qua pungeASquell'Attila che fu flagello in terraATe Pirro e Sesto; e in etterno mungeAS

Da quest’altra parte la giustizia di Dio punisce Attila che sulla terra fu strumento di dolore e Pirro e Sesto;
Da questa parte la giustizia divina tormenta quell'Attila che fu un flagello sulla terra, e Pirro e Sesto; e in eterno spreme
136

le lagrime, che col bollor diserra,ATa Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,AUche fecero a le strade tanta guerra».AT

e per l’eternità spreme le lagrime, che fa sgorgare con il supplizio del sangue bollente, a Rinieri da Corneto, a Rinieri dei Pazzi, che resero così pericolose le strade.
le lacrime, che fa sgorgare con il bollore, a Rinieri da Corneto e a Rinieri Pazzo, che fecero tanta guerra sulle strade».
139

Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.AU

" Poi si voltò indietro, e riattraversò il pantano.
Poi si voltò, e ripassò il guado.

Riassunto del canto XII

I due poeti scendono per un dirupo dal sesto al settimo cerchio. Qui trovano, a sbarrare il cammino, il frutto dell’innaturale connubio di Parsifae con un toro, il Minotauro. Nel vederli, accecato dall’ira, il mostro morde se stesso, poi, quando ode rievocati da Virgilio la propria uccisione ad opera di Teseo e il tradimento della sorella Arianna, saltella qua e là come toro colpito a morte. I due ne approfittano per scendere ai piedi della frana. Virgilio spiega a Dante come essa sia la conseguenza del terremoto che precedette la discesa di Cristo nel limbo, allorché l’intero universo sembrò per un attimo volersi nuovamente convertire nel caos originario. Il settimo cerchio è tutto occupato da un fiume di sangue bollente, in cui sono immersi i violenti contro il prossimo. A guardia dei dannati sono posti i centauri. Armati di arco e di frecce, come quando, in terra, solevano andare a caccia, hanno il compito di impedire alle ombre di emergere dal sangue più di quanto la loro pena comporti. Il centauro Nesso scambia i viandanti per due anime e chiede loro a quale pena siano destinati. Ma Virgilio vuole parlare soltanto con Chirone, il leggendario maestro di Achille; giunto in sua presenza, gli fornisce esaurienti spiegazioni sul loro viaggio nel regno delle ombre: " Sì, Dante è vivo e devo mostrargli l’inferno; l’itinerario che percorre è necessario alla salvezza della sua anima; dall’alto dei cieli un’anima beata scese per affidarmi l’incarico di guidarlo nel cammino; non siamo anime di peccatori ".

Poi chiede a Chirone una guida che mostri loro il punto dove si può guadare il fossato, e il saggio centauro designa a questo incarico Nesso. A mano a mano che i tre avanzano lungo la riva, Nesso elenca i dannati che sono immersi nel sangue: dei tiranni sono visibili soltanto i capelli, degli omicidi l’intera testa, dei predoni la testa e il petto. Giunti al guado, i tre passano sulla riva opposta; poi Nesso, adempiuto il suo compito, torna indietro.

In breve

Dove e chi
  1. VII cerchio: Violenti contro il prossimo, sé stessi, Dio, natura e arte. Fiume di sangue bollente, selva dei suicidi, sabbione sotto la pioggia di fuoco.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

In questo canto l’attenzione del Poeta non si ferma sullo spettacolo del castigo infernale (l’accenno al fiume di sangue non va oltre la menzione generica - riviera del sangue, bollor vermiglio, bulicame - alla quale fa eco il caricaturale bolliti) o sulla caratterizzazione di un dannato: protagonisti ne sono i centauri, custodi del primo girone del cerchio dei violenti. Ad essi si contrappone, sul piano simbolico, una figura anch’essa per metà umana e per metà ferina la quale, tuttavia, nella rielaborazione in senso etico e relìgioso dei miti antichi operata dal Poeta, ne rappresenta la più diretta antitesi: il Minotauro.

Posto inutilmente (giace inerte, all’improvviso la sua ira lo colpisce - se stesso morse - prima ancora che Virgilio gli parli) a guardia dell’ingresso al cerchio, il Minotauro appare animato da una vitalità innaturale, come in un presagio di morte. Le parole che Virgilio gli rivolge sono di scherno feroce: apparentemente intese a placarlo, mirano in realtà a fargli perdere ogni capacità di discernimento, sono il colpo mortale che la ragione infligge alla bestialità di null’altro armata che del proprio furore. Nell’immagine del toro saltellante il crepuscolo della coscienza è ritratto con attenzione divertita, senza alcun indugio nel descrittivo: come sempre in Dante, attraverso la notazione realistica si fa strada il giudizio morale.

La figura del Minotauro è infatti, non meno di quella degli altri custodi infernali, anche un’simbolo: rappresenta la matta bestialità, il progressivo ottenebrarsi della chiarezza razionale nel caos degli istinti. La brutale, scena del macello si inquadra - trovando in essa il suo compimento ideale, la suprema definizione del suo significato - in una cornice mitologica. Fin dal suo primo apparire Dante riconosce, in quella massa pesantemente adagiata, l’infamia di Creti, quasi l’infamia per antonomasia. L’atteggiamento esteriore del mostro, la sua animalità, torpida ma non rassegnata, ne denunciano, senza possibilità di equivoci, l’esatto collocamento nella gerarchia degli esseri e dei valori.

Cosi, anche in questa figura che esprime, come tante altre della Commedia, un’interpretazione cristiana dei miti del paganesimo, passato remotissimo e attualità della cosa vista, tradizione letteraria (Ovidio) ed esperienza diretta si compongono in un rapporto tanto più intimo e persuasivo, quanto più rispondente ad un intento di esemplificazione e di ammaestramento.

Mentre il Minotauro rappresenta il degradarsi dell’umano nell’animalità, i centauri simboleggiano il processo inverso, l’armonico dominio della volontà cosciente sulle passioni, il contemperamento della forza con la saggezza. Chirone è ricordato come il maestro di Achille (e nel verbo nodrì, come ha osservato il Mazzoni, sono affettuosamente riassunte le paterne sollecitudini di quell’insegnamento), Nesso prende il posto di Virgilio nell’illustrare a Dante la topografia fisica e morale dei girone e, se all’inizio il poeta latino gli ricorda, in tono di rimprovero, le funeste conseguenze della sua impazienza, la presentazione che ne fa poi al discepolo appare elogiativa. Un verso come che morì per la bella Deianira potrebbe inserirsi senza stonare nell’enumerazione, fatta da Virgilio (Inferno V, 61-69), dei generosi che perdettero la vita per amore. Come nelle favole, le qualità della donna amata si compendiano in questo endecasillabo nel solo attributo bella. Basta questa sola qualità perché l’uomo, animo nobile, eroe, quasi gioisca di offrire attraverso il proprio sacrificio una prova che si adegui all’infinità del suo amore. Ma il centauro, a differenza dei morti per amore del quinto canto, seppe predisporre, morendo, lo strumento della propria vendetta (il clima dell’evocazione delle donne antiche e dei cavalieri prepara la tragedia; i centauri si inquadrano invece in una prestigiosa aura di leggenda). L’attenzione di Dante è rivolta soprattutto a Chirone, ritratto al centro di un gruppo scultoreo, in cui sembra quasi rivivere il ritmo luminoso e solenne dei rilievi di Olìmpia.

Il grande centauro riflette, il suo sguardo si astrae da ogni oggetto circostante, il suo pensiero si ripiega su se stesso: al petto si mira. Quindi, prima dì parlare, si pettina la grande barba, con la cocca di una freccia. Nei centauri non troviamo traccia di quell’automatismo feroce, di quella spaventosa cecità spirituale che contraddistinguono, gli altri custodi infernali.

Anche Caronte, la più umana di queste figure, appare demoniaco se paragonato ai saettatori del settimo cerchio. Questi, "più solenni che selvaggi, fanno pensare alla primitiva umanità eroica. del Vico" (Momigliano), a quel mitico periodo agli albori della storia in cui l’uomo, emergendo a poco a poco, dalla barbarie, ma di questa conservando inalterata la schiettezza, seppe creare le prime forme del vivere civile. Il Minotauro è invece l’espressione di una fase anteriore, nella cronologia dei miti: quella in cui l’uomo, non ancora soggetto alle leggi, credeva di poter impunemente sfidare la volontà degli dei e l’ordine della natura.

Nell’ultima parte del canto, occupata da un elenco di tiranni e di predoni, la storia, si sostituisce, come fonte d’insegnamento morale, alla leggenda. La figura dei centauro Nesso è qui quella di un pedagogo diligente e impersonale. Ma le sue parole riflettono, in due punti almeno del suo discorso, un’intensa partecipazione. Là dove delineano, fortemente rilevate in campo rosso (il sangue da essi versato), le capigliature di Ezzelino da Romano e di Obizzo d’Este, non un cenno è fatto alle azioni nefande di questi tiranni. Solo un nero e un giallo s’imprimono nella nostra mente, accostati con quel gusto del colore pieno, compatto, prezioso, che si ritrova nella pittura romanica. Poi, dopo alcuni versi, alto sul fluire del Tamigi, isolato nella maestà della morte, il cuore di un innocente assassinato in una chiesa.

Personaggi del canto XII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Custode

Nesso

Inferno · VII cerchio, I girone, violenti contro il prossimo

Centauro ucciso da Ercole per aver rapito Deianira; porta Dante in groppa oltre il Flegetonte e gli indica i tiranni.

Dannato

Alessandro

Inferno · VII cerchio, I girone, violenti contro il prossimo

Tiranno immerso fino agli occhi nel sangue del Flegetonte: Alessandro Magno oppure, per altri, Alessandro di Fere.

Dannato

Ezzelino III da Romano

Inferno · VII cerchio, I girone, violenti contro il prossimo

Signore ghibellino della Marca Trevigiana, tiranno proverbiale; fratello di Cunizza.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

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Inferno · Canto XII Approfondito

Il Bulicame di Viterbo

vv. 115-120Poco più oltre il centauro s'affissesovr'una gente che 'nfino a la golaparea che di quel bulicame uscisse.Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,dicendo: «Colui fesse in grembo a Diolo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».Leggi nel testo

I violenti contro il prossimo sono immersi nel Flegetonte, un fiume di sangue bollente, tanto più a fondo quanto più grave è la loro colpa. Per indicare quel fiume Dante usa un nome speciale: «bulicame», dal verbo bulicare, cioè bollire.

In realtà Bulicame era un nome proprio: così si chiamava, e si chiama ancora, una sorgente di acqua termale calda e ribollente vicino a Viterbo. Dante la citerà di nuovo, con la maiuscola, nel canto XIV. Il paragone fa pensare che conoscesse il luogo.

Il collegamento con Viterbo si vede anche nell'anima indicata subito dopo dal centauro Nesso: Guido di Montfort, che nel 1271 uccise in una chiesa di Viterbo il principe inglese Enrico di Cornovaglia, per vendicare il padre. Il cuore della vittima, dice Dante, «'n su Tamisi ancor si cola», è ancora venerato a Londra sul Tamigi.

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Fili rossi · questo canto nel resto del poema

Il Minotauro e i centauri

Ne parla la scheda «Caronte, un demone che viene dal mito» (Inf. III).

Inizia il cerchio dei violenti

Ne parla la scheda «Il lavoro, figlio della natura e nipote di Dio» (Inf. XI).

Ezzelino III da Romano

Compare anche in un altro canto.