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Testo e parafrasi del canto II
Parafrasi
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1
Lo giorno se n'andava, e l'aere brunoAtoglieva li animai che sono in terraBda le fatiche loro; e io sol unoA
Il giorno finiva, e l’ oscurità faceva interrompere ai vivi in terra le loro fatiche;
Il giorno se ne andava, e l'aria scura liberava gli esseri viventi che sono sulla terra dalle loro fatiche; e io solo
4
m'apparecchiava a sostener la guerraBsì del cammino e sì de la pietate,Cche ritrarrà la mente che non erra.B
7
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;Co mente che scrivesti ciò ch'io vidi,Dqui si parrà la tua nobilitate.C
io solo mi preparavo a sostenere il travaglio fisico e morale (del viaggio), che la memoria, esatta nel trascrivere ciò che ha appreso, narrerà. O Muse, o mia forza intellettuale, soccorretemi; o memoria, che porti impressa in te la mia visione, qui apparirà il tuo valore.
mi preparavo ad affrontare la battaglia sia del cammino sia della pietà, che la memoria, che non sbaglia, ritrarrà. O Muse, o alto ingegno, aiutatemi ora; o memoria che scrivesti ciò che io vidi, qui si vedrà la tua nobiltà.
10
Io cominciai: «Poeta che mi guidi,Dguarda la mia virtù s'ell'è possente,Eprima ch'a l'alto passo tu mi fidi.D
Io cominciai con queste parole: "Poeta, mia guida, guarda se le mie capacità sono sufficienti, prima di affidarmi all’arduo passaggio.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi, guarda se la mia forza è sufficiente, prima di affidarmi al difficile passaggio.
13
Tu dici che di Silvio il parente,Ecorruttibile ancora, ad immortaleFsecolo andò, e fu sensibilmente.E
(Nell’Eneide) tu narri che il padre di Silvio (cioè Enea, che generò Silvio da Lavinia), mentre era ancora in vita, andò nel mondo dei morti (immortale: perché in esso le anime hanno vita eterna), e fece ciò in carne e ossa.
Tu racconti che il padre di Silvio (Enea), ancora mortale, andò nel mondo eterno, e ci andò con il corpo.
16
Però, se l'avversario d'ogne maleFcortese i fu, pensando l'alto effettoGch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,F
19
non pare indegno ad omo d'intelletto;Gch'e' fu de l'alma Roma e di suo imperoHne l'empireo ciel per padre eletto:G
Ma, se Dio (l’avversario d’ogni male) fu con lui cortese, riflettendo sull’importanza dei risultati (Roma, la sua storia, il suo impero) che avrebbero avuto in Enea la loro origine, e sulle sue qualità personali e sulla sua stirpe regale, la cosa non appare ingiustificata a chi ragiona; poiché egli fu prescelto da Dio come capostipite della nobile Roma e del suo impero:
Perciò, se l'avversario di ogni male (Dio) fu benevolo con lui, pensando al grande effetto che doveva uscire da lui, e chi e quale sarebbe stato, ciò non sembra immeritato a un uomo di intelletto; perché egli fu scelto nel cielo empireo come padre dell'alma Roma e del suo impero:
22
la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,Hfu stabilita per lo loco santoIu' siede il successor del maggior Piero.H
Roma e il suo impero, se vogliamo essere esatti, furono costituiti da Dio per preparare il luogo sacro dove ha sede il pontefice, successore del grande Pietro.
la quale e il quale, a voler dire il vero, furono stabiliti per il luogo santo dove siede il successore del grande Pietro.
25
Per quest'andata onde li dai tu vanto,Iintese cose che furon cagioneJdi sua vittoria e del papale ammanto.I
A causa di questa discesa (nel regno dei morti), di cui (nel tuo poema) lo hai considerato degno, apprese fatti (il padre Anchise gli pronosticò il felice esito dei suoi travagli e la grandezza di Roma) che furono le premesse della sua vittoria (nella guerra contro i Latini e i loro alleati) e dell’autorità papale.
Con questo viaggio, per cui tu lo esalti, egli udì cose che furono causa della sua vittoria e del manto papale.
28
Andovvi poi lo Vas d'elezione,Jper recarne conforto a quella fedeKch'è principio a la via di salvazione.J
La seconda discesa nell’oltretomba è quella di San Paolo, l’eletto da Dio, il quale vi andò per trarne forza per la diffusione della fede cristiana, senza la quale la salvezza è impossibile.
Più tardi vi andò il Vaso di elezione (san Paolo), per portarne conforto a quella fede che è il principio della via della salvezza.
31
Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?KIo non Enea, io non Paulo sono:Lme degno a ciò né io né altri 'l crede.K
Ma qual è il motivo per il quale io devo intraprendere questo viaggio? chi mi autorizza a farlo? Non sono né Enea né San Paolo: né io mi ritengo all’altezza del compito, né qualcun altro me ne ritiene degno.
Ma io perché dovrei andarci? E chi lo concede? Io non sono Enea, io non sono Paolo: né io né altri mi crede degno di questo.
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Per che, se del venire io m'abbandono,Ltemo che la venuta non sia folle.MSe' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».L
37
E qual è quei che disvuol ciò che volleMe per novi pensier cangia proposta,Nsì che dal cominciar tutto si tolle,M
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tal mi fec'io 'n quella oscura costa,Nperché, pensando, consumai la 'mpresaOche fu nel cominciar cotanto tosta.N
43
«S'i' ho ben la parola tua intesa»,Orispuose del magnanimo quell'ombra;P«l'anima tua è da viltade offesa;O
Perciò, se, per quel che riguarda questo viaggio, m’induco ad acconsentire, temo che la mia venuta (nell’oltretomba) sia temeraria: sei saggio; sei in grado di comprendere meglio di quanto io non sia in grado di esprimermi E nello stato d’animo di chi cessa di volere ciò che ha voluto prima e cambia intento per il sopraggiungere di nuovi pensieri, in modo da scostarsi dal proposito iniziale, venni a trovarmi io su quel buio pendio (e scesa nel frattempo la notte), perché portai a termine, col pensiero (prevedendone tutti gli ostacoli e rendendomi conto della sua folle temerarietà), l’impresa cui mi ero accinto con tanta baldanza. "Se ho capito bene il tuo discorso" rispose l’ombra di Virgilio, "il tuo animo è fiaccato dalla pusillanimità:
Perciò, se mi lascio andare a venire, temo che il viaggio sia folle. Sei saggio: capisci meglio di quanto io dica». E come colui che non vuole più ciò che voleva e, per nuovi pensieri, cambia proposito, così che abbandona del tutto ciò che aveva cominciato, così feci io su quella costa oscura, perché, pensandoci, consumai l'impresa che all'inizio era stata così pronta. «Se ho ben capito le tue parole», rispose l'ombra di quel magnanimo, «la tua anima è colpita dalla viltà;
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la qual molte fiate l'omo ingombraPsì che d'onrata impresa lo rivolve,Qcome falso veder bestia quand'ombra.P
essa molte volte ostacola l’uomo tanto da allontanarlo da un’impresa onorata, così come una ingannevole apparenza fa volgere indietro una bestia quando si adombra.
che molte volte ingombra l'uomo, tanto da distoglierlo da un'impresa onorata, come una falsa visione fa con una bestia quando si adombra.
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Da questa tema acciò che tu ti solve,Qdirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesiRnel primo punto che di te mi dolve.Q
Perché tu ti liberi da questo timore, ti esporrò il motivo per cui sono venuto (in tuo aiuto) e ciò che udii quando per la prima volta sentii pietà per il tuo stato.
Perché tu ti liberi da questo timore, ti dirò perché venni e che cosa udii nel primo momento in cui ebbi pena di te.
52
Io era tra color che son sospesi,Re donna mi chiamò beata e bella,Stal che di comandare io la richiesi.R
Mi trovavo (nel limbo) tra coloro che sono in una condizione intermedia tra i beati e i dannati al fuoco eterno, quando fui chiamato da una donna di tale bellezza e soffusa di tanta letizia, da essere indotto a pregarla di comandare.
Io ero tra coloro che sono sospesi, e mi chiamò una donna beata e bella, tale che le chiesi di comandarmi.
55
Lucevan li occhi suoi più che la stella;Se cominciommi a dir soave e piana,Tcon angelica voce, in sua favella:S
La luce dei suoi occhi vinceva quella delle stelle; e cominciò a parlarmi dolcemente e pacatamente, con voce d’angelo:
I suoi occhi brillavano più delle stelle; e cominciò a parlarmi dolce e piana, con voce angelica, nella sua lingua:
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"O anima cortese mantoana,Tdi cui la fama ancor nel mondo dura,Ue durerà quanto 'l mondo lontana,T
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l'amico mio, e non de la ventura,Une la diserta piaggia è impeditoVsì nel cammin, che volt'è per paura;U
"O cortese anima mantovana, la cui fama dura ancora fra gli uomini, ed è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà il mondo, colui che è amato da me, ma non dalla sorte, ha trovato tali ostacoli sul deserto pendio del colle, che si è già volto indietro per la paura;
“O anima cortese di Mantova, la cui fama dura ancora nel mondo e durerà quanto durerà il mondo, il mio amico, ma non amico della fortuna, è ostacolato sul pendio deserto nel suo cammino tanto che si è voltato indietro per paura;
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e temo che non sia già sì smarrito,Vch'io mi sia tardi al soccorso levata,Wper quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.V
il mio timore è che egli si sia a tal punto nuovamente perduto (nel buio del peccato), da rendere ormai tardivo (e quindi inutile) il mio aiuto, per quel che di lui mi è stato riferito in cielo.
e temo che sia già così smarrito che io mi sia mossa in suo aiuto troppo tardi, da quello che ho sentito di lui in cielo.
67
Or movi, e con la tua parola ornataWe con ciò c'ha mestieri al suo campareXl'aiuta, sì ch'i' ne sia consolata.W
Va dunque, e aiutalo sia con la tua eloquenza sia con tutto ciò che altrimenti occorra per la sua salvezza, in modo da rendermi contenta.
Ora muoviti, e con la tua parola elegante e con ciò che serve alla sua salvezza aiutalo, così che io ne sia consolata.
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I' son Beatrice che ti faccio andare;Xvegno del loco ove tornar disio;Yamor mi mosse, che mi fa parlare.X
Io, che ti invito ad andare, sono Beatrice; vengo dal cielo, dove desidero tornare; sono stata spinta (fin qui) da amore e amore ha ispirato le mie parole.
Io sono Beatrice, che ti faccio andare; vengo dal luogo dove desidero tornare; mi ha mosso l'amore, che mi fa parlare.
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Quando sarò dinanzi al segnor mio,Ydi te mi loderò sovente a lui".ZTacette allora, e poi comincia' io:Y
Quando sarò davanti a Dio, spesso Gli parlerò degnamente di te." Allora tacque, e poi io cominciai:
Quando sarò davanti al mio Signore, gli parlerò spesso bene di te”. Allora tacque, e poi cominciai io:
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"O donna di virtù, sola per cuiZl'umana spezie eccede ogne contentoAAdi quel ciel c'ha minor li cerchi sui,Z
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tanto m'aggrada il tuo comandamento,AAche l'ubidir, se già fosse, m'è tardi;ABpiù non t'è uo' ch'aprirmi il tuo talento.AA
"O signora di virtù, per la quale virtù soltanto il genere umano è superiore ad ogni altro essere contenuto dal cielo (quello della Luna) che compie (nel suo moto di rotazione intorno alla terra) i giri più piccoli, il tuo comando mi è così gradito, che, se anche avessi iniziato ad obbedirti, mi sembrerebbe pur sempre d’aver fatto tardi;
“O donna di virtù, per la quale sola il genere umano supera tutto ciò che è contenuto dal cielo che ha i cerchi più piccoli (il cielo della Luna), il tuo comando mi è tanto gradito che obbedire, anche se l'avessi già fatto, mi sembrerebbe tardi; non hai bisogno d'altro che di dirmi il tuo desiderio.
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Ma dimmi la cagion che non ti guardiABde lo scender qua giuso in questo centroACde l'ampio loco ove tornar tu ardi".AB
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"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,ACdirotti brievemente", mi rispuose,AD"perch'io non temo di venir qua entro.AC
più non occorre che tu mi manifesti: il tuo volere. Dimmi piuttosto il motivo per cui non temi di scendere qua in basso, nel centro dell’universo (occupato appunto dall’inferno), dal luogo sconfinato (I’Empireo), dove bruci dal desiderio di ritornare." "Poiché vuoi penetrare tanto in profondità con la tua mente, ti dirò in breve perché non temo di scendere nell’inferno" mi rispose.
Ma dimmi il motivo per cui non hai timore di scendere quaggiù, in questo centro, dal luogo ampio dove desideri ardentemente tornare”. “Poiché vuoi sapere così a fondo, ti dirò brevemente”, mi rispose, “perché non ho paura di venire qua dentro.
88
Temer si dee di sole quelle coseADc'hanno potenza di fare altrui male;AEde l'altre no, ché non son paurose.AD
Conviene temere soltanto quelle cose che possono arrecare danno; le altre no, poiché non sono temibili.
Si devono temere solo le cose che hanno il potere di fare del male agli altri; le altre no, perché non fanno paura.
91
I' son fatta da Dio, sua mercé, tale,AEche la vostra miseria non mi tange,AFné fiamma d'esto incendio non m'assale.AE
Dio mi creò, per sua grazia,tale che la vostra miseria di peccatori non mi tocca, né possono attaccarmi le fiamme infernali.
Io sono fatta da Dio, per sua grazia, in modo tale che la vostra miseria non mi tocca, né la fiamma di questo incendio mi assale.
94
Donna è gentil nel ciel che si compiangeAFdi questo 'mpedimento ov'io ti mando,AGsì che duro giudicio là sù frange.AF
Nel cielo una donna gentile (la Vergine) ha compassione per queste difficoltà verso le quali io ti mando (a liberare Dante), tanto da mitigare la severità della giustizia divina.
In cielo c'è una donna gentile (Maria) che prova pietà per questo ostacolo verso cui ti mando, tanto che spezza lassù il severo giudizio.
97
Questa chiese Lucia in suo dimandoAGe disse: - Or ha bisogno il tuo fedeleAHdi te, e io a te lo raccomando -.AG
Questa chiamò Lucia e disse: "Il tuo fedele ha ora bisogno di te, ed io a te lo raccomando".
Questa chiamò Lucia con la sua richiesta e disse: ‹Ora il tuo fedele ha bisogno di te, e io te lo raccomando›.
100
Lucia, nimica di ciascun crudele,AHsi mosse, e venne al loco dov'i' era,AIche mi sedea con l'antica Rachele.AH
Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse, e venne dove io sedevo insieme all’antica Rachele.
Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse e venne al luogo dove io ero, seduta accanto all'antica Rachele.
103
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,AIché non soccorri quei che t'amò tanto,AJch'uscì per te de la volgare schiera?AI
Parlò: - Beatrice, vera gloria di Dio (loda: lode, in quanto la sua perfezione torna a gloria di chi la creò), perché non aiuti chi tanto ti amò, colui che, per amor tuo, seppe elevarsi sulla turba dei mediocri?
Disse: ‹Beatrice, vera lode di Dio, perché non soccorri colui che ti amò tanto da uscire per te dalla schiera della gente comune?
106
non odi tu la pieta del suo pianto?AJnon vedi tu la morte che 'l combatteAKsu la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -AJ
non odi il suo pianto angoscioso? non vedi il pericolo della dannazione che lo assale sul fiume (del peccato), sul quale il mare non può vantare la sua forza?
Non senti l'angoscia del suo pianto? Non vedi la morte che lo assale su quella fiumana su cui il mare non ha vanto?›.
109
Al mondo non fur mai persone ratteAKa far lor pro o a fuggir lor danno,ALcom'io, dopo cotai parole fatte,AK
112
venni qua giù del mio beato scanno,ALfidandomi del tuo parlare onesto,AMch'onora te e quei ch'udito l'hanno".AL
115
Poscia che m'ebbe ragionato questo,AMli occhi lucenti lagrimando volse;ANper che mi fece del venir più presto;AM
Sulla terra non ci furono mai persone così pronte a perseguire il loro utile e a evitare ciò che potesse danneggiarle, come fui pronta io, dopo che tali parole mi furono dette, nello scendere fin quaggiù dal mio seggio di beata, confidando nella tua nobile eloquenza, che onora sia te sia quelli che l’hanno intesa (traendone profitto spirituale)." Dopo avermi dette queste cose, volse verso di me gli occhi lucidi di lagrime; e per questo mi rese più sollecito a venire (dove tu eri);
Al mondo non ci furono mai persone così rapide a cercare il proprio vantaggio o a fuggire il proprio danno come lo fui io, dopo queste parole, a venire quaggiù dal mio seggio beato, fidandomi della tua parola onesta, che onora te e coloro che l'hanno ascoltata”. Dopo che mi ebbe detto questo, volse piangendo gli occhi lucenti; e così mi rese più rapido a venire;
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e venni a te così com'ella volse;ANd'inanzi a quella fiera ti levaiAOche del bel monte il corto andar ti tolse.AN
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Dunque: che è? perché, perché restai?AOperché tanta viltà nel core allette?APperché ardire e franchezza non hai?AO
e come Beatrice volle venni da te; ti portai via dal cospetto della lupa, che t’aveva impedito di raggiungere per la via più breve la cima del colle. Che hai dunque? perché, perché indugi? perché accogli in cuore tanta pusillanimità? perché non hai coraggio e schietta fiducia in te stesso?
e venni da te come lei volle; ti liberai da quella fiera che ti tolse la via breve per salire il bel monte. Dunque, che cos'hai? Perché, perché ti fermi? Perché accogli tanta viltà nel cuore? Perché non hai coraggio e fiducia,
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poscia che tai tre donne benedetteAPcuran di te ne la corte del cielo,AQe 'l mio parlar tanto ben ti promette?».AP
dal momento che tre beate tanto potenti perorano la tua causa davanti al tribunale di Dio, e che le mie parole promettono (al tuo viaggio) un esito così felice?
dal momento che tre donne così benedette si curano di te nella corte del cielo, e le mie parole ti promettono tanto bene?».
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Quali fioretti dal notturno geloAQchinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbiancaARsi drizzan tutti aperti in loro stelo,AQ
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tal mi fec'io di mia virtude stanca,ARe tanto buono ardire al cor mi corse,ASch'i' cominciai come persona franca:AR
" Come i gracili fiori, prostrati a terra con le corolle serrate per difendersi dal freddo della notte, appena li rischiara all’alba il primo raggio di sole si ergono sui loro steli con le corolle tutte aperte, così mi ripresi dal mio precedente stato di abbattimento, e tanto coraggio entrò nel mio animo, che cominciai (a parlare) libero da ogni timore:
Come i fiorellini, piegati e chiusi dal gelo della notte, quando il sole li illumina si raddrizzano tutti aperti sul loro stelo, così feci io con la mia forza stanca, e mi corse al cuore tanto buon coraggio che cominciai come una persona libera da ogni timore:
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«Oh pietosa colei che mi soccorse!ASe te cortese ch'ubidisti tostoATa le vere parole che ti porse!AS
"Oh misericordiosa colei che mi venne in aiuto! e te generoso, che non hai tardato a prestare obbedienza alle veritiere parole che ti indirizzo!
«Oh, piena di pietà colei che mi soccorse! E tu cortese, che obbedisti subito alle parole vere che ti rivolse!
136
Tu m'hai con disiderio il cor dispostoATsì al venir con le parole tue,AUch'i' son tornato nel primo proposto.AT
Col tuo ragionamento mi hai a tal punto predisposto l’animo con desiderio al viaggio, che sono tornato ad avere l’intenzione che avevo in origine.
Tu con le tue parole mi hai disposto il cuore con tanto desiderio di venire, che sono tornato al mio primo proposito.
139
Or va, ch'un sol volere è d'ambedue:AUtu duca, tu segnore, e tu maestro».AVCosì li dissi; e poi che mosso fue,AU
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intrai per lo cammino alto e silvestro.AV
Incamminati dunque, poiché un’unica volontà ci governa: siimi guida, padrone, maestro. " Cosi parlai; ed essendosi egli avviato, entrai (dietro a lui) nell’arduo e orrido cammino.
Ora va', perché una sola volontà è di entrambi: tu guida, tu signore e tu maestro». Così gli dissi; e dopo che si fu mosso, entrai per il cammino profondo e selvaggio.
Riassunto del canto II
Dante, uscito dalla selva del peccato, aveva iniziato l’ascesa del colle all’alba. Al tramonto dello stesso giorno egli si sente assalito da dubbi: per quale suo merito particolare è stato prescelto a visitare da vivo il regno dei morti? Due soli altri esseri viventi erano scesi nell’oltretomba in carne ed ossa: Enea e San Paolo. Ma essi erano stati destinati da Dio a porre in terra le fondamenta della società umana, rispettivamente nell’ordine temporale e in quello spirituale: il primo in quanto capostipite dei Romani, il secondo in quanto propagatore ed organizzatore del Cristianesimo. Per dissipare queste perplessità Virgilio gli spiega i motivi che lo hanno indotto a venire in suo soccorso. Tre dorme benedette hanno avuto compassione di Dante in cielo: la Vergine Maria ha raccomandato la salvezza del Poeta a Lucia, la quale a sua volta ha esortato Beatrice a sottrarlo al mortale pericolo in cui si trovava. Le accorate parole e la sovrumana bellezza della beata, discesa ad implorarlo, hanno reso il poeta latino impaziente di obbedirle. Al nome della donna amata in gioventù Dante si rianima, non diversamente dai fiori all’alba, e, senza più esitazioni, segue Virgilio nel difficile cammino verso la porta dell’inferno.
In breve
Dove e chi
Selva oscura e colle: Dante smarrito. Le tre fiere sbarrano la salita al colle.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Dei vari momenti di poesia che in questo canto confluiscono, la critica non ha tardato ad individuare quelli di più immediata resa lirica: dal tragico tramonto dei versi iniziali alla spirituale apparizione di Beatrice - che la umana passione non tange e che pure, umanamente, lascia trapelare, nel fuoco di carità che la muove, l’amore di un tempo per il suo fedele amico - alla fresca similitudine dei fioretti, che avvia il canto alla sua conclusione su una nota di speranza. Più arduo tuttavia e controverso appare il discorso allorché si passi, dallo studio di questi nuclei lirici di incontrastata evidenza, all’analisi dell’ordito in cui si inseriscono. Subito dopo i pensosi versi d’apertura troviamo una sommaria invocazione alle Muse, cui seguono l’esposizione che Dante fa al maestro dei propri dubbi e la risposta di Virgilio. Sono queste le parti da molti giudicate impoetiche (il Croce trova qui "titubanze artificiate per dar luogo a risposte informative... domande non necessarie e risposte che vanno di là dalla domanda"), ma al tempo stesso indispensabili all’architettura generale del poema, per la funzione esplicativa che in esso svolgono. In questo canto, infatti, detto anche "prologo in cielo" per distinguerlo dal primo, detto "prologo in terra ", il Poeta fornisce al lettore le premesse di natura storico-teologica del suo viaggio nell’al di là. Già fin dal primo canto il dramma di Dante era apparso come il dramma dell’umanità allontanatasi dalla via del bene. Singolarmente indicativa, a tal proposito, era stata la figura della lupa, simbolo di un traviamento, almeno in ugual misura, politico ed etico, cui si era contrapposta, nella profetica anticipazione di Virgilio, la figura, messianica e purificatrice, del Veltro. E’ essenziale, per poter penetrare nello spirito della Commedia, capire che per Dante la lotta tra il bene ed il male non si svolge soltanto nell’intimità delle coscienze, ma ha per teatro il mondo e si concreta in eventi storici, il Poeta abbraccia con un solo sguardo il campo delle intenzioni e quello delle azioni che ne risultano, e si erge a giudice delle une non meno che delle altre. Il suo giudizio ci apparirà ora motivato da considerazioni di pura natura etica, ora invece fortemente influenzato da moventi politici, ma questa scissione che noi siamo portati a stabilire oggi fra due sfere dell’agire (la politica e la morale), nella visione rigorosamente unitaria che del mondo aveva il Medioevo, e di cui Dante è il più alto interprete, non esisteva. Comunque, uno dei miracoli della sua poesia, e non dei minori, sta proprio nel riproporci, viva e stimolante, in un secolo di dubbi e di cautele critiche, quell’indissolubile unitarietà di visione. Già dunque nel primo canto Dante ci aveva dato gli antefatti del suo viaggio; ma ce li aveva dati in chiave enigmatica, ricca di suggestioni fantastiche, aperta a una varietà di interpretazioni pressoché illimitata. In questo secondo canto l’ambito delle sue preoccupazioni si precisa: non più animali a significare le passioni dell’animo, non più occulte concordanze col tempo astronomico a suggerire una felice disposizione delle costellazioni all’impresa. Ora Dante fa i nomi di coloro che hanno avuto una funzione provvidenziale sul corso della storia (Enea e San Paolo) e che in virtù di questa loro funzione hanno potuto, da vivi, varcare le soglie dell’oltretomba, e con essi si raffronta. La sua parola è cauta, la struttura sintattica del discorso che rivolge a Virgilio, tormentata e complessa. Ma non dobbiamo vedere in questo procedere per gradi del suo ragionamento un segno di freddezza, una temporanea assenza dell’ispirazione, quanto piuttosto l’espressione di un fuoco represso, di un calore contenuto, di una urgenza controllata. Parlando a Virgilio, Dante fa in realtà un esame di coscienza e non c’è alcun motivo per sostenere che un esame di coscienza sia in se stesso tema meno poetico di un’estasi d’amore. Inoltre dobbiamo tener presente, fin da questi canti iniziali, che la poesia di Dante non nasce su un terreno vergine di cultura, quale quello cui aspirano i poeti nelle epoche di stanchezza, di transizione, quando, sotto il peso di una tradizione ormai esausta, sembra impossibile recuperare la genuinità del sentire, ma si alimenta anzi di continui suggerimenti culturali. E’ raro che questi suggerimenti restino in Dante arida dottrina: quasi sempre egli li investe della sua passione e li plasma poeticamente, mentre essi, a loro volta, conferiscono alla terzina dantesca la sua straordinaria densità e robustezza. Per il fatto che nella Divina Commedia esistono (ma raramente sono isolabili dal contesto in cui sono inserite) zone di più facile lettura, non è detto che la poesia di Dante vada di necessità ricercata in queste, ad esclusione di altre in cui l’espressione lirica si avviva al contatto con la notizia storica, la precisazione geografica, il problema filosofico, l’assioma teologico. In particolare qui, nel secondo canto, le parole che Dante rivolge al maestro per manifestargli le sue esitazioni riescono ad esprimere compiutamente, con i riferimenti alla storia di Roma e a quella del papato, la consapevolezza che Dante ha della sua alta missione. La risposta di Virgilio, anch’essa elaborata, partecipa di tutt’altra atmosfera: è la certezza che risponde al dubbio; la sua complessità è più esteriore che interiore. Soltanto la comparsa di Beatrice scioglie quello che di troppo rigido rimane per noi nel cerimoniale, evocato dal poeta latino, delle tre donne benedette e schiude una pagina di sovrana e luminosa poesia: come sempre, quando Dante ricorda la donna da lui tanto amata in gioventù, la parola gli si fa lieve, incorporea, tanto più casta quanto più appassionata; la politica, la cultura, il pesante fardello delle sue cure, sono per un istante dimenticati; resta solo uno sguardo rivolto al cielo, una sete religiosa di chiarezza, l’umiltà di un "grande" ai piedi di una " santa ".
vv. 70-72I' son Beatrice che ti faccio andare;vegno del loco ove tornar disio;amor mi mosse, che mi fa parlare.Leggi nel testo
Nel canto II compare per la prima volta il personaggio decisivo del poema, anche se non si vede: Beatrice. È lei, racconta Virgilio, ad essere scesa nel Limbo per chiedergli di soccorrere Dante: «I' son Beatrice che ti faccio andare». Dietro di lei c'è una catena di donne celesti: la Vergine Maria muove santa Lucia, Lucia muove Beatrice, Beatrice muove Virgilio.
Questa Beatrice è insieme continuità e novità rispetto alla Vita Nuova, il libro giovanile in cui Dante aveva raccontato il suo amore per lei. Là era la donna che ispirava il poeta e la cui morte lo aveva sconvolto; qui, «donna beata e bella», è un'anima del Paradiso che si muove per salvare l'amico. Alla fine della Vita Nuova Dante aveva promesso di scrivere di lei «quello che mai non fue detto d'alcuna»: la Commedia mantiene quella promessa.
Per tutto l'Inferno e il Purgatorio Beatrice resta la meta del viaggio: Virgilio la nomina per dare coraggio a Dante, e sarà proprio il suo nome a fargli attraversare il muro di fuoco. Comparirà in persona solo in cima al Purgatorio, nel canto XXX.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il viaggio comincia davvero
Ne parla la scheda «Smarrirsi in una selva prima di Dante» (Inf. I).