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Indice dei canti
Virgilio copre con le mani gli occhi di Dante; una figura luminosa in veste bianca cammina sull'acqua della palude verso una porta chiusa, sulle cui torri si agitano tre donne dai capelli di serpenti.
Le Furie minacciano dall'alto di Dite, ma il messo celeste attraversa lo Stige per aprire la porta
Inferno · Città di Dite / VI cerchio

Inferno, Canto IX

«Quel color che viltà di fuor mi pinse…»

Dopo essere tornato presso Dante, Virgilio riacquista la propria serenità e incoraggia il suo discepolo ricordandogli di essere già disceso una volta fino al fondo dell’inferno.

Luogo
Città di Dite, VI cerchio
Anime e colpe
Diavoli ribelli; Eretici
Personaggi
Virgilio, Erinni, Medusa
Versi
133 · 44 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
      Città di DiteVI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto IX

Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1

Quel color che viltà di fuor mi pinseAveggendo il duca mio tornare in volta,Bpiù tosto dentro il suo novo ristrinse.A

Quel colore smorto che la paura aveva diffuso sul mio volto, quando avevo veduto Virgilio tornare indietro, fece sparire più presto il pallore che da poco era apparso sul suo.
Quel colore (pallido) che la paura mi dipinse sul viso, vedendo la mia guida tornare indietro, fece sì che lui trattenesse più in fretta dentro di sé il suo colore insolito.
4

Attento si fermò com'uom ch'ascolta;Bché l'occhio nol potea menare a lungaCper l'aere nero e per la nebbia folta.B

Si arrestò attento come chi cerca di percepire un suono; lo sguardo, infatti, non poteva portarlo a distinguere lontano attraverso l’aria buia e la densa caligine.
Si fermò attento come un uomo che ascolta; perché l'occhio non poteva portarlo lontano attraverso l'aria nera e la nebbia fitta.
7

«Pur a noi converrà vincer la punga»,Ccominciò el, «se non... Tal ne s'offerse.DOh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!».C

"Eppure dovremo vincere questa battaglia" prese a dire, "a meno che... (ma no, non è possibile). Tanto potente è colei (Beatrice) che ci promise il suo aiuto: oh quanto mi preoccupa il ritardo di qualcuno!
«Eppure dovremo vincere la battaglia», cominciò lui, «se no... Tale (aiuto) ci fu offerto. Oh quanto mi pare tardi che arrivi qui qualcuno!».
10

I' vidi ben sì com'ei ricoperseDlo cominciar con l'altro che poi venne,Eche fur parole a le prime diverse;D

" Mi accorsi facilmente come Virgilio cancellasse il senso delle prime parole con quelle aggiunte in seguito, diverse dalle prime;
Io vidi bene come lui coprì l'inizio del discorso con quello che venne poi, che furono parole diverse dalle prime;
13

ma nondimen paura il suo dir dienne,Eperch'io traeva la parola troncaFforse a peggior sentenzia che non tenne.E

ciò nonostante il suo discorso mi diede timore, poiché io attribuivo alla frase non conclusa un significato forse peggiore di quello che aveva.
ma ciononostante le sue parole mi fecero paura, perché io interpretavo la frase interrotta forse in un senso peggiore di quello che aveva.
16

«In questo fondo de la trista concaFdiscende mai alcun del primo grado,Gche sol per pena ha la speranza cionca?».F

19

Questa question fec'io; e quei «Di radoGincontra», mi rispuose, «che di noiHfaccia il cammino alcun per qual io vado.G

"Nel fondo della dolorosa voragine infernale avviene mai che discenda qualcuno del primo cerchio (il limbo), dove le anime hanno come sola punizione la speranza (di vedere Dio) destinata a non realizzarsi mai?" Feci questa domanda; e Virgilio mi rispose: "Raramente avviene che qualcuno di noi faccia la strada che io sto percorrendo.
«In questo fondo della triste conca scende mai qualcuno del primo cerchio (il Limbo), che come unica pena ha la speranza troncata?». Questa domanda feci io; e lui mi rispose: «Raramente accade che qualcuno di noi faccia il cammino per il quale io vado.
22

Ver è ch'altra fiata qua giù fui,Hcongiurato da quella Eritón crudaIche richiamava l'ombre a' corpi sui.H

25

Di poco era di me la carne nuda,Ich'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,Jper trarne un spirto del cerchio di Giuda.I

E’ bensì vero che già un’altra volta fui quaggiù, richiamato dagli scongiuri di quella crudele Eritone che faceva tornare le anime nei loro corpi, Da poco tempo il mio corpo era privo dell’anima, allorché costei mi fece entrare nella città di Dite, per fare uscire un’anima del cerchio dove e dannato Giuda.
È vero che un'altra volta fui quaggiù, costretto da un incantesimo di quella crudele Eritone che richiamava le anime nei loro corpi. Da poco la mia carne era rimasta priva di me (ero morto da poco), quando lei mi fece entrare dentro quel muro per tirarne fuori uno spirito del cerchio di Giuda.
28

Quell'è 'l più basso loco e 'l più oscuro,Je 'l più lontan dal ciel che tutto gira:Kben so 'l cammin; però ti fa sicuro.J

31

Questa palude che 'l gran puzzo spiraKcigne dintorno la città dolente,Lu' non potemo intrare omai sanz'ira».K

Quello è il posto più basso e più buio, e più lontano dal cielo che imprime il movimento all’universo: conosco bene il cammino; perciò rassicurati. Nella cosmologia della Commedia, il ciel che tutto gira è, rispetto alla terra, l'ultimo dei nove cieli fisici. E' chiamato Primo Mobile, perché da esso si trasmette il movimento a tutto il creato.
Quello è il luogo più basso e più oscuro, e il più lontano dal cielo che fa girare ogni cosa: conosco bene la strada; perciò stai tranquillo. Questa palude che emana la grande puzza circonda tutt'intorno la città del dolore, dove ormai non possiamo entrare senza scontro».
34

E altro disse, ma non l'ho a mente;Lperò che l'occhio m'avea tutto trattoMver' l'alta torre a la cima rovente,L

37

dove in un punto furon dritte rattoMtre furie infernal di sangue tinte,Nche membra feminine avieno e atto,M

40

e con idre verdissime eran cinte;Nserpentelli e ceraste avien per crine,Oonde le fiere tempie erano avvinte.N

L’acquitrino da cui emana il grande fetore circonda tutt’intorno la città dei dannati, nella quale non possiamo ormai entrare senza lotta. E disse altre cose, ma non le ricordo; poiché lo sguardo mi aveva tutto portato verso l’alta torre dalla cima arroventata, dove all’improvviso si erano levate tutte nel medesimo istante tre furie infernali imbrattate di sangue, che avevano corpo e atteggiamentodi donna, e portavano annodati intorno al corpo serpenti d’acqua d’intenso color verde;
E disse altro, ma non lo ricordo; perché l'occhio mi aveva attirato completamente verso l'alta torre dalla cima infuocata, dove in un attimo si erano drizzate all'improvviso tre furie infernali macchiate di sangue, che avevano membra e atteggiamento femminili, ed erano cinte da serpenti d'acqua verdissimi; al posto dei capelli avevano serpentelli e cerasti, di cui erano avvolte le tempie feroci.
43

E quei, che ben conobbe le meschineOde la regina de l'etterno pianto,P«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.O

per capelli avevano serpentelli e serpenti muniti di corna, che ne cingevano le spaventose teste, E Virgilio, che non aveva tardato a riconoscere le ancelle della regina (Proserpina) dell’inferno, mi disse:
E lui, che conosceva bene le ancelle della regina dell'eterno pianto (Proserpina), mi disse: «Guarda le feroci Erinni.
46

Quest'è Megera dal sinistro canto;Pquella che piange dal destro è Aletto;QTesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.P

" Ecco le implacabili Erinni. Dalla parte sinistra è Megera; quella piangente, a destra, è Aletto: nel mezzo c’è Tesifone"; ciò detto, tacque.
Questa a sinistra è Megera; quella che piange a destra è Aletto; Tesifone è in mezzo»; e a quel punto tacque.
49

Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;Qbattiensi a palme, e gridavan sì alto,Rch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.Q

Ciascuna si lacerava il petto con le unghie; si percuotevano con le mani aperte e urlavano così forte, che per la paura mi strinsi a Virgilio. "Venga Medusa:
Ciascuna si squarciava il petto con le unghie; si battevano con le mani, e gridavano così forte che io mi strinsi al poeta per la paura.
52

«Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto»,Rdicevan tutte riguardando in giuso;S«mal non vengiammo in Teseo l'assalto».R

cosi lo faremo diventare di pietra" dicevano tutte quante guardando verso il basso: "fu male non punire nella persona di Teseo l’ assalto (portato al regno dell’oltretomba).
«Venga Medusa: così lo trasformeremo in pietra», dicevano tutte guardando in giù; «facemmo male a non vendicare su Teseo il suo assalto».
55

«Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;Sché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi,Tnulla sarebbe di tornar mai suso».S

" "Voltati e tieni gli occhi chiusi; poiché se Medusa appare e tu la vedessi, non ti sarebbe più possibile tornare sulla terra. " Così parlò Virgilio;
«Girati indietro e tieni gli occhi chiusi; perché se la Gorgone si mostra e tu la vedessi, non ci sarebbe più modo di tornare mai lassù».
58

Così disse 'l maestro; ed elli stessiTmi volse, e non si tenne a le mie mani,Uche con le sue ancor non mi chiudessi.T

ed egli stesso mi fece voltare, e non si accontentò che io mi coprissi gli occhi con le mie mani, ma volle coprirmeli anche con le sue.
Così disse il maestro; e lui stesso mi girò, e non si fidò delle mie mani, tanto che mi coprì gli occhi anche con le sue.
61

O voi ch'avete li 'ntelletti sani,Umirate la dottrina che s'ascondeVsotto 'l velame de li versi strani.U

O voi che avete le menti non ottenebrate, contemplate l’insegnamento che si nasconde sotto il velo dei versi misteriosi.
O voi che avete l'intelletto sano, osservate l'insegnamento che si nasconde sotto il velo dei versi misteriosi.
64

E già venia su per le torbide ondeVun fracasso d'un suon, pien di spavento,Wper cui tremavano amendue le sponde,V

67

non altrimenti fatto che d'un ventoWimpetuoso per li avversi ardori,Xche fier la selva e sanz'alcun rattentoW

70

li rami schianta, abbatte e porta fori;Xdinanzi polveroso va superbo,Ye fa fuggir le fiere e li pastori.X

E già si stava avvicinando sulla superficie fangosa della palude un rumore fragoroso e terrificante, che faceva tremare sia l’una che l’altra riva dello Stige, non diverso da quello di un vento reso violento dal calore delle masse d’aria (che trova sul suo cammino), il quale colpisce la foresta e senza che nulla possa trattenerlo spezza i rami, li scaglia a terra e li trascina fuori (della selva); avanza imponente, in una nuvola di polvere, e causa la fuga dei greggi e dei pastori.
E già arrivava sopra le onde torbide il fracasso di un suono pieno di spavento, per cui tremavano entrambe le rive, fatto né più né meno come quello di un vento impetuoso a causa dei calori contrari, che colpisce la foresta e, senza alcun ostacolo, spezza i rami, li abbatte e li porta via; avanza superbo con la polvere davanti, e fa fuggire le belve e i pastori.
73

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerboYdel viso su per quella schiuma anticaZper indi ove quel fummo è più acerbo».Y

Virgilio mi liberò gli occhi (che erano coperti dalle sue mani) e disse: "Dirigi adesso la forza del tuo sguardo sulla superficie schiumosa dell’antica palude, verso quella parte dove la nebbia è più molesta".
Mi liberò gli occhi e disse: «Ora dirigi la forza della vista su quella schiuma antica, verso il punto dove quel fumo è più denso».
76

Come le rane innanzi a la nimicaZbiscia per l'acqua si dileguan tutte,AAfin ch'a la terra ciascuna s'abbica,Z

79

vid'io più di mille anime distrutteAAfuggir così dinanzi ad un ch'al passoABpassava Stige con le piante asciutte.AA

Come le rane all’apparire della biscia, loro nemica, si disperdono tutte nel l’acqua, fino ad appiattirsi ognuna contro terra, così vidi innumerevoli dannati darsi alla fuga all’avvicinarsi di qualcuno che attraversava camminando lo Stige senza bagnarsi neppure le piante dei piedi.
Come le rane davanti alla biscia nemica spariscono tutte nell'acqua, finché ciascuna si raggomitola sul fondo, così io vidi più di mille anime dannate fuggire davanti a uno che a piedi attraversava lo Stige con le piante dei piedi asciutte.
82

Dal volto rimovea quell'aere grasso,ABmenando la sinistra innanzi spesso;ACe sol di quell'angoscia parea lasso.AB

Allontanava dal suo viso la fitta nebbia, muovendo spesso davanti a sé la mano sinistra; e sembrava infastidito soltanto da questa preoccupazione.
Allontanava dal volto quell'aria densa, muovendo spesso la mano sinistra davanti a sé; e solo di quel fastidio sembrava stanco.
85

Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,ACe volsimi al maestro; e quei fé segnoADch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.AC

Compresi facilmente che era inviato dal cielo, e mi volsi a Virgilio; ed egli mi fece intendere con un cenno che dovevo restare tranquillo ed inchinarmi davanti a lui.
Mi accorsi bene che era un messo del cielo, e mi voltai verso il maestro; e lui mi fece segno di stare zitto e di inchinarmi davanti a lui.
88

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!ADVenne a la porta, e con una verghettaAEl'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.AD

Ahi come mi sembrava pieno di sdegno! Giunse alla porta (di Dite) e, toccandola con una piccola verga, la aprì senza incontrare alcun ostacolo.
Ah, quanto mi sembrava pieno di sdegno! Venne alla porta, e la aprì con una bacchetta, senza che ci fosse alcuna resistenza.
91

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,AEcominciò elli in su l'orribil soglia,AF«ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?AE

"O espulsi dal cielo, stirpe disprezzata", prese a dire sullo spaventoso limitare, " da dove viene questa tracotanza che si raccoglie in voi?
«O cacciati dal cielo, gente disprezzata», cominciò lui sopra l'orribile soglia, «da dove nasce in voi questa arroganza?
94

Perché recalcitrate a quella vogliaAFa cui non puote il fin mai esser mozzo,AGe che più volte v'ha cresciuta doglia?AF

Perché vi opponete a quella volontà (la volontà di Dio) il cui compimento non può mai essere ostacolato, e che più di una volta ha accresciuto il vostro dolore?
Perché vi ribellate a quella volontà (di Dio) a cui non si può mai impedire il suo fine, e che più volte vi ha accresciuto il dolore?
97

Che giova ne le fata dar di cozzo?AGCerbero vostro, se ben vi ricorda,AHne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo».AG

A che serve opporsi ai decreti divini? Se ben ricordate, il vostro Cerbero, per questa ragione, ha tuttora privi di pelo la parte inferiore del muso e il collo.
A che cosa serve scontrarsi contro il destino? Il vostro Cerbero, se ricordate bene, ne porta ancora pelati il mento e la gola».
100

Poi si rivolse per la strada lorda,AHe non fé motto a noi, ma fé sembianteAId'omo cui altra cura stringa e mordaAH

103

che quella di colui che li è davante;AIe noi movemmo i piedi inver' la terra,AJsicuri appresso le parole sante.AI

" Poi tornò indietro ripercorrendo il sozzo cammino, e non ci rivolse neppure una parola, ma assunse l’aspetto di uno che è assillato e stimolato da una preoccupazione diversa da quella di colui che gli sta davanti; e noi ci incamminammo verso la città, rassicurati dopo le sante parole da lui dette.
Poi tornò indietro per la strada sporca, e non ci rivolse parola, ma ebbe l'aspetto di un uomo che è stretto e tormentato da un'altra preoccupazione che non quella di chi gli sta davanti; e noi muovemmo i passi verso la città, sicuri dopo le parole sante.
106

Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;AJe io, ch'avea di riguardar disioAKla condizion che tal fortezza serra,AJ

109

com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;AKe veggio ad ogne man grande campagnaALpiena di duolo e di tormento rio.AK

Entrammo in essa senza incontrare opposizioni; e io, che desideravo osservare lo stato delle cose contenute dentro quelle mura fortificate, non appena entrato, mi guardai d’attorno; e vidi da ogni parte una grande pianura colma di dolore e di supplizi crudeli.
Vi entrammo dentro senza alcuna lotta; e io, che avevo desiderio di osservare la condizione (delle anime) che una tale fortezza racchiude, appena fui dentro, guardo intorno; e vedo da ogni parte una grande pianura piena di dolore e di tormento crudele.
112

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,ALsì com'a Pola, presso del CarnaroAMch'Italia chiude e suoi termini bagna,AL

115

fanno i sepulcri tutt'il loco varo,AMcosì facevan quivi d'ogne parte,ANsalvo che 'l modo v'era più amaro;AM

Come ad Arles, dove la corrente del Rodano (sfociando nel mare) si arresta, e come a Pola, presso il golfo del Quarnaro che delimita l’Italia e ne bagna i confini, le tombe rendono tutto il terreno vario, così facevano qui in qualsiasi punto, solo che la forma della sepoltura era più angosciosa;
Come ad Arles, dove il Rodano si allarga a palude, come a Pola, vicino al Quarnaro che chiude l'Italia e bagna i suoi confini, i sepolcri rendono tutto il terreno irregolare, così facevano qui da ogni parte, tranne che il modo qui era più doloroso;
118

ché tra gli avelli fiamme erano sparte,ANper le quali eran sì del tutto accesi,AOche ferro più non chiede verun'arte.AN

poichè fra i sepolcri erano sparse fiamme, a causa delle quali erano tanto roventi, che nessun’arte (di fabbro) chiede che il ferro lo sia di più.
perché tra le tombe erano sparse fiamme, dalle quali erano così completamente arroventate, che nessun mestiere richiede un ferro più rovente.
121

Tutti li lor coperchi eran sospesi,AOe fuor n'uscivan sì duri lamenti,APche ben parean di miseri e d'offesi.AO

Le pietre tombali erano tutte sollevate, e uscivano dai sepolcri lamenti così disperati, che parevano davvero (lamenti) di infelici e di suppliziati. E io:
Tutti i loro coperchi erano sollevati, e ne uscivano lamenti così strazianti che sembravano proprio di gente infelice e tormentata.
124

E io: «Maestro, quai son quelle gentiAPche, seppellite dentro da quell'arche,AQsi fan sentir coi sospiri dolenti?».AP

"Maestro, quali sono quelle turbe che sepolte dentro quelle tombe, si fanno udire attraverso i loro dolorosi gemiti? " E Virgilio:
E io: «Maestro, chi sono quelle persone che, sepolte dentro quei sarcofaghi, si fanno sentire con sospiri di dolore?».
127

Ed elli a me: «Qui son li eresiarcheAQcon lor seguaci, d'ogne setta, e moltoARpiù che non credi son le tombe carche.AQ

"Qui si trovano i capi di eresie con i loro seguaci, di ogni setta, e i sepolcri sono molto più pieni di quanto tu creda.
E lui a me: «Qui ci sono i capi degli eretici con i loro seguaci, di ogni setta, e le tombe sono piene molto più di quanto credi.
130

Simile qui con simile è sepolto,ARe i monimenti son più e men caldi».ASE poi ch'a la man destra si fu vòlto,AR

133

passammo tra i martiri e li alti spaldi.AS

I seguaci di una stessa eresia sono sepolti insieme, e i monumenti sepolcrali sono ora più ora meno caldi". E dopo essersi volto a destra, ci incamminammo fra il luogo dei supplizi e le alte mura.
Qui il simile è sepolto con il simile, e le tombe sono più o meno roventi». E dopo che si fu girato verso destra, passammo tra i tormenti e le alte mura.

Riassunto del canto IX

Dopo essere tornato presso Dante, Virgilio riacquista la propria serenità e incoraggia il suo discepolo ricordandogli di essere già disceso una volta fino al fondo dell’inferno. All’improvviso, sull’alto delle mura fortificate di Dite compaiono le tre Furie, mostri con sembianze di donna e chiome formate da un intrico di serpenti. Esse manifestano la loro ira per la presenza dei due poeti, dilaniandosi con le unghie, percuotendosi e gridando in maniera terrificante. Ma da sole sono impotenti a punire il vivo che ha osato violare la dimora della morte; per questo invocano a gran voce Medusa, la Gorgone che ha il potere di trasformare in pietra chiunque la guardi. Virgilio invita il suo discepolo a volgere le spalle, ed egli stesso gli copre gli occhi con le mani. Ma da lontano si preannuncia ormai l’arrivo del messo celeste. Lo precede un fragore d’uragano, mentre davanti a lui, che avanza sereno sulla palude stigia senza nemmeno bagnarsi le piante dei piedi, i dannati, in numero sterminato, si danno alla fuga. Virgilio esorta Dante ad inginocchiarsi, ma l’angelo non degna i due pellegrini di uno sguardo: altre preoccupazioni sembrano dominare il suo animo. Giunto davanti alla porta della città di Dite, la tocca con un piccolo scettro ed essa si apre senza difficoltà. Prima di ripercorrere il cammino per il quale è venuto, il messo rimprovera i diavoli per l’opposizione ai voleri dell’Onnipotente e ricorda la sorte toccata a Cerbero per aver voluto opporsi ad Ercole che era disceso negli Interi. Allontanatosi l’angelo, i due viandanti penetrano nell’interno della città: davanti a loro si apre una grande pianura cosparsa di tombe, che richiama alla memoria di Dante le necropoli romane di Arles e di Pola. Ma qui i sepolcri, tutti aperti, sono arroventati dalle fiamme. In essi si trovano le anime degli eretici. I due poeti si incamminano lungo un sentiero che corre tra le mura e le tombe infuocate.

In breve

Dove e chi
  1. Città di Dite: Diavoli ribelli. Mura di ferro che difendono il basso Inferno.
  2. VI cerchio: Eretici. Chiusi in sepolcri infuocati.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

I canti ottavo e nono ripropongono le perplessità, i dubbi, i terrori dell’anima di fronte al peccato, una situazione analoga, cioè, a quella in cui Dante si è trovato alla uscita dalla selva. Anche qui tema dominante è quello della umana insufficienza; ma, mentre nei due canti iniziali l’aiuto divino si era concretato in un uomo, Virgilio, poeta e saggio, espressione al tempo stesso di un modello insuperato di civiltà (l’impero romano) e della ragione eterna, pura di specificazioni storiche, qui l’intervento sovrannaturale è assai più diretto e miracoloso: nella persona dell’angelo è infatti sensibilmente prefigurata la Grazia. Ora infatti che l’inferno "alto", luogo di pena per coloro che peccarono passionalmente, quasi per una sovrabbondanza della forza vitale, ha finito di dare al peregrinante i suoi insegnamenti, ora che alla vista del Poeta appare la fortezza che racchiude il male più grave, I’umanissimo Virgilio, dolce padre, amico e maestro premuroso, guida fin qui sicura, rivela egli stesso la propria imperfezione, i limiti da Dio assegnati all’uomo. Il Vossler ha opportunamente diviso il grande dramma religioso che si svolge dalla metà del canto ottavo fin quasi al termine del nono in quattro atti. Primo atto: l’anima, in quanto non definitivamente acquisita al male, è respinta dai diavoli (Dante è ancora in vita, ha la possibilità di redimersi, non è morto al richiamo della Grazia). Secondo atto: la ragione (Virgilio) tenta di indurre la malizia a riconoscersi sconfitta; ma questa, avvertito il pericolo, fugge. Terzo atto: il male, al fine di prevalere su colui che vuole smascherarlo, evoca le sue forze più pericolose: non le seduzioni esterne alle quali la ragione saprebbe resistere, bensì le angosce interne, i rimorsi (le Furie). L’anima, se assistita dalla ragione, non ha motivo di temerle (Virgilio invita Dante a guardare le Furie e gliele nomina). Essa deve però respingere quella che del male è la tentazione più nefasta, la disperazione (Medusa). Quarto atto: a sconfiggere il male deve intervenire - dopo che l’anima e la ragione si sono impegnate ed hanno compiuto i loro tentativi di resistenza - la grazia divina (il messo celeste). Il nono è fra i canti più ricchi di riferimenti a simboli, leggende e figurazioni della mitologia pagana. Il De Sanctis ha detto che Dante se ne serve come di "materiale di costruzione", nello stesso modo in cui i cristiani del Medioevo si servivano di colonne e ruderi romani per le loro chiese. Ma questa affermazione va in parte corretta: non si tratta di semplice "materiale". Sia pure strappati dal loro contesto storico, gli elementi della cultura pagana conservano nella Commedia qualcosa dei loro antichi significati. In tutto il poema è, infatti, continuamente ribadita la continuità etica e culturale fra mondo precristiano e mondo cristiano, non diversamente da come in San Tommaso e in Sant’Alberto Magno una medesima linea di pensiero congiunge, gerarchicamente graduandole, natura e rivelazione, filosofia greca e Sacra Scrittura, vita morale e santità. Questa fortissima esigenza unitaria, per la quale nessun aspetto del reale viene respinto (la gloria di Dio risplende, per quanto in una parte più e meno altrove, ovunque nell’universo, come è detto nella terzina di apertura del Paradiso), spiega come, per Dante, anche negli dei falsi e bugiardi, assunti in funzione simbolica, brilli qualche idea del divino. La riabilitazione del mondo classico sarà compiuta esplicitamente, senza giustificazioni religiose, dagli umanisti del Quattrocento, ma qualcosa del loro sentire si è voluto scorgere anche in Dante e si è parlato (Sapegno) della "fiducia ingenuamente preumanistica dello scrittore nella validità poetica, e quindi anche simbolica e immediatamente persuasiva, della cultura letteraria consegnata ai grandi poemi classici". Ma il richiamo alle favole mitologiche nella Commedia ha una funzione opposta a quella che svolgerà nella cultura umanistica: la mitologia non viene infatti accolta nell’universo poetico di Dante in quanto elemento evasivo, di fuga dal reale, di nobile distacco dalla condizione del dolore, ma dal Poeta è volta a confermare, oltre ogni differenza di linguaggio e cultura, una verità che non ammette né restrizioni né deroghe né accomodamenti: quella dell’impegno totale e responsabile dell’uomo nel mondo. Tuttavia, se la grande rappresentazione drammatica davanti alla porta di Dite riflette indubbiamente una concezione allegorica, essa la traduce poi in scenografia ed azione. Come le due distese orizzontali, la nera maremma del fango e la fiammeggiante necropoli dell’eresia, ingigantiscono la verticalità delle mura - enormi nel desolato riverbero, quasi di ferro appena uscito dal fuoco - della città del male (un dato reale, un paesaggio medievale urbano, vallo, torri, porte, sentinelle, su cui l’anima fa incombere l’ombra del giudizio di Dio), così due zone di silenzio (i dannati, le loro pene, le loro espressioni di dolore sono passati in secondo piano; l’attenzione del Poeta si volge tutta al "mistero" che ha luogo davanti ai suoi occhi e ha per oggetto il suo stesso destino) isolano nella sua unicità esemplare la scena del decisivo confronto tra le forze del male e il ministro del volere di Dio. L’arrivo del messo si preannuncia sul piano dell’analogia fin dagli inizi del canto ottavo, allorché fuochi nella notte, improvvisi segnali di guerra, introducono una nuova dimensione, allucinata e febbrile, nel poema. Ma, nella sua compostezza plastica e morale, l’angelo mostra di sdegnare le umane trepidazioni. Mentre infatti le forze del bene si misurano con quelle del male in un clima di epopea e intorno all’anima umana si affrontano come eroi dei poemi dell’antichità, Dante nei suoi dialoghi con Virgilio, pieni di reticenze, di curiosità impacciata, dà voce all’umana viltà, nota ai confini del comico, sempre presente, anche nel cuore della tragedia, nella complessità della vita.

Personaggi del canto IX

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Custode

Erinni

Inferno · mura della città di Dite

Megera, Aletto e Tesifone: le tre Furie dai capelli di serpenti che minacciano Dante dalla torre di Dite.

Figura mitologica

Medusa

Inferno · mura della città di Dite

La Gorgone che pietrifica chi la guarda: le Erinni la invocano contro Dante, ma non compare.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Al livello Approfondito trovi un'altra scheda, con le fonti e il dibattito critico.

Fonti
Inferno · Canto IX Approfondito

Eritone e la necromanzia

vv. 22-27Ver è ch'altra fiata qua giù fui,congiurato da quella Eritón crudache richiamava l'ombre a' corpi sui.Di poco era di me la carne nuda,ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,per trarne un spirto del cerchio di Giuda.Leggi nel testo

Davanti alle porte chiuse di Dite, Dante chiede timidamente se qualcuno del Limbo sia mai sceso così in basso. Virgilio lo rassicura: è già stato laggiù, quando la maga Eritone lo costrinse a scendere fino al cerchio di Giuda per richiamare un'anima.

Eritone viene dalla Farsaglia di Lucano, il poema sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo. Lì è una strega della Tessaglia che pratica la necromanzia, l'arte di evocare i morti per conoscere il futuro. Il viaggio di Virgilio da lei comandato, invece, è un'invenzione di Dante: nessuna fonte lo racconta.

Perché inventarlo? Dante ha bisogno che la sua guida conosca la strada, e nel Medioevo Virgilio aveva fama di mago oltre che di poeta. L'episodio rafforza l'autorità di Virgilio proprio nel momento in cui i diavoli di Dite lo mettono in difficoltà. Sarà poi necessario l'intervento di un messo celeste per aprire le porte.

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