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Indice dei canti
Una fila di figure incappucciate, con pesanti cappe dorate fuori e grigie dentro, avanza lenta calpestando un uomo nudo steso a terra a braccia aperte fra pali di legno; Dante e Virgilio guardano da sinistra.
Gli ipocriti, sotto cappe di piombo dorato, passano sopra Caifas crocifisso a terra
Inferno · VIII cerchio · Malebolge

Inferno, Canto XXIII

«Taciti, soli, sanza compagnia…»

Inferociti per lo smacco subito, i Malebranche inseguono i due pellegrini, ma questi riescono a porsi in salvo calandosi per il dirupo che porta nella sesta bolgia.

Luogo
VIII cerchio · Malebolge
Anime e colpe
Fraudolenti, in dieci bolge
Versi
148 · 49 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice   V corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XXIII

Parafrasi
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1

Taciti, soli, sanza compagniaAn'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,Bcome frati minor vanno per via.A

Silenziosi, soli, non più accompagnati (dai diavoli) procedevamo l’uno davanti all’altro, come i francescani camminano per la strada.
Silenziosi, soli, senza compagnia, andavamo l'uno davanti e l'altro dietro, come i frati minori vanno per strada.
4

Vòlt'era in su la favola d'IsopoBlo mio pensier per la presente rissa,Cdov'el parlò de la rana e del topo;B

A causa della recente zuffa il mio pensiero era rivolto alla favola di Esopo, nella quale egli narra della rana e del topo;
Il mio pensiero era rivolto, a causa della zuffa appena vista, alla favola di Esopo in cui egli parlò della rana e del topo;
7

ché più non si pareggia 'mo' e 'issa'Cche l'un con l'altro fa, se ben s'accoppiaDprincipio e fine con la mente fissa.C

poiché "ora" e "adesso" non sono più uguali, di quanto non lo siano la favola e la zuffa, se si confrontano con attenzione l’inizio e la fine.
perché “mo” e “issa” (ora e adesso) non si somigliano più di quanto si somiglino l'una all'altra (la favola e la zuffa), se si confrontano bene con attenzione l'inizio e la fine.
10

E come l'un pensier de l'altro scoppia,Dcosì nacque di quello un altro poi,Eche la prima paura mi fé doppia.D

E come un pensiero scaturisce all’ improvviso dall’altro, così da quello ne venne fuori in un secondo tempo un altro, che raddoppiò in me la paura di prima.
E come un pensiero scaturisce da un altro, così da quello ne nacque poi un altro, che mi raddoppiò la paura di prima.
13

Io pensava così: 'Questi per noiEsono scherniti con danno e con beffaFsì fatta, ch'assai credo che lor nòi.E

Io ragionavo in questo modo: " Costoro sono stati per causa nostra derisi con tale danno e tale scorno, che ritengo che a loro rincresca grandemente.
Io pensavo così: «Questi (i diavoli) per causa nostra sono stati scherniti con danno e con una beffa tale che credo li irriti molto.
16

Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,Fei ne verranno dietro più crudeliGche 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.F

Se l’ira si aggiunge alla cattiveria, essi ci inseguiranno più inferociti del cane nei confronti della lepre che addenta.
Se l'ira si aggiunge alla cattiva volontà, ci verranno dietro più crudeli del cane con la lepre che sta per addentare».
19

Già mi sentia tutti arricciar li peliGde la paura e stava in dietro intento,Hquand'io dissi: «Maestro, se non celiG

Sentivo già arricciarmisi tutti i peli per lo spavento, e volgevo attento lo sguardo indietro, allorché dissi: " Maestro, se non nascondi rapidamente te e me, io ho paura dei Malebranche:
Già sentivo tutti i peli rizzarsi per la paura e stavo attento a ciò che c'era dietro, quando dissi: «Maestro, se non nascondi
22

te e me tostamente, i' ho paventoHd'i Malebranche. Noi li avem già dietro;Iio li 'magino sì, che già li sento».H

li abbiamo già alle nostre spalle: li vedo a tal punto con l’immaginazione, che già li sento (dietro di noi) ". E Virgilio:
te e me in fretta, io ho paura dei Malebranche. Li abbiamo già alle spalle; li immagino così tanto che già li sento».
25

E quei: «S'i' fossi di piombato vetro,Il'imagine di fuor tua non trarreiJpiù tosto a me, che quella dentro 'mpetro.I

" Se fossi uno specchio, non rifletterei più rapidamente la tua immagine esterna, di quanto ora imprimo in me la tua immagine interna.
E lui: «Se io fossi uno specchio, non rifletterei la tua immagine esteriore più rapidamente di quanto colgo quella interiore (i tuoi pensieri).
28

Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,Jcon simile atto e con simile faccia,Ksì che d'intrambi un sol consiglio fei.J

Proprio ora i tuoi pensieri raggiungevano i miei, col medesimo atteggiamento e con il medesimo aspetto dei miei, in modo che dagli uni e dagli altri ho tratto una sola risoluzione.
Proprio ora i tuoi pensieri venivano in mezzo ai miei, con lo stesso atteggiamento e lo stesso aspetto, così che di entrambi ho fatto una sola decisione.
31

S'elli è che sì la destra costa giaccia,Kche noi possiam ne l'altra bolgia scendere,Lnoi fuggirem l'imaginata caccia».K

Se si dà il caso che la parete a destra abbia una così scarsa pendenza, che noi possiamo scendere nell’altra bolgia (la sesta), sfuggiremo all’inseguimento temuto ".
Se la riva destra è inclinata in modo che possiamo scendere nell'altra bolgia, noi sfuggiremo all'inseguimento che immaginiamo».
34

Già non compié di tal consiglio rendere,Lch'io li vidi venir con l'ali teseMnon molto lungi, per volerne prendere.L

Non finì neppure di manifestare tale proposito, che io li vidi sopraggiungere non molto lontani da noi con le ali spiegate, per volerci ghermire.
Non aveva ancora finito di esporre questa decisione, che io li vidi venire con le ali spiegate, non molto lontano, con l'intenzione di prenderci.
37

Lo duca mio di sùbito mi prese,Mcome la madre ch'al romore è destaNe vede presso a sé le fiamme accese,M

40

che prende il figlio e fugge e non s'arresta,Navendo più di lui che di sé cura,Otanto che solo una camiscia vesta;N

Virgilio mi afferrò immediatamente, come la madre che si sveglia al frastuono, e vede accanto a sé le fiamme ardenti, la quale afferra il figlio e fugge e, avendo più cura di lui che di se stessa, non si ferma neppure quel poco tempo necessario ad indossare una camicia;
La mia guida mi prese subito, come la madre che è svegliata dal rumore e vede vicino a sé le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non si ferma, avendo più cura di lui che di sé, tanto da indossare soltanto una camicia;
43

e giù dal collo de la ripa duraOsupin si diede a la pendente roccia,Pche l'un de' lati a l'altra bolgia tura.O

e dalla sommità dell’argine pietroso si lasciò scivolare sul dorso lungo la parete scoscesa, che chiude uno dei lati dell’altra bolgia.
e giù dalla sommità dell'argine duro si lasciò scivolare supino lungo la roccia in pendenza, che chiude uno dei lati dell'altra bolgia.
46

Non corse mai sì tosto acqua per docciaPa volger ruota di molin terragno,Qquand'ella più verso le pale approccia,P

49

come 'l maestro mio per quel vivagno,Qportandosene me sovra 'l suo petto,Rcome suo figlio, non come compagno.Q

L’acqua non corse mai così velocemente attraverso un condotto per far girare la ruota di un mulino costruito sulla terraferma, nel punto in cui essa maggiormente si avvicina alle pale, come Virgilio su quella parete dell’argine, mentre mi portava tenendomi, sul petto, come se fossi stato suo figlio, non un compagno.
Mai acqua corse così veloce in un canale per far girare la ruota di un mulino terrestre, quando più si avvicina alle pale, come il mio maestro lungo quel pendio, portandomi con sé sopra il suo petto, come un figlio e non come un compagno.
52

A pena fuoro i piè suoi giunti al lettoRdel fondo giù, ch'e' furon in sul colleSsovresso noi; ma non lì era sospetto;R

55

ché l'alta provedenza che lor volleSporre ministri de la fossa quinta,Tpoder di partirs'indi a tutti tolle.S

Alla similitudine della madre, così ricca di contenuto umano, segue una similitudine volta a determinare soltanto la velocità con la quale Virgilio scende lungo la scarpata che porta al fondo della sesta bolgia. In essa la tinta patetica cede momentaneamente di fronte alla nuda vìolenza della figurazione rapinosamente incisiva" (Sanguineti). Appena i suoi piedi raggiunsero la superficie del fondo della bolgia, essi furono sulla sommità dell’argine sopra di noi; ma non vi era più motivo di temere, poiché la divina provvidenza che volle porli quali esecutori dei suoi decreti nella quinta bolgia, toglie a tutti loro la possibilità di allontanarsi di lì.
I suoi piedi avevano appena toccato il letto del fondo, che quelli furono sull'altura proprio sopra di noi; ma lì non c'era da temere; perché l'alta provvidenza, che volle metterli come guardiani della quinta fossa, toglie a tutti loro il potere di allontanarsene.
58

Là giù trovammo una gente dipintaTche giva intorno assai con lenti passi,Upiangendo e nel sembiante stanca e vinta.T

Laggiù incontrammo una moltitudine dipinta che andava intorno con passi lentissimi, lacrimando e stanca e affranta nell’aspetto.
Laggiù trovammo una gente dipinta (dall'aspetto lucente) che girava intorno con passi molto lenti, piangendo, e nell'aspetto stanca e vinta.
61

Elli avean cappe con cappucci bassiUdinanzi a li occhi, fatte de la tagliaVche in Clugnì per li monaci fassi.U

Questi dannati indossavano cappe con i cappucci abbassati davanti agli occhi, fatte nel modo in cui si fanno a Cluny per i monaci.
Avevano mantelli con cappucci abbassati davanti agli occhi, fatti del taglio con cui si fanno per i monaci a Cluny.
64

Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;Vma dentro tutte piombo, e gravi tanto,Wche Federigo le mettea di paglia.V

Esternamente sono dorate tanto da abbagliare; ma dentro sono completamente di piombo, e così pesanti, che (al confronto) Federico Il le faceva indossare di paglia.
Di fuori sono dorati, così che abbagliano; ma dentro sono tutti di piombo, e pesanti a tal punto che quelli che faceva mettere Federico (II) erano di paglia al confronto.
67

Oh in etterno faticoso manto!WNoi ci volgemmo ancor pur a man mancaXcon loro insieme, intenti al tristo pianto;W

Oh veste opprimente per l’eternità! Noi ci dirigemmo ancora, come al solito, verso sinistra nella stessa direzione di quei dannati, osservandone il pianto sconsolato;
Oh mantello faticoso per l'eternità! Noi ci voltammo ancora una volta verso sinistra insieme a loro, attenti al loro triste pianto;
70

ma per lo peso quella gente stancaXvenìa sì pian, che noi eravam nuoviYdi compagnia ad ogne mover d'anca.X

ma a causa del peso quella moltitudine sfinita avanzava così lentamente, che noi avevamo nuovi compagni ad ogni passo. Perciò dissi a Virgilio:
ma per il peso quella gente stanca veniva così piano, che a ogni passo ci trovavamo accanto a compagni nuovi.
73

Per ch'io al duca mio: «Fa che tu troviYalcun ch'al fatto o al nome si conosca,Ze li occhi, sì andando, intorno movi».Y

" Cerca di trovare qualcuno che sia famoso per le sue azioni o per il suo nome, e, continuando a camminare così, volgi lo sguardo intorno a te ".
Per cui io dissi alla mia guida: «Cerca di trovare qualcuno che si riconosca per le azioni o per il nome, e, mentre camminiamo, guarda intorno».
76

E un che 'ntese la parola tosca,Zdi retro a noi gridò: «Tenete i piedi,AAvoi che correte sì per l'aura fosca!Z

E uno, che udì il parlare toscano, gridò dietro di noi: " Fermatevi, voi che avanzate così veloci nell’aria buia!
E uno che capì la parlata toscana gridò dietro di noi: «Fermate i passi, voi che correte così per l'aria buia!
79

Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi».AAOnde 'l duca si volse e disse: «AspettaABe poi secondo il suo passo procedi».AA

Forse otterrai da me quello che domandi ". Perciò Virgilio si voltò e disse: "Attendi, e poi avanza col suo passo ".
Forse avrai da me ciò che chiedi». Per cui la guida si voltò e disse: «Aspetta, e poi procedi al suo passo».
82

Ristetti, e vidi due mostrar gran frettaABde l'animo, col viso, d'esser meco;ACma tardavali 'l carco e la via stretta.AB

Sostai, e vidi due che, con l’espressione del volto, mostravano una grande ansia di essere con me; ma il peso e l’angusto cammino li rendevano lenti.
Mi fermai, e vidi due che mostravano nel volto una gran fretta, nell'animo, di essere con me; ma li rallentavano il carico e la strada stretta.
85

Quando fuor giunti, assai con l'occhio biecoACmi rimiraron sanza far parola;ADpoi si volsero in sé, e dicean seco:AC

Quando furono arrivati, mi osservarono a lungo con sguardo obliquo senza parlare; quindi si rivolsero l’uno verso l’altro, dicendo fra loro:
Quando ci raggiunsero, mi guardarono a lungo di sbieco senza dire una parola; poi si voltarono l'uno verso l'altro e dicevano tra loro:
88

«Costui par vivo a l'atto de la gola;ADe s'e' son morti, per qual privilegioAEvanno scoperti de la grave stola?».AD

"Questo sembra vivo dal movimento della gola (perché respira); e se invece sono morti, per quale privilegio avanzano privi della pesante cappa?" Poi mi dissero:
«Costui sembra vivo dal movimento della gola; e se sono morti, per quale privilegio vanno senza il pesante mantello?».
91

Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegioAEde l'ipocriti tristi se' venuto,AFdir chi tu se' non avere in dispregio».AE

"O Toscano, che sei giunto al raduno dei tristi ipocriti, non disdegnare di dire chi sei". E io a costoro:
Poi mi dissero: «O Toscano, che sei venuto alla congrega dei tristi ipocriti, non disdegnare di dire chi sei».
94

E io a loro: «I' fui nato e cresciutoAFsovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,AGe son col corpo ch'i' ho sempre avuto.AF

" Nacqui e fui allevato nella grande città sulle rive del bel fiume Arno, e mi trovo qui col corpo che ho sempre avuto.
E io a loro: «Io sono nato e cresciuto sul bel fiume Arno, nella grande città (Firenze), e sono col corpo che ho sempre avuto.
97

Ma voi chi siete, a cui tanto distillaAGquant'i' veggio dolor giù per le guance?AHe che pena è in voi che sì sfavilla?».AG

Ma chi siete voi, ai quali tante lagrime quante ne vedo scendono copiose lungo le gote? e quale castigo è il vostro, che brilla in tal modo?
Ma voi chi siete, a cui scende giù per le guance tanto dolore quanto ne vedo? E che pena è in voi che risplende così?».
100

E l'un rispuose a me: «Le cappe ranceAHson di piombo sì grosse, che li pesiAIfan così cigolar le lor bilance.AH

" E uno di loro mi rispose: " Le cappe dorate sono di piombo così spesso, che i pesi fanno in tal modo gemere le loro bilance.
E uno mi rispose: «I mantelli color arancio sono di piombo così spesso che i pesi fanno cigolare così le loro bilance (i nostri corpi).
103

Frati godenti fummo, e bolognesi;AIio Catalano e questi LoderingoAJnomati, e da tua terra insieme presi,AI

106

come suole esser tolto un uom solingo,AJper conservar sua pace; e fummo tali,AKch'ancor si pare intorno dal Gardingo».AJ

Fummo frati Gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questo Loderingo, e scelti entrambi dalla tua città, come è usanza che sia scelto un uomo solo per salvaguardarne la pace; e il nostro comportamento fu tale, che le conseguenze sono ancora visibili tutt’intorno al Gardingo ". Cominciai a dire:
Fummo frati godenti, e bolognesi; io chiamato Catalano e costui Loderingo, e scelti insieme dalla tua città, come di solito si sceglie un uomo solo (come podestà), per mantenere la pace; e fummo tali che ancora si vede intorno al Gardingo».
109

Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»;AKma più non dissi, ch'a l'occhio mi corseALun, crucifisso in terra con tre pali.AK

" Frati, i vostri supplizi... "; ma non aggiunsi altro, poiché mi si presentò allo sguardo uno, crocifisso in terra per mezzo di tre pali.
Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»; ma non dissi altro, perché mi corse all'occhio uno crocifisso a terra con tre pali.
112

Quando mi vide, tutto si distorse,ALsoffiando ne la barba con sospiri;AMe 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,AL

Quando mi vide, si contorse tutto quanto, sospirando nel folto della barba; e frate Catalano, che si era accorto di ciò, mi disse:
Quando mi vide, si contorse tutto, soffiando nella barba con sospiri; e frate Catalano, che se ne accorse,
115

mi disse: «Quel confitto che tu miri,AMconsigliò i Farisei che conveniaANporre un uom per lo popolo a' martìri.AM

" Quell’inchiodato che tu osservi, espresse ai Farisei il parere che era opportuno per il bene pubblico suppliziare un uomo.
mi disse: «Quel crocifisso che guardi consigliò ai Farisei che era opportuno mettere un uomo al supplizio per il bene del popolo.
118

Attraversato è, nudo, ne la via,ANcome tu vedi, ed è mestier ch'el sentaAOqualunque passa, come pesa, pria.AN

E’ posto di traverso, nudo, sul cammino, come tu stesso vedi, ed è necessario che egli senta, prima che sia passato, quanto pesa chiunque passa.
È disteso di traverso, nudo, sulla strada, come vedi, ed è necessario che senta, prima, quanto pesa chiunque passa.
121

E a tal modo il socero si stentaAOin questa fossa, e li altri dal concilioAPche fu per li Giudei mala sementa».AO

E allo stesso modo soffrono in questa bolgia suo suocero, e gli altri appartenenti al concilio che per gli Ebrei rappresentò un inizio di sventure ".
E allo stesso modo si tormenta in questa fossa il suocero (Anna), e gli altri del sinedrio che fu per i Giudei un cattivo seme».
124

Allor vid'io maravigliar VirgilioAPsovra colui ch'era disteso in croceAQtanto vilmente ne l'etterno essilio.AP

Allora vidi Virgilio stupirsi riguardo a colui che stava disteso in croce in modo così ignobile nel luogo dell’eterna dannazione.
Allora vidi Virgilio meravigliarsi di colui che era disteso in croce in modo così ignobile nell'esilio eterno.
127

Poscia drizzò al frate cotal voce:AQ«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirciARs'a la man destra giace alcuna foceAQ

130

onde noi amendue possiamo uscirci,ARsanza costrigner de li angeli neriASche vegnan d'esto fondo a dipartirci».AR

Quindi rivolse al frate queste parole: " Non vi spiaccia, se vi è permesso,. dirci se verso destra si apre un passaggio attraverso il quale noi due possiamo uscire di qui, senza dover obbligare i diavoli a venire a toglierci da questa fossa ". Allora rispose:
Poi rivolse al frate queste parole: «Non vi dispiaccia, se vi è permesso, dirci se sulla destra si trova qualche apertura da cui noi due possiamo uscire di qui, senza costringere qualcuno degli angeli neri a venire a portarci fuori da questo fondo».
133

Rispuose adunque: «Più che tu non speriASs'appressa un sasso che de la gran cerchiaATsi move e varca tutt'i vallon feri,AS

" Più di quanto tu non speri è vicino un ponte che parte dalla grande parete che circonda Malebolge (dalla gran cerchia) e attraversa tutti gli spaventosi ripiani, il quale però in questa bolgia è spezzato e non la valica:
Rispose dunque: «Più vicino di quanto speri c'è un ponte di roccia che parte dal grande cerchio esterno e attraversa tutte le valli feroci,
136

salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia:ATmontar potrete su per la ruina,AUche giace in costa e nel fondo soperchia».AT

potrete salire su per le macerie (di questo ponte), che si adagiano lungo il pendio (che giace in costa) e si elevano sul fondo della bolgia ".
tranne che in questa è rotto e non la sovrasta: potrete salire su per le macerie, che stanno lungo il fianco e si ammucchiano sul fondo».
139

Lo duca stette un poco a testa china;AUpoi disse: «Mal contava la bisognaAVcolui che i peccator di qua uncina».AU

Virgilio restò per un po’ a testa bassa; poi disse: " Riferiva male lo stato delle cose colui che afferra con gli uncini i peccatori nella quinta bolgia ". E il frate:
La guida rimase un po' a testa china; poi disse: «Raccontava male la faccenda colui che di là (nella bolgia precedente) arpiona i peccatori».
142

E 'l frate: «Io udi' già dire a BolognaAVdel diavol vizi assai, tra ' quali udi'AWch'elli è bugiardo, e padre di menzogna».AV

" A Bologna io udii una volta menzionare molti vizi del diavolo, tra i quali appresi che egli è bugiardo, e mentitore per eccellenza ".
E il frate: «Io già a Bologna sentii dire molti vizi del diavolo, tra i quali sentii che è bugiardo e padre della menzogna».
145

Appresso il duca a gran passi sen gì,AWturbato un poco d'ira nel sembiante;AXond'io da li 'ncarcati mi parti'AW

148

dietro a le poste de le care piante.AX

Dopo ciò Virgilio se ne andò a gran passi, un po’ alterato dall’ira nell’aspetto, per cui mi allontanai dagli oppressi dalle cappe dietro le orme degli amati piedi.
Poi la guida se ne andò a grandi passi, un po' turbata dall'ira nel volto; per cui io mi allontanai da quelli carichi di peso seguendo le orme dei cari piedi.

Riassunto del canto XXIII

Inferociti per lo smacco subito, i Malebranche inseguono i due pellegrini, ma questi riescono a porsi in salvo calandosi per il dirupo che porta nella sesta bolgia. Qui una folla di anime, quelle degli ipocriti, avanza a passi lentissimi, oppressa da pesanti cappe di piombo, tutte dorate esteriormente. Due dei dannati pregano Dante e Virgilio di sostare ed uno, invitato dal Poeta, parla di sé e del compagno e accenna alla loro colpa: bolognesi e frati Gaudenti entrambi, ricoprirono insieme a Firenze la carica di podestà, con il compito di riportare la pace fra i partiti. I risultati della loro doppiezza sono ancora visibili nei pressi del Gardingo, dove un tempo sorgevano le dimore degli Uberti, poi rase al suolo. Dante di nuovo rivolge loro la parola, ma all’improvviso tace, poiché il suo sguardo si ferma su un peccatore crocifisso a terra per mezzo di tre pali. Uno dei due frati Gaudenti gli spiega che si tratta del gran sacerdote Caifas, il quale suggerì al Farisei di suppliziare e uccidere Cristo; poi rivela che nessun ponte scavalca la sesta bolgia. Malacoda ha dunque mentito. Virgilio, crucciato, si allontana a gran passi, seguito dal discepolo.

In breve

Dove e chi
  1. VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.

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Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Anche nell’episodio degli ipocriti sarebbe presente, secondo alcuni studiosi (Sannia, V. Rossi), quell’elemento comico che costituisce la tonalità principale dell’intermezzo - fondamentalmente spensierato e alieno dal definirsi nei termini consueti dell’ethos e della religiosità danteschi, pur senza contrastare con questi ultimi - dei canti XXI e XXII. Secondo questo punto di vista la commedia degli ipocriti non ha, né del resto potrebbe avere, dato il carattere dei suoi protagonisti, l’evidenza rude e immediata che caratterizza quella dei barattieri. La comicità di questo episodio richiederebbe, per essere assaporata in tutte le sue sfumature, una lettura volta a cogliere, oltre l’evidenza delle immagini, il sottile gioco di sottintesi che Dante sarebbe riuscito a celare in questa sua pagina e risulterebbe, più che dall’insieme dell’episodio, da una somma di particolari. Questi, illuminandosi a vicenda, sarebbero in grado di svelarci lo stato d’animo con il quale il Poeta avrebbe immaginato lo spettacolo della sesta bolgia e il suo incontro con i due frati Gaudenti. E’ pertanto sui particolari che questi critici hanno fermato la loro attenzione, isolandoli, al fine di legittimare la loro tesi, dal contesto in cui sono inseriti.

Per il Sannia, ad esempio, l’invocazione con cui uno dei due podestà bolognesi si rivolge a Dante e Virgilio (tenete i piedi...) avrebbe un sapore comico, comico essendo il contrasto fra la sua "smania del pervenire e la tardità forzata" laddove V. Rossi scrive, sempre a proposito di questa invocazione, che "Catalano fa, senza volerlo, la caricatura del suo tartarughesco andare".

E’ invece evidente, a chiunque legga questo canto senza preconcetti, che in esso riaffiora solenne, maestoso, reso più grave dal ritmo lento delle terzine - in cui pare riflettersi qualcosa del penoso incedere degli ipocriti - il motivo del sovrannaturale rimasto in ombra nei due canti precedenti e che, tra l’altro, l’invocazione dei versi 77-78, lungi dall’essere caricaturale, è tragica, sconsolata.

Come è assurdo il voler riscontrare spunti comici - a meno di definire comica la paradossalità, nella quale si esprime tragicamente una giustizia superiore a quella umana, della condizione dei dannati - nella pena avvilente dei sodomiti del canto XVI, e nel modo in cui alcuni di essi, gli artefici della grandezza di Firenze, parlano del loro stato, altrettanto assurdo è il voler trovare, nell’episodio della sesta bolgia, un’intenzione beffarda o caricaturale non riconducibile a quelle che sono le costanti morali e religiose del pensiero del Poeta.

Il motivo del sovrannaturale si manifesta anzitutto nella forma del contrappasso, nella quale appare eccessiva sottigliezza scorgere anzitutto un’espressione di ipocrita ironia verso coloro che in vita fecero dell’ipocrisia la loro arma, la loro abitudine. Considerazioni del genere si saranno forse imposte al Poeta, ma come motivo marginale, come tema astratto: il ritmo e le immagini delle sue terzine le hanno relegate in secondo piano. Nella pena degli ipocriti non sfavilla infatti un atteggiamento ironico - e quindi necessariamente scettico e indulgente - nei confronti delle umane debolezze, ma si afferma, dolorosa, intransigente, una certezza che non conosce remissioni. La grandezza di Dante, qui come altrove, sta nel condividere, da uomo, il dolore dei dannati, senza che per questo la sua fede nella giustizia divina risulti incrinata o scossa. Come nel canto XVI, anche nel XXIII la degradazione dei dannati è suggerita attraverso una metafora che li riduce a strumenti (le bilance) e attraverso la sottolineatura dei particolare fisico considerato a sé (ad ogni mover d’anca... tenete i piedi... all’atto della gola), né diversamente che in quello il sentimento di Dante è di pena per lo spettacolo che si dispiega sotto i suoi occhi e di reverenza per Colui che ne è l’autore.

Un acuto lettore di questo canto, il Bertoni, lo ha definito "il canto della stanchezza e della malinconia", rilevando che nell’episodio degli ipocriti "il terrore cede il posto a un senso di scoramento e di pena e al movimento è sostituita una gravosa lentezza" e caratterizzando questi dannati, dopo aver messo in luce la somiglianza del loro castigo con quello dei superbi e degli invidiosi della seconda cantica, come degli "umiliati e vinti, incapaci di pronunziare una parola che provochi ira o disgusto". Sempre per il Bertoni "nel contrasto fra l’impaccio dei dannati e la sollecitudine e la fretta di raggiungere presto i due poeti e nel loro sguardo bieco" non c’è nessun tratto umoristico, "ma piuttosto il segno di un desiderio vano di sollievo e di liberazione in tanta e così penosa costrizione". In termini analoghi si esprime un altro critico, il Bonora, per il quale, tra l’altro, la preghiera rivolta da uno dei due frati Gaudenti a Dante e Virgilio ha "solo il valore di quei suoni che rendono più assorta un’atmosfera di silenzio", per cui nelle loro parole si avvertirebbe "solo la vibrazione della fatica disumana cui sottostanno questi incappucciati". Anche nelle parole che Dante rivolge loro - o frati, i vostri mali... - il Bonora scorge "il medesimo senso di soffocazione" che è caratteristico di tutta la seconda parte del canto: in questa infatti si riflette "quel sentimento dì dolore che non ha voce per esprimersi, quella fatica immensa" che "trovano la loro compiuta figurazione nel versi rallentati, scanditi dalla successione faticosa dei gruppi consonantici", con cui l’episodio degli ipocriti si apre.

Il canto XXIII è una pagina caratterizzata da una fortissima unità tonale, nella quale la definizione di una diffusa atmosfera di tristezza, di silenzio, di angosciata rassegnazione prevale sulla caratterizzazione drammatica e psicologica di personaggi e situazioni. Per questo soltanto la critica più recente, non più condizionata dalle premesse che furono proprie degli orientamenti romantici e positivisti, è riuscita ad intenderlo nella concretezza dei suoi esiti espressivi.

Personaggi del canto XXIII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Custode

Malacoda

Inferno · VIII cerchio, barattieri

Capo dei Malebranche: indica ai poeti una strada sicura, ma mente sul ponte crollato.

Dannato

Catalano dei Malavolti

Inferno · VIII cerchio, ipocriti

Frate gaudente bolognese, podestà di Firenze nel 1266 con Loderingo: spiega a Dante la pena degli ipocriti.

Dannato

Loderingo degli Andalò

Inferno · VIII cerchio, ipocriti

Bolognese, tra i fondatori dei frati gaudenti; resse Firenze nel 1266 insieme a Catalano.

Approfondimenti

Altre schede di questo canto sono visibili ai livelli Liceo e Approfondito.

Personaggi
Inferno · Canto XXIII Liceo

Virgilio come una madre

vv. 37-42Lo duca mio di sùbito mi prese,come la madre ch'al romore è destae vede presso a sé le fiamme accese,che prende il figlio e fugge e non s'arresta,avendo più di lui che di sé cura,tanto che solo una camiscia vesta;Leggi nel testo

L'episodio dei Malebranche si chiude con una fuga. I diavoli, furiosi, inseguono i due poeti. Virgilio afferra Dante e si lascia scivolare sulla schiena lungo la parete rocciosa fino alla bolgia successiva, «come la madre ch'al romor è desta» e, vedendo le fiamme, prende il figlio e fugge senza pensare a sé, senza fermarsi nemmeno a vestirsi.

Questi canti mostrano un lato nuovo di Virgilio. Si era detto sicuro di poter controllare i diavoli, e invece si fa ingannare da Malacoda, che gli ha mentito sul ponte crollato. Il saggio maestro appare insicuro, a volte quasi ingenuo. Nel canto XXIII scoprirà dagli ipocriti di essere stato ingannato e se ne andrà turbato e adirato.

Proprio questa fragilità lo rende più umano. Il rapporto tra i due cambia: non c'è solo il maestro che rassicura l'allievo spaventato, ma un'amicizia in cui entrambi condividono la paura. Achille Tartaro ha parlato di una «versione comica della paura», da cui nasce una sorta di teatro dentro il poema.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

La fuga dalla bolgia

Ne parla la scheda «Dieci diavoli con un nome» (Inf. XXI).

Malacoda

Compare anche in altri 2 canti.