Griffolino e Capocchio, alchimisti coperti di scabbia, si grattano appoggiati l'uno all'altro
Inferno · VIII cerchio · Malebolge
Inferno, Canto XXIX
«La molta gente e le diverse piaghe…»
Prima di lasciare la nona bolgia Dante cerca con gli occhi in essa un suo congiunto, Geri del Bello, seminatore di discordia, la cui morte violenta è rimasta invendicata, ma Virgilio gli ricorda che…
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Testo e parafrasi del canto XXIX
Parafrasi
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1
La molta gente e le diverse piagheAavean le luci mie sì inebriate,Bche de lo stare a piangere eran vaghe.A
4
Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?Bperché la vista tua pur si soffolgeClà giù tra l'ombre triste smozzicate?B
Gli innumerevoli peccatori e le mostruose ferite avevano riempito d’orrore a tal punto i miei occhi, che questi erano desiderosi di piangere; ma Virgilio mi disse: " Che cosa scruti con tanta insistenza? perché il tuo sguardo si posa ancora laggiù in mezzo alle abiette anime mutilate?
La moltitudine di gente e le diverse ferite avevano così inebriato i miei occhi che desideravano fermarsi a piangere. Ma Virgilio mi disse: «Che cosa guardi ancora? Perché il tuo sguardo continua a posarsi laggiù tra le tristi ombre mutilate?
7
Tu non hai fatto sì a l'altre bolge;Cpensa, se tu annoverar le credi,Dche miglia ventidue la valle volge.C
Non hai fatto così nelle altre bolge: se tu pretendi di contare le anime, pensa che la bolgia ha una circonferenza di ventidue miglia.
Non hai fatto così nelle altre bolge; considera, se credi di contarle, che la valle gira per ventidue miglia.
10
E già la luna è sotto i nostri piedi:Dlo tempo è poco omai che n'è concesso,Ee altro è da veder che tu non vedi».D
E la luna è già sotto di, noi (agli antipodi di Gerusalemme: sono all’incirca le ore tredici): ormai il tempo concessoci è breve (dovendo i due poeti percorrere l’ itinerario infernale in non più di ventiquattro ore ed essendone trascorse diciotto, restano loro soltanto sei ore per concludere il viaggio tra i dannati), e sono da vedere cose diverse da quelle che staì guardando".
E già la luna è sotto i nostri piedi: ormai è poco il tempo che ci è concesso, e c'è altro da vedere che tu non vedi».
13
«Se tu avessi», rispuos'io appresso,E«atteso a la cagion perch'io guardava,Fforse m'avresti ancor lo star dimesso».E
"Se tu avessi" gli risposi subito io " fatto attenzione al motivo per cui guardavo, forse mi avresti concesso di fermarmi ancora." Intanto Virgilio si avviava, e io lo seguivo.
«Se tu avessi», risposi subito dopo, «badato al motivo per cui guardavo, forse mi avresti concesso di restare ancora».
16
Parte sen giva, e io retro li andava,Flo duca, già faccendo la risposta,Ge soggiugnendo: «Dentro a quella cavaF
19
dov'io tenea or li occhi sì a posta,Gcredo ch'un spirto del mio sangue piangaHla colpa che là giù cotanto costa».G
22
Allor disse 'l maestro: «Non si frangaHlo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.IAttendi ad altro, ed ei là si rimanga;H
già dandogli la risposta. e soggiungendo: " Dentro quella bolgia dove io poco fa avevo lo sguardo così fisso, credo che uno spirito della mia famiglia sconti con dolore il peccato che laggiù sì paga così atrocemente ". Disse allora Virgilio: " D’ora in poi non pensare più a lui: poni mente ad altre cose, ed egli resti là;
Intanto la guida se ne andava, e io andavo dietro di lui, già dando la risposta e aggiungendo: «Dentro quella cavità dove ora tenevo gli occhi così fissi, credo che uno spirito del mio sangue pianga la colpa che laggiù costa tanto». Allora disse il maestro: «Il tuo pensiero da ora in poi non si spezzi sopra di lui. Bada ad altro, e lui rimanga là;
25
ch'io vidi lui a piè del ponticelloImostrarti, e minacciar forte, col dito,Je udi' 'l nominar Geri del Bello.I
giacché io lo vidi alla base del ponticello mentre ti indicava (agli altri dannati), e proferiva aspre minacce agitando il dito, e udii che lo chiamavano Geri del Bello.
perché io l'ho visto ai piedi del ponticello indicarti e minacciarti forte col dito, e l'ho sentito chiamare Geri del Bello.
28
Tu eri allor sì del tutto impeditoJsovra colui che già tenne Altaforte,Kche non guardasti in là, sì fu partito».J
Tu eri allora così completamente occupato a guardare il signore di Hautefort (colui che già tenne Altaforte: Bertran de Born), che non volgesti lo sguardo in quella direzione, finché quello (Geri) non se ne fu andato ".
Tu allora eri così del tutto occupato con colui che un tempo possedette Altaforte (Bertran de Born), che non guardasti da quella parte finché non se ne fu andato».
31
«O duca mio, la violenta morteKche non li è vendicata ancor», diss'io,L«per alcun che de l'onta sia consorte,K
" O mio signore, la sua morte violenta che non è stata ancora vendicata " dissi " da alcuno che (per vincolo di sangue) sia partecipe dell’ingiuria subìta, lo riempie di sdegno;
«O mia guida, la morte violenta, che non gli è ancora stata vendicata», dissi io, «da nessuno di quelli che partecipano dell'offesa,
34
fece lui disdegnoso; ond'el sen gioLsanza parlarmi, sì com'io estimo:Me in ciò m'ha el fatto a sé più pio».L
37
Così parlammo infino al loco primoMche de lo scoglio l'altra valle mostra,Nse più lume vi fosse, tutto ad imo.M
per cui egli, come io penso, si allontanò senza rivolgermi la parola: proprio per ciò mi ha reso più pietoso verso di lui. " Così discorremmo finché si giunse in quella parte del ponte dalla quale per la prima volta l’altra bolgia sarebbe visibile, se vi fosse più luce, interamente, fino in fondo.
lo rese sdegnoso; per cui se ne andò senza parlarmi, come io penso: e in questo mi ha reso più pietoso verso di lui». Così parlammo fino al primo punto del ponte di roccia che mostra l'altra valle, se ci fosse più luce, fino al fondo.
40
Quando noi fummo sor l'ultima chiostraNdi Malebolge, sì che i suoi conversiOpotean parere a la veduta nostra,N
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lamenti saettaron me diversi,Oche di pietà ferrati avean li strali;Pond'io li orecchi con le man copersi.O
Allorché giungemmo sopra l’ultima fossa circolare di Malebolge, così che i dannati, che vi erano dentro potevano mostrarsi alla nostra vista, mi colpirono terribili lamenti, penetranti come frecce dalle punte armate di dolore; per cui mi coprii le orecchie con le mani.
Quando fummo sopra l'ultimo recinto di Malebolge, così che i suoi conversi (i dannati) potevano apparire alla nostra vista, lamenti strani mi colpirono come frecce, che avevano le punte di ferro fatte di pietà; per cui mi coprii le orecchie con le mani.
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Qual dolor fora, se de li spedali,Pdi Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembreQe di Maremma e di Sardigna i maliP
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fossero in una fossa tutti 'nsembre,Qtal era quivi, e tal puzzo n'uscivaRqual suol venir de le marcite membre.Q
Quale sarebbe il dolore, se le malattie degli ospedali della Valdichiana e della Maremma e della Sardegna (tre zone particolarmente paludose e malsane) che si manifestano tra luglio e settembre, fossero riunite insieme in una fossa, tale era il dolore in questo luogo, e da esso emanava un fetore simile a quello che suole diffondersi dalle membra putrefatte.
Quale sarebbe il dolore se i malati degli ospedali della Valdichiana tra luglio e settembre, e quelli della Maremma e della Sardegna, fossero tutti insieme in una fossa, tale era il dolore lì, e ne usciva un puzzo come quello che di solito viene dalle membra in cancrena.
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Noi discendemmo in su l'ultima rivaRdel lungo scoglio, pur da man sinistra;Se allor fu la mia vista più vivaR
Noi scendemmo dal lungo ponte (l’insieme degli archi di pietra che attraversano Malebolge) sull’ultimo argine, sempre dalla parte sinistra;
Scendemmo sull'ultimo argine del lungo ponte di roccia, sempre verso sinistra; e allora la mia vista fu più chiara
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giù ver lo fondo, la 've la ministraSde l'alto Sire infallibil giustiziaTpunisce i falsador che qui registra.S
e allora la mia vista divenne più chiara giù verso il fondo, là dove l’infallibile giustizia esecutrice dei voleri di Dio punisce i falsari che segna sul suo libro mentre sono ancora ìn vita (qui: sulla terra).
giù verso il fondo, là dove la giustizia infallibile, ministra dell'alto Signore, punisce i falsari che registra qui.
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Non credo ch'a veder maggior tristiziaTfosse in Egina il popol tutto infermo,Uquando fu l'aere sì pien di malizia,T
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che li animali, infino al picciol vermo,Ucascaron tutti, e poi le genti antiche,Vsecondo che i poeti hanno per fermo,U
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si ristorar di seme di formiche;Vch'era a veder per quella oscura valleWlanguir li spirti per diverse biche.V
Non credo che fosse maggiormente triste vedere in Egina tutto il popolo malato, quando l’aria fu così piena di germi pestilenziali, che morirono tutti gli esseri viventi, fino al piccolo verme, dopodiché gli antichi abitanti, secondo quanto i poeti affermano come cosa certa, rinacquero dalla specie delle formiche, di quanto fosse vedere in quella buia valle soffrire le anime ammucchiate in cumuli orribili.
Non credo che fosse uno spettacolo più triste vedere a Egina tutto il popolo malato, quando l'aria fu così piena di contagio che gli animali, fino al piccolo verme, morirono tutti, e poi le genti antiche, secondo quanto i poeti affermano con certezza, si rigenerarono dal seme delle formiche; di quanto lo era vedere, per quella valle buia, gli spiriti languire ammucchiati in diverse cataste.
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Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalleWl'un de l'altro giacea, e qual carponeXsi trasmutava per lo tristo calle.W
Alcuni giacevano sul ventre, altri addossati gli uni alle spalle degli altri, altri ancora si trascinavano carponi lungo il miserevole cammino.
Chi giaceva sul ventre e chi sulle spalle dell'altro, e chi si trascinava carponi per il triste sentiero.
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Passo passo andavam sanza sermone,Xguardando e ascoltando li ammalati,Yche non potean levar le lor persone.X
Procedevamo lentamente senza parlare, osservando e ascoltando i malati, che non potevano alzarsi in piedi.
Andavamo passo passo senza parlare, guardando e ascoltando i malati, che non riuscivano ad alzare i loro corpi.
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Io vidi due sedere a sé poggiati,Ycom'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,Zdal capo al piè di schianze macolati;Y
lo vidi due sedere appoggiati l’uno all’altro, come si mette a scaldare teglia contro teglia, macchiati di croste dalla testa ai piedi;
Io vidi due seduti appoggiati l'uno all'altro, come si appoggia tegame a tegame per scaldarli, chiazzati di croste dalla testa ai piedi;
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e non vidi già mai menare stregghiaZa ragazzo aspettato dal segnorso,AAné a colui che mal volontier vegghia,Z
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come ciascun menava spesso il morsoAAde l'unghie sopra sé per la gran rabbiaABdel pizzicor, che non ha più soccorso;AA
e giammai vidi usare la striglia da un garzone di stalla quando è atteso dal suo padrone, né da colui che sta sveglio malvolentieri (e quindi desidera terminare presto il suo lavoro), con la furia con la quale ognuno di essi si grattava spesso con le unghie per il gran tormento del prurito, che non trovava altro sollievo;
e non vidi mai uno stalliere che il padrone aspetta, né uno che resta sveglio malvolentieri, passare la striglia così come ciascuno passava spesso su di sé il morso delle unghie per la grande rabbia del prurito, che non ha altro rimedio;
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e sì traevan giù l'unghie la scabbia,ABcome coltel di scardova le scaglieACo d'altro pesce che più larghe l'abbia.AB
e le unghie staccavano le croste, come il coltello raschia le squame della scardova (pesce d’acqua dolce) o di altro pesce che le abbia anche più grandi.
e le unghie tiravano giù la scabbia come il coltello le scaglie della scardola o di un altro pesce che le abbia più larghe.
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«O tu che con le dita ti dismaglie»,ACcominciò 'l duca mio a l'un di loro,AD«e che fai d'esse talvolta tanaglie,AC
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dinne s'alcun Latino è tra costoroADche son quinc'entro, se l'unghia ti bastiAEetternalmente a cotesto lavoro».AD
" O tu che ti togli le croste (come se fossero le maglie di un’armatura: ti dismaglíe) con le unghie " cominciò a dire Virgilio a uno di loro, " e che talvolta le usi come fossero tenaglie, dicci se tra quelli che sono in questo luogo vi è qualche italiano;
«O tu che con le dita ti togli la corazza (di croste)», cominciò la mia guida rivolta a uno di loro, «e che a volte ne fai tenaglie, dicci se tra costoro che sono qui dentro c'è qualche italiano, e così l'unghia ti basti in eterno per questo lavoro».
91
«Latin siam noi, che tu vedi sì guastiAEqui ambedue», rispuose l'un piangendo;AF«ma tu chi se' che di noi dimandasti?».AE
così possa l’unghia durarti in eterno per il lavoro che compi. " " Noi, che tu qui vedi ambedue così sfigurati, siamo italiani " rispose uno di loro piangendo;
«Siamo italiani noi due, che vedi qui così sfigurati», rispose uno piangendo; «ma tu chi sei, che hai chiesto di noi?».
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E 'l duca disse: «I' son un che discendoAFcon questo vivo giù di balzo in balzo,AGe di mostrar lo 'nferno a lui intendo».AF
" ma tu chi sei che hai chiesto di noi? " E Virgilio disse: " Sono uno che scende giù di cerchio in cerchio con questo essere vivente, e voglio mostrargli l’inferno ".
E la guida disse: «Io sono uno che scende con questo vivo giù di balzo in balzo, e intendo mostrargli l'inferno».
97
Allor si ruppe lo comun rincalzo;AGe tremando ciascuno a me si volseAHcon altri che l'udiron di rimbalzo.AG
Allora si staccarono l’uno dall’altro (si ruppe lo comun rincalzo: si ruppe il reciproco appoggio); e ciascuno tremando si rivolse a me con altri che avevano ascoltato indirettamente.
Allora il reciproco sostegno si ruppe; e ciascuno, tremando, si voltò verso di me, insieme ad altri che l'avevano sentito di riflesso.
100
Lo buon maestro a me tutto s'accolse,AHdicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;AIe io incominciai, poscia ch'ei volse:AH
Il buon Virgilio si accostò con tutta la persona a me, dicendo: " Chiedi loro ciò che vuoi "; e io cominciai, dal momento che egli lo volle:
Il buon maestro si accostò tutto a me, dicendo: «Di' loro ciò che vuoi»; e io cominciai, dal momento che lui lo volle:
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«Se la vostra memoria non s'imboliAInel primo mondo da l'umane menti,AJma s'ella viva sotto molti soli,AI
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ditemi chi voi siete e di che genti;AJla vostra sconcia e fastidiosa penaAKdi palesarvi a me non vi spaventi».AJ
" Possa il ricordo di voi non dileguarsi in terra dalla memoria degli uomini, ma possa vivere per molti anni, ditemi chi siete e di quali città: la vostra ripugnante e dolorosa pena non vi impedisca, per la paura, di rivelarmi i vostri nomi ".
«Così il vostro ricordo non svanisca dalle menti umane nel primo mondo, ma viva per molti anni, ditemi chi siete e di che paese; la vostra pena ripugnante e fastidiosa non vi spaventi dal rivelarvi a me».
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«Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena»,AKrispuose l'un, «mi fé mettere al foco;ALma quel per ch'io mori' qui non mi mena.AK
" Io nacqui ad Arezzo, e Albero da Siena " rispose uno " mi fece mandare al rogo; ma la colpa per la quale io morii non è quella che mi conduce in questa bolgia.
«Io fui di Arezzo, e Albero da Siena», rispose uno, «mi fece mettere al rogo; ma ciò per cui morii non è ciò che mi porta qui.
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Vero è ch'i' dissi lui, parlando a gioco:AL"I' mi saprei levar per l'aere a volo";AMe quei, ch'avea vaghezza e senno poco,AL
E’ vero che gli dissi, scherzando: "Io saprei alzarmi in volo per l’ aria"; e quello, che era curioso e stolto, volle che gliene insegnassi la maniera;
È vero che io gli dissi, parlando per scherzo: “Saprei sollevarmi in volo per l'aria”; e lui, che aveva molta curiosità e poco senno,
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volle ch'i' li mostrassi l'arte; e soloAMperch'io nol feci Dedalo, mi feceANardere a tal che l'avea per figliuolo.AM
e solo perché non fecì di lui un Dedalo (il mitico costruttore del Labirinto, che attraversò a volo il Mediterraneo, da Creta alla Sicilia; cfr. canto XVII, versi 109 -111), mi fece bruciare da un tale che lo teneva in conto di figlio (il vescovo di Siena).
volle che gli insegnassi l'arte; e solo perché non lo feci diventare Dedalo, mi fece bruciare da uno che lo considerava come un figlio.
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Ma nell 'ultima bolgia de le dieceANme per l'alchìmia che nel mondo usaiAOdannò Minòs, a cui fallar non lece».AN
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E io dissi al poeta: «Or fu già maiAOgente sì vana come la sanese?APCerto non la francesca sì d'assai!».AO
Ma nell’ultima delle dieci bolge, per la sofisticazione dei metalli (alchimia) che praticai in terra, mi condannò Minosse, a cui non è possibile sbaglìare. " E dissi a Virgilio: "Vi fu mai gente così fatua come la senese? Di certo non lo è tanto nemmeno quella francese!
Ma nell'ultima delle dieci bolge mi condannò Minosse, a cui non è permesso sbagliare, per l'alchimia che praticai nel mondo». E io dissi al poeta: «Ora, ci fu mai gente così vanitosa come quella senese? Certo non lo è tanto neppure quella francese!».
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Onde l'altro lebbroso, che m'intese,APrispuose al detto mio: «Tra'mene StriccaAQche seppe far le temperate spese,AP
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e Niccolò che la costuma riccaAQdel garofano prima discoverseARne l'orto dove tal seme s'appicca;AQ
" Allora l’altro lebbroso, che mi udì, rispose alle mie parole: " Escludi Stricca che seppe spendere con moderazione, e Niccolò che per primo introdusse la costosa usanza del garofano nel giardino, dove tale seme attecchisce (cioè in Siena);
Per cui l'altro lebbroso, che mi sentì, rispose alle mie parole: «Toglimi Stricca, che seppe fare spese moderate, e Niccolò, che per primo scoprì l'uso costoso del garofano nell'orto dove tale seme attecchisce;
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e tra'ne la brigata in che disperseARCaccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,ASe l'Abbagliato suo senno proferse.AR
ed escludi la brigata facendo parte della quale Caccia d’Asciano dilapidò i vigneti e i grandi boschi, e l’Abbagliato dimostrò il suo senno.
e toglimi la brigata in cui Caccia d'Asciano sperperò la vigna e il grande bosco, e l'Abbagliato mostrò il suo senno.
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Ma perché sappi chi sì ti secondaAScontra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,ATsì che la faccia mia ben ti risponda:AS
Ma affinché tu sappia chi è a tal punto d’accordo con te contro i Senesi, aguzza la vista verso di me, in modo che il mio viso ti si mostri chiaramente:
Ma perché tu sappia chi ti asseconda così contro i Senesi, aguzza lo sguardo verso di me, così che la mia faccia ti risponda bene:
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sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,ATche falsai li metalli con l'alchìmia;AUe te dee ricordar, se ben t'adocchio,AT
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com'io fui di natura buona scimia».AU
così t’accorgerai che io sono l’anima di Capocchio, che per mezzo dell’alchimia falsificai i metalli: e ti devi ricordare, se ti riconosco bene, come io fui esperto imitatore della natura ".
così vedrai che io sono l'ombra di Capocchio, che falsificai i metalli con l'alchimia; e devi ricordarti, se ti riconosco bene, come io fui per natura una buona scimmia (un abile imitatore)».
Riassunto del canto XXIX
Prima di lasciare la nona bolgia Dante cerca con gli occhi in essa un suo congiunto, Geri del Bello, seminatore di discordia, la cui morte violenta è rimasta invendicata, ma Virgilio gli ricorda che l’ombra di questo suo parente è passata sotto il ponte, mostrando sdegno e minacciandolo col dito, quando egli era tutto intento ad osservare Bertran de Born. Ripreso il cammino, i due pellegrini giungono sopra l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale si trovano i falsatori, divisi in quattro categorie: falsatori di metalli con alchimia, falsatori di persone, falsatori di monete, falsatori di parole. Con il corpo deformato da orribili morbi giacciono a mucchi o si trascinano carponi gli alchimisti. Due di questi dannati attirano l’attenzione di Dante: stanno seduti, appoggiandosi l’uno alla schiena dell’altro, e cercano, con furiosa impazienza, di liberarsi delle croste che li ricoprono interamente. Furono arsi sul rogo dai Senesi, il primo, Griffolino d’Arezzo, per non avere mantenuto fede alla promessa di far alzare in volo, novello Dedalo, uno sciocco; il secondo, Capocchio, per aver falsificato i metalli, da quell’eccellente imitatore della natura che fu in vita.
In breve
Dove e chi
VIII cerchio · Malebolge: Fraudolenti, in dieci bolge. Ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Dispersivo e discontinuo, il primo canto dei falsari segna un attenuarsi della tesa indagine morale del Poeta, una pausa nel suo vigoroso impegno stilistico. Se per i romantici la poesia di Dante spiccava con più risoluta nettezza di contorni nel suo concretarsi in un contrasto di passioni e di caratteri - quasi anticipando, entro la ferma cornice medievale, il libero dispiegarsi del "tragico" rinascimentale (Shakespeare) - oggi dobbiamo riconoscere che essa si identifica, nella Commedia, innanzi tutto con il dramma del pellegrino posto di fronte alla realtà del peccato, dell’espiazione, della beatitudine raggiunta, per cui molte pagine sulle quali i romantici sorvolavano assumono, ai nostri occhi, una funzione di primo piano, anche e soprattutto ai fini di una considerazione dei valori espressivi. La cornice medievale - il dramma dell’anima che rende a se stessa presenti le fasi della propria esperienza morale - non può più essere ritenuta qualcosa di estrinseco rispetto ai drammi dei singoli personaggi, poiché ciascuno di questi singoli drammi acquista le sue reali proporzioni soltanto se collocato entro questa cornice. Le tragedie di Francesca, di Farinata o di Ulisse non esistono in sé - sul palcoscenico di un mondo che da queste figure attende la definizione del proprio significato - ma hanno un senso, al contrario, soltanto nella misura in cui si presentano già oggettivate, davanti al Poeta, nelle forme del giudizio divino (il posto dell’inferno in cui questi personaggi si trovano, la loro pena). Esse diventano soggettive nell’animo del pellegrino senza nulla perdere della loro oggettività: in questo loro essere dolorosamente rivissute dal Poeta, in questo interiorizzarsi del giudizio divino è la fonte della loro problematicità inesauribile. Oggi non possiamo più assumere pertanto come criterio di valutazione della poesia di Dante la presenza o meno del grande personaggio, della individualità preminente che in certo modo sfida il giudizio divino, proprio perché non possiamo trascurare la continua e attiva presenza, nel poema, dell’autore, l’angoscioso cammino da lui percorso per sollevarsi, dall’opacità del suo sentire iniziale, alla trasparenza di una oggettività eterna. Un criterio per distinguere, nella Commedia, le pagine più riuscite da quelle che lo sono meno può invece essere rappresentato da un’interrogazione del dato stilistico, interrogazione che, in Dante, ci conduce direttamente sul piano del suo impegno etico. Mentre infatti, nelle poetiche umanistiche e rinascimentali il fattore « stile » ha sempre rappresentato un elemento di evasione dalla insufficienza del reale, di fuga dall’impegno etico, in Dante al contrario esso costituisce il punto di convergenza delle sue convinzioni e reazioni morali, il momento in cui queste trovano la loro espressione definitiva e, sul piano dell’arte, incontrovertibile. Su questo accordarsi del momento etico e di quello stilistico sono unanimi i critici più recenti. Per il Fubini nella Commedia può esservi a volte retorica, ma "retorica che si fa strumento di un fine etico, che giova a dar risalto coi suoi modi a un giudizio morale ". Il Terracini dal canto suo rileva che "quando Dante è eloquente... si può essere sicuri che la sua visione poetica si ammanta di un motivo di carattere, comunque, etico; è come un pedale che Dante mette ai suoi versi". Il Bigi infine - e questa considerazione ci riconduce sul terreno del canto XXIX - osserva che «dove effettivamente si allenta la tensione morale del giudice, si attenua l’impegno erudito e retorico dell’artista come... nel colloquio con Grifiolino e Capocchio (XXIX, versi 109-139), in cui, non che similitudini elaborate ed erudite, sono pressoché assenti i caratteristici procedimenti della retorica dantesca". Mancano, al canto XXIX, quella compattezza di visione, quello svolgimento coerente di motivi, che caratterizzano i canti fra i quali si trova inserito. Pur offrendo alla nostra attenzione temi in comune con il canto precedente (ad esempio la presentazione dello spettacolo della bolgia attraverso similitudini ipotetiche: s’el s’aunasse nel canto XXVIII, verso 7; qual dolor fora nel XXIX, verso 46; o il motivo della meraviglia dei dannati nell’apprendere che Dante è vivo, motivo che proprio nel canto XXIX trova un’espressione, di inusitato vigore, tutta calata in raffigurazione concreta: allor si ruppe lo comun rincalzo) e con il successivo (i colloqui con Griffolino e Capocchio anticipano in certo modo l’atmosfera pettegola dell’alterco fra Sinone e maestro Adamo senza per altro rasentare la violenza, la degradazione che in quello si esprimono), esso non li approfondisce in modo unitario. Questa pagina del poema, che inizia su un tono di accorata elegia per concludersi in una serie di disegni schizzati "in punta di penna", con un gusto del particolare incisivo ma fine a se stesso - che li accomuna a certi ritratti della novellistica medievale (tra il Novellino e il Decamerone) - risulta incerta, scarsamente determinata tanto sotto il profilo etico che sotto quello stilistico. Osserva il Sapegno che nella seconda parte del canto Dante "non insiste tanto sull’oggetto dell’ironia e dello scherno, quanto piuttosto sembra compiacersi di ritrarre in atto l’arte appunto dell’ironizzare e dello schernire, vista come un bel gioco che aguzza l’ingegno e gli offre campo di dispiegarsi e di accendersi in un divertente, se pur futile, scoppiettio di frasi maliziose" e conclude che le figure di Griffolino e Capocchio "non sono più che macchiette garbate di secondo piano; e, anziché raccogliere e concentrare in sé una diffusa atmosfera di tragedia, giovano se mai a distrarre per un istante lo spirito da quel mondo e a trasportarlo in un’aria più leggiera".
vv. 136-139sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,che falsai li metalli con l'alchìmia;e te dee ricordar, se ben t'adocchio,com'io fui di natura buona scimia».Leggi nel testo
Nella decima bolgia, tra i falsari, Dante incontra due alchimisti coperti di croste e intenti a grattarsi: Griffolino d'Arezzo e Capocchio, un fiorentino che Dante conosceva. Capocchio si definisce «di natura buona scimia», cioè capace di imitare la natura con grande abilità.
Ai tempi di Dante l'alchimia, l'arte di trasformare i metalli, era considerata una vera scienza. Anche san Tommaso ammetteva che, se gli alchimisti fossero riusciti a produrre oro vero, avrebbero potuto venderlo. La Chiesa la condannava solo quando diventava frode, cioè quando si spacciava per oro un metallo trasformato in apparenza.
Dante non condanna dunque gli alchimisti in quanto studiosi, ma due persone che hanno usato le loro conoscenze per ingannare il prossimo. La pena, una malattia che deforma la pelle, rispecchia la colpa: hanno alterato l'aspetto dei metalli, e ora è alterato il loro corpo.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Gli alchimisti
Ne parla la scheda «Maestro Adamo e i conti Guidi» (Inf. XXX).