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Indice dei canti
Di notte, sotto la luna, una folla di anime corre a perdifiato lungo la cornice, tra grida e braccia tese; fra loro un monaco in saio scuro. Dante siede assonnato su una roccia, Virgilio in piedi.
Gli accidiosi passano di corsa nella notte; tra loro l'abate di San Zeno
Purgatorio · IV cornice

Purgatorio, Canto XVIII

«Posto avea fine al suo ragionamento…»

Virgilio, sempre rimanendo nel quarto girone, continua la trattazione del tema dell'amore per chiarire al suo discepolo in che modo questa affezione possa essere inizio di ogni bene e di ogni male.

Luogo
IV cornice
Anime e colpe
Accidiosi
Versi
145 · 48 terzine e un verso di chiusura
Il mio ripasso
Dove siamo nel viaggio
Inferno
       VI cerchioVII cerchioVIII cerchio · Malebolge IX cerchio · Cocito
Purgatorio
      I cornice  IV corniceV corniceVI corniceVII corniceParadiso terrestre
Paradiso
 LunaMercurio SoleMarteGiove Stelle fissePrimo MobileEmpireo
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Testo e parafrasi del canto XVIII

Parafrasi
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1

Posto avea fine al suo ragionamentoAl'alto dottore, e attento guardavaBne la mia vista s'io parea contento;A

Il maestro di alti insegnamenti aveva terminato la sua dimostrazione, e guardava attentamente nei miei occhi (per vedere) se io apparivo soddisfatto;
L'alto maestro aveva concluso il suo ragionamento, e guardava attento nel mio viso se apparivo soddisfatto;
4

e io, cui nova sete ancor frugava,Bdi fuor tacea, e dentro dicea: 'ForseClo troppo dimandar ch'io fo li grava'.B

ed io, che ero stimolato ancora da un nuovo desiderio di sapere, non parlavo, ma dentro di me dicevo: «Forse le numerose domande che faccio lo infastidiscono».
e io, che una nuova sete (di sapere) ancora stimolava, fuori tacevo, e dentro dicevo: 'Forse il troppo domandare che faccio gli pesa'.
7

Ma quel padre verace, che s'accorseCdel timido voler che non s'apriva,Dparlando, di parlare ardir mi porse.C

Ma quel paterno maestro di verità, che si accorse del mio desiderio che per timidezza non si manifestava, incominciando a parlare, mi incitò a farlo a mia volta. Per questo io:
Ma quel padre sincero, che si accorse del timido desiderio che non si manifestava, parlando mi diede il coraggio di parlare.
10

Ond'io: «Maestro, il mio veder s'avvivaDsì nel tuo lume, ch'io discerno chiaroEquanto la tua ragion parta o descriva.D

«Maestro, il mio intelletto si illumina a tal punto nella luce della tua dottrina, che io comprendo chiaramente quanto il tuo ragionamento proponga o analizzi.
Per cui io: «Maestro, la mia vista (intellettuale) si ravviva così nella tua luce che io distinguo chiaramente tutto ciò che il tuo ragionamento distingue o spiega.
13

Però ti prego, dolce padre caro,Eche mi dimostri amore, a cui reduciFogne buono operare e 'l suo contraro».E

Perciò ti prego, o dolce padre caro, di definirmi che cosa sia quell'amore, al quale fai risalire ogni azione buona e cattiva».
Perciò ti prego, dolce caro padre, di spiegarmi l'amore, a cui riconduci ogni buona azione e il suo contrario».
16

«Drizza», disse, «ver' me l'agute luciFde lo 'ntelletto, e fieti manifestoGl'error de' ciechi che si fanno duci.F

19

L'animo, ch'è creato ad amar presto,Gad ogne cosa è mobile che piace,Htosto che dal piacere in atto è desto.G

«Volgi a me» disse «gli occhi penetranti della tua mente, e, ti apparirà evidente l'errore di quei ciechi che pretendono di farsi guide agli altri (sostenendo che ogni amore è sempre buono) L'animo, che è creato con una disposizione naturale ad amare, è pronto a muoversi verso ogni cosa piacevole, non appena è messo in attività da questo piacere.
«Rivolgi verso di me», disse, «gli occhi acuti dell'intelletto, e ti sarà chiaro l'errore dei ciechi che si fanno guide. L'animo, che è creato pronto ad amare, si muove verso ogni cosa che piace, appena è risvegliato all'azione dal piacere.
22

Vostra apprensiva da esser veraceHtragge intenzione, e dentro a voi la spiega,Isì che l'animo ad essa volger face;H

25

e se, rivolto, inver' di lei si piega,Iquel piegare è amor, quell'è naturaJche per piacer di novo in voi si lega.I

La vostra facoltà conoscitiva deriva dalla realtà esterna l''immagine, e la elabora dentro di voi, così che fa (volgere l'animo verso quella immagine) e se l'animo, dopo aver considerato quella immagine, si inclina verso di lei, quella inclinazione è amore, è una disposizione naturale che per opera della cosa piacevole incomincia a vivere concretamente in voi per la prima volta.
La vostra facoltà di percepire ricava da un oggetto reale un'immagine, e la dispiega dentro di voi, così da far volgere l'animo verso di essa; e se, rivolto a essa, l'animo si piega verso di lei, quel piegarsi è amore, è natura che si lega di nuovo a voi attraverso il piacere.
28

Poi, come 'l foco movesi in alturaJper la sua forma ch'è nata a salireKlà dove più in sua matera dura,J

31

così l'animo preso entra in disire,Kch'è moto spiritale, e mai non posaLfin che la cosa amata il fa gioire.K

Poi, come il fuoco tende a muovi verso l'alto per la sua naturale essenza, che è fatta salire alla sfera del fuoco dove, essendo nel suo elemento si conserva più a lungo, così l'animo preso da amore (per cosa piacevole) avverte il desiderio essa, desiderio che è movimento spirituale, e non trova più pace finché il possesso della cosa amata non gli dà la gioia desiderata.
Poi, come il fuoco si muove verso l'alto per la sua natura, che è fatta per salire là dove dura di più nella sua materia (la sfera del fuoco), così l'animo innamorato entra nel desiderio, che è un moto spirituale, e non si ferma mai finché la cosa amata non lo fa gioire.
34

Or ti puote apparer quant'è nascosaLla veritate a la gente ch'avveraMciascun amore in sé laudabil cosa;L

Ora ti può essere chiaro quanto sia nascosta la verità a coloro i quali sostengono che ogni forma di amore in se stessa è cosa buona, (affermando questo) forse in base al fatto che la disposizione naturale ad amare appare sempre buona (poiché tende al bene o a ciò che appare tale);
Ora ti può apparire quanto è nascosta la verità alla gente che afferma che ogni amore sia in sé una cosa lodevole;
37

però che forse appar la sua materaMsempre esser buona, ma non ciascun segnoNè buono, ancor che buona sia la cera».M

40

«Le tue parole e 'l mio seguace ingegno»,Nrispuos'io lui, «m'hanno amor discoverto,Oma ciò m'ha fatto di dubbiar più pregno;N

43

ché, s'amore è di fuori a noi offerto,Oe l'anima non va con altro piede,Pse dritta o torta va, non è suo merto».O

ma non ogni impronta è buona, benché sia buona la cera su cui è impressa (cioè: anche se la disposizione naturale ad amare è buona, non sempre sono tali l'oggetto e il modo in cui essa vi tende) «Le tue parole e la mia mente che le ha seguite attentamente» gli risposi «mi hanno chiarito l'essenza dell'amore, ma ciò mi ha riempito ancora di più di dubbi, poiché se l'amore è determinato da oggetti che stanno al di fuori dell'anima, e l'anima non può operare in modo diverso (non va con altro piede: è solo attratta da cose esterne), non è sua la responsabilità, se procede nel bene o nel male.» Ed egli mi rispose:
perché forse la sua materia (la tendenza ad amare) sembra essere sempre buona, ma non ogni impronta è buona, anche se è buona la cera». «Le tue parole e il mio ingegno che le ha seguite», gli risposi, «mi hanno svelato l'amore, ma questo mi ha reso più pieno di dubbi; perché, se l'amore ci è offerto dall'esterno, e l'anima non procede con un altro piede, non è suo merito se va dritta o storta».
46

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,Pdir ti poss'io; da indi in là t'aspettaQpur a Beatrice, ch'è opra di fede.P

«Io ti posso dire quanto la ragione umana riesce a spiegare intorno a questo problema; affidati solo a Beatrice per ciò che supera i limiti della ragione, poiché si tratta di argomento di fede.
Ed egli a me: «Quanto la ragione vede in questo, posso dirtelo io; da lì in poi aspetta soltanto Beatrice, perché è cosa che riguarda la fede.
49

Ogne forma sustanzial, che settaQè da matera ed è con lei unita,Rspecifica vertute ha in sé colletta,Q

52

la qual sanza operar non è sentita,Rné si dimostra mai che per effetto,Scome per verdi fronde in pianta vita.R

Ogni anima, che è distinta dal corpo pur essendo a quello unita, ha in sé raccolta la disposizione propria della sua specie, la quale disposizione non è avvertita se non quando incomincia ad operare, né si manifesta se non attraverso i suoi effetti, allo stesso modo in cui la potenza vitale di una pianta appare nelle sue fronde verdi.
Ogni forma sostanziale (l'anima), che è distinta dalla materia ed è unita a essa, ha raccolta in sé una virtù specifica, la quale non si percepisce se non agisce, e non si mostra mai se non attraverso i suoi effetti, come la vita in una pianta attraverso le foglie verdi.
55

Però, là onde vegna lo 'ntellettoSde le prime notizie, omo non sape,Te de' primi appetibili l'affetto,S

58

che sono in voi sì come studio in apeTdi far lo mele; e questa prima vogliaUmerto di lode o di biasmo non cape.T

Perciò (dal momento che la virtù specifica dell'anima, cioè la capacità di conoscere e la disposizione ad amare, è avvertita solo quando entra in attività) l'uomo non sa da dove provenga la conoscenza delle nozioni innate, e l'amore dei primi beni desiderabili, che è solo in voi uomini, così come nell'ape c'è la tendenza istintiva a fare il miele; e questa prima disposizione non è suscettibile di lode o di biasimo (per il fatto che è innata).
Perciò l'uomo non sa da dove vengano la conoscenza delle prime nozioni e l'inclinazione verso i primi oggetti desiderabili, che sono in voi come nell'ape l'istinto di fare il miele; e questa prima volontà non merita né lode né biasimo.
61

Or perché a questa ogn'altra si raccoglia,Uinnata v'è la virtù che consiglia,Ve de l'assenso de' tener la soglia.U

Ora affinché a questo primo impulso naturale (che è buono in sé perché viene dalla natura) si accordino tutti gli altri, è innata in voi la ragione (la virtù che consiglia intorno al bene o al male), che deve vigilare l'assenso solo alle cose buone.
Ora, perché a questa si accordi ogni altra volontà, è innata in voi la virtù che consiglia (la ragione), e che deve custodire la soglia del consenso.
64

Quest'è 'l principio là onde si pigliaVragion di meritare in voi, secondoWche buoni e rei amori accoglie e viglia.V

La presenza della ragione è il fondamento da cui deriva il giudizio del nostro merito o demerito, secondo che essa accolga e scelga gli amori buoni e cattivi.
Questo è il principio da cui deriva in voi la ragione del merito, a seconda che (la ragione) accolga o scarti gli amori buoni e cattivi.
67

Color che ragionando andaro al fondo,Ws'accorser d'esta innata libertate;Xperò moralità lasciaro al mondo.W

I filosofi che con la ragione investigarono fino in fondo il problema dell'anima umana, notarono questa libertà innata; per questo lasciarono in retaggio al mondo la dottrina morale.
Coloro che, ragionando, andarono a fondo (i filosofi), si accorsero di questa libertà innata; perciò lasciarono al mondo l'etica.
70

Onde, poniam che di necessitateXsurga ogne amor che dentro a voi s'accende,Ydi ritenerlo è in voi la podestate.X

Quindi, ammesso che ogni amore che si accende in voi sorga naturalmente (di necessitate: indipendentemente dalla vostra volontà), è anche in noi la facoltà di trattenerlo o no.
Per cui, ammettiamo pure che ogni amore che si accende dentro di voi sorga per necessità: è in vostro potere frenarlo.
73

La nobile virtù Beatrice intendeYper lo libero arbitrio, e però guardaZche l'abbi a mente, s'a parlar ten prende».Y

Beatrice (la dottrina teologica) chiama questa nobile virtù libero arbitrio, e perciò cerca di ricordartelo, se ella incomincerà a parlartene».
Beatrice intende per nobile virtù il libero arbitrio, e perciò cerca di averlo a mente, se si mette a parlartene».
76

La luna, quasi a mezza notte tarda,Zfacea le stelle a noi parer più rade,AAfatta com'un secchion che tuttor arda;Z

La luna, che aveva tardato. a levarsi fin quasi a mezzanotte, ci faceva apparire meno numerose le stelle (velandole con la sua luce), ed era simile ad un secchione di rame tutto splendente;
La luna, che sorgeva tardi, quasi a mezzanotte, faceva sembrare a noi le stelle più rade, a forma di un secchio tutto ardente;
79

e correa contro 'l ciel per quelle stradeAAche 'l sole infiamma allor che quel da RomaABtra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.AA

e compiva il suo corso in direzione contraria al moto apparente del cielo (contra 'l ciel: procedendo cioè da occidente a oriente) per quel cammino che il sole riscalda nel periodo in cui chi abita a Roma lo vede tramontare tra la Sardegna e la Corsica.
e correva contro il movimento del cielo lungo quelle vie che il sole infiamma quando chi è a Roma lo vede tramontare tra la Sardegna e la Corsica.
82

E quell'ombra gentil per cui si nomaABPietola più che villa mantoana,ACdel mio carcar diposta avea la soma;AB

Quella nobile anima per cui Pietole (l'antica Andes, patria di Virgilio) è più famosa della città di Mantova, si era liberata dal peso di cui l'avevo gravata con le mie domande;
E quell'ombra nobile (Virgilio) per cui Pietola è più famosa di ogni altro paese del Mantovano si era tolto il peso che io gli avevo caricato (le mie domande);
85

per ch'io, che la ragione aperta e pianaACsovra le mie quistioni avea ricolta,ADstava com'om che sonnolento vana.AC

per la qual cosa io, che avevo accolto dentro di me il ragionamento chiaro e semplice di Virgilio intorno alle mie domande, ero nella stessa situazione di un uomo che nel sonno vaneggia.
per cui io, che avevo raccolto una spiegazione chiara e semplice alle mie domande, stavo come un uomo che vaneggia per il sonno.
88

Ma questa sonnolenza mi fu toltaADsubitamente da gente che dopoAEle nostre spalle a noi era già volta.AD

Ma questa sonnolenza mi venne tolta all'improvviso da una schiera di anime che (sopraggiungendo) dietro le nostre spalle già si dirigeva verso di noi.
Ma questa sonnolenza mi fu tolta all'improvviso da gente che, alle nostre spalle, si era già girata verso di noi.
91

E quale Ismeno già vide e AsopoAElungo di sè di notte furia e calca,AFpur che i Teban di Bacco avesser uopo,AE

94

cotal per quel giron suo passo falca,AFper quel ch'io vidi di color, venendo,AGcui buon volere e giusto amor cavalca.AF

Quale era la tumultuosa calca di gente che un tempo videro correre di notte lungo le loro rive i fiumi Ismeno e Asopo, tutte le volte che i Tebani avevano bisogno della protezione di Bacco, tale, per quello che potei vedere (per l'oscurità), era (la tumultuosa calca) che avanzava correndo a grandi falcate in quel girone, di coloro che venivano, i quali erano spronati dalla buona volontà e dal giusto amore (verso Dio).
E come un tempo l'Ismeno e l'Asopo videro di notte lungo le loro rive la furia e la calca (dei Tebani), purché i Tebani avessero bisogno di Bacco, tale, per quello che io vidi di loro mentre venivano, piega il passo lungo quella cornice chi è spronato da buona volontà e giusto amore.
97

Tosto fur sovr'a noi, perché correndoAGsi movea tutta quella turba magna;AHe due dinanzi gridavan piangendo:AG

Presto ci raggiunsero, perché tutta quella grande schiera procedeva correndo; e due anime davanti alle altre gridavano piangendo:
Presto furono sopra di noi, perché tutta quella grande folla si muoveva correndo; e due davanti gridavano piangendo:
100

«Maria corse con fretta a la montagna;AHe Cesare, per soggiogare Ilerda,AIpunse Marsilia e poi corse in Ispagna».AH

103

«Ratto, ratto, che 'l tempo non si perdaAIper poco amor», gridavan li altri appresso,AJ«che studio di ben far grazia rinverda».AI

106

«O gente in cui fervore aguto adessoAJricompie forse negligenza e indugioAKda voi per tepidezza in ben far messo,AJ

109

questi che vive, e certo i' non vi bugio,AKvuole andar sù, pur che 'l sol ne riluca;ALperò ne dite ond'è presso il pertugio».AK

«Maria si affrettò ad andare dove abitava Elisabetta: e Cesare, per soggiogare Lerida, dette un primo colpo a Marsiglia e poi corse in Spagna» «Presto, presto, che non si perda il tempo per fiacco amore» gridavano gli altri dopo, «affinché la sollecitudine ad espiare ravvivi in noi la grazia divina.»«O anime nelle quali lo zelo ardente ora compensa forse la negligenza e l'indugio da voi usati per tiepidezza nell'operare il bene, questo che vive ancora, e certo non vi inganno, vuole salire verso l'alto, non appena il sole risplenda di nuovo per noi;
«Maria corse in fretta verso la montagna; e Cesare, per sottomettere Lerida, colpì Marsiglia e poi corse in Spagna». «Presto, presto, che il tempo non si perda per poco amore», gridavano gli altri dietro, «affinché l'impegno a fare il bene faccia rinverdire la grazia». «O gente in cui ora un fervore intenso compensa forse la negligenza e l'indugio che avete messo per tiepidezza nel fare il bene, costui che è vivo, e certo non vi mento, vuole andare su, appena il sole tornerà a splendere per noi; perciò diteci dov'è vicino il passaggio».
112

Parole furon queste del mio duca;ALe un di quelli spirti disse: «VieniAMdi retro a noi, e troverai la buca.AL

perciò diteci da quale parte è più vicino il passaggio (pertugio: per salire al quinto girone).» Queste furono le parole della mia guida; e una di quelle anime disse: «Vieni dietro a noi, e troverai l'apertura.
Queste furono le parole della mia guida; e uno di quegli spiriti disse: «Vieni dietro di noi, e troverai l'apertura.
115

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,AMche restar non potem; però perdona,ANse villania nostra giustizia tieni.AM

Noi siamo così pieni di ardente desiderio di muoverci, che non possiamo fermarci; perciò perdonaci, se per caso giudichi come una scortesia quella che è la nostra giusta pena.
Noi siamo così pieni del desiderio di muoverci che non possiamo restare fermi; perciò perdona, se ritieni scortesia quella che è la nostra giusta pena.
118

Io fui abate in San Zeno a VeronaANsotto lo 'mperio del buon Barbarossa,AOdi cui dolente ancor Milan ragiona.AN

Io fui abate del monastero di San Zeno a Verona sotto l'impero del valente Barbarossa, del quale Milano parla ancora con dolore.
Io fui abate di San Zeno a Verona sotto il governo del buon Barbarossa, di cui Milano parla ancora con dolore.
121

E tale ha già l'un piè dentro la fossa,AOche tosto piangerà quel monastero,APe tristo fia d'avere avuta possa;AO

124

perché suo figlio, mal del corpo intero,APe de la mente peggio, e che mal nacque,AQha posto in loco di suo pastor vero».AP

E uno che è già prossimo alla morte, presto sconterà (nell'al di là) l'offesa recata a quel monastero, e si dorrà di avere avuto il potere di farla, perché ha messo al posto del suo abate legittimo suo figlio, difettoso nel corpo, e peggio ancora (per i suoi vizi) nell'animo, e generato da un'unione illegittima».
E c'è uno (Alberto della Scala) che ha già un piede nella fossa, che presto piangerà per quel monastero, e sarà triste di avervi avuto potere; perché vi ha posto, al posto del vero pastore, suo figlio, malato in tutto il corpo, e peggio nella mente, e nato male».
127

Io non so se più disse o s'ei si tacque,AQtant'era già di là da noi trascorso;ARma questo intesi, e ritener mi piacque.AQ

Io non so se dìsse altre cose o se tacque, a tal punto si era già allonanato da noi; ma questo io ascoltai, e ritennì utile ricordare.
Io non so se disse altro o se tacque, tanto era già passato oltre noi; ma questo lo capii, e mi piacque ricordarlo.
130

E quei che m'era ad ogne uopo soccorsoARdisse: «Volgiti qua: vedine dueASvenir dando a l'accidia di morso».AR

E Virgilio che mi era di aiuto in ogni necessità disse:- «Volgiti da questa parte: guarda due anime che sopraggiungono rimproverando (con gli esempi) il peccato di accidia».
E colui che era il mio soccorso in ogni bisogno disse: «Voltati qua: vedine due che vengono dando morsi all'accidia».
133

Di retro a tutti dicean: «Prima fueASmorta la gente a cui il mar s'aperse,ATche vedesse Iordan le rede sue.AS

Stando dietro a tutti dicevano: «Coloro davantì ai qualì sì aperse il mare morirono prima di vedere la Palestina che era stata loro promessa da Dio;
Dietro a tutti dicevano: «Morì il popolo per cui si aprì il mare, prima che il Giordano vedesse i suoi eredi.
136

E quella che l'affanno non sofferseATfino a la fine col figlio d'Anchise,AUsé stessa a vita sanza gloria offerse».AT

e coloro che non sopportarono con Enea le fatiche del viaggio. fino alla fine, si abbandonarono ad una vita ingloriosa».
E quella gente che non sopportò la fatica fino alla fine insieme al figlio di Anchise (Enea) si condannò a una vita senza gloria».
139

Poi quando fuor da noi tanto diviseAUquell'ombre, che veder più non potiersi,AVnovo pensiero dentro a me si mise,AU

142

del qual più altri nacquero e diversi;AVe tanto d'uno in altro vaneggiai,AWche li occhi per vaghezza ricopersi,AV

145

e 'l pensamento in sogno trasmutai.AW

Poi quando quegli spiríti si furono allontanati da noi tanto da non poter essere più visti, sorse dentro di me un nuovo pensiero, dal quale nacquero numerosi altri pensieri e diversi fra loro (non in successione logica); e passai vaneggiando dall'uno all'altro, tanto che per questo vagare della mente chiusi gli occhi, e il fluido moto dei miei pensieri si cambiò in sogno.
Poi, quando quelle ombre furono tanto lontane da noi che non si potevano più vedere, un nuovo pensiero entrò dentro di me, dal quale ne nacquero molti altri e diversi; e tanto vagai dall'uno all'altro che chiusi gli occhi per quel vagare, e trasformai il pensiero in sogno.

Riassunto del canto XVIII

Virgilio, sempre rimanendo nel quarto girone, continua la trattazione del tema dell'amore per chiarire al suo discepolo in che modo questa affezione possa essere inizio di ogni bene e di ogni male. L'animo per natura è disposto all'amore, e ogni volta che la facoltà conoscitiva gli presenta una cosa piacevole, si dirige verso di essa: questa inclinazione è amore. Nasce tuttavia, in Dante un dubbio intorno alla libertà dell'uomo, guidato da impulsi che vengono dall'esterno e spinto da forze naturali; non soggette alla sua volontà. Ma Virgilio afferma che nella creatura umana agisce anche la ragione, che ha il compito di studiare, scegliere e guidare le tendenze naturali. Intanto la luna è già comparsa nel cielo e Dante, preso da improvvisa sonnolenza, viene riscosso dal sopraggiungere di una turba di anime che avanzano in corsa affannosa: sono gli accidiosi, che per contrappasso devono ora mostrare lo zelo che non ebbero in vita. Gli esempi di sollecitudine, che ricordano la visita della Vergine ad Elisabetta e la fulminea rapidità delle imprese militari di Cesare; sono gridati da due anime, come quellî di accidia punita, anch'essi ispirati dal mondo ebraico-cristiano e da quello romano. Dante in questo girone presenta un solo penitente: l'abate del monastero veronese di San Zeno, che rimprovera ad Alberto della Scala di aver ora concesso quella carica ad un figlio degenere.

In breve

Dove e chi
  1. IV cornice: Accidiosi. Corrono senza sosta.

Vedi sulla mappa

Commento e analisi

Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.

Introduzione critica

Nel canto precedente Virgilio ha chiarito l'ordinamento morale del purgatorio, fondando il suo argomentare sul principio dell'amore, da lui inteso, razionalisticamente, nel suo mero proporsi naturale - quale, fin dai primordi della speculazione greca, era apparso -: tendenza estesa ad ogni ordine di esseri,. impulso denso di un proprio gravame di ineliminabile fisicità, qualità oggettiva del mondo, di per sé suscettibile di tradursi in esiti moralmente non meno positivi che negativi. La definizione dell'essenza di amore (che mi dimostri amore...), svolta dal poeta latino nella prima parte del canto XVIII (versi 16-39 e 49-75), lascia insoddisfatto il suo discepolo: configurato in tali termini amore sembra infatti negare ogni sussistenza al problema delle responsabilità umane, ogni considerazione di ciò che é bene e di ciò che è male (versi 43-45). Il punto che Dante chiede al suo maestro di determinare è quello focale fondante il regno dei fini e dei valori - in cui, nella ineluttabilità della legge naturale, si inserisce la scelta dell'uomo, la libera elezione che rende quest'ultimo, pur partecipe della realtà naturale - in quanto unione indissolubile di anima e corpo (forma sustanzial, che setta è da matera ed è con lei unita) - un essere spirituale, schiuso a traguardi che la natura, in quanto creata, contiene in sé impliciti, ma ignora. Virgilio chiarisce la possibilità di controllare il volgersi d'amore verso l'oggetto da esso, secondo la terminologia scolastica, «intenzionato», ricordando la necessità di un freno da parte della ragione (virtù che consiglia, e dell'assenso de' tener la soglia). Ma, una volta posto amore come principio ineluttabile, legge operante con la cecità di una forza della natura, quali sono le possibilità reali che ha la ragione di controllarlo e dirigerlo? Soltanto se svincolato dal determinismo che esprime il succedersi degli eventi naturali, soltanto se concepito nel suo aspetto sorgivo, spirituale - in quanto origine e giustificazione luminosa del mondo stesso - l'amore può assurgere a principio di spiegazione di ogni aspetto del reale, conferendo in tal modo la positività che ad esso compete anche all'amore naturale, teorizzato dai Greci come indiscriminata attrazione che lega e separa gli esseri secondo gli arbitri del caso. Opportunamente osserva il Montano che, per la saggezza "aristotelica" di Virgilio "il problema è quello soltanto della virtù che consiglia e dell'assenso de' tener la soglia. Virgilio non può sapere che questa scelta può valere assai poco se non c'è un'altra libertà, quella dal male. Il mondo cristiano può aver accettato il libero arbitrio classico come ha accettato la moralità che ne è derivata (però moralità lasciaro al mondo dice con giusto orgoglio Virgilio). Ma la moralità antica - aveva detto fra gli altri, splendidamente, Ugo di San Vittore - è costituita di "membra della virtù staccate dal corpo della bontà; ma le membra della virtù non possono essere vive senza il corpo della carità di Dio»". Con riferimento alla risoluzione del discorso di Virgilio nel silenzio e nel buio signoreggiato dalla incombente, onnipresente luce lunare (versi 76-87), il Montano aggiunge: "Quando Virgilio avrà parlato, Dante ritroverà sotto la sua penna un'altra delle immagini splendide... così cariche di senso simbolico...: la luna, quasi a mezza notte tarda... È come un grido che si leva dall'anima del pellegrino che ascolta ed è qui giunto - alla metà giusta del cammino - alla più alta conquista della ragione. Ma è anche vero che Virgilio, pure qui, al culmine delle umane possibilità razionali, è soltanto al livello di una limitata, parvente luce riflessa. La sua ragione vince col lume tutte le altre stelle; ma la notte è intorno". In altre parole, amore non può essere assunto a principio legittimante la totalità del reale se non viene rapportato ai temi della Grazia e del peccato, della creazione e della redenzione, nel punto folgorante in cui l'eternità vivifica il tempo, là dove l'uomo, dopo la caduta dallo stato di innocenza, si trova nella necessità di scegliere tra il bene e il male, di trascendere, proprio per giungere alla salvezza, l'amore naturale, il principio limitatore del piacere (ad ogni cosa è mobile che piace). II discorso di Virgilio - che il vincolo di una comune aspirazione a superare ogni singola certezza acquisita per un più vasto orizzonte di certezze, nonché una costante, trepida sollecitudine legano al suo discepolo - offre aspetti di notevole interesse sia in ordine alla definizione di un tema (quello dell'amore) dal Poeta in prima persona vissuto e liricamente trasfigurato fin dai tempi della Vita Nova, sia per le risoluzioni formali cui dà luogo e nelle quali culmina quel pathos dell'intelligenza come incessante ricerca della verità, che aveva anticipato l'ampia gamma dei suoi motivi fin dal canto XV. Le definizioni, pur se ineccepibili dal punto di vista della terminologia filosofica dell'epoca, sono permeate ovunque di un fervore lirico prima che raziocinante. Un semplice aggettivo, un giro sintattico che nulla in apparenza sembrerebbe dover allontanare dalle cadenze della prosa sono sufficienti a sollevare a poesia temi ed argomentazioni che nella trattatistica medievale e negli stessi scritti teorici di Dante restavano involuti e pedantescamente astratti. Basti ricordare, a titolo di esempio, un verso come l'animo, ch'è creato ad amar presto, nel quale il concetto della innata mobilità dell'anima umana si alleggerisce del peso di ogni dottrina nell'aggettivo che quasi festosamente lo suggella; in questo verso, al tempo stesso, la presenza nell'orizzonte mondano di amore nella sua forma irriflessa è limpidamente ricondotta alla sua scaturigine sacra, riallacciata senza termini interposti al dono della creazione. Di formulazioni analoghe, dense di una interiore, compatta pregnanza di echi concettuali risolti in musica, è intessuto l'intero dialogare dei due poeti sui temi dell'amore e del libero arbitrio.

Personaggi del canto XVIII

Guida

Virgilio

Dalla selva al Paradiso terrestre

Poeta dell'Eneide e maestro di Dante. Simbolo della ragione umana, lo guida per Inferno e Purgatorio.

Penitente

Abate di San Zeno

Purgatorio · IV cornice, accidiosi

Monaco veronese del tempo del Barbarossa: correndo fra gli accidiosi denuncia Alberto della Scala.

Approfondimenti

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Critica
Purgatorio · Canto XVIII Approfondito

I canti dottrinali: dove anche il pensiero è poesia

vv. 22-27Vostra apprensiva da esser veracetragge intenzione, e dentro a voi la spiega,sì che l'animo ad essa volger face;e se, rivolto, inver' di lei si piega,quel piegare è amor, quell'è naturache per piacer di novo in voi si lega.Leggi nel testo

Al centro del Purgatorio Virgilio tiene a Dante una lezione sull'amore. L'animo umano è fatto per amare; quando percepisce qualcosa di piacevole, si volge verso di esso. Ma non ogni amore è buono in sé: per questo l'uomo ha la ragione e la libertà, che devono guidare i desideri.

Questi canti, detti dottrinali, sono stati a lungo considerati parti noiose del poema, in cui Dante metteva da parte la poesia per spiegare la filosofia. Lo studioso Giorgio Padoan ha sostenuto il contrario: per Dante non esisteva una separazione tra pensiero e poesia. Molti episodi famosi sono illustrazioni di questi temi.

Secondo Padoan la poesia di questi canti sta nella loro tensione drammatica: Dante cerca di tenere insieme il pensiero teologico e il pensiero laico in un momento in cui stavano separandosi. Non è una spiegazione distaccata, ma una battaglia di idee, combattuta passo dopo passo.

Verifica

Fili rossi · questo canto nel resto del poema

L'amore e la libertà

Ne parla la scheda «Marco Lombardo e il libero arbitrio» (Purg. XVI).