Il sogno della «femmina balba» che diventa sirena, smascherata dalla donna santa
Purgatorio · V cornice
Purgatorio, Canto XIX
«Ne l'ora che non può 'l calor diurno…»
Dante si trova nella cornice degli accidiosi allorché, mentre l'alba è ormai prossima, riceve in sogno una visione: gli appare l'immagine di una donna deforme, che in un secondo tempo si trasforma, agli occhi del pellegrino, in una bellissima sirena, che cerca di attirarlo con il fascino del suo canto.
LettoRipassatoProntoCanto attualeTocca un trattino per aprire il canto
Testo e parafrasi del canto XIX
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
Ne l'ora che non può 'l calor diurnoAintepidar più 'l freddo de la luna,Bvinto da terra, e talor da SaturnoA
Nell'ora (l'ultima della notte) in cui il calore solare non può più mitigare il gelo dei raggi lunari, perché ormai è vinto dal freddo naturale della terra, e talvolta da quello del pianeta Saturno.
Nell'ora in cui il calore del giorno, vinto dalla terra e talvolta da Saturno, non riesce più a intiepidire il freddo della luna
4
- quando i geomanti lor Maggior FortunaBveggiono in or‹ente, innanzi a l'alba,Csurger per via che poco le sta bruna -,B
7
mi venne in sogno una femmina balba,Cne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,Dcon le man monche, e di colore scialba.C
somigliante a quella che essi chiamano Fortuna Maggiore, in una parte dell'orizzonte che per poco tempo rimane ancora oscura,mi apparve in sogno una donna balbuziente, con gli occhi guerci, e sciancata, con le mani rattrappite, e pallida in volto. lo la osservavo fissamente;
(quando i geomanti vedono la loro Fortuna Maggiore sorgere a oriente, prima dell'alba, per una via che le resta buia per poco), mi venne in sogno una donna balbuziente, con gli occhi strabici e storta sui piedi, con le mani monche e pallida di colore.
10
Io la mirava; e come 'l sol confortaDle fredde membra che la notte aggrava,Ecosì lo sguardo mio le facea scortaD
13
la lingua, e poscia tutta la drizzavaEin poco d'ora, e lo smarrito volto,Fcom' amor vuol, così le colorava.E
e come il sole rinfranca le membra intirizzite che il freddo della notte intorpidisce, così il mio sguardo le rendeva sciolta la lingua, quindi in breve tempo le raddrizzava tutta la persona, e donava al volto sbiancato quel colore roseo che è suscitato dall'amore.
Io la guardavo; e come il sole rianima le membra fredde che la notte appesantisce, così il mio sguardo le rendeva sciolta la lingua, e poi in poco tempo la raddrizzava tutta, e le colorava il viso smorto così come vuole l'amore.
16
Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto,Fcominciava a cantar sì, che con penaGda lei avrei mio intento rivolto.F
Dopo che ebbe così sciolta la lingua, la donna cominciava a cantare con tanta dolcezza che a fatica avrei potuto distogliere da lei la mia attenzione.
Dopo che le si era così sciolta la parola, cominciava a cantare in modo tale che a fatica avrei distolto da lei la mia attenzione.
19
«Io son», cantava, «io son dolce serena,Gche' marinari in mezzo mar dismago;Htanto son di piacere a sentir piena!G
«Io sono» cantava, «io sono la dolce sirena, che distolgo dalla loro via i marinai in mezzo al mare, a tal punto sono piena di piacere per chi mi ascolta!
«Io sono», cantava, «io sono la dolce sirena, che incanto i marinai in mezzo al mare; tanto sono piena di piacere da ascoltare!
22
Io volsi Ulisse del suo cammin vagoHal canto mio; e qual meco s'ausa,Irado sen parte; sì tutto l'appago!».H
25
Ancor non era sua bocca richiusa,Iquand' una donna apparve santa e prestaJlunghesso me per far colei confusa.I
Io attrassi col mio canto anche Ulisse, sebbene desideroso di proseguire il suo cammino; e chiunque si abitua alla mia compagnia, raramente se ne allontana, a tal punto riesco ad appagarlo totalmente)!» La sua bocca non si era ancora chiusa, quando accanto, a me apparve una donna santa e sollecita per svergognarla.
Io distolsi Ulisse dal suo cammino, desideroso del mio canto; e chi si abitua a stare con me raramente se ne va; tanto lo appago del tutto!». La sua bocca non si era ancora richiusa, quando apparve accanto a me una donna santa e sollecita per confondere quella.
28
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,Jfieramente dicea; ed el venìaKcon li occhi fitti pur in quella onesta.J
«O Virgilio, Virgilio, chi è costei?» diceva con accento sdegnato; e Virgilio s'accostava tenendo gli occhi sempre fissi su quella donna onesta.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», diceva con fierezza; ed egli veniva con gli occhi fissi soltanto su quella donna onesta.
31
L'altra prendea, e dinanzi l'apriaKfendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;Lquel mi svegliò col puzzo che n'uscia.K
Quindi afferrava l'altra, e la scopriva davanti squarciandole le vesti, e me ne faceva vedere il ventre: questo mi svegliò col fetore che emanava.
Afferrava l'altra, e la scopriva davanti strappandole le vesti, e mi mostrava il ventre; quello mi svegliò con il puzzo che ne usciva.
34
Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen treLvoci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;Mtroviam l'aperta per la qual tu entre».L
lo mossi gli occhi, mentre il mio valente maestro nei diceva: «Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e vieni: vediamo di trovare l'apertura nella roccia attraverso la quale tu possa entrare».
Io girai gli occhi, e il buon maestro diceva: «Ti ho chiamato almeno tre volte! Alzati e vieni; troviamo l'apertura per cui tu possa entrare».
37
Sù mi levai, e tutti eran già pieniMde l'alto dì i giron del sacro monte,Ne andavam col sol novo a le reni.M
Mi alzai in piedi, e già tutti i gironi del sacro monte erano pieni della luce mattutina ormai alta suIl'orizzonte, e camminavamo avendo alle spalle il sole del nuovo giorno.
Mi alzai, e tutte le cornici del sacro monte erano già piene della luce del giorno alto, e camminavamo con il sole appena sorto alle spalle.
40
Seguendo lui, portava la mia fronteNcome colui che l'ha di pensier carca,Oche fa di sé un mezzo arco di ponte;N
Seguendo Virgilio, tenevo bassa la fronte come chi l'ha oppressa da gravi pensieri, e procede curvo facendo con la persona un mezzo arco di ponte, quando udii dire:
Seguendolo, portavo la fronte come colui che l'ha carica di pensieri, che fa di sé stesso mezzo arco di un ponte;
43
quand' io udi' «Venite; qui si varca»Oparlare in modo soave e benigno,Pqual non si sente in questa mortal marca.O
«Venite, si passa di qui» con un tono così soave e benigno, come non si sente mai nel nostro mondo terreno.
quando udii dire «Venite; qui si passa» in modo soave e benevolo, come non si sente in questa terra mortale.
46
Con l'ali aperte, che parean di cigno,Pvolseci in sù colui che sì parlonneQtra due pareti del duro macigno.P
Colui che così ci parlò, con le ali aperte, candide come quelle d'un cigno, ci avviò verso l'alto (alla scala incavata) tra due pareti di duro sasso.
Con le ali aperte, che sembravano di cigno, colui che ci parlò così ci indirizzò in su tra le due pareti della dura roccia.
49
Mosse le penne poi e ventilonne,Q'Qui lugent' affermando esser beati,Rch'avran di consolar l'anime donne.Q
Poi mosse le ali e ci ventilò, affermando esser beati «Quelli che piangono» (è la seconda beatitudine evangelica: cfr. Matteo V, 4; Luca VI, 21), perché avranno le loro anime piene di consolazione.
Poi mosse le penne e ci fece vento, affermando che sono beati 'coloro che piangono', perché avranno l'anima padrona della consolazione.
52
«Che hai che pur inver' la terra guati?»,Rla guida mia incominciò a dirmi,Spoco amendue da l'angel sormontati.R
Noi due, ci eravamo di poco portati più in alto dell'angelo, quando la mia guida cominciò a dirmi: «Che cos'hai che continui a guardare a terra?» Ed io gli risposi:
«Che cos'hai, che continui a guardare verso terra?», cominciò a dirmi la mia guida, quando entrambi eravamo saliti poco più in alto dell'angelo.
55
E io: «Con tanta sospeccion fa irmiSnovella vis‹on ch'a sé mi piega,Tsì ch'io non posso dal pensar partirmi».S
«Mi fa camminare con tanto dubbio una recente visione che attira a sé la mia mente, tanto che non riesco a fare a meno di pensarci». Mi rispose:
E io: «Mi fa andare con tanto timore una strana visione che mi attira a sé, così che non riesco a staccarmi dal pensarci».
58
«Vedesti», disse, «quell'antica stregaTche sola sovr' a noi omai si piagne;Uvedesti come l'uom da lei si slega.T
«Hai visto quella vecchia strega ammaliatrice, la quale rappresenta solo i vizi che ormai restano da espiare nei gironi superiori; hai visto come l'uomo riesce a. liberarsi da lei.
«Hai visto», disse, «quell'antica strega che ormai soltanto sopra di noi si sconta piangendo; hai visto come l'uomo si libera da lei.
61
Bastiti, e batti a terra le calcagne;Uli occhi rivolgi al logoro che giraVlo rege etterno con le rote magne».U
Ti basti quanto hai sentito, e affretta il passo (batti a terra le calcagne): volgi gli occhi in alto al richiamo che il re eterno fa ruotare con le sfere celesti».
Ti basti, e batti i talloni a terra (affretta il passo); volgi gli occhi al richiamo che il re eterno fa girare con le grandi sfere celesti».
64
Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira,Vindi si volge al grido e si protendeWper lo disio del pasto che là il tira,V
Come fa il falcone, che prima sta con gli occhi fissi ai piedi, poi si volge al richiamo del falconiere e tutto si protende per il desiderio del pasto, che lo attira in quella direzione, così feci io;
Come il falcone, che prima si guarda le zampe, poi si volge al richiamo e si protende per il desiderio del cibo che lo attira là,
67
tal mi fec' io; e tal, quanto si fendeWla roccia per dar via a chi va suso,Xn'andai infin dove 'l cerchiar si prende.W
e così, per tutta la fenditura della roccia che si apre per dare passaggio a chi sale (quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso), procedetti fin dove si riprende a camminare in cerchio (cerchiar: seguendo la curva del girone);
così feci io; e così, per tutto il tratto in cui la roccia si apre per far passare chi sale, andai fino al punto in cui si comincia a girare.
70
Com'io nel quinto giro fui dischiuso,Xvidi gente per esso che piangea,Ygiacendo a terra tutta volta in giuso.X
Appena fui uscito all'aperto sul quinto girone, vidi anime sparse in esso che piangevano, giacendo bocconi a terra.
Appena uscii nella quinta cornice, vidi gente lungo di essa che piangeva, distesa a terra tutta rivolta in giù.
73
'Adhaesit pavimento anima mea'Ysentia dir lor con sì alti sospiri,Zche la parola a pena s'intendea.Y
«L'anima mia si è attaccata alla terra (è il versetto 25 del Salmo CXIX)» le udivo dire con sospiri di dolore casi profondi, che appena si percepivano le loro parole.
'La mia anima si è attaccata al pavimento' li sentivo dire con sospiri così profondi che le parole si capivano a stento.
76
«O eletti di Dio, li cui soffririZe giustizia e speranza fa men duri,AAdrizzate noi verso li alti saliri».Z
79
«Se voi venite dal giacer sicuri,AAe volete trovar la via più tosto,ABle vostre destre sien sempre di fori».AA
82
Così pregò 'l poeta, e sì rispostoABpoco dinanzi a noi ne fu; per ch'ioACnel parlare avvisai l'altro nascosto,AB
«O eletti di Dio, le cui sofferenze sono alleviate dalla giustizia e dalla speranza, indirizzateci verso i gradini dell'altra scala (che porta al girone superiore).» «Se voi venite esenti dalla pena che ci fa qui giacere, e volete trovare più presto la via, tenete le vostre destre sempre dalla parte esterna della parete del monte.»Così pregò il poeta e così ci fu risposto poco più avanti di noi, per cui io per mezzo della voce riuscii a indivìduare l'interlocutore invisibile nel volto (perché giacente bocconi a terra);
«O eletti di Dio, le cui sofferenze sono rese meno dure dalla giustizia e dalla speranza, indirizzateci verso le scale che salgono in alto». «Se voi venite esenti dallo stare distesi, e volete trovare la strada al più presto, tenete sempre la destra verso l'esterno». Così pregò il poeta, e così ci fu risposto poco più avanti di noi; per cui io, nelle parole, notai l'altra cosa nascosta (che lo spirito non sapeva chi fossi),
85
e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:ACond' elli m'assentì con lieto cennoADciò che chiedea la vista del disio.AC
e volsi il mio sguardo verso gli occhi della mia guida, per cui egli acconsentì con un cenno compiacente a quello che chiedeva il mio sguardo che manifestava il desiderio di parlare con quello spirito.
e volsi gli occhi agli occhi del mio signore: per cui egli mi concesse con un cenno lieto ciò che chiedeva il mio sguardo pieno di desiderio.
88
Poi ch'io potei di me fare a mio senno,ADtrassimi sovra quella creaturaAEle cui parole pria notar mi fenno,AD
Non appena fui libero di disporre di me a mio piacimento, mi accostai a quella creatura le cui parole prima avevano richiamato la mia attenzione, dicendo:
Dopo che potei fare di me a mio piacimento, mi portai sopra quella creatura le cui parole prima mi avevano fatto notare (la cosa),
91
dicendo: «Spirto in cui pianger maturaAEquel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,AFsosta un poco per me tua maggior cura.AE
«O spirito in cui il pianto matura quella purificazione senza la quale non si può tornare a Dio, sospendi un poco per me la tua penitenza.
dicendo: «Spirito in cui il pianto fa maturare ciò senza cui non si può tornare a Dio, sospendi un poco per me la tua cura più grande.
94
Chi fosti e perché vòlti avete i dossiAFal sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetriAGcosa di là ond' io vivendo mossi».AF
Dimmi chi fosti e perché avete le schiene rivolte al cielo, e dimmi anche se vuoi che ti ottenga qualcosa nel mondo da dove io, essendo ancora in vita, sono venuto». Ed egli a me:
Dimmi chi fosti e perché avete la schiena rivolta verso l'alto, e se vuoi che io ti ottenga qualcosa di là da dove sono partito vivo».
97
Ed elli a me: «Perché i nostri diretriAGrivolga il cielo a sé, saprai; ma primaAHscias quod ego fui successor Petri.AG
«Conoscerai poi il peccato per cui il cielo ci ha condannati a stare con le schiene in alto, ma prima sappi che io fui papa (successor Petri).
Ed egli a me: «Perché il cielo rivolga a sé le nostre schiene, lo saprai; ma prima sappi che io fui successore di Pietro.
100
Intra S‹estri e Chiaveri s'adimaAHuna fiumana bella, e del suo nomeAIlo titol del mio sangue fa sua cima.AH
Tra Sestri Levante e Chiavari scende in basso un bel torrente, il Lavagna, e dal suo nome il nome della mia famiglia trae il suo maggiore vanto.
Tra Sestri e Chiavari scende un bel fiume (il Lavagna), e dal suo nome prende inizio il titolo della mia famiglia.
103
Un mese è poco più prova' io comeAIpesa il gran manto a chi dal fango il guarda,AJche piuma sembran tutte l'altre some.AI
Per poco più di un mese io provai quanto pesa il gran manto pontificale a chi lo vuole conservare puro dal fango, tanto che tutti gli altri pesi al confronto sembrano leggieri come piume.
Per un mese e poco più io provai quanto pesa il gran manto (papale) a chi lo protegge dal fango, tanto che tutti gli altri pesi sembrano una piuma.
106
La mia convers‹one, omè!, fu tarda;AJma, come fatto fui roman pastore,AKcosì scopersi la vita bugiarda.AJ
La mia conversione, ahimè!, fu tardiva; ma appena fui eletto romano pastore, in questo modo scopersi come sono menzogneri i beni mondani (la vita bugiarda).
La mia conversione, ahimè, fu tardiva; ma appena fui fatto pastore di Roma, scoprii che la vita è ingannevole.
109
Vidi che lì non s'acquetava il core,AKné più salir potiesi in quella vita;ALer che di questa in me s'accese amore.AK
Vidi che neppure lì (sul seggio papale) il cuore si quietava, né in quella vita terrena si poteva salire più in alto, per cui in me si accese l'amore per la vita eterna.
Vidi che lì il cuore non trovava pace, né in quella vita si poteva salire più in alto; per cui si accese in me l'amore per questa (la vita eterna).
112
Fino a quel punto misera e partitaALda Dio anima fui, del tutto avara;AMor, come vedi, qui ne son punita.AL
Fino al momento della mia elezione (a quel punto) ero stato un'anima miserabile e divisa da Dio, completamente dominata dall'avidità: ora qui, come vedi, ne sono punito.
Fino a quel momento fui un'anima misera e separata da Dio, del tutto avara; ora, come vedi, qui ne sono punita.
115
Quel ch'avarizia fa, qui si dichiaraAMin purgazion de l'anime converse;ANe nulla pena il monte ha più amara.AM
Quali siano gli effetti dell'avarizia, qui si dimostrano chiaramente nell'espiazione delle anime convertitesi; e il monte non ha alcuna pena più amara della nostra.
Ciò che fa l'avarizia si mostra qui, nella purificazione delle anime convertite; e il monte non ha nessuna pena più amara.
118
Sì come l'occhio nostro non s'aderseANin alto, fisso a le cose terrene,AOcosì giustizia qui a terra il merse.AN
Siccome il nostro occhio, sempre fisso alla realtà terrestre, non si sollevò al cielo, così qui la giustizia divina lo fa stare rivolto a terra.
Come il nostro occhio, fisso alle cose terrene, non si levò in alto, così la giustizia qui lo ha fatto sprofondare a terra.
121
Come avarizia spense a ciascun beneAOlo nostro amore, onde operar perdési,APcosì giustizia qui stretti ne tene,AO
124
ne' piedi e ne le man legati e presi;APe quanto fia piacer del giusto Sire,AQtanto staremo immobili e distesi».AP
E come l'avarizia spense in noi l'amore di ogni vero bene, e per questo il nostro operare fu vano, così qui la giustizia divina ci tiene stretti,legati e avvinti nelle mani e nei piedi (impedendoci di agire), e staremo qui immobili e distesi quanto piacerà al giusto re».
Come l'avarizia spense il nostro amore per ogni vero bene, per cui le nostre opere andarono perdute, così la giustizia qui ci tiene stretti, legati e prigionieri nei piedi e nelle mani; e per quanto tempo piacerà al giusto Signore, tanto staremo immobili e distesi».
127
Io m'era inginocchiato e volea dire;AQma com' io cominciai ed el s'accorse,ARsolo ascoltando, del mio reverire,AQ
130
«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».ARE io a lui: «Per vostra dignitateASmia cosc‹enza dritto mi rimorse».AR
Io mi ero inginocchiato accanto a lui e volevo parlare; ma appena cominciai ed egli, solo dall'udire più vicina la mia voce, s'accorse del mio atto di riverenza, «Quale motivo» disse «ti indusse a piegarti così in basso verso di me?» E io gli risposi: «Per la vostra dignità la mia coscienza mi fece venire il rimorso di stare diritto». Rispose:
Io mi ero inginocchiato e volevo parlare; ma appena cominciai, ed egli si accorse, soltanto ascoltando, del mio atto di riverenza, «Per quale motivo», disse, «ti sei piegato così in giù?». E io a lui: «Per la vostra dignità la mia coscienza mi rimproverava giustamente (di stare in piedi)».
133
«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,ASrispuose; «non errar: conservo sonoATteco e con li altri ad una podestate.AS
«Fratello, drizza le gambe, alzati! Non cadere in errore (attribuendomi onori speciali): assieme a te e con gli altri sono anch'io un servo di fronte all'unica autorità di Dio.
«Raddrizza le gambe, alzati, fratello!», rispose; «non sbagliare: sono servo come te e come gli altri di un unico potere (Dio).
136
Se mai quel santo evangelico suonoATche dice 'Neque nubent' intendesti,AUben puoi veder perch'io così ragiono.AT
Se hai capito quelle sante parole evangeliche che dicono: "Né sposeranno", ti apparirà chiaro perché io parlo (ragiono) in questo modo.
Se hai mai compreso quella santa parola del Vangelo che dice 'Non si sposeranno', puoi ben vedere perché parlo così.
139
Vattene omai: non vo' che più t'arresti;AUché la tua stanza mio pianger disagia,AVcol qual maturo ciò che tu dicesti.AU
Prosegui ormai la tua strada: non voglio che ti trattenga ancora, perché la tua permanenza disturba il mio pianto, col quale completo ciò che tu dicesti.
Vattene ormai: non voglio che tu ti fermi di più; perché la tua sosta disturba il mio pianto, con il quale faccio maturare ciò che tu hai detto.
142
Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,AVbuona da sé, pur che la nostra casaAWnon faccia lei per essempro malvagia;AV
Nel mondo ho una nipote che si chiama Alagia, buona per indole, purché la nostra famiglia non la renda malvagia col suo esempio;
Ho di là (nel mondo) una nipote che si chiama Alagia, buona di per sé, purché la nostra famiglia non la renda malvagia con il suo esempio;
145
e questa sola di là m'è rimasa».AW
e di là mi è rimasta lei sola (che possa pregare per me)».
e lei sola mi è rimasta di là».
Riassunto del canto XIX
Dante si trova nella cornice degli accidiosi allorché, mentre l'alba è ormai prossima, riceve in sogno una visione: gli appare l'immagine di una donna deforme, che in un secondo tempo si trasforma, agli occhi del pellegrino, in una bellissima sirena, che cerca di attirarlo con il fascino del suo canto. Ma un'altra figura femminile, comparsa all'improvviso a fianco del Poeta, rivela il male nascosto in quella femmina balba, riscuotendo Dante dal suo sonno. I due pellegrini possono così riprendere il cammino, guidati verso il passaggio che porta al girone superiore dalla voce dell'angelo del quarto girone, che assolve Dante dal peccato di accidia. Subito dopo Virgilio spiega al discepolo che la mostruosa apparizione del sogno era simbolo dei peccati di avarizia, gola e lussuria, che vengono espiati negli ultimi tre gironi del purgatorio. Nella quinta cornice, dove le anime degli avari giacciono bocconi a terra, legate nelle mani e nei piedi, Dante incontra l'ombra di Ottobuono dei Fieschi, che fu papa col nome di Adriano V: dopo aver rivelato al pellegrino la sua dignità di un tempo, il pontefice confessale proprie colpe, dichiarando però di essersi convertito subito dopo essere asceso alla cattedra di Pietro; solo allora, infatti, comprese che nessun possesso terreno può placare la sete di conquista dell'uomo e che la vera felicità è data solo dai beni spirituali.
In breve
Dove e chi
V cornice: Avari e prodighi. Distesi a terra con la faccia in giù.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Nonostante i suggerimenti dei critici, ricchi di considerazioni inedite sul canto XIX del Purgatorio, appare di scarsa utilità tentare di stabilire un raccordo fra la prima parte di esso, occupata dal sogno antelucano di Dante e dominata dalle inquietanti metamorfosi del personaggio-emblema della femmina balba; e la seconda, nella quale il protagonista, ormai sfuggito alle brume di quella magia impura, ascolta contrito il resoconto che del proprio tacito, interiore volgersi al bene fa un romano pontefice: conversione dalle catene di una brama mai sazia alla pace di una, rinuncia liberatrice. Nemmeno il sommo tra gli splendori mondani - quel gran manto che sembrava dovesse coronare, placandola alfine, la sua sete di avere e di dominio - si riveli, allorché egli fu in grado di vedere, al di là deglì oggetti e della sete di conseguirli, la loro sostanziale vanità, tale da poter soddisfare il suo anelito a partecipare a tutt'altra sorta di beni: quelli dello spirito. Anzi, il successor Petri, nel dichiararsi umilmente conservo del pellegrino ancora gravato del peso della carne, sottolinea in modo esplicito il gravame di affanni, di responsabilità, di sollecitudini costanti, che si abbatté sulla sua anima - stanca all'improvviso e volta a più serene pause - allorché ricevette, lui, uomo fallibile e spento, l'investitura del sommo sacerdozio. Né le proposte avanzate dal Tonelli, al fine di istituire criticamente una unità, poetica, oltre che strutturale e narrativa, del canto, risultano convincenti, e neppure, quelle del Marti, assai più puntuali e sfumate. Rileva il Marti che, se al Tonelli non é sfuggita "l'esistenza di un saldo legame tra l'episodio di Adriano V e l'orchestrazione onirica intorno alla femmina balba...", tale legame "egli credeva di poter cogliere, avvicinando la conversione di Adriano V all'altra, in verità assai diversa, della femmina balba in dolce sirena, in modo... fittizio e del tutto esteriore; là dove una più persuasiva corrispondenza é da cogliersi, invece, nel valore interiore, nel richiamo insomma alla legge morale, nella sintesi drammatica della lotta tra il bene ed il male, fra il peccato e la virtù, operanti insieme nel primo e nel secondo episodio". Più che il raffronto fra la prima parte del canto e l'incontro di Dante con il pontefice espiante potrebbe forse riuscire istruttivo il paragone, proposto già in una nota del suo commento dal Momigliano, fra la conversione di Ottobuono dei Fieschi e quella di Guido da Montefeltro. Un altro raffronto, marginale ma non per questo meno indicativo di certe costanti del pensiero del Poeta, potrebbe istituirsi tra l'incontro del XIX del Purgatorio e il colloquio, ispirato da ambo le parti a satanico cinismo, tra Dante e il capovolto papa simoniaco, nel XIX dell'Inferno: nella terza bolgia Dante s'inginocchiava accanto alla buca del pontefice quasi ad afferrarne, in tutta la loro estensione d'infamia, le parole come l frate che confessa lo perfido assessin -: nella cornice degli avari l'atto dell'inginocchiarsi esprime invece riverenza non soltanto per la dignità sacerdotale rivestita in vita da Adriano V - le somme chiavi con tanta leggerezza schernite, nel XXVII della prima cantica, da Bonîfacio VIII - ma per la persona stessa del penitente, considerato nella sua più segreta umanità. Ma il raffronto con la «conversione» di Guido da Montefeltro risulta più ricco, investe una zona più ampia del sentire del Poeta: La conversione di Guido da Montefeltro é stata inautentica: questo processo interiore e di progressiva conquista dell'interiorità dovrebbe esprimere una spontaneità assoluta, priva di fini che non siano assorbiti e come annullati nella considerazione di un fine ultimo e sacro, in virtù del quale sussistono tutti gli altri. Ma, dalle sue stesse parole, abbiamo appreso che l'uom d'arme si era fatto cordigliero per coronare quasi, con un supremo implacabile inganno, una vita che nell'inganno aveva trovato le sue sufficienti difese. Come hanno sottolineato sia il Tonelli sia il Marti, la conversione di Adriano V é veduta dal Poeta nel pudore del suo approfondirsi: dal sommesso accenno ad una felicità edenica perduta (intra Siestri e Chiaveri s'adima...), barattata in seguito col vano inseguire false apparenze di bene (la vita bugiarda), alla fase del suo saldo rito-. stituirsi, attraverso la preghiera e il sacrificio di sé. Laddove la conversione di Ottobuono dei Fieschi ci appare - nel prororrmpere irresistibile eppure lento, meditato (goccia a goccia preciserà nel canto successivo il Poeta) delle lagrime - limpida, sincera, espressione di un ripensamento dolente, quella del Montefeltrano si configura invece come il risultato di un calcolo duro e superbo; di una sollecitazione incontenibile del suo « io » accentratore e rapace: estremo inganno teso, alle soglie della vecchiaia, a se medesimo e, nell'interiorità profanata della sua anima, a Dio. Guido da Montefeltro volle « forzare » la mano del cielo, imporre anche ad essa (ultima beffa e bestemmia) la sua volontà implacata, quell'astuzia che lo aveva fasciato di corruschi, temibili bagliori agli occhi del mondo. Non chinò il capo, non ebbe l'intuizione che la sua intelligenza avrebbe acquistato peso reale, calore, ricchezza di orizzonti nell'atto che l'avrebbe integrata entro l'intelligenza che ritma il respiro del mondo, non concepi la propria redenzione come sottomissione ai decreti di un volere che non fosse il suo. Ignorò l'umiltà; come nella ferrea armatura da lui indossata nel primo periodo della sua vita, restò murato - anche, dopo aver rivestito il saio francescano - nell'immagine contraffatta che di se stesso si era voluta orgogliosamente foggiare e che con tanta crudeltà e clamore l'inganno mondano - corrispondendo ai suoi inganni - aveva riverberata su di lui: quella dell'uomo che seppe li accorgimenti e le coperte vie, quella dell'anima che in seguito, sottratta ai miraggi del tempo, si vanterà ancora della riuscita di un cupo, miserabile consiglio frodolente.
vv. 7-15mi venne in sogno una femmina balba,ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,con le man monche, e di colore scialba.Io la mirava; e come 'l sol confortale fredde membra che la notte aggrava,così lo sguardo mio le facea scortala lingua, e poscia tutta la drizzavain poco d'ora, e lo smarrito volto,com' amor vuol, così le colorava.Leggi nel testo
Poco prima dell'alba Dante sogna una donna balbuziente, con gli occhi storti, i piedi deformi, le mani monche e il colore pallido. Mentre la guarda, il suo sguardo la trasforma: la donna si raddrizza, si colora e comincia a cantare con una voce irresistibile. Dice di essere la sirena che fece deviare Ulisse dal suo cammino.
Una donna santa arriva e chiama Virgilio, che strappa la veste alla sirena e mostra il suo ventre: il fetore sveglia Dante. La sirena rappresenta i beni terreni che i peccatori delle ultime tre cornici hanno amato troppo: ricchezza, cibo, piacere. In sé sono brutti; è il nostro desiderio che li rende belli.
Il sogno mostra un'idea profonda: l'oggetto del desiderio non è attraente per natura, ma lo diventa perché lo guardiamo con passione. Chi lo guarda con lucidità ne scopre la vera natura. Subito dopo Dante entra nella cornice degli avari, dove incontra papa Adriano V.
Verifica
Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Adriano V
Ne parla la scheda «Tre papi simoniaci» (Inf. XIX).