Le due corone di sapienti danzano intorno a Dante prima che san Tommaso riprenda a parlare.
Paradiso · Cielo del Sole
Paradiso, Canto XIII
«Imagini, chi bene intender cupe…»
Le due corone di spiriti sapienti che sono apparse a Dante nel cielo del Sole compiono un giro di danza intorno a lui e a Beatrice, elevando un inno di lode alla Trinità.
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Testo e parafrasi del canto XIII
Parafrasi
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1
Imagini, chi bene intender cupeAquel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,Bmentre ch'io dico, come ferma rupe -,A
4
quindici stelle che 'n diverse plageBlo ciel avvivan di tanto serenoCche soperchia de l'aere ogne compage;B
Il lettore che desidera capire bene quello che a questo punto vidi, immagini (e, mentre io parlo, conservi l’immagine salda come una roccia) le quindici stelle che nelle diverse regioni del cielo lo illuminano di tanto splendore, da vincere ogni nebulosità dell’atmosfera;
Immagini, chi desidera capire bene ciò che io vidi allora (e tenga ferma l'immagine, come una roccia salda, mentre io parlo), quindici stelle che in diverse zone del cielo lo illuminano con una luminosità così intensa da superare ogni densità dell'aria;
7
imagini quel carro a cu' il senoCbasta del nostro cielo e notte e giorno,Dsì ch'al volger del temo non vien meno;C
immagini quel carro (l’Orsa Maggiore) al quale è sufficiente lo spazio del nostro emisfero celeste per il suo moto diurno e notturno, cosicché nella sua rotazione non scompare mai (alla nostra vista);
immagini quel carro (l'Orsa Maggiore) a cui basta lo spazio del nostro cielo notte e giorno, così che, mentre gira il timone, non scompare mai;
10
imagini la bocca di quel cornoDche si comincia in punta de lo steloEa cui la prima rota va dintorno,D
13
aver fatto di sé due segni in cielo,Equal fece la figliuola di MinoiFallora che sentì di morte il gelo;E
16
e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,Fe amendue girarsi per manieraGche l'uno andasse al primo e l'altro al poi;F
immagini le due stelle poste alla estremità di quel corno (l’Orsa Minore) che comincia nel punto più alto dell’asse celeste, intorno al quale gira (va dintorno) il primo cielo mobile, (immagini dunque) che queste ventiquattro stelle abbiano formato in cielo due costellazioni, simili a quella in cui fu mutata la figlia di Minosse, quando mori; e (immagini) che le due costellazioni siano concentriche, e che entrambe ruotino in modo che l’una si muova in un senso e l’altra nel senso opposto;
immagini la bocca di quel corno (l'Orsa Minore) che comincia dalla punta dell'asse intorno al quale gira la prima sfera, formare con se stesse due costellazioni in cielo, come quella che fece la figlia di Minosse (Arianna) quando sentì il gelo della morte; e immagini che una abbia i suoi raggi dentro l'altra, e che entrambe girino in modo tale che una vada in un senso e l'altra nel senso opposto;
19
e avrà quasi l'ombra de la veraGcostellazione e de la doppia danzaHche circulava il punto dov'io era:G
22
poi ch'è tanto di là da nostra usanza,Hquanto di là dal mover de la ChianaIsi move il ciel che tutti li altri avanza.H
e (il lettore) avrà un’immagine imperfetta della costellazione (di spiriti) che io vidi veramente e della doppia danza che girava intorno al punto in cui mi trovavo, poiché (lo spettacolo) era tanto al di sopra della nostra comune esperienza, di quanto il Primo Mobile, che è il cielo più veloce di tutti gli altri, supera in velocità il lento corso del nume Chiana.
e avrà quasi un'ombra della vera costellazione e della doppia danza che girava intorno al punto in cui mi trovavo: perché essa supera la nostra esperienza tanto quanto il cielo che è più veloce di tutti gli altri supera nel movimento il lento scorrere della Chiana.
25
Lì si cantò non Bacco, non Peana,Ima tre persone in divina natura,Je in una persona essa e l'umana.I
Li non si celebrarono le lodi di Bacco, né di Apollo, ma si cantarono le lodi delle tre persone in una sola natura divina, e di questa e di quella umana nell’unica persona di Cristo.
Lì non si cantò Bacco, né Apollo Peana, ma tre persone in una natura divina, e in una persona la natura divina e quella umana.
28
Compié 'l cantare e 'l volger sua misura;Je attesersi a noi quei santi lumi,Kfelicitando sé di cura in cura.J
Il canto e la danza giunsero simultaneamente al loro termine; e quei santi spiriti volsero a noi la loro attenzione, rallegrandosi nel passare da una cura (la danza e il canto) ad un’altra (il chiarimento del dubbio di Dante).
Il canto e la danza compirono la loro misura; e quelle sante luci si rivolsero a noi, rallegrandosi di passare da un'attività all'altra.
31
Ruppe il silenzio ne' concordi numiKposcia la luce in che mirabil vitaLdel poverel di Dio narrata fumi,K
34
e disse: «Quando l'una paglia è trita,Lquando la sua semenza è già riposta,Ma batter l'altra dolce amor m'invita.L
Ruppe poi il silenzio tra i beati concordi (nel loro canto e nella loro danza) quella luce (San Tommaso) che mi aveva narrata la vita mirabile del poverello di Dio (San Francerco), e disse: “ Poiché il tuo primo dubbio è stato discusso, e poiché il seme (di verità che ne è scaturito) è già stato riposto (nella tua mente), lo spirito di carità mi invita a sciogliere l’altro dubbio.
Poi, tra quegli spiriti concordi, ruppe il silenzio la luce dentro la quale mi era stata narrata la mirabile vita del poverello di Dio (san Tommaso), e disse: «Quando una paglia è battuta, quando il suo grano è già messo da parte, il dolce amore mi invita a batterne un'altra.
37
Tu credi che nel petto onde la costaMsi trasse per formar la bella guanciaNil cui palato a tutto 'l mondo costa,M
40
e in quel che, forato da la lancia,Ne prima e poscia tanto sodisfece,Oche d'ogne colpa vince la bilancia,N
43
quantunque a la natura umana leceOaver di lume, tutto fosse infusoPda quel valor che l'uno e l'altro fece;O
Tu credi che nel petto di Adamo, dal quale fu tratta la costola per formare il bel volto di Eva, il cui peccato di gola (nel provare il frutto proibito) fu causa di tanto male a tutto il mondo, e che nel petto di Cristo, il quale, trafitto dalla lancia, - offrì (a Dio) soddisfazione e per i peccati futuri e per quelli passati, tanto che sulla bilancia della giustizia divina esso vince (con i suoi meriti) il peso di ogni colpa, sia stata infusa dall’onnipotenza divina che aveva creato l’uno e l’altro, tutta quanta la sapienza che è lecito alla natura umana possedere;
Tu credi che nel petto da cui fu tratta la costola per formare la bella guancia (Eva) il cui palato costa caro a tutto il mondo, e in quello che, trafitto dalla lancia (Cristo), soddisfece tanto per il passato e per il futuro da superare il peso di ogni colpa, tutta la luce di sapienza che è permesso alla natura umana di avere sia stata infusa da quella potenza che creò l'uno e l'altro;
46
e però miri a ciò ch'io dissi suso,Pquando narrai che non ebbe 'l secondoQlo ben che ne la quinta luce è chiuso.P
e perciò ti meravigli riguardo a quello che ti ho detto più sopra, quando affermai che l’anima beata di Salomone racchiusa nella quinta luce (della prima corona) non ebbe chi l’uguagliasse (in sapienza).
e perciò ti meravigli di ciò che dissi prima, quando raccontai che non ebbe mai un secondo il bene che è racchiuso nella quinta luce (Salomone).
49
Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,Qe vedrai il tuo credere e 'l mio direRnel vero farsi come centro in tondo.Q
Ora rifletti bene a quello che ti rispondo, e vedrai che la tua convinzione (riguardo alla sapienza di Adamo e di Cristo) e la mia affermazione coincidono nella verità come il centro è nel mezzo del cerchio.
Ora apri gli occhi a ciò che ti rispondo, e vedrai che la tua convinzione e le mie parole coincidono nella verità come il centro nel cerchio.
52
Ciò che non more e ciò che può morireRnon è se non splendor di quella ideaSche partorisce, amando, il nostro Sire;R
Le creature incorruttibili e quelle corruttibili non sono che una luce riflessa di quell’idea (il Verbo) che Dio, nostro re, genera con un atto d’amore:
Ciò che non muore e ciò che può morire non è altro che il riflesso di quell'idea che il nostro Signore genera amando;
55
ché quella viva luce che sì meaSdal suo lucente, che non si disunaTda lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,S
58
per sua bontate il suo raggiare aduna,Tquasi specchiato, in nove sussistenze,Uetternalmente rimanendosi una.T
perché la viva luce del Verbo che emana da Dio in modo tale, che non si separa né da Lui né dallo Spirito Santo, per sua bontà dirige e concentra i suoi raggi, come riflettendosi in tanti specchi, nelle nove essenze dei cori angelici, pur conservando in eterno la sua unità. Dai nove cori angelici questa luce scende giù di cielo in cielo fino agli elementi del mondo terrestre, e si attenua a tal punto, che non produce più che creature contingenti e corruttibili;
perché quella luce viva (il Figlio) che deriva dalla sua fonte luminosa (il Padre) in modo da non separarsi da lui né dall'amore (lo Spirito Santo) che si unisce a loro come terzo, per sua bontà raccoglie il suo irradiarsi, come riflesso in uno specchio, in nove sostanze (i cori angelici), rimanendo eternamente una.
61
Quindi discende a l'ultime potenzeUgiù d'atto in atto, tanto divenendo,Vche più non fa che brevi contingenze;U
64
e queste contingenze essere intendoVle cose generate, che produceWcon seme e sanza seme il ciel movendo.V
e per queste realtà contingenti intendo le cose generate, che i cieli producono con il loro moto sia per mezzo di semi sia senza di essi. La materia di queste creature inferiori e i cieli che la plasmano con i loro influssi non sono sempre nel medesimo rapporto; e perciò questa materia poi resta più o meno illuminata dalla luce dell’idea divina. Non sta d'un modo:
Da lì discende fino alle ultime potenze, giù di grado in grado, diventando tale da non produrre più che brevi realtà contingenti; e per contingenze intendo le cose generate, che il cielo, con il suo movimento, produce con seme e senza seme.
67
La cera di costoro e chi la duceWnon sta d'un modo; e però sotto 'l segnoXideale poi più e men traluce.W
infatti può variare la disposizione in cui si trova la materia rispetto all'azione dei cieli e può cambiare l'influsso dei cieli sulla terra con il variare delle loro posizioni e delle loro congiunzioni.
La materia (cera) di queste cose e il cielo che la plasma non sono sempre nella stessa condizione; e perciò sotto l'impronta dell'idea divina essa risplende di più o di meno.
70
Ond'elli avvien ch'un medesimo legno,Xsecondo specie, meglio e peggio frutta;Ye voi nascete con diverso ingegno.X
73
Se fosse a punto la cera deduttaYe fosse il cielo in sua virtù supprema,Zla luce del suggel parrebbe tutta;Y
Perciò avviene che due alberi della medesima specie producano frutti migliori o peggiori e che gli uomini (pur appartenendo alla stessa specie) nascano con indoli e attitudini differenti Se la materia (nel momento in cui subisce l’azione dei cieli) fosse nelle condizioni migliori per essere plasmata e se il cielo si trovasse al massimo della sua potenza formatrice, la luce dell’impronta divina apparirebbe (nelle creature) in tutto il SUO splendore;
Per questo accade che uno stesso albero, all'interno della stessa specie, dia frutti migliori o peggiori; e voi uomini nascete con ingegno diverso. Se la cera fosse plasmata alla perfezione e il cielo fosse al massimo della sua virtù, la luce del sigillo apparirebbe tutta intera;
76
ma la natura la dà sempre scema,Zsimilemente operando a l'artistaAAch'a l'abito de l'arte ha man che trema.Z
ma la natura (cioè la causa seconda, che genera gli esseri inferiori) presenta sempre questa luce in modo imperfetto, perché essa opera come l’artista, che conosce la sua arte ma è incapace di realizzare perfettamente ciò che ha in mente.
ma la natura la dà sempre imperfetta, operando in modo simile all'artista che possiede l'abilità dell'arte ma ha la mano che trema.
79
Però se 'l caldo amor la chiara vistaAAde la prima virtù dispone e segna,ABtutta la perfezion quivi s'acquista.AA
Tuttavia se lo Spirito Santo dispone e imprime (sulla creatura) la luce del Verbo che procede dal Padre, allora in questa creatura si ottiene tutta la perfezione possibile.
Perciò, se l'ardente amore (lo Spirito Santo) dispone e imprime la chiara visione della prima potenza (il Figlio), lì si raggiunge tutta la perfezione.
82
Così fu fatta già la terra degnaABdi tutta l'animal perfezione;ACcosì fu fatta la Vergine pregna;AB
Così la terra (allorché Dio se ne servi per formare il corpo di Adamo) fu un tempo resa degna di accogliere tutta la perfezione possibile in un essere animato;
Così un tempo fu resa degna la terra (Adamo) di tutta la perfezione di un essere vivente; così fu resa gravida la Vergine;
85
sì ch'io commendo tua oppinione,ACche l'umana natura mai non fueADné fia qual fu in quelle due persone.AC
così (per opera dello Spirito Santo) fu generato Cristo nel grembo della Vergine: perciò io approvo la tua opinione, che la natura umana non fu né sarà mai cosi perfetta come fu in quelle due persone (Adamo e Cristo).
sicché io approvo la tua opinione, che la natura umana non fu mai né sarà quale fu in quelle due persone.
88
Or s'i' non procedesse avanti piùe,AD'Dunque, come costui fu sanza pare?'AEcomincerebber le parole tue.AD
91
Ma perché paia ben ciò che non pare,AEpensa chi era, e la cagion che 'l mosse,AFquando fu detto "Chiedi", a dimandare.AE
Ora se io non aggiungessi altro, tu mi faresti subito questa domanda: “Dunque, come mai costui (Salomone) non ebbe chi l’uguagliò (in sapienza)?’’ Ma affinché appaia chiaro ciò che ancora non lo è, pensa quale era la condizione di Salomone, e quale motivo lo spinse a domandare (la sapienza), quando gli fu detto (da Dio) “Chiedi (ciò che vuoi) “.
Ora, se io non andassi avanti oltre, le tue parole comincerebbero: “Allora, come fu costui (Salomone) senza pari?”. Ma perché appaia chiaro ciò che non appare, pensa a chi era, e al motivo che lo spinse a chiedere, quando gli fu detto: “Chiedi”.
94
Non ho parlato sì, che tu non posseAFben veder ch'el fu re, che chiese sennoAGacciò che re sufficiente fosse;AF
97
non per sapere il numero in che ennoAGli motor di qua sù, o se necesseAHcon contingente mai necesse fenno;AG
Non ho parlato in modo cosi oscuro, che tu non possa capire che egli fu il re che chiese (a Dio) la saggezza per poter essere un sovrano capace di adempiere il suo ufficio, non per sapere quante sono le intelligenze motrici dei cieli, o per conoscere se una premessa necessaria e una contingente portano ad una conclusione necessaria;
Non ho parlato in modo così oscuro da non farti capire bene che egli fu re, e che chiese la sapienza per essere un re all'altezza; non per conoscere il numero degli angeli motori di quassù, o se una premessa necessaria unita a una contingente abbia mai dato una conclusione necessaria;
100
non si est dare primum motum esse,AHo se del mezzo cerchio far si puoteAItriangol sì ch'un retto non avesse.AH
né per sapere se è possibile (est) ammettere che esista (nell’universo) un moto primo dal quale dipendono tutti gli altri, o per conoscere se in un semicerchio si possa iscrivere un triangolo che non sia rettangolo.
non per sapere se si debba ammettere un primo movimento, o se in un semicerchio si possa costruire un triangolo che non abbia un angolo retto.
103
Onde, se ciò ch'io dissi e questo note,AIregal prudenza è quel vedere impariAJin che lo stral di mia intenzion percuote;AI
Perciò, se esamini quello che ho detto prima (cfr. canto X, verso 114) e ciò che ho aggiunto ora, (puoi capire che) quella sapienza che non ebbe uguali, alla quale intendevo alludere, è la sapienza che si addice a un re:
Per cui, se noti ciò che dissi e questo, la sapienza senza pari in cui colpisce la freccia della mia intenzione è la prudenza da re;
106
e se al "surse" drizzi li occhi chiari,AJvedrai aver solamente respettoAKai regi, che son molti, e ' buon son rari.AJ
e se mediti con mente non offuscata da preconcetti sul valore della parola “sorse”, vedrai che essa si riferiva solo ai re, che sono molti, pur essendo rari quelli che sanno ben esercitare il loro ufficio.
e se rivolgi gli occhi limpidi alla parola “sorse”, vedrai che essa si riferisce solo ai re, che sono molti, mentre i buoni sono rari.
109
Con questa distinzion prendi 'l mio detto;AKe così puote star con quel che crediALdel primo padre e del nostro Diletto.AK
Interpreta le mie parole con questa distinzione (fra uomini e re: Salomone fu il più sapiente come re non come uomo); e così esse potranno accordarsi con quello che tu credi intorno alla sapienza di Adamo e di Cristo.
Intendi le mie parole con questa distinzione; e così esse possono accordarsi con ciò che credi del primo padre (Adamo) e del nostro Diletto (Cristo).
112
E questo ti sia sempre piombo a' piedi,ALper farti mover lento com'uom lassoAMe al sì e al no che tu non vedi:AL
E questo (il dubbio che è sorto in te per aver tratto frettolose conclusioni dalle mie parole) ti insegni a procedere sempre con i piedi di piombo, per andare cauto e lento come uomo affaticato e nel negare ciò che non puoi distinguere chiaramente:
E questo ti sia sempre come piombo ai piedi, per farti muovere lentamente come un uomo stanco, sia verso il sì sia verso il no che non vedi chiaramente:
115
ché quelli è tra li stolti bene a basso,AMche sanza distinzione afferma e negaANne l'un così come ne l'altro passo;AM
118
perch'elli 'ncontra che più volte piegaANl'oppinion corrente in falsa parte,AOe poi l'affetto l'intelletto lega.AN
perché bene in basso nella scala della stoltezza è colui che afferma e nega senza fare le necessarie distinzioni sia nel caso che si debba dire di si sia nel caso che si debba dire di no, poiché accade che spesso un giudizio affrettato inclini all’errore, e che poi l’attaccamento (alla nostra opinione) non lasci più libero l’intelletto (di ricredersi).
perché è proprio in basso tra gli stolti colui che afferma e nega senza distinguere, nell'uno come nell'altro caso; poiché succede che spesso l'opinione affrettata si piega verso il falso, e poi l'affetto per essa lega l'intelletto.
121
Vie più che 'ndarno da riva si parte,AOperché non torna tal qual e' si move,APchi pesca per lo vero e non ha l'arte.AO
Colui che cerca nel mare della verità e non conosce l’arte di farlo, si allontana dalla riva più che inutilmente, perché non ritorna nella condizione in cui era partito (cioè: era partito in uno stato di ignoranza, ritorna carico di errori, perché crede cose false).
Chi cerca la verità senza avere il metodo si allontana dalla riva molto peggio che inutilmente, perché non ritorna com'era partito.
124
E di ciò sono al mondo aperte proveAPParmenide, Melisso e Brisso e molti,AQli quali andaro e non sapean dove;AP
E offrono al mondo chiara testimanianza di questo fatto Parmenide, Melisso, e Bryson e molti altri, i quali procedevano nella loro ricerca senza rendersi conto delle conseguenze:
E di questo sono prove evidenti nel mondo Parmenide, Melisso e Brisone e molti altri, che camminavano e non sapevano dove;
127
sì fé Sabellio e Arrio e quelli stoltiAQche furon come spade a le ScrittureARin render torti li diritti volti.AQ
così fecero Sabellio e Ario e tutti quegli eretici che falsano il significato delle Scritture come colpi di spada sfigurano un bel volto.
così fecero Sabellio e Ario e quegli stolti che furono come spade per le Scritture, deformando i volti diritti (il vero senso).
130
Non sien le genti, ancor, troppo sicureARa giudicar, sì come quei che stimaASle biade in campo pria che sien mature;AR
Gli uomini non si mostrino, inoltre troppo sicuri nel dare giudizi. come colui che calcola il valore della messe quando è ancora sul campo, prima che sia giunta a maturazione:
Inoltre la gente non sia troppo sicura nel giudicare, come chi valuta il grano nel campo prima che sia maturo;
133
ch'i' ho veduto tutto 'l verno primaASlo prun mostrarsi rigido e feroce;ATposcia portar la rosa in su la cima;AS
perché io ho visto durante tutto l’inverno il pruno apparire secco e spinoso, e poi (in primavera) l’ho visto far sbocciare la rosa sulla sua cima;
perché io ho visto il pruno mostrarsi per tutto l'inverno rigido e pungente, e poi portare la rosa sulla cima;
136
e legno vidi già dritto e veloceATcorrer lo mar per tutto suo cammino,AUperire al fine a l'intrar de la foce.AT
e vidi già una nave percorrere sicura e veloce il mare per tutto il viaggio che doveva compiere, e naufragare infine proprio all’ingresso del porto.
e già vidi una nave dritta e veloce attraversare il mare per tutto il suo viaggio, e affondare alla fine entrando nel porto.
139
Non creda donna Berta e ser Martino,AUper vedere un furare, altro offerere,AVvederli dentro al consiglio divino;AU
142
ché quel può surgere, e quel può cadere».AV
Non credano donna Berta e ser Martino (due nomi usati genericamente), per il fatto di vedere uno rubare, un altro fare elemosine, di poterli considerare come già giudicati da Dio, perché quello può riscattarsi dal peccato, e l’altro può perdersi ”.
Non credano donna Berta e ser Martino (la gente comune), vedendo uno rubare e un altro fare offerte, di vederli già come sono nel giudizio divino; perché quello può risollevarsi, e quello può cadere».
Riassunto del canto XIII
Le due corone di spiriti sapienti che sono apparse a Dante nel cielo del Sole compiono un giro di danza intorno a lui e a Beatrice, elevando un inno di lode alla Trinità. Dopo che esse hanno cessato il loro movimento e il loro canto, riprende a parlare San Tommaso d’Aquino, il quale risolve il secondo dubbio di Dante, relativo alle parole da lui pronunciate per presentare lo spirito beato di Salomone: a veder tanto non surse il secondo (canto X, verso 114). Allorché ha affermato che nessun altro uomo ha mai potuto uguagliare la sapienza di Salomone, San Tommaso intendeva riferirsi alla saggezza di Salomone nel guidare e governare secondo giustizia il suo popolo: egli, cioè, lo ha considerato come re, non come uomo. Infatti solo in Adamo e in Cristo fu infusa tutta la sapienza che la natura umana poteva possedere. Per meglio chiarire la sua affermazione San Tommaso spiega che sono perfette solo le creature generate da Dio direttamente (come appunto Adamo e Cristo), non quelle che Dio produce attraverso le cause seconde, i cieli. Ancora un’osservazione, prima di porre termine al suo discorso: coloro che si stupiscono di veder salvo Salomone, dopo che nella Bibbia fu aspramente rimproverato per i suoi peccati, commettono un grave errore, perché pretendono di sostituirsi al giudizio di Dio. Gli uomini - conclude San Tommaso - dovrebbero essere più cauti nel formulare giudizi sul loro prossimo, perché essi vedono solo le azioni esteriori, mentre Dio conosce ciò che è nascosto nel cuore di ognuno. Solo Lui, dunque, può decidere della salvezza o della dannazione eterna delle sue creature.
In breve
Dove e chi
Cielo del Sole: Spiriti sapienti. Corone di luci che cantano.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Il prologo del canto tredicesimo aduna un vertiginoso spazio celeste intorno al punto dov’io era: figure di sovrana altezza - Cristo, Adamo, Salomone - vengono accostate, discusse, spiegate nell’ambito di una commossa celebrazione della sapienza umana: non quella volta a risolvere oziosi quesiti, ma quella intesa a governare secondo giustizia i popoli. Anche l’indugio che Tommaso d’Aquino ha posto nel rispondere al secondo dubbio di Dante (a veder tanto non sorse il secondo) e il dittico dei due santi campioni della cristianità rinnovata hanno ingrandito l’attesa e rendono più solenne la discussione. Questa, nella sua conclusione, pur restringendo l’affermazione primitiva e riconoscendo il primato di Salomone solo nell’ambito della saggezza regale, giunge però ad una chiarificazione definitiva in un campo al quale Dante annette un’importanza fondamentale. Infatti qui, nel fervore della ricerca filosofica affidata alla grande autorità di San Tommaso, si rivela l’urgenza e la costanza del pensiero politico di Dante: un pensiero che egli svolge parallelamente alla sua azione politica, prima nella vita cittadina di Firenze, poi, esule, alle mense ed alle corti dei principi, poi negli anni della discesa di Arrigo VII, messo di Dio, e infine, contemporaneamente alla composizione del poema, in vista della finale concordia proposta nel trattato della Monarchia. E’ chiaro, dunque, che questa è una tappa importante di quella meditazione intorno alla poesia della "rettitudine" in cui Dante non ha mai cessato di impegnarsi dopo le rime morali che l’iniziano e dopo i trattati conviviali, sino alla Monarchia, il trattato politico che la chiude: ancora una volta, cioè, Dante si propone come vate politico e per questa sua investitura egli ha adunato le figure di Cristo, Adamo, Salomone e, sotto lo spazio infinito dove le costellazioni disegnano i loro misteriosi emblemi, la triplice corona degli spiriti sapienti. Lo spazio astrale delle stelle di prima grandezza, dell’Orsa Maggiore, dell’Orsa Minore, della Corona d’Arianna è insufficiente immagine della grandezza di questi beati che innalzano il loro inno alla Trinità: mai la sapienza umana ha avuto così alta e commossa celebrazione, e mai poeta ha osato chiamare i sapienti della terra a testimonianza e garanzia delle sue affermazioni. La conclusione cristiana del discorso dell’umana sapienza è confermata dal rifiuto della liturgia delle divinità pagane: in cielo non si cantano né gli inni dionisiaci né gli inni apollinei, ma la lode della Trinità. La lezione che tratta il quesito della grandezza di Salomone è certo una delle meglio compaginate e armonizzate del Paradiso: la tecnica dell’esposizione didattica ha veramente, nella cultura mediolatina e, in particolare, in Dante, più di un punto di somiglianza con la tecnica compositiva e musicale della "canzone" (così il filosofo delle Summae è anche poeta liturgico di rara potenza e suggestione, quando si voglia leggerlo nell’ambito del suo tempo). La intersecano e la infiorano immagini fra le più vive del Paradiso, culminanti nella splendida rappresentazione del fiorire della rosa, quasi l’accendersi di una stella, sullo spinoso rigore del pruno dopo la stagione d’inverno. Ed è una lezione di mirabile chiarezza espositiva, continuamente sospinta e illuminata da un colmo, fervido immaginare. San Tommaso avvia il discorso riallacciandosi alla metafora dell’agricoltore, usata da San Bonaventura nel canto di Domenico, e quasi dispone su uno stesso piano opere agricole e meditazione sapiente. E quando accenna ad Adamo ed a Cristo, l’uso della perifrasi per evitare, in segno d’onore, di nominarli apertarnente, si colma di accorte rispondenze. Anche la pace trionfale della dimostrazione raggiunta e della conciliazione profferta dove prima era il divario, è accompagnata da un ricco fervore di commozione. Da un punto di vista strettamente estetico, dunque, si può accertare mediante una rigorosa analisi dei valori verbali e delle rispondenze limpide o arcane fra le idee e le immagini, che il canto è uno dei più ricchi fra quelli che affrontano l’itinerario della sapienza verso il possesso di Dio. A questo punto è necessaria un’altra osservazione: nel cielo del Sole, dopo le figure di Francesco e di Domenico, anche il ritratto di Tommaso, tracciato quasi nelle zone luminose del discorso umbratile della ricerca filosofica, ha un suo posto, dietro il quale, ovviamente, è da cogliere qualche prezioso suggerimento autobiografico. La figura dell’Aquinate non è che l’autoritratto del poeta e del filosofo Dante, nel quale il rigore del rapporto concettuale non si lascia già vincere e sviare dall’accendersi della poesia, ma procura un più dilatato ed armonioso processo dell’essere. Si capisce come, nel canto seguente, tanta sapienza ed eloquente dottrina sia suggellata dall’intervento di Beatrice - simbolo della teologia a cui sì cominciar, dopo lui, piacque. Ancora un dato storico offre il discorso dottrinale del canto tredicesimo esso, infatti, procede attraverso una serie continua di distinzioni e di chiarificazioni progressive, secondo il costume mentale della Scolastica che contraddistingue la cultura di Dante e del suo tempo e la sintesi poetica che l’umanesimo cristiano trova nella Commedia. Che il canto termini coi nomi proverbiali di monna Berta e di ser Martino, sprovveduti teologizzanti, ognuno, come donna Prassede ne I Promessi Sposi, disposto a "prender per cielo il suo cervello", poco importa: il libero esame del protestantesimo è bilanciato dal pensiero sistematico della Scolastica, come la bonaria conclusione popolaresca del proemio astrale.
vv. 112-120E questo ti sia sempre piombo a' piedi,per farti mover lento com'uom lassoe al sì e al no che tu non vedi:ché quelli è tra li stolti bene a basso,che sanza distinzione afferma e negane l'un così come ne l'altro passo;perch'elli 'ncontra che più volte piegal'oppinion corrente in falsa parte,e poi l'affetto l'intelletto lega.Leggi nel testo
San Tommaso spiega in che senso il re Salomone sia stato il più sapiente degli uomini: era il più saggio tra i re, non tra tutti gli esseri. Dalla spiegazione ricava una lezione generale sul modo di ragionare.
Bisogna muoversi lentamente, «come uom lasso», prima di dire sì o no su una questione che non si capisce bene. Chi giudica troppo in fretta è il più stolto di tutti, perché l'opinione affrettata trascina l'intelletto in una direzione sbagliata e l'affetto lo lega a quella posizione. Molti filosofi antichi sbagliarono per questo motivo.
Tommaso conclude con un avvertimento sui giudizi morali: nessuno pensi di conoscere la sorte eterna di una persona vedendola rubare o offrire doni in chiesa. L'uno può salvarsi, l'altro dannarsi. Nel cielo del Sole, il cielo della sapienza, la lezione più importante è un invito all'umiltà intellettuale.