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Testo e parafrasi del canto XXXIV
Parafrasi
Tocca una terzina per vedere la parafrasi
1
«Vexilla regis prodeunt inferniAverso di noi; però dinanzi mira»,Bdisse 'l maestro mio «se tu 'l discerni».A
4
Come quando una grossa nebbia spira,Bo quando l'emisperio nostro annotta,Cpar di lungi un molin che 'l vento gira,B
7
veder mi parve un tal dificio allotta;Cpoi per lo vento mi ristrinsi retroDal duca mio; ché non lì era altra grotta.C
"Si avanzano i vessilli del re dell’inferno (le sei ali di Lucifero) verso di noi; guarda perciò davanti a te" disse Virgilio "se riesci a scorgerlo." Come quando una densa nebbia si diffonde, o quando il nostro emisfero si abbuia, appare da lontano un mulino la cui ruota è fatta girare dal vento, mi sembrò allora di vedere una tale macchina; poi, a causa del vento; mi rifugiai dietro a Virgilio, poiché non vi era altro riparo.
«Avanzano i vessilli del re dell'inferno verso di noi; perciò guarda davanti», disse il mio maestro, «se riesci a distinguerlo». Come quando soffia una nebbia densa, o quando nel nostro emisfero si fa notte, appare da lontano un mulino che il vento fa girare, così mi sembrò allora di vedere una simile costruzione; poi, per il vento, mi strinsi dietro la mia guida, perché lì non c'era altro riparo.
10
Già era, e con paura il metto in metro,Dlà dove l'ombre tutte eran coperte,Ee trasparien come festuca in vetro.D
Già mi trovavo, e con paura lo ricordo nei miei versi, là dove i dannati erano tutti coperti (dal ghiaccio), e trasparivano come un fuscello rimasto incorporato nel vetro. Alcuni stanno distesi;
Ero ormai, e con paura lo metto in versi, là dove le ombre erano tutte coperte (dal ghiaccio), e trasparivano come una pagliuzza nel vetro.
13
Altre sono a giacere; altre stanno erte,Equella col capo e quella con le piante;Faltra, com'arco, il volto a' piè rinverte.E
altri eretti, chi con la testa e chi cori i piedi in alto; altri, piegati all’indietro, raggiungono, a guisa di arco, col volto i piedi.
Alcune stanno distese; altre stanno dritte, questa con la testa e quella con i piedi in alto; un'altra, come un arco, piega il volto verso i piedi.
16
Quando noi fummo fatti tanto avante,Fch'al mio maestro piacque di mostrarmiGla creatura ch'ebbe il bel sembiante,F
Quando ci fummo inoltrati tanto, che Virgilio ritenne opportuno mostrarmi colui che era stato il più bello degli angeli, si scostò e mi fece fermare, dicendo:
Quando fummo andati tanto avanti che al mio maestro piacque mostrarmi la creatura che ebbe un tempo il bell'aspetto (Lucifero),
19
d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,G«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il locoHove convien che di fortezza t'armi».G
"Ecco Dite (è il nome di Plutone, re degli inferi, nella mitologia) ed ecco il luogo ove occorre che tu ti armi di coraggio ".
si tolse da davanti a me e mi fece fermare, dicendo: «Ecco Dite, ed ecco il luogo dove bisogna che tu ti armi di coraggio».
22
Com'io divenni allor gelato e fioco,Hnol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,Iperò ch'ogne parlar sarebbe poco.H
Non chiedere, o lettore, quale gelo allora mi invase e come la voce mi si fermò, poiché non lo scrivo, ogni parola essendo inadeguata ad esprimerlo.
Come diventai allora gelato e senza voce, non chiederlo, lettore, perché io non lo scrivo, dato che ogni parola sarebbe insufficiente.
25
Io non mori' e non rimasi vivo:Ipensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,Jqual io divenni, d'uno e d'altro privo.I
Io non rimasi né vivo né morto: immagina ormai da solo, se appena hai un poco d’intelligenza, come divenni, privo sia di vita che di morte.
Io non morii e non rimasi vivo: pensa ormai da te, se hai un po' d'ingegno, che cosa diventai, privo dell'una e dell'altra cosa.
28
Lo 'mperador del doloroso regnoJda mezzo 'l petto uscìa fuor de la ghiaccia;Ke più con un gigante io mi convegno,J
Il sovrano dell’inferno sporgeva fuori dal ghiaccio a partire da metà del petto; e c’è più proporzione fra me e un gigante, che fra i giganti e le sue braccia:
L'imperatore del regno del dolore usciva fuori dal ghiaccio da metà del petto; e io sono più vicino in proporzione a un gigante
31
che i giganti non fan con le sue braccia:Kvedi oggimai quant'esser dee quel tuttoLch'a così fatta parte si confaccia.K
34
S'el fu sì bel com'elli è ora brutto,Le contra 'l suo fattore alzò le ciglia,Mben dee da lui proceder ogne lutto.L
vedi ormai quanto deve essere grande l’intera massa di quel corpo perché sia proporzionato a simili braccia. Se fu così bello com’è brutto attualmente, e (ciononostante) si ribellò al suo Creatore, è ben naturale che ogni male derivi da lui.
di quanto i giganti lo siano alle sue braccia: vedi ormai quanto deve essere grande quel tutto che corrisponda a una tale parte. Se fu tanto bello quanto ora è brutto, e alzò le ciglia contro il suo creatore, è giusto che da lui provenga ogni male.
37
Oh quanto parve a me gran maravigliaMquand'io vidi tre facce a la sua testa!NL'una dinanzi, e quella era vermiglia;M
40
l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questaNsovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,Oe sé giugnieno al loco de la cresta:N
43
e la destra parea tra bianca e gialla;Ola sinistra a vedere era tal, qualiPvegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.O
O come mi sembrò cosa degna di grande meraviglia vedere che la sua testa aveva tre facce! Una davanti, ed era rossa; delle altre due, che si congiungevano a questa sorgendo in corrispondenza della parte mediana di ciascuna spalla, e si congiungevano fra di loro nella parte mediana del volto dove alcuni uccelli hanno la cresta, la destra appariva di un colore tra il bianco e il giallo; la sinistra appariva di un colore simile a quello delle popolazioni originarie della regione da cui il Nilo scende a valle.
Oh, quanto mi sembrò grande la meraviglia quando vidi tre facce sulla sua testa! Una davanti, e quella era rossa; le altre erano due, che si univano a questa proprio sopra la metà di ciascuna spalla, e si univano tra loro alla sommità del capo: e la destra sembrava di un colore tra il bianco e il giallo; la sinistra a vederla era come quelli che vengono dalle terre da cui il Nilo scende (scura).
46
Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,Pquanto si convenia a tanto uccello:Qvele di mar non vid'io mai cotali.P
Sotto ciascuna faccia sporgevano due grandi ali, proporzionate alle dimensioni di un così grande uccello: non vidi mai vele di imbarcazioni marine così grandi. Non avevano penne, ma il loro aspetto era quello delle ali del pipistrello;
Sotto ciascuna uscivano due grandi ali, adatte a un uccello così grande: non ho mai visto vele di nave così grandi.
49
Non avean penne, ma di vispistrelloQera lor modo; e quelle svolazzava,Rsì che tre venti si movean da ello:Q
e le agitava, in modo che da lui si originavano tre venti: Per quel che riguarda le ali di Lucifero, il loro numero è uguale a quello delle ali dei serafini, gli angeli più vicini a Dio, ma, a differenza di quelle dei serafini, piumate e splendenti, quelle del sovrano dell’inferno sono prive di penne e nerastre.
Non avevano penne, ma erano come quelle di un pipistrello; e lui le sbatteva, così che da lui si muovevano tre venti:
52
quindi Cocito tutto s'aggelava.RCon sei occhi piangea, e per tre mentiSgocciava 'l pianto e sanguinosa bava.R
perciò l’intero Cocito era trasformato in ghiaccio. Piangeva con sei occhi, e su tre menti faceva gocciare lagrime miste a bava sanguigna.
per questo tutto il Cocito si ghiacciava. Piangeva con sei occhi, e il pianto e una bava sanguinosa gocciolavano giù per tre menti.
55
Da ogne bocca dirompea co' dentiSun peccatore, a guisa di maciulla,Tsì che tre ne facea così dolenti.S
In ogni bocca frantumava con i denti un peccatore, come una gramola (maciulla: strumento che serve a tritare la canapa o il lino), in modo da tormentarne così tre.
In ogni bocca stritolava con i denti un peccatore, come una gramola, così che ne faceva soffrire tre in questo modo.
58
A quel dinanzi il mordere era nullaTverso 'l graffiar, che talvolta la schienaUrimanea de la pelle tutta brulla.T
Per quello che era maciullato nella bocca anteriore il mordere di Lucifero era poca cosa rispetto al graffiare dei suoi artigli, tanto che a volte la sua schiena restava interamente priva di pelle.
Per quello davanti il morso era niente rispetto ai graffi, perché a volte la schiena rimaneva del tutto spogliata della pelle.
61
«Quell'anima là sù c'ha maggior pena»,Udisse 'l maestro, «è Giuda Scariotto,Vche 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.U
"Quel dannato lassù, che è sottoposto ad un maggiore tormento" disse Virgilio, " è Giuda Iscariota, il quale tiene la testa dentro la bocca di Lucifero e agita fuori di essa le gambe.
«Quell'anima lassù che ha la pena maggiore», disse il maestro, «è Giuda Iscariota, che ha la testa dentro e agita fuori le gambe.
64
De li altri due c'hanno il capo di sotto,Vquel che pende dal nero ceffo è Bruto:Wvedi come si storce, e non fa motto!;V
Degli altri due, che hanno la testa rovesciata in basso, quello che pende dalla faccia di colore nero è Bruto, vedi come si divincola! e non emette lamento!;
Degli altri due, che hanno la testa di sotto, quello che pende dal muso nero è Bruto: vedi come si contorce, e non dice una parola!;
67
e l'altro è Cassio che par sì membruto.WMa la notte risurge, e oramaiXè da partir, ché tutto avem veduto».W
l’altro, che appare così muscoloso, è Cassio. Ma sta scendendo nuovamente la notte (i due poeti hanno dunque impiegato ventiquattro ore per percorrere tutto l’inferno), e ormai occorre allontanarci, poiché abbiamo veduto tutto (l’inferno).
e l'altro è Cassio, che sembra così robusto. Ma la notte sta risalendo, ed è ormai tempo di partire, perché abbiamo visto tutto».
70
Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;Xed el prese di tempo e loco poste,Ye quando l'ali fuoro aperte assai,X
" Gli avvinsi il collo con le braccia secondo la sua volontà; ed egli scelse il momento ed il luogo opportuno; e quando le ali furono abbastanza aperte, si afferrò ai fianchi villosi:
Come a lui piacque, gli avvinghiai il collo; e lui scelse il momento e il punto adatti, e quando le ali furono ben aperte,
73
appigliò sé a le vellute coste;Ydi vello in vello giù discese posciaZtra 'l folto pelo e le gelate croste.Y
poi si calò di ciuffo in ciuffo nello spazio compreso tra il folto pelo e la superficie ghiacciata.
si aggrappò ai fianchi pelosi; poi scese giù di ciuffo in ciuffo tra il pelo folto e le croste di ghiaccio.
76
Quando noi fummo là dove la cosciaZsi volge, a punto in sul grosso de l'anche,AAlo duca, con fatica e con angoscia,Z
79
volse la testa ov'elli avea le zanche,AAe aggrappossi al pel com'om che sale,ABsì che 'n inferno i' credea tornar anche.AA
Quando ci trovammo nel punto in cui la coscia si articola, proprio in corrispondenza della parte più grossa dell’anca (è la parte centrale del corpo di Lucifero e corrisponde al centro dell’universo), Virgilio, faticosamente ed affannosamente, si girò portando la testa in direzione dei piedi di Lucifero, e si aggrappò al pelo come chi sale, in modo che io credevo di tornare ancora nell’ inferno.
Quando fummo là dove la coscia gira, proprio sulla parte più grossa delle anche, la guida, con fatica e affanno, girò la testa dove prima aveva le gambe, e si aggrappò al pelo come uno che sale, così che io credevo di tornare di nuovo nell'inferno.
82
«Attienti ben, ché per cotali scale»,ABdisse 'l maestro, ansando com'uom lasso,AC«conviensi dipartir da tanto male».AB
"Tienti stretto, poiché per scale di tal genere" disse Virgilio, ansimando come un uomo stanco, " occorre allontanarsi dall’inferno.
«Tieniti bene, perché per tali scale», disse il maestro, ansimando come un uomo stanco, «bisogna allontanarsi da tanto male».
85
Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso,ACe puose me in su l'orlo a sedere;ADappresso porse a me l'accorto passo.AC
" Poi uscì attraverso l’apertura di una roccia, e mi fece sedere sull’orlo di essa; quindi diresse verso di me con cautela il suo passo (staccandosi così dal pelo di Lucifero).
Poi uscì fuori attraverso l'apertura di una roccia, e mise me a sedere sull'orlo; poi diresse verso di me il suo passo prudente.
88
Io levai li occhi e credetti vedereADLucifero com'io l'avea lasciato,AEe vidili le gambe in sù tenere;AD
Volsi in alto lo sguardo. e pensai di vedere Lucifero nella posizione in cui lo avevo lasciato; e vidi invece che teneva le gambe rivolte in alto;
Io alzai gli occhi e credetti di vedere Lucifero come l'avevo lasciato, e gli vidi le gambe rivolte in su;
91
e s'io divenni allora travagliato,AEla gente grossa il pensi, che non vedeAFqual è quel punto ch'io avea passato.AE
e se io allora mi turbai, lo immagini la gente ignorante, che non comprende (come non avevo compreso io) quale è il punto che avevo oltrepassato (il centro della terra).
e se allora rimasi turbato, lo pensi la gente ignorante, che non capisce qual è quel punto che avevo oltrepassato.
94
«Lèvati sù», disse 'l maestro, «in piede:AFla via è lunga e 'l cammino è malvagio,AGe già il sole a mezza terza riede».AF
" Alzati in piedi " disse Virgilio " poiché la via che dobbiamo percorrere è lunga e il cammino malagevole, e già il sole ritorna all’ora media (circa le sette e mezza del mattino) fra la prima ora canonica (corrisponde alle sei) e la terza (corrisponde alle nove).
«Alzati in piedi», disse il maestro: «la via è lunga e il cammino è difficile, e già il sole torna a metà della terza ora».
97
Non era camminata di palagioAGlà 'v'eravam, ma natural burellaAHch'avea mal suolo e di lume disagio.AG
" Non ci trovavamo là in una sala di palazzo,, ma in un sotterraneo naturale che aveva il suolo irregolare e mancanza di luce.
Il luogo dove eravamo non era una sala di palazzo, ma una galleria naturale che aveva il suolo sconnesso e scarsità di luce.
100
«Prima ch'io de l'abisso mi divella,AHmaestro mio», diss'io quando fui dritto,AI«a trarmi d'erro un poco mi favella:AH
103
ov'è la ghiaccia? e questi com'è fittoAIsì sottosopra? e come, in sì poc'ora,AJda sera a mane ha fatto il sol tragitto?».AI
" Maestro, prima che io mi stacchi dall’inferno ", dissi quando fui in piedi, " parlami un poco per togliermi dal dubbio. Dov’è il ghiaccio? e come mai Lucifero vi è confitto così rovesciato? e come, in così breve tempo, il sole ha fatto il percorso dalla sera alla mattina? " Ed egli:
«Prima che io mi allontani dall'abisso, maestro mio», dissi quando fui in piedi, «parlami un poco per togliermi dall'errore: dov'è il ghiaccio? E costui come mai è conficcato così sottosopra? E come, in così poco tempo, il sole è passato dalla sera al mattino?».
106
Ed elli a me: «Tu imagini ancoraAJd'esser di là dal centro, ov'io mi presiAKal pel del vermo reo che 'l mondo fóra.AJ
" Tu ritieni di essere ancora dall’altra parte del centro della terra, là dove mi afferrai al pelo del maligno verme che perfora il mondo.
E lui a me: «Tu immagini di essere ancora di là dal centro, dove io mi afferrai al pelo del verme malvagio che trapassa il mondo.
109
Di là fosti cotanto quant'io scesi;AKquand'io mi volsi, tu passasti 'l puntoALal qual si traggon d'ogne parte i pesi.AK
Ti trovasti dall’altra parte per tutto il tempo durante il quale io scesi; allorché mi girai, oltrepassasti il punto (il centro della terra) verso il quale si portano da ogni direzione i pesi.
Fosti di là finché io scesi; quando mi girai, tu oltrepassasti il punto verso il quale da ogni parte sono attirati i pesi.
112
E se' or sotto l'emisperio giuntoALch'è contraposto a quel che la gran seccaAMcoverchia, e sotto 'l cui colmo consuntoAL
115
fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:AMtu hai i piedi in su picciola speraANche l'altra faccia fa de la Giudecca.AM
E sei ora giunto sotto l’emisfero (australe) che è opposto a quello (boreale) che ricopre la terra emersa, e sotto il cui meridiano centrale (sotto ‘l cui colmo: a Gerusalemme, situata, secondo le credenze del Medioevo, al centro della terra emersa) fu ucciso l’uomo che nacque e visse senza peccato (Cristo): tu poggi i piedi sulla piccola superficie che corrisponde nell’emisfero australe a quella costituita dalla Giudecca in quello boreale.
E ora sei arrivato sotto l'emisfero che è opposto a quello che la grande terraferma ricopre, e sotto la cui sommità fu ucciso l'uomo che nacque e visse senza peccato (Cristo): tu hai i piedi su una piccola sfera che forma l'altra faccia della Giudecca.
118
Qui è da man, quando di là è sera;ANe questi, che ne fé scala col pelo,AOfitto è ancora sì come prim'era.AN
Qui è mattina, quando nell’emisfero boreale è sera: e Lucifero, che col suo pelo ci servì come scala; è ancora confitto nella posizione nella quale si trovava prima.
Qui è mattina quando di là è sera; e costui, che col suo pelo ci fece da scala, è ancora conficcato così come era prima.
121
Da questa parte cadde giù dal cielo;AOe la terra, che pria di qua si sporse,APper paura di lui fé del mar velo,AO
Dalla parte di questo emisfero precipitò dal cielo; e la terra, che prima della sua caduta emergeva in questo emisfero, per paura di lui (che precipitava) si ritrasse sotto il mare, ed emerse nel nostro emisfero;
Da questa parte cadde giù dal cielo; e la terra, che prima emergeva di qua, per paura di lui si coprì col mare come con un velo,
124
e venne a l'emisperio nostro; e forseAPper fuggir lui lasciò qui loco vòtoAQquella ch'appar di qua, e sù ricorse».AP
e forse la terra che è visibile (l’isola del purgatorio) da questa parte (nell’emisfero australe), per evitare il contatto con Lucifero (fermatosi nel centro della terra) lasciò qui un luogo vuoto (è la natural burella in cui i due poeti si trovano), e si spinse in alto".
e venne nel nostro emisfero; e forse, per fuggire lui, quella terra che appare di qua (la montagna del Purgatorio) lasciò qui questo spazio vuoto e corse in su».
127
Luogo è là giù da Belzebù remotoAQtanto quanto la tomba si distende,ARche non per vista, ma per suono è notoAQ
130
d'un ruscelletto che quivi discendeARper la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,AScol corso ch'elli avvolge, e poco pende.AR
Vi è laggiù un luogo situato all’estremità del sotterraneo che avevamo percorso, lontano da Lucifero tanto quanto è lungo questo sotterraneo, riconoscibile non per mezzo della vista (a causa del buio), ma per il rumore di un piccolo ruscello che qui scende (si tratta verosimilmente del Leté, il corso d’acqua che nel paradiso terrestre, posto sulla sommità della montagna del purgatorio, toglie alle anime purganti, nel momento in cui si accingono a salire in cielo, la memoria dei loro peccati; in tal modo ogni traccia di peccato torna nell’inferno) attraverso l’apertura di una roccia, a esso scavata, col suo corso a spirale, e in lieve pendenza.
Laggiù c'è un luogo lontano da Belzebù quanto si estende la sua tomba (la cavità), che non si riconosce con la vista, ma per il suono di un ruscelletto che scende lì attraverso l'apertura di una roccia, che ha scavato con il suo corso tortuoso e poco ripido.
133
Lo duca e io per quel cammino ascosoASintrammo a ritornar nel chiaro mondo;ATe sanza cura aver d'alcun riposo,AS
136
salimmo sù, el primo e io secondo,ATtanto ch'i' vidi de le cose belleAUche porta 'l ciel, per un pertugio tondo.AT
Virgilio ed io ci avviammo per quella via nascosta (nel grembo della terra; è la via che conduce dall’estremità della natural burella alla superficie dell’ emisfero australe) per ritornare nel mondo luminoso; e senza curarci di interrompere il nostro cammino per riposare, salimmo, egli per primo e io dietro di lui, finché attraverso un foro rotondo vidi la luce degli astri:
La guida e io entrammo per quel cammino nascosto per ritornare nel mondo luminoso; e senza preoccuparci di alcun riposo, salimmo su, lui per primo e io per secondo, tanto che vidi alcune delle cose belle che porta il cielo, attraverso un'apertura rotonda.
139
E quindi uscimmo a riveder le stelle.AU
e attraverso questo foro uscimmo a rivedere il firmamento.
E di lì uscimmo a rivedere le stelle.
Riassunto del canto XXXIV
Dante e Virgilio entrano nella quarta zona di Cocito, chiamata Giudecca, dove soffrono coloro che tradirono i loro benefattori.
Qui nessuna delle anime dannate parla, nessuna e’ identificata: imprigionate totalmente nel ghiaccio, si possono appena intravedere, immobili nelle più diverse posizioni: supine, ritte in piedi, capovolte, piegate ad arco. Nell’aria opaca che grava sulla palude gelata comincia a delinearsi un’enorme sagoma, come un mulino le cui pale girino nel vento: è la mole gigantesca di Lucifero piantato fino a mezzo il petto nella palude.
Il re dell’inferno ha tre facce, quella anteriore è rossa, quella sinistra è nera e quella destra è gialla; le tre bocche maciullano senza posa tre peccatori, che tradirono le due supreme autorità, la spirituale e la temporale: Giuda, Bruto e Cassio; Giuda, per maggiore tormento, è straziato di continuo dagli artigli del mostro. Agitando le sue tre paia d’ali di pipistrello Lucifero genera il vento che fa ghiacciare Cocito.
Ormai i due poeti hanno visto tutto l’inferno ed è tempo di uscire; Dante si avvinghia al collo di Virgilio che scende aggrappandosi ai peli di Lucifero nello spazio tra il corpo villoso di Satana e il ghiaccio che lo imprigiona. Giunto al centro del corpo del mostro (corrispondente al centro della terra) Virgilio si capovolge e prosegue con il suo discepolo attraverso una stretta galleria, mentre Dante gli chiede alcune spiegazioni, finché giungono alla superficie della terra.
In breve
Dove e chi
IX cerchio · Cocito: Traditori. Imprigionati nel ghiaccio: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca.
Il commento critico usa un linguaggio da manuale universitario. Al livello Base ti consigliamo di partire dal riassunto e dagli approfondimenti.
Introduzione critica
Dopo la tensione altissima del dramma del conte Ugolino e il "furore biblico" dell’invettiva contro Pisa, il canto precedente si chiudeva in tono minore, calando gradualmente dallo sdegno violento al disprezzo beffardo dell’invettiva contro i Genovesi. Di questo tono minore partecipa anche l’ultimo canto dell’Inferno, con il quale Dante sigilla il primo tempo della "meditazione trinitaria" intorno alla realtà spirituale dell’uomo (non essendo i tre regni altro che fasi di un solo processo di caduta e di redenzione) e, nel finale, prepara il lettore alla dolce visione della marina del purgatorio. Il canto trova la sua unità attorno alla figura mostruosa di Lucifero, che domina e soverchia ogni altra immagine e la sua comparsa, già misteriosamente preannunciata nel canto XXXIII (versi 100-105), è preparata con sapienza. La solennità del verso latino iniziale - vexilla regis prodeunt inferni - infonde quasi un senso di religioso orrore, mentre la massa bruta del mostro "viene innanzi lentamente attraverso l’atmosfera scura e lontana, con lineamenti prima indefiniti, e domina paurosamente sulla squallida distesa..." (Momigliano).
Il pellegrino, che di cerchio in cerchio aveva sperimentato, giudicato, combattuto il mondo del peccato, accosta faticosamente il simbolo del male in un orizzonte cupo e grigio, dove si dissolvono tutti i più violenti colori del mondo infernale (che erano pur sempre emblemi di vita, anche se di una vita dannata), in un silenzio dove tutte le grida di dolore o di maledizione che lo hanno accompagnato, restano imprigionate nel ghiaccio.
Lo sfondo non potrebbe essere architettato con maggiore efficacia, ma quando la figura di Lucifero si avvicina e si precisa, Dante, dopo averlo sbozzato con un tratto potente (lo ‘mperador del doloroso regno da mezzo il petto uscìa fuor della ghiaccia), si affanna impacciato, cerca approssimative precisazioni, usa iperboli ed esclamazioni. Proprio per questo numerosi commentatori negano la poeticità del più gigantesco personaggio dell’Inferno. Secondo il Grabber "il colossale in Lucifero non raggiunge un vigore poetico adeguato" perché la sua figura "è costruita con un ritmo piuttosto faticoso e frammentario". Il Romani ritiene che "questo mostro immane, con l’inutile corpaccio morto, non vale neppur uno di quei suoi ministri, pieni di maliziosa gaiezza i quali portano la viva luce del comico sulla sudicia bolgia dei barattieri ".
Tuttavia l’apparizione di Lucifero è sconcertante e grandiosa e ci riporta all’íconografia di tanti affreschi e mosaici medievali, in cui lo sforzo di rappresentare il simbolo vivente del male libera la fantasia dell’artista da ogni freno immergendola nel mondo dell’orrido. Anche se non si può negare che Dante abbia conosciuto molte tradizioni iconografiche letterarie e figurative, nella costruzione di Lucifero, nella sua struttura che poggia su salde basi dottrinali è evidente un senso di equilibrio e di misura, il quale ha impedito ogni esasperazione grottesca che poteva sconfinare nell’ingenuità o tradursi nel virtuosismo. E’ quindi giusto riconoscere la prodigiosa originalità di questa creazione che nella fantasia del Poeta vuole essere "il bestiale contrapposto della Trinità... la sintesi morale e pittorica della perversione morale e fisica del regno del male" (Momigliano). Preparato già nel primo canto, dove le tre belve sono "una demoniaca processione di una Trinità inferna, una sostanza in tre persone, l’una dall’altra procedendo, dalla Cupidigia la Violenza, e dalla Cupidigia e dalla Violenza insieme l’invidiosa Frode, l’amor del Male" (Apollonio), l’emblema della trinità demoniaca "che capovolge nel Male le aspirazioni del Bene, e irrigidisce nell’amor di sé il richiamo dell’amor divino... opera nella prima cantica, giù giù traboccando dal triforme Cerbero al triforme Gerione al triforme Lucifero", finché quelle "aspirazioni" attraverso il centro della terra saliranno verso la Trinità divina ("s’intende molto facilmente che le tre facce di Lucifero sono in antitesi con i tre cerchi di tre colori che il Poeta poi ci dirà ‘ di aver veduti in Dio" secondo l’affermazione del Pietrobono che si riporta ai versi 115120 del canto XXXIII del Paradiso).
Dante rappresenta Satana quale un immenso ammasso di materia quasi inerte, perché questa, secondo la filosofia scolastica, essendo pura potenza, passività quasi assoluta, si avvicina di più al non essere, al nulla. "Il riassunto di tutti i mali d’inferno è là, in quella montagna di materia torpida, la fonte di tutto il pianto del mondo è là, in quel gigante che piange con sei occhi, grottescamente, la suggestione precipite delle tre Bestie si spenge in quelle tre Facce, la superbia negatrice di Farinata si addormenta gelida e tetra in quel mostro che da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia, la monotonia dei tormenti infernali, eterni, si ripete nel gesto monotono con cui dirompe coi denti, a guisa di maciulla, un peccatore..." (Apollonio)
Poiché Lucifero è la «Trinità inferna", di fronte a questo abisso del male la parola non riesce più ad esprimere: l’impotenza a dire del Poeta ha anche questo significato. E il silenzio di Lucifero e dei dannati della Giudecca (anche Bruto si storce e non fa motto), la mancanza di ogni dialogo, l’assoluta indifferenza segnano il distacco definitivo di Dante dal male dopo la lunga meditazione sul peccato:... oramai è da partir che tutto avem veduto (versi 68-69).
Nel finale (versi 127-139) l’atmosfera infernale ormai si sta dissolvendo, la terra partecipa più animatamente alle vicende spirituali. Il viaggio viene consumato in silenzio, ma coll’accompagnamento discreto di quel ruscelletto che discende in basso. Anche il linguaggio del Poeta muta stile e accento, preludio alla dolcezza dell’alba sulla spiaggia dell’antipurgatorio.
vv. 121-126Da questa parte cadde giù dal cielo;e la terra, che pria di qua si sporse,per paura di lui fé del mar velo,e venne a l'emisperio nostro; e forseper fuggir lui lasciò qui loco vòtoquella ch'appar di qua, e sù ricorse».Leggi nel testo
Superato il centro della Terra, aggrappati al corpo di Lucifero, Dante e Virgilio si capovolgono e si ritrovano nell'emisfero opposto. Qui Virgilio spiega una piccola lezione di cosmologia: come è nato l'Inferno e come è nata la montagna del Purgatorio.
Lucifero cadde dal cielo proprio da questa parte. La terra che prima affiorava qui, per paura di lui, si nascose sotto il mare e riemerse nel nostro emisfero; quella che stava al centro della Terra fuggì verso l'alto, lasciando il vuoto dell'Inferno e formando la montagna del Purgatorio. L'emisfero australe resta così coperto d'acqua, con un'unica isola-montagna.
Nella Quaestio de aqua et terra, un trattato attribuito a Dante, l'autore spiega invece l'emersione delle terre con l'attrazione delle stelle. La contraddizione con il racconto della Commedia ha fatto discutere sull'autenticità dell'opera. Ma Virgilio presenta la sua spiegazione con un «forse», come un'ipotesi.
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Fili rossi · questo canto nel resto del poema
Il cerchio di Giuda
Ne parla la scheda «Eritone e la necromanzia» (Inf. IX).